PROTAGONISTI
INNOCENZO CIPOLLETTA, UNA VITA FINALMENTE AD ALTA
VELOCITÀ?
“Ferrovie dello Stato è ‘la’
grande azienda del paese, ricca di competenze che
rappresentano un patrimonio per tutti noi”, dice il
presidente. Ma, dalla politica ai pendolari, i nodi da
sciogliere sono molti e storicamente complessi
Antonio Eustor*
Non
è semplice tracciare un profilo sintetico del professor
Innocenzo Cipolletta, perché si correrebbe inevitabilmente
il rischio di dimenticare qualcosa. Di sicuro è uno dei
protagonisti della scena imprenditoriale del nostro paese,
avendo avuto per indole e capacità l’opportunità di lasciare
la sua impronta in alcune della più importanti realtà
industriali italiane. Attualmente è presidente di Ferrovie
dello Stato e dell’Università di Trento, ma è stato
presidente de “Il Sole 24 Ore”, della “Marzotto SpA”,
direttore generale di Confindustria. Ha avuto incarichi di
insegnamento all’Università la Sapienza di Roma, alla Luiss, alla Cesare Alfieri
di Firenze ed all’Università di Reggio Calabria. È membro
del comitato scientifico della fondazione del Nord Est,
membro dell’Advisory board di BT Albacom e Economic advisor
di Ubs. Autore di numerosi articoli scientifici e
divulgativi, è inoltre cavaliere di Gran Croce.
Ferrovie, università,
insegnamento, solo per citare alcuni dei suoi impegni. La
sua giornata è di 24 ore, o per caso gode di una proroga?
“Se si usano bene, 24 ore non
sono poche e c’è spazio, se uno vuole ed ha il carattere
adatto, per molte attività di lavoro e di vita privata. Ho
sempre ritenuto per me che fosse necessario avere più
interessi (non solo di lavoro) per fare bene le cose.
Ritengo che una molteplicità di interessi impedisca di
diventare monomaniaci, permetta di vedere le cose con
maggiore distacco e consenta di trovare soluzioni
trasversali, ossia soluzioni sperimentate in alcuni campi e
che possono essere adattate in altri. Ovviamente questo non
vale in assoluto per tutti, ma solo per certi caratteri e in
specifici periodi della propria vita professionale. Oggi,
avendo superato l’età degli incarichi prettamente operativi
(ho 67 anni), posso dedicarmi a funzioni più di strategia,
che consentono di spaziare in diversi campi”.
Curriculum enciclopedico, eppure
non un accenno alla sua vita privata. Perché?
“Non ho misteri da nascondere.
Quando scrivo un curriculum vitae so cosa mettere che può
interessare a chi deve leggerlo. Invece, con riferimento
alla vita privata, ho maggiori difficoltà a scegliere cosa
mettere in evidenza. Comunque, se vuole qualche notizia,
posso dire che in gioventù ho praticato molto sport; in
particolare ho giocato a basket arrivando fino alla serie B
ed ho fatto per un periodo l’allenatore di una squadra di
Palestrina, in provincia di Roma. Continuo a fare sport ogni
tanto (tennis e sci), mi piacciono il cinema ed il teatro,
leggo romanzi ed ho tre figli ormai grandi, tanto che sono
nonno di tre bei nipoti. Mi fermo qui per non trasformare
l’intervista in una storia personale”.
Quando da ragazzo immaginava il
suo futuro, sognava di diventare?
“Non ho mai pensato ad una
professione specifica, ma mi è sempre piaciuto viaggiare e
conoscere nuovi paesi. Per questo ho iniziato la mia vita
attiva, quando ancora frequentavo il corso di laurea in
scienze statistiche ed attuariali presso l’università
La Sapienza
di Roma, con uno stage a Bruxelles presso la Comunità economica europea
nel 1964, ossia in un’epoca in cui fare uno stage all’estero
non era affatto comune. Questa permanenza all’estero mi ha
marcato per sempre e mi ha dato il gusto di vivere su più
paesi e su più città. Le mie successive scelte professionali
riflettono anche questa prima impronta”.
C’è una persona che considera il
suo mentore e maestro?
“Ce ne sono molte a cui sono
debitore. La mia famiglia ed i miei genitori in primo luogo,
anche se ho fatto scelte diverse dalle loro e che loro non
hanno totalmente condiviso. Mio padre era magistrato alla
Corte dei conti e mia madre era un dirigente del ministero
dell’Agricoltura. Immaginavano per me una carriera “statale”
che non si è realizzata. Ho un debito con il mio primo
allenatore di basket Luigi Riccardi, che mi ha insegnato
l’umiltà di lavorare per una squadra.
Sono stato molto legato ed
influenzato dal professor Paolo Sylos Labini, che mi ha
trasmesso il gusto dell’economia sperimentale e al mio
direttore all’Isco, la dottoressa Almerina Ipsevich, che mi
ha insegnato il mestiere dell’economista e la pratica del
dubbio investigativo. Ma ne potrei citare altri, perché
nella vita si incontrano tante persone interessanti ed io
sono sempre stato aperto ai contatti e curioso di
conoscere”.
Una carriera fulminante, che la
porta ad essere protagonista di alcune delle più importanti
realtà imprenditoriali italiane, ultima in ordine di tempo
Ferrovie dello Stato. Dopo tre anni che valutazione ne da
oggi? Quali i punti di forza e quelli di debolezza?
“Non tanto fulminante. Ci tengo a
precisare che durante la mia vita lavorativa ho fatto tutti
i percorsi di iniziazione senza saltare tappe intermedie. La
differenza, con altri casi, sta nel fatto che il mio
percorso di carriera professionale non è avvenuto nella
stessa azienda, ma spostandomi da una realtà ad un’altra,
come da mia indole e, credo, come ormai richieda anche un
moderno mercato del lavoro.
Sono stato nominato Presidente
del gruppo Ferrovie dello Stato nel settembre del 2006, a 65 anni, dopo aver
gestito altre realtà produttive ed aver ricoperto diversi
incarichi. Ferrovie dello Stato è una grande azienda
italiana, forse è “la” grande azienda del paese, ricca di
competenze distintive che rappresentano un patrimonio per
l’azienda e per il paese. Un’azienda che sa rispondere se i
comandi sono chiari. Assieme all’amministratore delegato
Mauro Moretti, che è stato nominato assieme a me, avevamo
fatto un piano per riportare in equilibrio il conto
economico delle FS in tre anni, partendo da un disavanzo di
2 miliardi e 115 milioni di euro. Tutti ci dicevano che era
impossibile. Ebbene lo abbiamo realizzato in due anni: nel
2008 il conto economico del gruppo FS si è chiuso con un
avanzo di 16 milioni di euro. Non solo, ma abbiamo lanciato
il nuovo servizio di Alta velocità ed Alta capacità che sta
avendo un grande successo. Ecco, la mia valutazione è che FS
sono una azienda capace di reagire e di cogliere le
occasioni. Se dovessi fare un paragone, abbiamo compiuto un
rovesciamento non dissimile a quello fatto dalla Fiat in
questi stessi anni.
I punti di forza del gruppo FS,
oltre alle sue professionalità e conoscenze distintive, sono
quelli di operare in un settore che ha potenzialità di
crescita enormi: la domanda di trasporto collettivo cresce
dappertutto, sia nelle aree metropolitane che per il
traffico di media e lunga percorrenza, dove i treni ad alta
velocità stanno sostituendo auto e aerei.
I punti di debolezza risiedono
anche essi, principalmente, nel mercato di riferimento. Il
servizio metropolitano e parte del servizio di lunga e media
percorrenza, che rappresentano una parte rilevante del
business di FS, sono servizi di tipo universale e in tutti i
paesi sono svolti con un contratto con il settore pubblico
(Stato o Regioni). In Italia, date le note difficoltà
finanziarie, questi servizi sono sotto finanziati e quindi
sono svolti con rischi di perdite e con qualità non
adeguata. Restano poi problemi di cultura nell’azienda, che
ha ereditato una tradizione di servizio pubblico in
monopolio, ciò che ritarda la capacità di fornire servizi a
clienti di mercato, come dovrebbe essere oggi”.
Dal 12 dicembre scorso, come
diceva, l’alta velocità è diventata realtà su diverse
importanti tratte, prima di tutte
la Roma Milano.
Una reale concorrenza al trasporto aereo?
“Il dato più importante è che si
è finalmente realizzata la svolta che attendevamo da anni, e
che ci consente di allinearci alle migliori esperienze
europee. La concorrenza farà bene al treno e all’aereo. Che
l’Alta velocità rappresenti una vera svolta nel trasporto in
Italia è dimostrato dal successo dei “Frecciarossa” in
questi primi mesi di attività: tre milioni di passeggeri in
soli tre mesi, una quota di mercato sul Milano-Roma oggi
intorno al 50%. E, a fine anno, il tempo si ridurrà a tre
ore, due ore e quaranta per i treni no-stop.
Occorre poi ricordare che il
treno Av aumenta di molto la possibilità di rispondere alla
domanda di mobilità nel paese, sicché è da ritenere che
aumenterà significativamente il numero di passeggeri che
faranno questa tratta e la gente potrà scegliere tra treno,
aereo o auto. Alla fine ci sarà un numero ben maggiore di
viaggiatori, quindi l’aumento della quota di quanti
prenderanno il treno deriverà in primo luogo da passeggeri
che prima non potevano fare questo viaggio.
Può darci un primo bilancio dei
treni “low cost”?
“Siamo solo al primo mese di
lancio dell’offerta, è un po’ presto per fare bilanci, ma la
risposta del mercato è già ampiamente positiva. 130 mila
biglietti già venduti, una media di oltre seimila
prenotazioni al giorno. In questi ultimi anni, le FS hanno
realizzato una rivoluzione anche culturale. Le compagnie
low cost ci hanno insegnato che il cliente va cercato,
conquistato, attratto a fare il viaggio: è inutile aspettare
che si presenti in biglietteria, come avveniva un tempo.
Per questo, stiamo utilizzando
sempre più le opportunità offerte da internet e dalla
comunicazione mobile. Chi viaggia si sarà già accorto che
sono sempre più coloro che non hanno il tradizionale
cartoncino del biglietto, ma la memoria di un semplice
numero o un foglio stampato sul computer di casa. E nella
facilità di utilizzo delle modalità ticketless, le
Ferrovie italiane sono oggi all’avanguardia in Europa”.
Molto spesso, il trasporto
ferroviario è sotto accusa e non solo per i ritardi: treni
obsoleti, mancanza di servizi a bordo, sporcizia. E quando
si viaggia verso il sud la situazione diventa ancora più
pesante. Quali soluzioni pensate di mettere in atto?
“Molto stiamo già facendo. Nelle
pulizie, ad esempio, abbiamo indetto le gare per rinnovare
completamente il servizio, e i risultati si vedranno a
brevissimo. Ma è inutile nascondere che, per questo come per
altri problemi, le FS sono prigioniere di un sistema di
regole obsoleto, che andrebbe adeguato alla realtà della
concorrenza. Oggi sono da un lato un’impresa con l’obbligo
di presentare i bilanci in pareggio, e dall’altro un’azienda
che non ha, invece, la libertà di muoversi come un operatore
privato. Per rinnovare gli appalti delle pulizie, ad
esempio, abbiamo dovuto vincere 5 ricorsi al TAR e 2 al
Consiglio di Stato! Una perdita di tempo e di risorse che un
operatore privato non sarebbe certo stato costretto a
subire.
Nei trasporti regionali e locali,
il quadro se possibile è ancora più complicato. Siamo i
primi a riconoscere che il livello dei servizi attuale è
inadeguato, insufficiente. Ma ai cittadini va spiegato
chiaramente che occorre sciogliere il nodo di chi paga il
costo del servizio. In tutti i paesi del mondo, i trasporti
locali sono pagati in parte dal privato e in parte dal
pubblico, in proporzioni diverse a seconda delle scelte
politiche. L’Italia ha il singolare primato di
avere il prezzo del biglietto più basso in Europa e
corrispettivi pubblici che non sono pari neanche alla metà
degli altri paesi. Con ricavi e corrispettivi a livelli così
minimi, è difficile per qualsiasi impresa non solo
assicurare servizi di qualità, ma addirittura garantire la
sopravvivenza del servizio.
È evidente che, in tali
condizioni, nessun operatore privato sarà mai disposto ad
entrare nel mercato. Le FS sono invece favorevoli alla
liberalizzazione anche in questo campo Se a prevalere sono
le regole del mercato, è altresì necessario che alle imprese
vengano date garanzie sulla durata dei contratti di servizio
con le Regioni, per avere certezza delle risorse e poter
programmare adeguatamente gli investimenti. L’ultimo
“decreto incentivi”, recentemente emanato dal Governo,
introduce positivamente la possibilità di sottoscrivere
contratti per un periodo di sei anni, rinnovabili per altri
sei. La via per avere servizi migliori e più treni passa
anche da queste necessarie riforme. Purtroppo, in nessun
paese al mondo è stata ancora trovata la formula per avere
qualità alta a prezzi minimi e per consentire alle imprese
di sopravvivere continuando ad operare in perdita”.
Quando il trasporto ferroviario
costituirà l’alternativa valida al trasporto su gomma?
“È la vera, grande sfida che
abbiamo avanti e che dobbiamo assolutamente vincere. L’Alta
velocità (che, non a caso, si chiama anche Alta capacità
perché consente anche il trasporto merci) è una prima
soluzione al problema. Infatti, con l’Av/Ac la capacità
delle linee sulle principali direttrici di traffico si
raddoppia. Si crea un’alternativa di trasporto collettivo
per gli spostamenti individuali, ma soprattutto si liberano
i binari per sviluppare e rendere più veloce il traffico
merci.
Ma occorrono anche scelte
politiche coraggiose per incentivare l’intermodalità,
selezionare gli investimenti per i porti e gli interporti
senza disperdere le risorse, sviluppare i processi
logistici. Oggi in Italia si danno agevolazioni al trasporto
su gomma e non si caricano sulla gomma i costi esterni che
pesano sul paese in termini di congestione e di danni
ambientali. Invece in altri paesi, questi costi esterni
vengono ribaltati sulle tariffe del trasporto in base al
principio “chi inquina paga” e ciò rende più corretta la
concorrenza tra gomma e ferrovia”.
Nel 2011 partiranno i treni della
Ntv, primo operatore privato nel trasporto ferroviario.
Questo come inciderà nella politica e nell’offerta di
Trenitalia?
“La competizione è benvenuta. Le
FS hanno dimostrato con i successi dell’offerta Alta
velocità di aver ormai acquisito una cultura di mercato e
non temono in alcun modo la concorrenza. In tutto il mondo,
è ormai dimostrato che la competizione è il principale
stimolo per le imprese e che sono i clienti, alla fine, a
trarne i principali vantaggi. Siamo talmente favorevoli alla
concorrenza, che ci proponiamo di esportare i nostri servizi
anche in Francia. La concorrenza è un valore, e tutta
l’Europa deve muoversi in questo senso”.
L’attuale crisi economica impone
necessariamente un ripensamento del sistema capitalistico.
Quale secondo lei la strada da perseguire?
“Preferisco parlare di sistema di
mercato, più che di sistema capitalistico. Penso che questa
crisi sia dovuta all’inosservanza di molte regole che il
sistema di mercato si era imposto nel passato e credo che
dovremo tornare a far rispettare queste regole. Ecco, è
tramontata l’idea che il mercato possa essere una cosa che
si autoregola da solo. Invece è necessario che ci siano
regole condivise dai diversi paesi ed autorità preposte a
farle rispettare”.
La carriera politica l’ha mai
affascinata?
“Non ho mai pensato alla politica
come ad una carriera, ma come un servizio. In questo senso,
credo che molti facciano politica, anche senza entrare in
carriera. Penso invece che in politica, intesa come
carriera, sia più opportuno essere chiamati dal consenso
sulle proprie idee che dalla voglia di fare carriera”.
Se le fosse chiesto, ha un
consiglio, spassionato, da dare a maggioranza e opposizione?
“Suggerirei di smettere di
parlare di riforme: una parola che ormai non significa più
niente e che viene brandita contro presunti privilegi degli
uni e malintese inefficienze degli altri. La minaccia di
riforma, brandita a destra o a sinistra, spacca il paese tra
chi è a favore e chi è contro e rappresenta spesso, per chi
governa, un alibi a non far nulla in attesa della mai
realizzata “riforma”. In effetti, si può governare bene un
paese con le regole che ci sono. Le regole vanno cambiate
gradualmente e pragmaticamente, perché siano accettate ed
abbiano effetti duraturi. L’Italia ha vissuto e vive ancora
nell’attesa di queste fantomatiche riforme e intanto si è
già modificata senza bisogno di nuove regole”.
Università e mondo del lavoro
sembrano, talora, seguire binari paralleli, con pochissimi
scambi. Su quali ambiti intervenire e come trattenere, per
esempio, i tanti ricercatori che decidono di lasciare il
nostro Paese perché altrove sono meglio trattati e pagati?
“Occorre che università ed
imprese dialoghino di più. È un percorso da fare da entrambe
le parti. Io sono fiducioso che ciò avverrà sempre di più,
perché la massa di innovazione che sta caratterizzando
questo momento storico favorisce il riavvicinamento tra il
mondo della ricerca e quello della produzione, e già vi sono
elementi positivi che emergono. Penso che nel prossimo
futuro ci sarà un processo di selezione tra le università
italiane, dove emergeranno quelle più vocate alla ricerca
che avranno crescenti contatti con le imprese.
Per le università che si
specializzeranno nella didattica sarà necessario che si
sviluppino di più i sistemi di stage e di
collaborazione nella determinazione dei corsi di laurea.
Invece non credo affatto che dobbiamo “trattenere” i nostri
ricercatori nel nostro paese. Essi devono andare all’estero
ed anche avere la possibilità di restarci. Quello che conta
è che l’Italia abbia la capacità anche di attrarre
ricercatori dall’estero, perché la ricerca e le università
non possono vivere su base nazionale, ma sono, per loro
natura, universali”.
*Dice di sé.
Antonio Eustor. Un americano a Roma: ha studiato e a lungo
vissuto a New York, con preziose esperienze manageriali.
Poi, in Italia, è da trent’anni il braccio destro di Cesare
Lanza. In Rai per sette anni consulente di “Domenica in” e
di altri programmi. Dal 2005, a Canale 5, segue in
particolare, come uno degli autori, il programma di Paolo
Bonolis “Il senso della vita”.
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EMILY
DICKINSON
Lo
sai, perché tu sai tutto... trovarsi così
vicina al tuo desiderio –
sfiorarlo mentre passavo,
perché il mio sonno è irrequieto e
spesso viaggerei dalle
tue braccia nella notte felice,
ma tu mi riprenderai, non
è vero? Perché è solo là che chiedo
di stare – e ti dico, che
se mai sentissi il desiderio più vicino –
che
nel nostro dolce passato,
forse non riuscirei a resistere
dal benedirlo, ma devo,
perché sarebbe giusto.
(Da
“Lettere
a Otis P. Lord”,
1878)
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