PROFILI

GAETANO BLANDINI, UNO SHERPA
ALLA DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA


La recente rinascita del prodotto italiano è legata non solo
a registi ed attori, ma anche a produttori, a tecnici e
a tutti coloro che dietro le quinte si muovono per la buona
riuscita di un film


 

Antonella Parmentola*

 

La statuetta di un lottatore di sumo, regalo del ministro Bondi, ed un magnete con su scritto in inglese una frase che suona più o meno così “Gli altri parlano, noi lavoriamo”, dono del figlio dodicenne, sono gli unici elementi estranei di una scrivania strabordante di fogli, cartelline, appunti, a dimostrazione che quanto scritto sul magnete è vero.

Nel 2004 Gaetano Blandini, dopo una lunga ed importante carriera sempre all’interno del ministero, è nominato dall’allora Ministro Urbani direttore generale per il cinema, le cui attività si concentrano in particolare su interventi finanziari di sostegno e promozione della cultura cinematografica.

La nostra chiacchierata avrà ovviamente il cinema come oggetto principale, ma ci sarà anche il modo e il tempo per carpire qualche dettaglio della sua vita privata: di mamma greca e papà siciliano, sposato con un figlio, negli ultimi mesi ha avuto più successo nel perdere qualche chilo che nel tentativo di smettere di fumare.

 

Navigando in Internet, le informazioni che si ricavano su di lei sono tutte legate alla sua professione. Nulla della sua vita privata. Scelta precisa o caso?

 

“È frutto di una scelta precisa. Desidero difendere la mia famiglia da ciò che è il mio lavoro. Devo ammettere che ho una moglie molto paziente che si occupa di nostro figlio che ha ormai dodici anni e come le dicevo, spero di riuscire a mantenere i due ambiti distinti”.

Eppure avendo a che fare con il cinema si immaginerebbe tanta mondanità e gossip. È un’immagine errata o lei preferisce rimanerne fuori?

 

“In questi cinque anni di direzione generale, sono rare le volte in cui ho coinvolto la moglie: e quando si verifica è piuttosto un’eccezione, non certo la regola della nostra quotidianità”.

 

Dal suo curriculum si evince una carriera straordinaria. Possiamo quindi dedurre che era uno di quegli studenti sempre piegati sui libri?

 

“Il mio curriculum di studi è alquanto regolare. Dopo la maturità classica, attraverso un concorso ho cominciato a lavorare alla Presidenza del consiglio. Ma ho continuato a studiare e mi sono laureato in scienze politiche. Amavo il cinema e lo spettacolo e il mio desiderio era lavorare all’ufficio produzioni cinematografiche.

Poi, nel 1989, avevo 27 anni, incontrai Carmelo Rocca, una persona eccezionale, un maestro di vita. Per me il più importante direttore dello spettacolo in questi quarant’anni. A lui chiesi di essere trasferito all’ufficio produzioni cinematografiche: lui mi rispose di avere pazienza, perché in quel momento aveva bisogno di me e sono rimasto con lui. Per anni ho fatto il segretario della commissione censura, visionando centinaia di film.

Nel 2004, l’allora Ministro Urbani, dopo una serie di vicissitudini legate alla direzione generale del cinema, ebbe la necessità di trovare referenti più giovani e pescò nell’apparato amministrativo. Collaborando alla stesura della legge 28 mi ero guadagnato il titolo di sherpa, così mi fu proposta la direzione generale per il cinema, che presiedo ormai da cinque anni. Siamo uno degli apparati meno numerosi, cinquanta tre unità in tutto, ma devo dire che se abbiamo portato a casa qualche buon risultato lo devo soprattutto alla grande professionalità del mio gruppo di lavoro. Poi gli errori ci sono, ma spero di aver sbagliato poco”.

 

Prima che professione, dunque, il cinema era tra le sue passioni?

 

“Si, certo. Da ragazzino, alla fine degli anni ’60, andare al cinema costava meno che avere una baby-sitter. Avevo una sala parrocchiale vicino casa e lì trascorrevo parecchie ore”.

Ricorda il primo film che ha visto?

 

“Non lo ricordo, ma sicuramente sarà stato un western. Amo moltissimo i film di Sergio Leone e quelli di Alberto Sordi, di alcuni so perfettamente a memoria le battute. Una cosa che ricordo, però, di quegli anni sono le sedie di legno scomodissime. All’epoca ero molto meno burroso di oggi e forse per questo mi sembravano ancora più dure”.

 

Da quando era solo uno spettatore ad oggi come è cambiato? E quanto è diverso ciò che arriva al pubblico da ciò che si muove dietro le quinte?

 

“Il cinema cambia sempre, è in perenne evoluzione. Fotografa la nostra società, i suoi sogni, le sue illusioni. Qualche volta addirittura li anticipa, altre volte li mortifica. I maestri del nostro neorealismo hanno formato i cineasti di tutto il mondo. Il cinema continua ad essere non solo il passatempo più economico, ma anche un luogo di aggregazione sociale, una costante delle nostre vite.

Certamente, però, il lavoro che c’è dietro un film è colto solo dai cinefili, quelli che non si alzano quando scorrono i titoli di coda (anche se oggi spesso li tagliano per far spazio alla pubblicità!). Se a tal proposito ci fosse una consapevolezza maggiore e condivisa si riuscirebbero a sfatare tanti luoghi comuni. Abbiamo professionisti e tecnici apprezzati in tutto il mondo. Dante Ferretti, un nome su tutti, è una nostra bandiera. Siamo dei caposcuola. La recente rinascita del cinema italiano è legata non solo ai registi e agli attori, ma anche e soprattutto ai produttori, ai tecnici, appunto, e a tutti coloro che dietro le quinte si muovono per la buona riuscita di un prodotto cinematografico”.

 

Il rapporto tra cinema e tv è sempre stato antagonistico. Lei pensa che invece una maggiore interazione possa essere efficace?

 

“La tv per certi aspetti è stata distruttiva. Oggi non esiste più uno star system, o meglio le star sono quelle della televisione: donne procaci e uomini dagli occhi blu. La televisione è diventata grande grazie al cinema, ma poi è come se l’avesse dimenticato. Il grande cinema non entra più nei palinsesti della tv generalista ed anche le piattaforme a pagamento sono sempre più avare nel trasmettere prime visioni, specie quando si tratta di cinema italiano o europeo”.

A proposito di cinema italiano, sono anni ormai che si diagnostica la crisi del settore. Dalla sua prospettiva ci può illustrare quale sia la situazione reale?

 

“In Italia abbiamo il vizio, spesso, di piangerci addosso. Se si prende un qualsiasi libro di storia del cinema si può leggere facilmente che De Sica, Rossellini facevano una fatica enorme a produrre i loro film. Non solo. Quando questi uscivano nelle sale erano dei flop. Poi hanno acquisito, giustamente, un’aura di grandiosità e tutti li considerano dei capolavori.

Per tornare ad oggi, negli ultimi anni, invece, abbiamo realizzato degli ottimi prodotti. Cito per tutti Garrone e Sorrentino che rispettivamente con “Gomorra” e il “Divo”, oltre ad aver trionfato a Cannes hanno dimostrato quanto sia vivo il nostro cinema, anche grazie a nuove leve di attori e attrici che si stanno imponendo a diversi livelli”.

 

Eppure, quest’anno al festival di Cannes parteciperà un solo film italiano “Vincere” di Marco Bellocchio. Come giudica questa scelta?

 

“Direi che possiamo essere soddisfatti. La partecipazione a festival importanti come Cannes è anche una questione di tempi: i film di Placido, Tornatore e del giovane Giorgio Diritti non sono ancora pronti, e credo che fossero nelle corde di una manifestazione del genere.

Ma ribadisco, avere un film a Cannes è importante e devo riconoscere che come Direzione generale del cinema siamo stati fortunati: il film di Bellocchio è prodotto da Mario Gianani (già produttore di Saverio Costanzo, che con “Private” ha trionfato a Berlino), ed attinge per quanto concerne i filmati storici all’archivio dell’Istituto Luce. Non solo, vorrei ricordare che la cineteca comunale di Bologna presenta a Cannes alcune pellicole restaurate nella sezione “Retrospettive”. Quindi, come italiani saremo ben presenti e rappresentati”.

 

Rientrando in Italia, i Festival di Venezia e di Roma in che misura sono funzionali alla promozione dei film?

 

“Venezia è il festival internazionale del cinema del nostro Paese. Marco Muller è sempre stato criticato, anche aspramente, ma bisogna riconoscere che ha riportato a Venezia il cinema di tutto il mondo, le grandi star, i grandi film, ricollocando il festival lagunare ai livelli che le competono. Ed onore e merito vanno anche al Ministero dei beni culturali che verso Venezia ha operato un sostegno finanziario in misura tripla rispetto al minimo richiesto.

Roma è diversa perché nasce come una festa, ha un’anima più popolare ed è aperta anche ai non addetti ai lavori. Certamente ha avuto l’opportunità di prestare maggior attenzione al cinema italiano di qualità, cosa che a Venezia non è sempre possibile per consentire al festival un respiro appunto più internazionale. A Roma, però, ci sono gli spazi e le condizioni per creare un nuovo mercato e Rondi lo ha intuito, dunque ci sono grandi possibilità di crescita”.

 

In un’intervista di qualche giorno fa, Catherine Deneuve ha sottolineato la progressiva riduzione di coproduzioni Italia Francia. È realmente così?

 

“In parte lo è, ma bisogna considerare anche l’aspetto finanziario che incide notevolmente in questo ambito. La mia omologa francese al Cnc, Veronique Cayla, dispone di un budget di circa cinquecento milioni di euro; in Italia ne abbiamo novanta e su questi gravano anche le istituzioni. Dunque è difficile fare nozze con i fichi secchi. La norma francese poi è fortemente protezionista a favore dei loro prodotti e produttori anche quando questi si trovano in condizione di minoranza.

Qualche passo in avanti, però, si sta facendo. Proprio recentemente abbiamo istituito un fondo per la scrittura proprio per le coproduzioni italo francese. La prima tappa sarà quella di verificare se esista una sensibilità comune ai due paesi e riuscire dunque a capire i gusti del pubblico”.

 

Negli Stati Uniti riferendosi al cinema si parla di industria, per l’enorme mole di attività che vengono messe in moto, dalla fase della produzione a quella della distribuzione. Perché in Italia sul cinema non si è mai investito in maniera strutturale?

 

“Bella domanda, da girare a qualche politico… Negli ultimi trenta anni il cinema non è stato vissuto come industria, perché gli investimenti fatti nel cinema sono considerati quelli a più alto rischio. La prima cosa da fare sarebbe di creare un sistema di regole che dia certezze anche agli investitori. Le dico una cosa che può risultare esemplificativa: il pubblico registro cinematografico in Italia non è costitutivo di diritti, ciò in poche parole vuol dire che è nullo: l’iscrizione al pubblico registro non è garanzia di buon fine del film. E così le produzioni iniziano, ma non finiscono o se finiscono non escono nelle sale.

Mi auguro che il Parlamento proceda ad una legge di sistema di investimenti nel cinema. E poi c’è il cancro della pirateria contro il quale bisogna fare muro. Infine, come dicevo, la televisione. Ora sono tutti innamorati dei reality e sempre meno film passano in prima serata sulla tv generalista. La gente si sta disabituando ad andare a vedere i film nelle sale”.

 

Molti sono però anche i film, specie di piccole produzioni, che non arrivano nelle sale per i rischi di cui diceva. Ci sono reali possibilità che le cose cambino?

 

“Partiamo dal presupposto che in Italia abbiamo poche sale e mal distribuite. Oggi poi c’è una concentrazione di multisala nelle periferie, mentre i centri storici ne sono sempre più sprovvisti. In tal modo dalla fruizione cinematografica è tagliata una gran fetta della popolazione che per mille motivi non si muove, perché le sale sono lontane o perché le proposte non corrispondono ai propri gusti. Un esempio per tutti: mia madre, che ha 80 anni, pur amando il cinema non può andarci, così ha ripiegato sull’offerta di una tv a pagamento, ma anche in questo caso deve accontentarsi di quello che passa.

Le regioni, i comuni dovrebbero intervenire nell’apertura di nuove sale, che oltre al valore economico, creano anche un collante culturale e sociale. Non si deve dimenticare che il cinema è ancora uno dei passatempo più economici e popolari, ed accessibile a tutti”.

 

Il maggior pregio e il maggior difetto di quelli che fanno cinema in Italia?

 

“Il pregio è la straordinaria creatività, l’intelligenza di riuscire a fare bene con poco. Il difetto è essere stato per tanti anni autoreferenziale: un cinema fatto cioè più per quelli che facevano cinema che per il pubblico. Oggi invece assistiamo alla nascita di film scritti a più mani da una nuova generazione di sceneggiatori e questo è importante.

Però potremmo fare un salto di qualità quando si riuscirà a fare squadra coinvolgendo l’intera filiera. In questo modo sarà possibile la nascita di uno zoccolo duro di produzioni indipendenti che non avranno più necessità di ricorrere ai finanziamenti dello Stato, che per anni ha fatto da ammortizzatore”.

 

A questo proposito, le procedure di finanziamento al cinema costituiscano un reale beneficio per la produzione cinematografica.

 

“Bisogna essere onesti nei confronti dei cittadini ed analizzando gli anni in cui il cinema ha goduto di un sostegno pubblico potremmo riconoscere tre fasi: periodo dell’accumulo, dagli anni ’60 agli ’80. Lo Stato prestava i soldi, i film incassavano e i produttori restituivano attraverso il fondo di rotazione (art. 28 opere prime e seconde); dagli anni ’80 in poi inizia un periodo pieno di ombre, in cui anche la legislazione consentiva di finanziare qualcosa come cento film l’anno. Che poi i film uscissero nelle sale o rimanessero nell’armadio poco importava. Chiaramente anni dello spreco.

Oggi c’è una sensibilità diversa, che ha portato verso un riordino generale. Si punta non tanto e non solo a risultati economici, ma anche al successo di produttori indipendenti. E devo ammettere che la direzione generale sta creando diverse situazioni favorevoli finalizzate proprio a questo rilancio. Una volta consolidati i risultati ottenuti, arriverà il giorno in cui lo Stato potrà farà un passo indietro”.

 

Film leggeri e film impegnati: c’è una reale distinzione o il cinema è solo evasione?

 

“I dati economici e di affluenza di pubblico ci dicono chiaramente che il cinema di evasione riscontra maggiormente il favore del pubblico. Anche se oggi il pubblico è più maturo e sceglie con più consapevolezza: questo è merito della concorrenza e di un’offerta decisamente più ampia, in cui anche la commistione di generi ha avuto il suo peso”.

 

Ha mai pensato di mettere la sua esperienza al servizio della politica attiva?

 

“No. Mio padre era un avvocato, ma non ha mai esercitato perché è stato un funzionario della Dc e mi ha sempre detto di tenermi alla larga dalla politica. Per ora confesso, non ne subisco il fascino”.

Se volesse dare alla sua vita il titolo di un film, quale sarebbe?

 

“La vita è una cosa meravigliosa”. Mi considero una persona fortunata: godo di una grande serenità nella mia vita privata e faccio un lavoro straordinariamente interessante. Un privilegio”.



*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza.








KA-TZETNIK 135633


I desideri ardenti che si annidano nel cuore umano,
sono come semi gettati nell’invisibile grembo del cosmo.
Essi fioriscono, per lo più, ma quasi sempre in forma tale
che il cuore che li ha concepiti non riesce a riconoscerli.

(Da “La case delle bambole”, 1955)






LUIGI PIRANDELLO


Un desiderio vago, come un’aura dell’anima,
aveva schiuso pian piano per lei, come per me,
una finestra nell’avvenire, donde un raggio dal tepore
inebriante veniva a noi, che non sapevamo intanto
appressarci a quella finestra né per richiuderla
né per vedere che cosa ci fosse di là.

(Da “Il fu Matia Pascal”, 1904)







 

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