ATTUALITA’
IDENTITÀ DISSOLTA. UN GRANDE VESCOVO DENUNCIA: “L’EUROPA
DEVE TORNARE ALLE SUE RADICI CRISTIANE”
Come credenti nella vittoria
del bene sul male sempre e dovunque, noi lavoriamo
perché la crisi che stiamo vivendo possa trasformarsi in
un reale momento di confronto e di progresso per tutti
Rino Fisichella*
Avvolti
nel mistero
“È sentimento del poeta divulgare il mistero e
confidarcelo ancora prima dell’azione o almeno di certo
durante… Il mistero deve venir fuori, dovessero pure
annunciarlo le pietre” (Göethe, “Shakespeare und kein Ende”,
citato da H.U. von Balthasar, in “Teodrammatica I
Introduzione al dramma”, Milano 1980, 264).
Il mistero di cui parliamo è quello dello svolgersi
della storia e delle vicende che in essa avvengono. La
maggioranza delle volte queste prescindono dal volere degli
uomini perché c’è sempre qualcosa che regola in maniera
autonoma e previdente, porta a compimento, nonostante noi,
un piano che è carico di salvezza. Da dove è sorta l’unità
di queste terre che ora chiamiamo Unione europea e cosa ha
spinto uomini e donne ha mettersi in cammino sfidando tutto
e mettendo a rischio la propria vita?
Certamente delle spiegazioni logiche, veritiere e
storiche le possiamo dare; eppure, alla base permane un
qualcosa che non riusciamo a cogliere pienamente, che sfugge
a ogni tentativo della ragione di farlo suo; è il mistero
che ci viene incontro, che ci affascina e chiede di essere
lasciato nella sua libertà di esprimersi e di agire così
come spesso lo percepiamo nella nostra stessa esistenza
personale. Il pellegrino che si mette in viaggio sa da cosa
è mosso, può darne spiegazione con il desiderio di conoscere
nuovi orizzonti, di dare forza alla propria fede e di vivere
un’esperienza di comunione e partecipazione. Nello stesso
tempo, percepisce che qualcosa lo spinge ed egli non riesce
a comprimere perché è più forte e più convincente; se non si
oppone resistenza, questa forza è tale da trasformare e
permette di percorrere sentieri che il vero pellegrino
scopre come frutto della grazia e dell’amore gratuito dello
Spirito che tutto rinnova.
Il lento cammino dell’unità
Esiste, purtroppo, una malattia che contagia non
solo le singole persone, ma intere popolazioni, è l’oblio.
Nulla, come la dimenticanza, annienta l’uomo e gli fa
percepire la sua profonda contraddizione. Ne è testimonianza
feconda un brano del Deuteronomio; al popolo che dopo il
lungo peregrinare nel deserto sta per entrare nella terra
promessa, viene chiesto di evitare la tentazione di
dimenticare tutti i benefici ricevuti: “Il Signore tuo Dio
sta per farti entrare in un paese fertile: paese di
torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono
nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, orzo,
fichi e melograni; paese di ulivi, olio, miele; paese dove
non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà
nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti
scaverai il rame. Mangerai dunque a sazietà e benedirai il
Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato.
Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio
così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue
leggi che oggi ti do. Quando avrai mangiato e ti sarai
saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai
abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto
moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e
abbondare in ogni cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in
modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto
uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile…
Guardati, dunque, dal pensare: la mia forza e la potenza
della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze.
Ricordati invece del Signore tuo Dio perché egli ti dà la
forza per acquistare ricchezze… Ma se tu dimenticherai il
Signore tuo Dio e seguirai altri dei e li servirai e ti
prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che
certo perirete” (Deut 8,7-20).
Come si nota, la sapienza antica è sempre maestra
di vita. Se l’Europa non è capace di fare una memoria
storica che le permette di mantenere viva la sua tradizione
culturale e religiosa, non potrà pretendere di spiccare il
volo. L’icona di Icaro dovrà essere presente per non
illudersi che le ali con cui si sta volando sono di cera;
dimenticare gli insegnamenti del padre Dedalo può far
innalzare per un po’ oltre il labirinto, ma avvicinandosi al
sole quelle ali si sciolgono e la caduta è inevitabilmente
mortale. A poco possono valere le lacrime di quanti piangono
per la morte se prima non ci si è preoccupati di dare
solidità di insegnamento e far prendere coscienza dei propri
strumenti.
Per alcuni versi, torna alla mente la grande unità
che aveva segnato la stagione europea dopo la caduta
dell’impero romano e nello stesso tempo balzano immediate le
divisioni religiose e sociali che caratterizzarono l’epoca
moderna, segnata dalla centralità della scoperta
scientifica. Quando, di fatto, una legittima richiesta di
autonomia della scienza divenne il pretesto per relegare
nell’angolo Dio e i valori fondamentali che avevano segnato
il sorgere stesso dell’unità europea. Diventava chiara così
la crisi interiore e spirituale che mostra oggi i segni più
marcati nella persistente convinzione che si possa
facilmente sbarazzarsi del patrimonio culturale di millenni,
senza nulla perdere della propria identità. Illusione
devastante.
L’Europa è stata veramente se stessa e
profondamente grande nel creare forme di autentica civiltà e
progresso dei popoli a livello universale, solo nel momento
in cui ha trasmesso quei valori costitutivi che le
provenivano dalla fede cristiana, avendoli fatti diventare
patrimonio di cultura e identità di popoli. Il ritorno di
un’unità potrà essere tale solo nella misura in cui verranno
poste come fondamenta una serie di valori che esprimono con
evidenza l’identità dell’Europa, frutto della sua lunga
storia che, nel bene e nel male, ci appartiene e di
tradizioni culturali che hanno creato progresso e civiltà
nel corso di questi secoli.
Di questo,
la Chiesa
si sente in prima persona responsabile perché il suo legame
con l’Europa è intimo; per molti versi le due hanno un
destino comune. Hanno percorso insieme un periodo scandito
dallo scorrere dei secoli ed entrambe sono segnate dalle
stesse vicende storiche. Il cristianesimo, infatti, è legato
in modo del tutto peculiare alla storia dell’Europa e
questa, da parte sua, ha nel cristianesimo le sue radici più
profonde. Certo, il cristianesimo nasce in quella terra
santa che ha visto Gesù di Nazareth percorrere le sue strade
e i suoi sentieri annunciando il Regno di Dio. Da quella
terra è partito, portando con sé il carico di una tradizione
che ben presto con l’acutezza di Paolo ha trovato la sua via
maestra e ha esplicitato con un’originalità che non conosce
confronti.
È sufficiente riprendere tra le mani la lettera ai
Galati per verificare direttamente cosa si è verificato nei
primi anni di vita della Chiesa. La sfida più grande si è
giocata proprio sulla forza dell’originalità dell’annuncio
di Gesù Cristo che non poteva essere imbrigliato nella
logica della legge mosaica, come a più riprese afferma
l’apostolo. La libertà che Cristo aveva portato nel mondo
era di tale spessore che non trovava riscontro nel mondo
giudaico né in quello greco e romano. Coniugando la libertà
con la verità e questa ritrovata nell’amore, si veniva a
porre nel mondo una miscela talmente esplosiva che solo le
generazioni future avrebbero sperimentato nella loro
profondità: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi;
state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il
giogo della schiavitù… In Cristo non è la circoncisione che
conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo
della carità… Voi, infatti, siete stati chiamati a libertà…
ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri”
(Gal 51.6.13).
Nonostante questo, il cristianesimo ha trovato in
Europa il suo ambiente vitale; ciò che le ha permesso di
esprimere al meglio la sua novità con l’aiuto di uno
strumentario concettuale e linguistico che alla luce
dell’originalità dottrinale ha permesso uno sviluppo
culturale senza precedenti. Il cristianesimo, infatti, si
immette nelle culture e nelle società non distruggendo il
bene di ciò che trova, frutto della saggezza e
dell’intelligenza dei popoli, ma lo rinnova e indirizza,
facendolo sfociare verso la pienezza di ciò che contiene
in nuce. L’espressività più efficace dal punto di vista
concettuale, linguistico e culturale è stata realizzata
pertanto all’interno di quel tessuto territoriale e
culturale che conosciamo come Europa.
Una memoria storica
L’Europa è nata cristiana e solo nella misura in
cui rimarrà tale potrà pensare di conservare a pieno le
proprie idealità e il proprio apporto originale alla
costruzione di una civiltà post-moderna. La Chiesa, da parte sua, è stata davvero la comune e
antica madre che ha dato vita all’unione di tanti popoli,
che alcuni oggi sembrano voler dimenticare senza comprendere
dove affondano le proprie origini. Per comprenderlo a fondo,
è necessario ritornare al IV secolo per individuare la grave
crisi dell’impero romano e il sorgere del nuovo soggetto
storico, culturale e politico rappresentato dalla Chiesa.
Per capire cosa sia avvenuto bisogna partire da
Roma e dalla sua storia. Un’immagine suggestiva è offerta
nei Fori imperiali; a metà strada, procedendo verso il
Colosseo, sono collocate quattro steli di porfido in cui si
racconta l’estendersi di questa città. Nel primo riquadro,
Roma è segnata con un puntino bianco che emerge solenne nel
nero dello spazio intorno: è il tempo delle origini. Al
quarto riquadro, ci si trova a spaziare nella grandezza
dell’impero sotto Domiziano: è l’epoca d’oro; il porfido
nero è costretto a lasciare il posto al bianco della massima
espansione. Roma è stata questa realtà che le ha permesso di
essere definita con ragione caput mundi.
La storia di Roma, tuttavia, va oltre la storia
dell’impero. Il canto dei suoi ultimi poeti mostrano con
evidenza che la sua grandezza era ormai al declino; certo,
Claudiano poteva ancora scrivere versi quali:
“Haec est in gremium victos quae sola recepit
Humanumque genus communi nomine fovit
Matris, non dominae ritu, civesque vocabit
Quos domuit nexuque pio longinqua revinxit
Cuncti gens una sumus”
(Questa è colei che, sola, accolse nel proprio
grembo i vinti e come madre non come signora, protesse il
genere umano nel nome che tutti accomuna: cittadini chiamò
quelli che lei aveva dominato, legando a sé con vincolo pio
le genti lontane. Tutti siamo così un’unica gente).
E Rutilio Numaziano poteva aggiungere:
“Fecisti patriam diversis gentibus unam
profuit iniustis te dominante capi.
Dumque offers victis propria consortia iuris
Urbem feristi quod prius orbis erat”
(Da tante genti diverse hai fatto una sola patria:
ai popoli incivili giovò essere conquistati da te. E mentre
offri ai vinti di partecipare alla tua legge, hai fatto di
tutto il mondo una sola urbe”).
Alcuni testi di Sant’Ambrogio, proprio verso la
fine della Roma imperiale proverebbero che la presenza del
cristianesimo non è stato per Roma un caso fortuito, ma una
vocazione particolare che le ha impresso la grandezza che la
rende fino ad oggi unica. Se dinanzi al mondo essa fu sempre
ricordata come caput mundi per essere vero crocevia
di incontro, di accoglienza e di convivenza tra i popoli,
tanto da farla riconoscere come communis patria,
questo è dovuto al cristianesimo che subentrò alla grave
crisi di Roma. Dimenticare in questo frangente il ruolo
svolto da papa Leone Magno che nei pressi di Mantova
incontra Attila re degli Unni (452), convincendolo a
riprendere la via del ritorno o con Genserico re dei Vandali
(455) che sulla sua parola non mise Roma a ferro e fuoco
significherebbe non comprendere il lento ma inarrestabile
imporsi di una nuova visione del mondo che veniva data dal
cristianesimo.
Si può parlare di Europa, ma se lo si fa con
memoria storica, allora si deve necessariamente parlare
dell’opera di Gregorio uno dei primi grandi “europei”. Egli
costituisce il vero baluardo non solo per la difesa di Roma
da parte dei Longobardi, ma della loro stessa conversione e
progressiva civilizzazione. La sua opera fu altamente
politica; egli riuscì, infatti, ad imporsi nei confronti dei
Longobardi come il vero mediatore con Bisanzio e comprese
l’opera di trasformazione che si poteva realizzare mediando
tra la lex romana e la cultura longobarda. Non è
forse sua l’azione di inviare 40 monaci in Gran Bretagna per
riprendere dopo circa 150 anni il suo rapporto con l’Europa?
Eppure quest’opera non gli sarebbe stata possibile se non
fosse stato figlio di Benedetto.
Ma è possibile pensare anche all’opera di Benedetto
e alla sua Regola senza far riferimento alla
tradizione romana che egli fu brillantemente capace di
coniugare con i principi della fede cristiana? L’intuizione
di porre in giusta sintesi l’attività della contemplazione
cristiana e l’agire tipico dell’uomo nel lavoro rappresenta
la sinergia coerente che ha reso civili le popolazioni
barbare, creando il presupposto indelebile per lo sviluppo
della civiltà medievale e moderna. Il sorgere dei monasteri,
la creazione delle università hanno permesso lo scambio
fruttuoso tra i monaci e i primi maestri dell’epoca.
Anselmo d’Aosta poteva muoversi con facilità fino a
Canterbury e divenire vescovo santo di quella città,
scrivendo opere memorabili per i suoi monaci d’Inghilterra;
alla stessa stregua, Tommaso d’Aquino poteva andare da
Maestro Alberto, il grande di Colonia e ambedue insegnare a
Parigi senza alcun problema di competenza territoriale. Come
si può osservare da questa rapidissima sintesi, il
cristianesimo si contraddistinse per conservare non per
distruggere la ricchezza culturale e giuridica che aveva
trovato a Roma.
Il codex Iustinianum (525) solo per fare un
esempio sintetico, raccoglie l’intero diritto romano; la Chiesa, però, lo ha
gelosamente custodito, posto in atto e trasformato sulla
base di quei principi fondamentali di dignità della persona
e bene comune che provenivano dal vangelo di Gesù Cristo. A
tutto questo è necessario aggiungere il pellegrinare
ininterrotto attraverso l’Europa che i cristiani
realizzarono avendo come meta Roma e Santiago e le varie
cattedrali che sorgevano dappertutto. Come si nota, la
lingua madre era veramente il cristianesimo e il pellegrino
sorgente di unità profonda.
Muoversi da un Paese all’altro, conoscere
differenti lingue e culture, usi e costumi, creando un
confronto e una comunicazione che aggiungeva ricchezza a
ricchezza è stato possibile perché il pellegrino trovava la
forza antica di lasciare la sua casa e la sua terra per
addentrarsi in luoghi che mediante lui sarebbero divenuti
maggiormente uniti. A fondamento di tutto, comunque, si
ritrova la stessa fede. Le lingue potevano cambiare, le
usanze erano certamente differenti tra loro, ma ognuno
comprendeva la madre lingua della fede. Questa creava unità,
comunicazione, cultura e progresso. Dimenticare questo
aspetto potrà certamente sollevare l’anima di qualcuno, ma
non consentirà di rispettare la verità storica.
Ripartire dalla centralità della persona
Questa memoria deve riprendere posto ai nostri
giorni, non per vanagloria né per trionfalismo alcuno, ma
solo ed esclusivamente per permettere un salto qualitativo
nell’attuale momento di passaggio culturale. Vorrei
solamente accennare al ruolo determinante che l’occidente ha
avuto nel momento in cui ha compreso l’originalità del
concetto cristiano di persona. Se si vuole, è intorno
a questo termine che si può rileggere la storia del
progresso e della maturazione religiosa, civile, culturale,
sociale e politica.
Fino al IV secolo, il termine è soggetto a una
lunga discussione sul suo significato più coerente.
Nell’accezione latina – che risentiva dell’origine etrusca –
il termine persona va ricondotto allo spazio del teatro;
indica la maschera che copriva il volto dell’attore. Nella
semantica greca, il termine pròsopon indica
ugualmente la maschera teatrale, ma insieme ad esso anche
“che cade sotto gli occhi”, “ciò che si vede”. La diatriba
sul termine nasce proprio nel momento in cui si vuole
esplicitare la fede nella Trinità e la presenza di tre
persone con un’unica natura; alla stessa stregua, i primi
cristiani dovevano esplicitare nei confronti di Gesù Cristo,
sul fatto che la sola persona divina era presente nella
natura umana e in quella divina.
Si deve alla grande intelligenza di Agostino la
soluzione più adeguata che rimarrà fino ai nostri giorni.
Egli ha saputo armonizzare il termine con il concetto,
mostrando che la persona è se stessa nella relazione con
l’altro. Saranno i concili, in seguito a stabilire
dogmaticamente l’esattezza della formula; ciò che importa,
comunque, è verificare che sulla base della chiarificazione
trinitaria e cristologica del concetto si viene a produrre
una delle conquiste più rivoluzionarie della cultura
universale. Persona è un’identità propria che si qualifica
nella sua relazione con l’altro.
Per cogliere in profondità il valore semantico, è
necessario comprendere la sua derivazione dalla sfera della
fede nella Trinità. Nell’unità della natura divina, che non
è divisa, ma partecipata totalmente, le tre Persone si
qualificano e differenziano come Padre, Figlio e Spirito
Santo; ognuna delle tre persone vive solo in relazione con
l’altra in una forma di donazione e accoglienza totale che
permette loro di essere identificate come Padre che tutto
dona, Figlio che tutto riceve e Spirito Santo come frutto
del tutto dare e del tutto ricevere. La persona, insomma, si
qualifica per la relazione d’amore che le permette di essere
ciò che è.
È alla luce di questa prospettiva che possiamo
comprendere il valore portante della persona nel mondo
contemporaneo e lo sviluppo che essa ha avuto nelle diverse
istanze scientifiche. Dal concetto di persona scaturisce,
come conseguenza, quello della sua dignità e del suo valore
universale e, quindi, l’attenzione che è dovuta per ogni
persona, per tutta la persona e per il bene di tutte le
persone. Non è azzardato affermare che solo nella misura in
cui si vuole salvaguardare il concetto di persona e la sua
dignità è determinante che essa rimanga legata a Dio che ne
garantisce l’esatta comprensione ed esplicitazione. Nella
misura in cui si dimentica Dio si dimentica anche la persona
che reca impressa in sé la sua immagine e somiglianza; nella
misura in cui si dimentica la persona, si dimentica anche
Dio che ne è la sua garanzia ultima.
La conseguenza inevitabile che sembra proiettarsi
all’orizzonte è quella di un’ulteriore svolta; questa,
tuttavia, non pone più al centro l’uomo, ridotto ormai a un
ruolo marginale nei confronti della stessa natura, ma la
tecnica. Se, d’altronde, la tecnica è in grado di
determinare l’esistenza personale fin dai suoi primordi e
neppure la scienza sente il bisogno di porre limiti alla
sperimentazione perfino sull’embrione, scavalcando le stesse
regole che si era data in precedenza, allora non si potranno
che verificare le logiche conseguenze. L’uomo, sulla scena
del teatro di questo mondo, non potrà più giocare il ruolo
di protagonista a cui si era abituato per secoli, ma deve
necessariamente lasciare il posto a chi ora pretende di
determinare la sua stessa esistenza. Si riaffaccia sulla
scena del mondo la tetra figura di Medea che uccide i suoi
figli; è proprio così, la tecnica creata dall’uomo per
rendere più umana la sua esistenza, sembra respingere in un
angolo l’uomo stesso quasi si trattasse di un nuovo e mai
mutato complesso di Edipo.
È ormai condivisa l’analisi secondo la quale, il
nostro contemporaneo ha talmente delegato la tecnica a
produrgli ogni cosa, da non comprendere più il grave
pericolo in cui è caduto. La tecnica, infatti, ha assunto il
ruolo di padrona non solo della natura, ma anche
dell’uomo riducendolo a un oggetto della sua sperimentazione
senza curarsi più delle sue reazioni. Se cresce la tecnica,
ma non aumenta di conseguenza anche l’orizzonte
spirituale dell’uomo e la persona non permane in una
dinamica di maturazione verso la trascendenza, allora si
viene spogliati di ciò che possediamo come di più prezioso:
la coscienza di sé, del proprio limite e dell’apertura
infinita verso cui si è indirizzati.
Condizione mortale, perché in questo modo non solo
cessa il vero progresso, ma l’uomo stesso muore per
asfissia. Egli, infatti, non ha più uno spazio spirituale
che gli consente di andare oltre se stesso verso
quell’orizzonte di senso ultimo che da risposta alle sue
domande fondamentali. Per paradossale che possa sembrare, la
tecnica allontana anche ogni domanda sul limite, illudendo
di un’eternità che non può essere data dalla produzione
dell’uomo.
Si dovrà guardare con occhio vigile a come il
pensiero maturato in Europa si porrà nel prossimo futuro nei
confronti della sofferenza e della morte. La morte non sarà
più l’ultimo baluardo da affrontare nella libertà propria
della decisione di vita, ma un evento da scongiurare per
l’illusione dell’immortalità. La morte non sarà più
interpretata come un accadimento naturale e inevitabile
della vita, piuttosto una sciagura da evitare come qualsiasi
altra malattia.
Come si porrà l’uomo davanti alla morte dopo
l’illusione della tecnica di allontanarla per sempre da lui?
Con la dignità propria della libertà cosciente o come una
stupida conclusione che non si è potuto evitare? E se la
vita sarà più o meno indefinita, ci sarà ancora qualcuno
disposto a offrire la propria vita per gli altri? Le
biotecnologie favoriranno un attaccamento alla vita oppure
la renderanno insopportabile? Interrogativi non affatto ovvi
e tanto meno inattuali; saranno sul tappeto nello sviluppo
del pensiero a partire già da domani.
La crisi di identità che l’Europa vive è sotto gli
occhi di tutti. Tolto il concetto di persona si allontana
quello della sua sacralità e tutto cade nell’arroganza del
più forte. Ne deriva la pretesa di imporre il diritto
individuale sulla stessa legge naturale e senza alcun
riferimento alla dimensione sociale e la conseguente
distruzione di modelli sui quali l’occidente è fondato.
Imporre l’esistenza del diritto individuale porta a
imprimere nella società la volontà degli individui,
spezzando in questo modo il concetto stesso di persona come
relazione. Contraddizione insanabile, frutto
dell’individualismo che regna sovrano, avendo distrutto ogni
possibile tensione verso il bene comune.
La prima conseguenza di questo stato di crisi è la
solitudine in cui è caduto l’uomo contemporaneo.
Privo di una relazione salda che gli consente di comprendere
se stesso, è diventato ormai estraneo a se stesso, incapace
a doversi collocare e comprendere tende a rinchiudersi in sé
con la conseguente mancanza di amore e donazione gratuita. I
rapporti diventano soggetti all’interesse individuale e la
violenza dell’uno sull’altro ha la meglio. In questo
contesto è necessario porre anche la crisi del matrimonio e
della famiglia. Incapace a essere se stesso e colto dalla
paura di un’incapacità stabile alla relazionalità e
all’amore, si apre la strada a modelli che contraddicono e
distruggono ogni relazione sociale. Il tentativo di minare
alla base anche lo stesso concetto di matrimonio monogamico
e tra persone di sesso diverso non è che uno degli ultimi
bastioni che una cultura in crisi intende abbattere per
l’imposizione di un progetto, estraneo al mondo, alla natura
e alla stessa cultura che ha il solo intento di eliminare
l’uomo.
Recupero di responsabilità
La Chiesa ha
una profonda responsabilità in questo momento. Senza alcuna
forma di presunzione, a me sembra che sia rimasta solo lei a
far sentire la sua voce per fermare questo insano desiderio
di autodistruzione. È importante, quindi, che
la Chiesa provochi una riflessione che
prendendo la ragione come compagna di strada,
illumini anche i molti non credenti, che sparsi per le
diverse strade del mondo hanno compreso i gravi rischi a cui
l’Occidente è esposto.
Si tratta, in ultima analisi, di riprendere a
cercare con maggior vigore e insistenza il bene dell’uomo, a
quanto egli produce con sapienza e a farlo diventare
responsabile del suo futuro. Tolta la parentesi in cui tutto
gli viene concesso in forza di un diritto soggettivo che lo
ha viziato facendolo sentire come figlio unico, è
determinante recuperare il senso della relazionalità in
quanto parte di un’unica famiglia. L’assunzione del
principio di responsabilità è una delle priorità che
vediamo all’orizzonte; esso impegna a una fatica che sa
rimettere alla base i veri diritti iscritti nel cuore di
ogni uomo e per ciò stesso garanti dell’uguaglianza e della
libertà a cui il legislatore deve ispirare la sua opera.
Come credenti nella vittoria del bene sul male sempre e
dovunque, noi lavoriamo perché la crisi che stiamo vivendo
possa trasformarsi in un reale momento di confronto e di
progresso per tutti.
L’Europa ha bisogno di credere ancora in se stessa,
lo potrà fare con autentico e profondo significato, nella
misura in cui porrà dinanzi a se stessa ciò che è stata e in
ciò che dovrà essere. Sono convinto che solo mediante un
recupero forte del concetto di tradizione questo sarà
possibile. La tradizione, infatti, è forma di una
trasmissione che inserisce in un processo più ampio e che
genera conoscenza; a nostro avviso, esprime una risorsa di
cui i credenti anzitutto dovrebbero farsi carico. La
tradizione per noi non significa soltanto il riferimento a
una storia bimillenaria che, nel bene e nel male ci
appartiene, indica, piuttosto, la partecipazione diretta a
una viva trasmissione della fede che ispira e genera
cultura.
I cristiani dovrebbero ricuperare, in questo
frangente, la memoria perenne dell’evento salvifico di cui
sono responsabili nel mondo e, all’interno di questo
momento, ripensare il ruolo della loro partecipazione alla
missione evangelizzatrice della Chiesa in Europa. Ogni
azione del credente, infatti, anche il pellegrinaggio ha una
valenza sociale, politica e culturale oltre che religiosa;
essa porta con sé la peculiarità di essere annuncio del
vangelo che salva. Il recupero del senso della tradizione e
del suo valore per la costruzione dell’Europa è una strada
da percorrere.
Essa non è semplice; richiede, infatti, uno sforzo
di originalità e un recupero di spessore speculativo. Se i
credenti perderanno il senso e il peso della tradizione, il
rischio per aver costruito un’Europa sulle fragili
fondamenta di un interesse puramente economico sarà
irreversibile ed essi ne saranno in parte responsabili. Se,
invece, il recupero della coscienza storica farà da
sostegno, allora anche le obiezioni e gli scetticismi di
oggi potranno essere risolti e svanire alla vista della
ricchezza che la tradizione ha saputo mantenere.
La Chiesa,
in questo frangente, forte della sua storia di maestri e di
santi che hanno reso queste terre fermento continuo di
cultura e di civiltà, si sente interpellata direttamente ad
assumersi le sue responsabilità. Essa dovrà instancabilmente
riproporre la fede in Gesù Cristo morto e risorto come
premessa per il riconoscimento pieno della persona, della
sua dignità e dell’inviolabilità dei suoi diritti
fondamentali che sono patrimonio di tutti. Senza illusioni,
se mi è dato di guardare con serenità al futuro, io
intravedo l’opera dei credenti come un’azione convinta che
saprà produrre nuova cultura sulla forza della fede di
sempre.
Non perderemo la nostra identità, perché non
potremmo comprendere le nostre città senza un campanile che
richiami a rientrare in noi stessi; non potremo mai
assuefarci a un mondo dove non esiste l’amore che porta la
nostra impronta. Il rispetto che abbiamo verso tutti e verso
chi non condivide la nostra scelta di fede, ci impone di
qualificare sempre meglio la nostra identità per evitare di
diventare erranti senza più una meta e cittadini senza più
una patria. L’Europa, quindi, potrà essere davvero patria
comune di popoli con lingue diverse e tradizioni
differenti solo nella misura in cui saprà ritrovare il
cristianesimo come lingua madre attraverso cui
rinsaldare gli slanci per una nuova stagione di pace e di
promozione umana.
*Dice di sé.
Rino Fisichella. Nativo di Lodi, ma romano d’adozione. Studi
al Collegio San Francesco di Lodi dei Padri Barnabiti.
Ordinato sacerdote per la diocesi di Roma il 13 marzo 1976
dal cardinale Ugo Poletti. Consacrato vescovo ausiliare di
Roma dal cardinale Camillo Ruini il 12 settembre 1998,
Rettore magnifico della Pontificia università lateranense
dal 18 gennaio 2002. Dal 1994 rettore della chiesa di San
Gregorio Nazianzeno alla Camera dei deputati. Il 17 giugno
2008 dal Santo Padre Benedetto XVI nominato presidente della
Pontificia accademia per la vita. (Il testo è parte
di un intervento teologico pastorale).
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