ATTUALITA’
LA CHIESA DEL NO
Sui temi etici le gerarchie
ecclesiastiche oppongono una resistenza accanita,
temendo che l’Italia si dia nuove regole secondo i
moduli invalsi nei paesi dell’Europa occidentale
(1)
Marco Politi*
Le tre corone di Ratzinger
Come si
gioca il pessimismo profondo del cardinale Ratzinger,
diventato Benedetto XVI, nel rapporto con la situazione
italiana? Non c’erano differenze di linea con Wojtyla su
aborto, matrimonio, biogenetica, omosessualità. Ma con il
nuovo pontificato si è rafforzata ulteriormente la posizione
dottrinaria del papato, tracimando nell’impulso a imporre ai
politici cattolici una disciplina di voto nel nome
dell’ubbidienza al magistero ecclesiastico. Questa rigidità
dogmatica – anche se i dogmi non c’entrano – rovescia due
secoli di storia durante i quali i cattolici impegnati in
politica si sono conquistati lentamente il riconoscimento
della loro autonomia. L’orientamento di Ratzinger svuota di
sostanza la libertà di coscienza, di mediazione e di
negoziato dei parlamentari cattolici.
Già nel
gennaio 2003, da prefetto della congregazione per la
Dottrina della fede, Ratzinger aveva pubblicato un documento
per indicare ai politici cattolici come comportarsi “quando
l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali,
che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno”.
I temi sono quelli di sempre.
Aborto,
eutanasia, embrione, famiglia monogamica, scuola cattolica.
Demoni da esorcizzare sono “indifferentismo, relativismo
religioso, libertinismo, individualismo”. Il comandamento è
inequivocabile. Guai a quei cattolici che pensano di basarsi
sulla loro autonomia nell’agire politico.
“Sarebbe un
errore” scrive Ratzinger “confondere la giusta autonomia,
che i cattolici in politica debbono assumere, con la
rivendicazione di un principio che prescinde
dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa”.
L’obiettivo
di ogni credente, sottolinea il cardinale, deve essere
quello di prospettare e cercare di raggiungere la verità.
Perciò sul piano legislativo ci sono questioni che non
tollerano compromessi, quando (a giudizio insindacabile
dell’autorità ecclesiastica) sono in gioco “esigenze etiche
fondamentali e irrinunciabili”.
È il
preannuncio della strategia che durante il pontificato
ratzingeriano verrà battezzata la dottrina dei “principi non
negoziabili”. In pratica, intransigenza su tutta la linea.
Niente leggi su aborto o divorzio. Leggi sull’eutanasia.
Tutela legislativa dell’embrione umano. Salvaguardia della
famiglia “fondata sul matrimonio monogamico tra persone di
sesso diverso”.
E quindi no
al riconoscimento legale delle coppie di fatto e meno che
mai delle convivenze gay. All’elenco si aggiunge la
richiesta della “libertà di educazione” dei genitori, che in
parole semplici significa finanziamenti per le scuole
cattoliche. La lista degli imperativi è accompagnata da un
omaggio alla libertà d’opinione dei cattolici, subito
condizionata da un monito preciso. “Nessun fedele può
appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei
laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o
che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche
fondamentali”.
Così
impostata, l’attuazione del documento implica che sui temi
cosiddetti etici i parlamentari cattolici diventino cinghia
di trasmissione del magistero ecclesiastico.
Ma c’è
qualcosa di più. Da pontefice Ratzinger ribadisce di non
rivolgersi soltanto ai fedeli della sua Chiesa, ma si pone
come interprete della legge naturale comune a tutti gli
uomini e contemporaneamente diffida lo Stato dall’invadere
il terreno della legge di natura, di cui il papato si erge a
protettore.
Ricevendo
nel marzo del 2006 i parlamentari aderenti al Partito
popolare europeo, papa Ratzinger li richiama alla difesa
attiva di “principi che non sono negoziabili” – l’elenco è
il solito – e questi principi, incalza, “sono iscritti nella
natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità”.
In ultima analisi la produzione legislativa dei parlamenti è
subordinata alla legge naturale. “Nessuna legge fatta dagli
uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore” afferma
Benedetto XVI.
Ogni
ordinamento giuridico, sia a livello interno che
internazionale, “trae ultimamente la sua legittimità dal
radicamento nella legge naturale”. Anzi, la legge naturale è
in definitiva il solo valido baluardo contro l’arbitrio del
potere o gli inganni della manipolazione ideologica. Sul
piano teorico papa Ratzinger ripete spesso che la Chiesa
“non è e non intende essere un agente politico” e che anzi
l’agire in ambito politico spetta ai “fedeli laici, che
operano come cittadini sotto propria responsabilità”.
Però cosa
rimane di questa autonomia quando l’autorità ecclesiastica
determina essa stessa i principi supremi di quella legge
naturale che dovrebbero valere per tutta l’umanità, compresi
credenti e non credenti, seguaci delle diverse religioni e
correnti filosofiche del mondo intero?
Anche la
ragione finisce per essere sottomessa al potere spirituale.
“La fede cristiana” esclama Ratzinger “purifica la ragione e
l’aiuta a essere meglio se stessa”.
Persino la
laicità viene misurata con il metro della volontà papale.
Laicità “sana” è riconoscere il ruolo pubblico della
religione, laicità “positiva”, scandisce il pontefice, è
quella di uno Stato che riconosce spazio nella sua
legislazione a una fondamentale dimensione dell’essere
umano: l’apertura alla Trascendenza.
Emerge da
questi interventi un papato che assume ogni corona, ogni
scettro. Lo scettro della fede, lo scettro della ragione, lo
scettro della natura.
Sul piano
pratico della politica – benché Benedetto XVI da pensatore
lo negherebbe – lo sbocco finale è un approccio teocratico,
in cui l’autorità religiosa vaglia la legittimità
dell’operato parlamentare e ne autorizza o meno il
procedere.
Il culmine
di questa visione si ha in un messaggio papale indirizzato
nel 2005 all’allora presidente del Senato Marcello Pera, il
cui movimento Magna carta ha promosso a Norcia un convegno
su libertà e laicità. Benedetto XVI dichiara
categoricamente: “I diritti fondamentali non vengono creati
dal legislatore, ma sono inscritti nella natura stessa della
persona umana, e sono pertanto rinviabili ultimamente al
Creatore”.
È un
ritorno alla visione del Sinai – Dio concede le Tavole della
legge – in dissonanza stridente con il ruolo sovrano dei
parlamenti nella cultura democratica europea e occidentale.
Sui
cosiddetti temi etici le gerarchie ecclesiastiche oppongono
una resistenza accanita, temendo che l’Italia si dia nuove
regole secondo i moduli invalsi nei paesi dell’Europa
occidentale, incuranti del fatto che nella società attuale,
invece, uomini e donne vogliono organizzare la propria
esistenza in modo diverso. È questo il nodo del contendere.
L’accusa,
che retrospettivamente il direttore di “Avvenire” Dino Boffo
rivolgerà a Prodi e all’ultimo governo dell’Ulivo, è di
avere tenuto per un biennio la Chiesa “con il fiato
sospeso”, lavorando per nuovi “format sociali”.
La colpa,
in altre parole, è di aver provato a ripetere la stagione
che portò negli anni settanta e ottanta all’approvazione
delle leggi sul divorzio e l’aborto.
Si spiega
soltanto così il sollievo di Benedetto XVI all’avvento del
quarto governo Berlusconi, quando il pontefice – benché la
compagine governativa fosse appena formata – sostenne
pubblicamente di individuare “con particolare gioia segnali
di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo”.
Ad uno
sguardo pacato l’interventismo della gerarchia ecclesiastica
nelle vicende parlamentari italiane finisce per immiserire
la portata della grande questione che Benedetto XVI da
teologo e pensatore pone alla comunità cristiana, e non solo
a essa, alle soglie del terzo millennio.
Qual è il
posto di Dio nella società occidentale contemporanea? Perché
nonostante il revival religioso degli ultimi due decenni il
processo di secolarizzazione è irreversibile. L’eclissi del
sacro non è annullabile.
Gli uomini
e le donne – anche i credenti – dell’Occidente contemporaneo
non hanno più l’idea di sacro dei loro antenati e
soprattutto non scandiscono più le loro giornate e l’intera
loro esistenza secondo i moduli di un calendario divino.
Dio, dunque, non è morto, ma – per chi crede – va riportato
in ogni generazione attraverso nuove forme di testimonianza
e in modi che non possono essere ripresi automaticamente dal
passato.
Persone che
ben conoscono l’animo di Benedetto XVI sostengono che il suo
pontificato ruoti fondamentalmente intorno a un concetto:
“Tutelare l’integrità della fede e mostrare che il
cristianesimo è gioia”.
Portare
avanti questa missione è un compito di gran respiro. Ma non
ammette scorciatoie. Ha detto il cardinale Ratzinger nel suo
dialogo con il filosofo tedesco Jürgen Habermas, tenutosi a
Monaco di Baviera nel 2004, che la società moderna dovrebbe
rovesciare il detto del filosofo olandese seicentesco Grozio,
secondo cui bisognava agire etsi Deus non daretur.
Come se Dio non ci fosse.
Questo
poteva valere, sostiene Ratzinger, per i tempi in cui gli
europei vivevano, al di là delle loro convinzioni in materia
di fede, secondo un patrimonio di idee alimentato comunque
dalla cultura cristiana. Nell’odierna disgregazione dei
valori, afferma Benedetto XVI, il traguardo dovrebbe essere
di vivere veluti Deus daretur. Agire come se Dio ci
fosse.
La massima
ha il fascino di un’acuta provocazione filosofica e
tuttavia, se applicata alla società pluralista europea,
rischia di condurre fatalmente in un vicolo cieco.
Quale
sarebbe la divinità a cui fare riferimento? Il Dio cristiano
nell’accezione protestante o cattolica, ortodossa o
neoevangelica? ebraico? dell’islam? Il non-dio del
buddhismo? E lo stoico o l’agnostico liberale, in che modo
potrebbero essere costretti a misurare i valori fondamentali
sul metro di un Trascendente in cui non riescono a credere?
Non c’è altro destino in Occidente per il cristianesimo che
considerarsi “parte” della società. Attiva, dinamica,
appassionata – se si vuole – ma definitivamente parte.
È
sorprendente vedere quanto la linea di Benedetto XVI, il
primo papa tedesco dopo dieci secoli, attinga alle
riflessioni del grande poeta romantico suo connazionale
Novalis. Dopo i rivolgimenti della Rivoluzione francese e
delle guerre napoleoniche Novalis riteneva fondamentale
ritornare al cristianesimo e afferrarsi alla sponda sicura
della Chiesa cattolica.
Nell’epoca
post-rivoluzionaria il poeta vedeva il diffondersi di un
“odio antireligioso”. I suoi contemporanei gli apparivano
instancabilmente occupati a “cancellare ogni traccia di
sacro”, a rimpiazzare la fede e l’amore con il sapere e
l’avere, a invischiarsi nell’egoismo togliendo spazio al
“raccoglimento interiore”.
“Dove non
ci sono dei, imperano gli spettri” esclamava Novalis. Così
Ratzinger, dopo il terremoto della secolarizzazione e il
trauma dei totalitarismi del secolo XX, vede come unica via
d’uscita per l’Europa e l’Occidente un ritorno alle sorgenti
cristiane.
Al fondo,
ma il pontefice non può dirlo, la sua proposta suona,
“vivere come se ci fosse il Dio cattolico”, ascoltando la
legge spiegata dalla Chiesa di Roma, sicura interprete di
Dio, della Ragione e della Natura. Esattamente questo da due
secoli in Europa non è più possibile.
Il regime
di “cristianità” è definitivamente tramontato. il tentativo
di resuscitare la dottrina cattolica come spina dorsale del
corpo sociale non può che portare a continue frizioni con la
laicità dello Stato come sta avvenendo in Italia con
crescente intensità da oltre dieci anni a questa parte.
Però non è
soltanto con le istituzioni che la Chiesa entra in
collisione. È con la società che si apre un fossato.
Rispetto all’invadenza politica ecclesiastica i cattolici
del quotidiano, nella loro soggettività, si collocano
altrove e ribadiscono testardamente – quando interrogati –
di voler decidere con il proprio cuore e la propria mente.
Tra il 1999
e il 2000 in vari paesi europei, fra cui l’Italia, venne
svolta un’indagine sul pluralismo religioso e culturale. Dai
dati italiani risulta un’indicazione precisa. Domanda
chiave: “Nella stesura di leggi su questioni morali come
aborto ed eutanasia bisognerebbe consultare i rappresentanti
delle principali religioni?”. Per niente d’accordo risponde
il 46 per cento degli interrogati, molto d’accordo è solo il
10.
Una
maggioranza schiacciante del 62 per cento ritiene che “la
religione non deve avere alcuna influenza sulla politica”,
mentre solo il 4,5 afferma che “deve avere una grande
influenza sulla politica”.
Attraverso
gli anni, con varie espressioni, questo trend di fondo che
fa leva sull’autonomia individuale rimane immutato.
Un’indagine Ipsos del 2007 fra i cattolici praticanti, pur
segnalando uno slittamento consistente delle intenzioni di
voto dal centrosinistra al centrodestra, rendeva evidente
che i temi eticamente sensibili non c’entravano. Infatti,
soltanto una minoranza di praticanti dichiarava di
considerare sempre vincolanti le indicazioni della Chiesa:
il 25 per cento. Invece il 74 per cento sosteneva che le
posizioni della Chiesa vanno ascoltate, ma poi “prevale la
propria coscienza”.
Dopo le
elezioni del 2008 il quadro si ripropone negli stessi
termini. Un’inchiesta dell’istituto Swg rileva che lo
spostamento a destra dei cattolici praticanti (di ben ventun
punti) è dovuto a questioni specificamente socio-politiche.
Lo testimoniano le risposte a domande cruciali. Due
specialmente. “Solo l’avvento di un leader forte può
risollevare il paese”: risponde di sì il 71 per cento dei
cattolici praticanti.
Altro
quesito. “Magari a prezzo di una perdita di democrazia
sarebbe meglio avere un sistema che consenta decisioni più
rapide”: risponde affermativamente il 61 per cento dei
cattolici praticanti. Altissimo è il tasso di fiducia nelle
forze dell’ordine: 79 per cento.
L’omologazione dei cattolici praticanti alle richieste, alle
ansie, alle paure di gran parte del paese è fotografata dai
trend che riguardano l’atteggiamento nei confronti degli
immigrati, considerati una risorsa o un problema di ordine
pubblico.
Tra il 1997
e il 2004 l’atteggiamento positivo è crescente, con punte
del 57 per cento nel 2003 e del 61 nell’anno 2004. Invece
nel 2007 la fiducia dei cattolici praticanti
nell’immigrazione cade al 43 per cento.
Ma sul
punto di fondo – la libertà dei legislatori – la posizione
resta incrollabile. L’80 per cento dei praticanti definisce
tuttora valido l’insegnamento della Chiesa e
contemporaneamente rivendica la non interferenza
ecclesiastica nella produzione delle leggi.
L’Swg ha
posto la questione: “La non dovrebbe in alcun modo cercare
di condizionare le leggi dello Stato”. Risponde con
l’assenso il 68 per cento dei cattolici praticanti e l’82
per cento di coloro che frequentano saltuariamente la messa.
La voce di
popolo è questa.
1) Pubblichiamo, per
gentile concessione dell’editore, uno stralcio dal libro “La
Chiesa del no”, di Marco Politi (Mondadori 2009).
Riproduzione riservata
*Dice di sé.
Marco Politi. Firma di “Repubblica”, lavora come
corrispondente vaticano e editorialista. Autore di numerose
inchieste, dal 1987 al 1993 è stato corrispondente a Mosca.
Collabora con la Cnn, la Bbc e altre importanti emittenti
televisive internazionali.
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JAQUES PRÉVERT
Tre fiammiferi
accesi uno per uno nella notte
il primo per vederti tutto il viso
il secondo per vederti gli occhi
l’ultimo per vedere la tua bocca
e tutto il buio per ricordarmi queste
cose
mentre ti stringo tra le braccia.
(Da “ Parole”,
1946)
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