ATTUALITA’
LE NUOVE FRONTIERE DEL QUINTO POTERE
Giornali, radio, televisioni,
Internet hanno rivoluzionato, in tempi e modi diversi,
il mondo del giornalismo. E non è ancora finita
Pierluigi Magnaschi*
Anni fa sarebbe stato molto più semplice parlare di
giornalismo. Allora, il giornalismo era solo la carta
stampata. Un universo, tutto sommato, omogeneo, governato da
regole semplici e facilmente decifrabili. Poi arrivò la
radio, a movimentare il panorama della comunicazione. Quindi
si aggiunse la televisione. E ogni volta che un nuovo media
si affacciava alla ribalta della sua utilizzazione di massa,
si commise l’errore che si sta commettendo anche adesso, di
giudicare come spacciato il media più vecchio.
Non a caso, gli esperti dell’epoca, vaticinarono che, con la
radio, i giornali sarebbero andati in soffitta perché, con
la radio, c’era addirittura chi te li leggeva, i giornali.
Per sapere che cosa dicevano questi giornali diffusi
nell’etere (non a caso, tali trasmissioni giornalistiche
vennero definite “giornali radio”) non solo non era
necessario andare in edicola, ma le voci che ti davano le
informazioni (o il divertimento) ti raggiungevano dov’eri.
In casa tua, con le prime e voluminose radio a valvole. E
poi ti seguivano addirittura dove ti trovavi o dove ti stavi
spostando grazie alle minuscole ed economicissime radio a
transistor. Ciò nonostante la radio non ce la fece ad
ammazzare i giornali.
Dopo la radio si affermò la televisione. A questo punto, la
diagnosi sulle sorti della radio furono unanimi. La radio
era un media destinato a scomparire sicuramente. Infatti, la
televisione era una radio che, in più, veicolava anche le
immagini. Non era qualcosa di diverso dalla radio (come la
radio invece era diversa dai quotidiani), ma era, molto
semplicemente, una radio al cubo. Era cioè un media che
“incorporava” la radio. Ed, incorporandola, non poteva che
renderla superflua.
Gli eventi, anche in questo caso, si sono sviluppati in un
modo completamente diverso. Tant’è che, dopo un’iniziale
eclissi, l’ascolto della radio è andato aumentando, complice
anche una variabile che era stata trascurata e cioè i
giganteschi e sempre crescenti ingorghi automobilistici
nelle grandi aree urbane, sempre più popolate. Siccome si
può guidare ascoltando la radio, ma non si può guidare
vedendo la televisione (anche se c’è in giro qualche
sciagurato che fa anche questo) la radio è tornata ad essere
un mezzo di grande e crescente ascolto.
Ovviamente, l’affermarsi della televisione, con la crescita
esponenziale dei canali tv disponibili gratuitamente o a
pagamento, ha fatto concludere che, anche in questo caso, la
carta stampata sarebbe stata sconfitta. Ma anche questa
profezia però non si è verificata. I giornali sono stati
modificati dalla tv, ma non sono certo scomparsi.
Con il successivo diffondersi dei pc e l’affermarsi
tumultuoso di Internet, si è verificata, nel mondo dei
media, un’altra rivoluzione, molto più profonda e gravida di
conseguenze, che non tutte altre che l’avevano preceduta e
che poc’anzi abbiamo rapidamente esaminato.
Il web, la rete, l’interconnessione istantanea dei siti di
tutto il mondo, le trasmissioni ad alta velocità, la
miscelazione dei generi (la famosa multimedialità)
costituiscono uno snodo nel mondo (e nei modi) della
comunicazione che potrebbe essere paragonato alla scoperta
dell’America o, come qualcuno si è azzardato a dire,
potrebbe essere assimilato anche a una sorta di big-bang. Un
momento zero, a partire dal quale tutto cambia.
La rivoluzione di Internet (di cui i media sono soltanto un
aspetto) è una rivoluzione vera, che modifica in profondità
la vita di relazione e di produzione nel mondo intero. Se la
definitiva e completa mondializzazione si è affermata con la
velocità della luce (il fenomeno della mondializzazione era,
infatti, già in atto da diversi secoli) ciò lo si deve a
Internet che ha introdotto le comunicazioni istantanee e
pressoché gratuite a livello planetario.
Internet però, prima ancora di introdurre delle variabili
organizzative o economiche, ha rivisto dei concetti
culturali profondi, connessi, da sempre, alla civiltà umana.
Internet, ad esempio, ha cancellato i concetti di centro e
di periferia che sono concetti geometrici esistenti da
sempre e riconosciuti da tutti. Fino a pochi anni fa chi
viveva sulla Maiella era, per definizione e
indipendentemente dalle sue qualità, un tagliato fuori. Non
poteva certo fare della ricerca. O progettare qualcosa
assieme a un pool di altri ricercatori sparsi nel mondo. O
semplicemente leggere ciò che di nuovo nasceva continuamente
nel suo settore.
Adesso, invece, chiunque sia scientificamente e
tecnologicamente capace e risieda dovunque egli voglia, può
mettersi in rete. E quindi può accedere istantaneamente a
tutte le informazioni scientifiche, tecnologiche ed
economiche che vuole. O può lavorare gomito a gomito con
chicchessia. E dovunque esso sia. Questo concetto trova
conferma nella vita di ognuno di noi. Quando debbo
interloquire con un mio giornalista, faccio prima a mettermi
in comunicazione via Internet con un mio corrispondente a
New York che non con un collaboratore che si trova nella
stanza accanto a me.
Con Internet, non solo il mondo si è rimpicciolito (lo
diceva già 40 anni fa, molto prima che esplodesse Internet,
il famoso massmediologo McLuhan quando parlava di un mondo
ridotto a “villaggio globale”), ma il mondo ha perso le sue
periferie. Tutto, adesso, grazie al web, è diventato centro.
La rivoluzione prevista da McLuhan (il mondo come “villaggio
globale”) era solo un anticipo, un anticipo modesto, un
acconto di una rivoluzione che adesso tutti noi abbiamo
sotto gli occhi e nella quale ognuno di noi, coscientemente
o no, ci sta vivendo dentro.
Anche il mondo mediatico è stato profondamente modificato
dal web. In un primo momento si è pensato che il web avrebbe
fatto scomparire i quotidiani (lo ha detto, recentemente,
persino l’editore del “New York Times”, indicando
addirittura una data molto prossima per i loro funerali, ma,
evidentemente, costui, aveva confuso le sorti del suo
giornale con i giornali in genere). E invece i giornali sono
andati in panne, non per il web, ma per la crisi, del tutto
finanziaria, originata, negli Usa, dai
sub-prime che,
mettendo in ginocchio il mondo, ha inaridito le fonti di
pubblicità che costituiscono gran parte degli introiti
giornalistici.
Per contro, mentre ha tutto sommato risparmiato i giornali
(sia pure costringendoli a cambiare) il web ha colpito, in
modo deflagrante e risolutivo in settori che non venivano
nemmeno presi in considerazione fra le vittime della rete.
Le enciclopedie, ad esempio, sono state polverizzate dal
web.
Erano voluminose (spesso, addirittura, voluminosissime),
costose (spesso costosissime), difficili da consultare ed
erano inevitabilmente sempre in arretrato rispetto ai fatti,
in un momento, come quello che stiamo vivendo, di forsennata
innovazione tecnologica, scientifica e culturale. Le
enciclopedie sono letteralmente scomparse dalla
circolazione. E i pochissimi che insistono nel tenerle sul
mercato fanno una figura pessima (perché tengono sul mercato
opere ch non sono aggiornate) o producono risultati
economici rovinosi.
Così, con il web, sono andate in soffitta anche le cartine
geografiche. Oggi, le mappe si possono consultare molto più
facilmente e più specificatamente con il GPS, non solo in
automobile, ma anche con il cellulare. Da qui l’inevitabile
decisione della De Agostini, ad esempio, di sbaraccare tutta
la sua divisione cartografica che, un tempo, era una fonte
di grandi profitti e dava lavoro a un sacco di persone.
Con il web, sono finiti fuori strada anche gli orari
ferroviari che adesso si consultano sul pc mentre si
acquistano i biglietti. Sono state investite dalla modernità
anche le librerie e soprattutto i negozi di musica o di dvd.
L’acquisto di libri (e soprattutto di cd musicali o di film
in dvd) avviene sempre più, oggi, per transazione
elettronica. Fra poco andranno in soffitta anche i piccoli
annunci immobiliari (sul web, infatti, già oggi, puoi
chiedere se c’è in vendita un appartamento di tot metri
quadrati, in un certo quartiere, a un certo piano e a non
più di un certo prezzo. Se questo appartamento c’è, esso
salta fuori con un semplice clic e, dello stesso
appartamento si può vedere la via dove si trova e fare una
carrellata tv al suo interno).
Analogamente, ben presto, nessuno, o ben pochi, presteranno
attenzione alle pagine dei giornali con le tabelle
finanziarie, visto che queste tabelle sono leggibili in
tempo reale, in tutti i trattamenti possibili e a costo zero
sul pc. E cosi nessuno, fra poco, guarderà le pagine delle
programmazioni cinematografiche. Dal cellulare, si può già
sapere che film ci sono in programmazione, dove, con che
orari. Di essi si potranno leggere fulminee recensioni e
prenotare biglietti e posti, pagando con carta di credito.
Queste possibilità tecnologico informative sono già
possibili oggi ma non sono ancora di vasta utilizzazione. Lo
diverranno.
Gli abbagli presi da coloro che per primi, hanno investito
somme enormi nel settore del web, sono stati numerosi. Gli
operatori telefonici, ad esempio, erano partiti dall’idea
che il cellulare sarebbe stato, non solo lo strumento per
fare delle conversazioni telefoniche, ma anche quello per
ricevere informazioni mediatiche. In base alle loro
previsioni il cellulare sarebbe diventato il giornale o la
tv del futuro. Ben presto invece ci si accorse che sul
cellulare ogni utente sarebbe diventato editore di se
stesso. Il cellulare, infatti, grazie ai messaggi in sms,
anche se nessuno l’avrebbe previsto nelle dimensioni (anche
economiche) straordinarie con le quali questi messaggini si
sono manifestati, è diventato un diffusissimo mezzo di
comunicazione scritto. I contenuti degli sms però non ce li
mettono gli editori o i giornalisti ma gli stessi utenti che
dialogano fra di loro scambiandosene milioni al giorno, con
grande soddisfazione delle compagnie telefoniche, ben
contente di aver preso questo abbaglio.
In questo tornado di novità, i media scritti, invece, e
nonostante tutte le voci contrarie, hanno, nonostante tutto,
conservato la loro posizione, anche se dovranno adattarsi
radicalmente, come formula, alle nuove esigenze. Cosa che
invece non hanno fatto sinora, o stanno facendo troppo
timidamente e lentamente. Che i giornali abbiano mantenuto
la loro posizione, nonostante tutte le pressappochiste
valutazioni contrarie, lo dimostrano i dati di diffusione
che, se si include in essi, anche le diffusioni dei
quotidiani gratuiti, sono addirittura aumentate.
Togliere dalla diffusione complessiva dei quotidiani, i
quotidiani gratuiti (con la scusa che essi sono gratuiti)
sarebbe come togliere dall’audience televisiva nazionale i
tre canali Mediaset con la scusa che essi non costano nulla
a chi li guarda.
L’operazione falserebbe gravemente la realtà del mercato. I
giornali gratuiti, infatti, assomigliano, come logica di
mercato, alle tv dette commerciali (e quindi senza canone o
abbonamento).
Entrambi questi media non sono, nel senso proprio del
termine, dei media gratuiti ma dei media che si fanno
pagare, anziché da chi li legge o da chi li vede, dagli
inserzionisti pubblicitari che ci tengono a interloquire con
chi li legge o con chi li vede.
I media elettronici hanno sicuramente tolto ai giornali il
modo tradizionale di dare le notizie.
Queste ultime, l’uomo comune, le apprende già dalla
televisione, la sera prima. Purtroppo spesso, anche in
Italia (anzi, soprattutto in Italia) i giornali (e sovente
quelli che fanno questo errore sono proprio i grandi
giornali nazionali) aprono la loro prima pagina con la
notizia, spesso politica, che era già stata data con grande
evidenza dai Tg della sera precedente.
In tal modo, il lettore che prende in mano questi quotidiani
ha, primo, la sensazione di leggere il giornale del giorno
precedente (perché rilegge le notizie che sa già) e,
secondo, non nota la differenza fra un quotidiano e l’altro.
Quindi i quotidiani nazionali del futuro (anche se, per il
bene dei giornali, mi augurerei che fossero quelli di domani
mattina) dovrebbero essere diversi dai Tg e dovrebbero anche
essere fra di loro alternativi.
Dovrebbero scegliere meglio gli argomenti, gerarchicizzarli
in modo alternativo più evidente, scegliere nuovi approcci,
scrivere pezzi più brevi, corredare i fatti con opinioni
secche, autorevoli e immediatamente comprensibili. E
soprattutto dovrebbero avere meno pagine. I quotidiani
obesi, infatti, respingono i lettori perché li fanno sentire
in colpa di non aver letto tutto l’interessante o l’utile
che viene loro proposto.
Più facile è la reazione all’accelerazione da web, da parte
dei quotidiani locali che, per definizione, essendo
focalizzati sulle diverse realtà locali, sfuggono più
facilmente alla morsa della ripetizione compulsiva dei
titoli dei Tg.
La rivoluzione da web, accanto alla necessità di una
rivisitazione strutturale dei media pre-esistenti a
Internet, comporta anche altri effetti.
Il primo effetto, è che l’accesso ai media è stato, come si
dice, democraticizzato. Io però, senza scomodare inutilmente
la democrazia, che ha dell’altro da fare, preferirei dire
che l’accesso ai media è stato popolarizzato. Prima di
Internet e delle opportunità elettroniche ad esso connesse o
contemporanee, che hanno rivoluzionato anche le procedure
tipografiche, per poter produrre un quotidiano (per piccolo
e locale che esso fosse) ci volevano risorse economiche
molto importanti.
Bisognava disporre di un reparto di composizione, fare
affidamento su una rotativa, stipulare onerosi abbonamenti
alle agenzie. Adesso invece, per editare un quotidiano, se
ci si limita all’edizione elettronica, basta un pc e qualche
modesta attrezzatura. E se ci si vuol inoltrare nella
stampa, basta, in aggiunta al poco che è stato indicato, un
contratto con una tipografia limitatamente alle copie
prodotte.
Il secondo effetto è che i media hanno perso i loro confini
tradizionali. Un’edizione giornalistica
on line può
trasformarsi, con aggiunte o meno, in un giornale scritto.
E viceversa. Una radio può alimentare un giornale
on line (e
viceversa). Una tv può arricchire un giornale on line. E
viceversa. Siamo tutti, insomma, sulla grande giostra della
comunicazione contemporanea cioè, per dirla con altri
termini, siamo nel mondo della multimedialità. Un mondo nel
quale i vari media coabitano fra di loro, esaltando, ognuno,
le sue specificità. Un mondo con una soglia di accesso poco
costosa. Nel quale quindi gli operatori (professionali o
dilettanti) si moltiplicano. Un mondo nel quale le risposte
su misura, adatte anche a nicchie molto ristrette di utenti,
possono essere predisposte ed economicamente sostenibili. La
proliferazione dei siti non è una palese dimostrazione.
Naturalmente il mondo della multimedialità è anche un mondo
cacofonico.
Potendosi esprimere in tanti (dato che, come abbiamo visto,
la soglia economica per potersi guadagnare il diritto di
tribuna è molto basso) il rischio, anzi la certezza, che sta
sotto gli occhi di tutti, è la confusione. Dalla quale ci si
salva (la tecnologia crea dei problemi ma anche li risolve;
basta pagarla) con il ricorso ai motori di ricerca, che sono
sempre più puntuali, esaustivi e mirati. Una cosa però è
certa.
Oggi, accedere ai media, è molto più facile che in passato.
Un tempo, infatti, gli imbuti nei quali ci si doveva
strizzare per poter interloquire con l’opinione pubblica
attraverso i media tradizionali erano pochissimi e, spesso,
già occupati, da altri operatori più introdotti o da altri
interessi più corposi e quindi più idonei e difendersi.
Con la moltiplicazione del numero dei media, resa possibile
dalla riduzione dell’altezza della soglia di ingresso, sono
aumentate le possibilità di far conoscere le proprie
ragioni. Oggi, infatti, non mancano i media.
Ciò che mancano, semmai, sono coloro che sono disposti a
leggere o ad ascoltare o a vedere i vecchi e i nuovi media.
Ad esempio, sull’edizione Internet del “Wall street journal”
che è il quotidiano economico americano che ha, via web, un
milione di abbonati a pagamento, che generano più introiti
che non con la carta stampata, è stato rilevato che la
stragrande maggioranza di essi, legge solo il titolo e il
sommario dei vari servizi.
Da qui discende la necessità e l’accortezza, ad esempio, di
scrivere poco e in modo efficace, entrando subito nel merito
della questione, senza introduzioni di sorta ed esprimendosi
in un italiano semplice, diretto, contemporaneo e non
involuto. Cioè giusto l’opposto di ciò che ci hanno fatto
imparare al liceo.
*Dice di sé.
Pierluigi Magnaschi, piacentino di nascita, milanese di
adozione, apolide di testa, è stato costretto dalle
circostanze ad organizzare il lavoro degli altri: redattore
capo di “Tempo illustrato”, direttore de “La Discussione”,
condirettore de “il Giorno”, vicedirettore de “La Notte”,
direttore della “Domenica del Corriere”, di “Italia Oggi”,
di “Milano Finanza” e infine, per sette anni, dell’“Ansa”.
Ora è vicepresidente operativo di “ClassEditori” e docente
al master di Giornalismo della Luiss. E può così dedicarsi
alla scrittura, che gli piace tanto.
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RICHARD DAVID
BACH
Può
forse una distanza materiale separarci
davvero dagli amici? Se
desideri essere accanto
a qualcuno che ami, non
ci sei forse già?
(Da “Nessun
luogo è lontano”,
1976)
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