INTERVISTE
CESARE LANZA. IL GIORNO IN CUI MONTANELLI MI CONFIDÒ
LA ROTTURA CON IL CORRIERE
Aneddoti, curiosità e ricordi
nell’intervista integrale rilasciata dal nostro
direttore a Mariano Sabatini. In “Ci metto la firma!” un
resoconto sugli anni della gavetta di prestigiose firme
del giornalismo italiano (1)
Mariano Sabatini
Da
“Buona domenica” alla “Talpa”, dal “Festival di Sanremo” a
“Domenica in”: molta televisione popolare degli ultimi anni
– criticata per le scivolate trash, ma seguita da orde di
telespettatori – è firmata da Cesare Lanza, giornalista di
lungo e fortunato corso.
Perché decise di diventare giornalista?
“Non ho mai avuto altro in mente per il mio futuro.
Ricordo che da bambino, alle scuole elementari, mio padre
portava in casa un solo giornale, sportivo: “Tuttosport”. Io
m’inventavo un campionato di calcio con risultati diversi,
scrivevo i resoconti e disegnavo i portieri, che erano
battuti dagli attaccanti oppure si opponevano con
fantastiche parate”.
Qual è stata la sua gavetta?
“Gavetta precoce e tormentata. Pubblicai il primo
articolo nel 1956, a quattordici anni,
sul “Corriere mercantile” di Genova. Scrissi una lettera,
emozionato per ciò che avevo visto al telegiornale:
l’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati
sovietici. Il capocronista la lesse e la pubblicò come se
fosse un articolo. Poi mi invitò in redazione, che all’epoca
si trovava a fianco della scuola che frequentavo: ero in
quarta ginnasio, nel liceo Doria di piazza della Vittoria.
Mi assegnarono qualche piccola cronaca da svolgere.
Purtroppo non ricordo il nome di quel giornalista, mi sembra
Giorgio Striglia. Se mi sbaglio, chiedo scusa.
La gavetta continuò al “Nuovo cittadino”, un
quotidiano cattolico di Genova diretto da un prete molto
simpatico, monsignor Luigi Andrianopoli. Ma l’evento
decisivo fu un’altra lettera che indirizzai al direttore di
“Tuttosport”, Antonio Ghirelli. Una lettera ricca di
critiche e di osservazioni: Antonio, anziché offendersi, mi
affidò le prime interviste e mi pubblicò con incredibile
rilievo. Avevo diciassette anni.
Il guaio fu che mio padre, funzionario di banca,
desiderava tutt’altro destino, per me: un posto in banca,
come il suo. Era un padre molto severo, si oppose ai miei
sogni con tutte le sue forze. Dopo un duro scontro, scappai
di casa: vissi per due mesi, nel
1959, in
una camera in affitto nei quartieri malfamati di Genova, a
Prè. Lasciai la scuola, mi guadagnavo da vivere andando
porta a porta a vendere bibbie. Due mesi intensi che mi
aiutarono a crescere.
A dicembre prima di Natale mia madre scongiurò un
suo fratello, che viveva e lavorava a Cosenza, come
assicuratore, di venire a Genova, prelevarmi e portarmi con
sé. E così fu. Uno zio splendido. Tornai a scuola, al liceo
Bernardino Telesio, e continuai a fare il giornalista: ero
il vice di Gino Sesti, corrispondente de “Il Tempo”, avevamo
una o due pagine da riempire ogni giorno. Per due/tre anni
scrissi qualsiasi cosa: non ricordo quante volte, arrivando
sui luoghi dei morti ammazzati prima della polizia, chiusi
gli occhi a cadaveri d’ogni tipo.
Così, come tanti, sono convinto che se cominci con
la cronaca nera, in seguito, puoi affrontare qualsiasi
esame. Fu una stagione indimenticabile per me: avevo
ottenuto dal preside del liceo l’autorizzazione ad entrare a
scuola, e uscire, quando volevo. Per alcuni compagni ero un
mito, da altri ero contestato e odiato. Poi tornai a Genova,
scrissi ancora per “Tuttosport” e successivamente per la
“Gazzetta dello sport”, a fianco di un bravo giornalista e
caro amico, ora scomparso, Piero Dardanello. Scrivevo anche
per una famosa rivista, “Nord e Sud”, diretta da Francesco
Compagna. Non ero particolarmente attirato dal giornalismo
sportivo, ma cercavo un posto sicuro, affidabile. E,
finalmente, nel ‘65, Ghirelli mi assunse a Roma: era
diventato direttore del “Corriere dello Sport”. Assunto per
modo di dire: ero, come si diceva allora, un abusivo.
Stabile, con uno stipendio fisso, ma abusivo!”.
Il suo primo giorno in redazione?
“Lascio perdere le esperienze, pur importanti e
straordinarie, negli uffici di corrispondenza de “Il Tempo”,
a Cosenza, e della “Gazzetta dello sport”, a Genova. La mia
vera e prima vita di redazione cominciò al “Corriere dello
Sport”, nel ruolo di abusivo, come ho detto: una figura ora
impensabile, tollerata dai sindacati, certo non agguerriti
come oggi. Così si diventava giornalisti all’epoca. Dopo un
tirocinio svolto abusivamente: guadagnavo 96mila lire al
mese (era il 1965), mi sposai con una ragazza di Cosenza e
pagavamo 45mila lire la pigione di un appartamento sulla
Cristoforo Colombo, che si affacciava sulla ferrovia.
Difficile arrivare alla fine del mese, condivisi la fame con
un amico del cuore, anche lui abusivo: Franco Recanatesi. Ci
aiutavamo con reciproci prestiti e soprattutto eravamo
campioni al poker, con partite dopo la chiusura del
giornale, a volte fino all’alba. Tra i giocatori Giorgio
Tosatti, il caporedattore, un orso buono. Perdente,
s’irritava e reagiva con urla devastanti. Ma noi riuscivamo
così a guadagnarci la pagnotta.
Il primo giorno? L’emozione fu imparare a disegnare
la pagina, preparare un menabò, subito, senza tante
chiacchiere, sotto la guida di Gastone Alecci, confezionare
i titoli e infine scendere in tipografia, per impaginare,
chiudere la bozza… Mi vengono i brividi per la nostalgia!”.
Quali erano o sono gli aspetti piacevoli
della vita di un giornalista?
“Se si ha una certa vocazione, come io credo di
avere sempre avuto, non c’è gioia migliore di poter fare il
lavoro che ti piace e che sognavi. Un piacere retribuito…
Poi, c’è la possibilità di toglierti curiosità di ogni
genere, seguendo l’attualità più diversa: una squadra di
calcio, un delitto, un incidente aereo, una truffa volgare o
da colletti bianchi, uno sciopero, un amore scandaloso, un
intrigo politico o economico, insomma qualsiasi cosa… Però,
sono convinto che sia indispensabile avere un pur minimo
successo, per alimentare di continuo non solo voglia e
ambizione, ma anche nuove scoperte: in caso contrario il
rischio è di diventare impiegati, burocrati…”.
Quelli insopportabili?
“Non vedo aspetti insopportabili. Se c’è la
vocazione, la mancanza di orari precisi, la fame, le
difficoltà economiche iniziali, le sregolatezze, ecc… non si
avvertono come sacrifici”.
Le difficoltà che ha incontrato?
“Ho avuto una carriera atipica: un successo
precoce. Arrivai giovanissimo al vertice di giornali
importanti: prima vicedirettore del “Secolo XIX” di Genova a
trent’anni, e il direttore era il simpaticissimo editore
Sandrino Perrone che non veniva mai a Genova perché
impegnato a Roma, come editore e direttore del “Messaggero”,
a difendere la sua posizione dall’assalto di Edilio Rusconi
e Luigi Barzini junior.
Poi, nel ‘76, a trentaquattro anni, direttore del
“Corriere d’Informazione”, l’edizione pomeridiana del
“Corriere della Sera”. In poche parole, diventai direttore
quasi subito e perciò ho avuto due soli, grandi direttori:
Antonio Ghirelli e Piero Ottone. Poi il destino e le
opportunità mi obbligarono a cavarmela da solo. Mi sarebbe
piaciuto crescere alla scuola di altri grandi giornalisti,
come Indro Montanelli, Enzo Biagi, Eugenio Scalfari”.
Quella dei giornalisti può definirsi una
“casta stampata”?
“Purtroppo, sì. Per i privilegi e per il potere,
per la compattezza che assumono, corporativamente, quando
sono insidiati da qualsiasi estraneo. Pochi anni fa, quando
ero autore di Paolo Bonolis in tivù, lo scongiurai di non
accettare la proposta di condurre su Canale 5 il programma
“Serie A”, con le partite di calcio per la prima volta
passate dalla Rai a Mediaset. Paolo si illudeva di portare
la sua anima brillante, aggiungere un pizzico di
divertimento e di ironia alla sintesi delle partite.
“Conosco bene i giornalisti sportivi” gli dicevo invano.
“Avremo mille ostacoli e ci faranno a fettine. Li manderai a
quel paese, in poco tempo.” E così fu. Paolo, indignato e
scazzato, se ne andò una sera, di colpo”.
Lei ha mai fatto una marketta?
“Se per marketta si intende trattare bene un amico
e guardare più bonariamente personaggi ed eventi che ci
piacciono e ci intrigano, certamente sì. Come tutti, oserei
dire, i giornalisti grandi e piccoli. Ma se si allude a un
corrispettivo come scambio, certamente no: anche in questo
caso, come tutti o quasi”.
Whisky, sigari, sregolatezze… il cinema ha
esagerato nel raccontare il giornalismo?
“Assolutamente no. Oggi il giornalismo è cambiato,
ma al mio esordio le cose funzionavano così. Aggiungi le
partite a carta, le scommesse…”.
Com’è la sua giornata lavorativa?
“Quando facevo il giornalista, ebbi l’onore di
dirigere due giornali della sera, “Il Corriere
d’Informazione” e “La
Notte” – il che significava alzarsi
all’alba, alle cinque, e cominciare prima delle sei. Per
fortuna ho sempre dormito poco e non sentivo la necessità di
recuperare. Nei giornali del mattino, da direttore, una
volta chiusa la prima pagina in tipografia, andavo a cena
con redattori o amici e, spesso, al casinò – da Genova a
Sanremo, da Milano a Campione. E si facevano le ore piccole,
si tornava all’alba!”.
Quanti giornali legge?
“Leggere è una parolona. Ne sfoglio dieci o dodici.
Leggo gli articoli che mi interessano di “Repubblica”,
“Corriere della sera”, “Stampa”, “Messaggero”, “Libero”, “Il
Foglio”, “Il Giornale”, “Il Messaggero”. Non dimentico le
mie origini sportive e quindi do un’occhiata ai titoli e ai
pezzi più intriganti dei tre sportivi. Però cerco le cose
più interessanti anche sul “Sole 24 Ore”, i settimanali,
qualche giornale regionale se mi capita, in primis il mio
vecchio “Secolo XIX”.
Dove le piace scrivere?
“Scrivo sempre più raramente. Qualche anno fa,
interviste e rubriche, contemporaneamente o quasi, su “Il
Giornale”, “Panorama”, “Libero”, “Il Messaggero”, “Capital”
e il magazine del “Corriere della sera”. Poi, un po’ per il
lavoro televisivo e un po’ per qualche diversità di vedute,
sono uscito da quasi tutto”.
Chi è il suo maestro?
“Il primo maestro fu Antonio Ghirelli: m’insegnò a
titolare, impaginare, ad essere chiaro e diretto nel
linguaggio, ad essere ironico, malizioso, tollerante. Umano.
Poi ebbi come direttore Piero Ottone: giornalista di radice
anglosassone, asciutto, essenziale, privo di fronzoli. Tutti
e due mi hanno insegnato a dirigere, a farsi rispettare da
un gruppo di lavoro sempre molto difficile, nei giornali. In
particolare la lezione arrivò da Piero: ero il più giovane,
al “Secolo XIX” e credo che Ottone mi scelse come suo
caporedattore proprio per l’età e per la grinta, in
contrapposizione ai giornalisti più vecchi – che lo
contestavano o facevano fronda, semplicemente perché
abituati a un giornalismo più convenzionale”.
I suoi errori più gravi agli esordi?
“Una determinazione, una sfrontatezza, un
decisionismo rapido e brusco – che poteva essere scambiato
per arroganza o forse era proprio un comportamento
arrogante, presuntuoso. Peraltro, come amo definirmi con chi
lavora con me, mi considero un “ottimizzatore” del tempo, il
vero patrimonio che abbiamo tutti in mano: solo da noi
dipende l’uso che ne faremo. Detesto chiacchiere e perdite
di tempo prezioso”.
La sua prima soddisfazione?
“Al “Corriere dello sport”, un’intervista a Pier
Paolo Pasolini, affidatami da Antonio Ghirelli. La
soddisfazione: fu la prima volta che un giornale sportivo
diede grande rilievo a un personaggio non sportivo (e per di
più, Pasolini!). E nell’intervista c’erano anche riflessioni
mordaci di Pasolini, sul giornalismo sportivo e su vizi e
vezzi del calcio giocato, di cui peraltro lo scrittore/poeta
era appassionato (ricordo una bella partita con lui, sotto
una pioggia battente).”
Bisogna ricercare lo scoop a tutti i costi?
“Per carità. Si rischierebbe di prendere scivoloni,
capitomboli pazzeschi”.
Lo scoop di cui va fiero?
“Scrissi per “Il Mondo” l’intervista a Indro
Montanelli, che contestava la linea sinistrorsa del
“Corriere della sera” e parlava pesantemente di Piero Ottone
e della proprietaria, Giulia Maria Crespi. Fu uno scoop
casuale. Indro era avvelenato e si sfogò: alla fine mi disse
che era convinto che il pezzo finisse sul “Secolo XIX”, di
cui ero vicedirettore. Quando gli dissi che sarebbe apparso
sul “Mondo”, dunque con rilevanza nazionale, ebbe un attimo
d’incertezza e poi mi disse (che personaggio straordinario!)
di non cambiare una sola virgola.
Ci fu una tempesta, a mio parere pilotata, e Ottone
prese la palla al balzo per licenziare Montanelli dal
Corriere perché aveva annunciato la sua intenzione di
fondare un giornale (che poi sarebbe stato “Il Giornale”)
come anti-Corriere. Un bruttissimo episodio nella storia del
giornalismo italiano. Montanelli, in seguito, quando ci
incontravamo, mi definiva “la levatrice” della sua
leggendaria impresa, il successo del Giornale – che nelle
intenzioni doveva essere un forte giornale lombardo e subito
diventò un quotidiano di opinione a diffusione nazionale.”
I più grandi colleghi del passato?
“Nella carta stampata Montanelli: un mito, per
tutti. In televisione, citerei i primi a capire l’importanza
del video – e questo assegna loro un primato: Sergio Zavoli,
Piero Angela, Arrigo Levi, Maurizio Costanzo…”.
E oggi a chi va la sua stima?
“A Giuliano Ferrara, un dio della scrittura, e a
Vittorio Feltri, un dio della polemica: anche se di recente,
dopo anni di sincera e leale amicizia, ha consentito che mi
venisse inflitto uno sgarbo immeritato. Una grande amarezza.
Tra i più giovani, i miei allievi Ferruccio de Bortoli e
Gian Antonio Stella, che ebbi il piacere di assumere
all’Informazione, quando erano ragazzi. Mio allievo, il più
versatile, fu anche Massimo Donelli, che da un paio di anni
ha lasciato il giornalismo e dirige Canale 5. Per il
giornalismo televisivo, due nomi: Clemente J. Mimun ed
Enrico Mentana”.
E la sua disistima?
“Per i giornalisti sportivi che hanno aggredito,
impuniti e volgarmente, con parole ed espressioni indegne
Paolo Bonolis: il direttore dei servizi sportivi Ettore
Rognoni (da Bonolis ribattezzato come “Er penombra”), Paolo
Liguori e Piccinini. Anche Giampiero Mughini, che però è un
intellettuale: gli si possono perdonare gli eccessi
dialettici”.
Come si diventa una “firma”?
“Con la specializzazione, scrivendo più o meno
degli stessi argomenti, e facendo meglio dei concorrenti”.
Agevola andare nei talk show, un tanto a
gettone?
“Per la notorietà sì. Per il prestito e per
l’immagine, proprio no”.
Per scrivere un pezzo, lei come lavora?
“La televisione e la musica mi fanno compagnia, non
mi piace lavorare nel silenzio. Se si tratta di un’opinione,
sono abbastanza rapido. Per buttar giù un’intervista,
dipende da come ho raccolto gli appunti: spesso sono
confusi, il disordine è il mio problema, lavoro secondo un
vecchio stile, solo appunti, nessuna registrazione”.
Fa molte ricerche e dove?
“Una volta avevo un archivio cartaceo formidabile,
lo curavo per mezze giornate. Oggi, personalmente, non
faccio ricerche. All’occorrenza ho un manipolo di
collaboratrici bravissime a navigare in Internet”.
Quello dell’inviato è ancora una figura
mitica?
“Da trent’anni sostengo una tesi impopolare: nessun
inviato. Trent’anni fa non c’era Internet, ma bastavano le
agenzie e la televisione a sommergerci di materiale.
Facciamo un esempio: le Olimpiadi. Anziché un inviato (che
costa un’enormità, anche per la trasferta) un bravo
redattore, capace di seguire agenzie e tivù e a trarre il
meglio, per qualsiasi tipo di pezzo. Del resto l’inviato fa
lo stesso, a migliaia di chilometri di distanza:
difficilmente ha il tempo, la possibilità, l’opportunità di
avvicinare da solo i protagonisti. E dunque? Se si deve
lavorare sulle agenzie, meglio farlo in redazione: si
risparmia tempo e denaro e si hanno pezzi più completi,
senza l’angoscia dell’orario per il pezzo dell’inviato che,
quasi sempre, arriva tardi, in condizioni precarie”.
Perché non si fanno quasi più inchieste?
“Lo sappiamo benissimo: i giornali e le televisioni
non dipendono più da “editori puri”, senza altri interessi
preminenti, ma da banche, finanzieri, imprenditori,
politici, ecclesiastici, costruttori, avventurieri… con le
mani in pasta in interessi d’ogni tipo. Se si fa
un’inchiesta seria, si toccano e si urtano questi interessi.
Così, meglio rinunciare alle inchieste. Il giornalismo
d’evasione, che punta sulle battute di personaggi dello
show-system, nasce da questa esigenza voluttuosa”.
L’inchiesta o il pezzo di cui va più fiero?
“Una volta Antonio Ghirelli, diventato direttore
dell’“Avanti” in età senile, mi affidò un’inchiesta sulla
Fiat: una quindicina di pezzi, sotto ogni aspetto. L’Avanti,
organo del partito socialista, aveva una scarsa diffusione.
Ma c’era un grosso problema politico: Bettino Craxi era capo
del governo e aveva nel mirino
la Fiat, per motivi politici. Io ero amico
di Bettino, ma pensavo anche che la Fiat non meritasse
aggressioni. Ed ero allievo di Ghirelli e non volevo fare
brutte figure. Non fu facile. Di pezzo in pezzo ero
attaccato dai socialisti vicini a Craxi o da Bettino – o dai
dirigenti della Fiat. Però nessuno riuscì a contestarmi,
concretamente, imprecisioni o sviste o errori… Alla fine
Ghirelli mi elogiò e sia Bettino sia i vertici Fiat mi
concessero il loro apprezzamento. Un miracolo, più o meno”.
Quando un articolo può dirsi perfetto?
“Mai. Com’è umano e niente è perfetto, neanche al
di fuori del giornalismo. Si può sempre migliorare”.
E un’intervista?
“È un po’ diverso. Un’intervista vera, infatti,
dovrebbe partire da una diffusa curiosità, da una domanda
che aspetta una risposta su un argomento preciso: è vero che
farai cadere il governo? È vero che lascerai la panchina
della Roma per trasferirti alla Juventus? È vero che
lascerai tuo marito perché ami un altro?...(Oppure, per
quanto riguarda quella mia intervista a Montanelli: è vero
che non ne puoi più del Corriere, vuoi uscire e fondare un
giornale concorrente?), e così via. Se si riesce a indurre
l’intervistato a rispondere alla domanda-base, e a spiegare
il perché, l’intervista, se non perfetta, può dirsi
soddisfacente”.
L’obiettività esiste?
“Assolutamente no. Ma si può tentare di
perseguirla: con coraggio e in buona fede, e soprattutto con
modestia – il che vuol dire senza lasciarsi trascinare dalle
proprie opinioni o, peggio, prevenzioni”.
Meglio un Pulitzer o la stima dei lettori?
“Il Pulitzer passa, la stima dei lettori resta”.
Le è capitato di non riuscire, come si
dice, a portare a casa il “pezzo”?
“No. Qualcosa si deve portare a casa, sempre. È la
responsabilità del buon padre di famiglia: deve portare a
casa qualcosa da mangiare. Anche solo pane e acqua, ma
qualcosa è indispensabile; meglio se c’è una bistecca (come
definisco io uno scoop). Ma almeno un pezzo di pane è
doveroso portarlo. Da direttore, su questo punto ero
inflessibile: mai arrendersi!
Di recente ho avuto una delusione. Per “Buona
domenica” ho inviato a Gravina una persona giovane (non cito
il nome perché, spero, una rondine non fa primavera) con
l’incarico di portarmi una cosa “nostra”, esclusiva, nel
quadro della tragedia dei due fratellini precipitati e morti
nella casa abbandonata. Ebbene, questa persona arriva a
Gravina in auto a mezzogiorno e la sera, alle venti, mi
telefona, è già in autostrada, dice di aver provato ogni
pista (!) e di non aver trovato niente di niente. Ma come si
fa? Il fegato stava per scoppiarmi. I giornalisti della mia
generazione sarebbero morti piuttosto che tornare a mani
vuote e tornare tanto presto!”.
I fatti sempre separati dalle opinioni?
“Si deve provare, è fondamentale. Per rispetto
della chiarezza e dei lettori, che hanno diritto di essere
informati per bene, prima di passare a un commento”.
Chi, dove, come, quando e perché… quale
domanda aggiunge?
“Sono più che sufficienti. Magari si riuscisse a
rispondere a tutte e cinque le domande, sempre e con
compiutezza”.
Come sceglie l’attacco?
“Secondo i casi: le prime righe devono comunque
indurre il lettore ad andare avanti, quindi sono
fondamentali!”.
Giornalisti – cani da guardia del potere: è
sempre meno vero?
“No, è sempre vero”.
S’impara meglio iniziando dalla cronaca
nera?
“L’ho già detto. È fondamentale per due aspetti: è
un mestiere difficile, a contatto con poliziotti,
delinquenti, assassini, vittime, orribili eventi; e poi
insegna a fissare la priorità dei fondamentali “chi, dove,
come, quando e perché”, i luoghi, i nomi, le ore, le
modalità… Di più: è importante usare anche un linguaggio
chiaro, accessibile a tutti”.
Le doti caratteriali o psicologiche di un
buon giornalista?
“La curiosità, innanzitutto. Non si può essere
bravi giornalisti, se non si è curiosi. Poi, la capacità di
porsi e porre domande ardite, sgradevoli”.
L’aggressività serve?
“Può essere controproducente”.
La tenacia?
“ È sufficiente per arrivare al traguardo”.
La curiosità?
“Come detto, fondamentale. Addirittura, in un
reporter, può essere l’unica vera qualità: avere curiosità
su tutto, e non arrendersi fino a quando non si è riusciti
(o almeno tentato) di rispondere a tutte le curiosità”.
L’agenda (i numeri, i contatti…) serve?
“Certo. Essenziale! Come ti muovi, se non hai
riferimenti affidabili, riservati, confidenziali?”.
Al giornalismo ha dato più Truman Capote o
Oriana Fallaci?
“Truman Capote. Ho regalato decine di copie del suo
libro “A sangue freddo” a giovani aspiranti giornalisti. Un
capolavoro. Come ricostruire un terribile, insolito delitto
con cura estrema per i particolari…e questo si può insegnare
e imparare… e con una eccezionale capacità di scrittura…e
questa è una vocazione, un dono di natura, ma si può
migliorare”.
Di quali oggetti (pc, rubriche, taccuini)
non sa fare a meno?
“Taccuini, notes… li adoro: una mezzora in
cartoleria per me è una gioia rasserenante!
Ho bisogno di una biro particolare (“Tratto pen”,
se si può citare), se no mi sento nudo. E il bello è che
colleziono penne stilografiche, ma non le uso quasi mai.
Quanto al computer, a casa non posso farne a meno”.
È più utile saper scrivere o avere fiuto
per le notizie?
“Fiuto, a meno di non fare il parassita. Un altro
ha il fiuto, e tu riconosci la notizia e sai scriverla.
Confesso che ci fu una mia breve stagione parassitaria: a
Torino, come reporter al seguito della Juventus, quando ero
giovanissimo. I cronisti ai campi di allenamento erano
intimoriti dai dirigenti della Juventus e dai metodi spicci
di Heriberto Herrera. C’era un grande giornalista, Vladimiro
Caminiti, che sapeva tutto e capiva tutto. Eravamo amici e
mi passò un’infinità di piccole notizie, che lui non
utilizzava, giorno per giorno”.
Come deve essere l’italiano giornalistico?
“Nessuna parola difficile, nessuna citazione: un
centinaio di parole comprensibili per tutti. Confesso di non
essere un riferimento: mi piacciono le citazioni e non
resisto alla tentazione di scrivere anche parole inusuali”.
Carta stampata, tv, radio, internet… Qual è
il futuro?
“Ci sarà ancora per molto tempo spazio per tutti,
via via, come già ora si vede, la supremazia è della
televisione”.
In questo mestiere contano le
raccomandazioni?
“Fino ad un certo punto, sì. Purtroppo. Una volta
si arrivava a diventare giornalisti attraverso la dura
gavetta dell’abusivato, un tirocinio che selezionava per
qualità e difetti. La partita era alla luce del sole: tutti
potevano vedere e giudicare. Oggi, sei assunto senza
tirocinio e quindi la “spintarella” è più semplice: chi può
contestare un direttore o un editore per le sue scelte?”.
Fare il giornalista è sempre meglio che
lavorare?
“ È una vecchia battuta. Fare bene il giornalista
significa lavorare sodo. È, comunque, un lavoro
privilegiato”.
Si smette mai di essere giornalisti?
“Per me, no. Di fronte ad una notizia, non
resisti”.
Lei che posto occupa nella storia del
mestiere?
“Cito una battuta di Gian Antonio Stella, che fu
detta in mia assenza e mi fu riferita da comuni amici. Era
un gioco, la scelta di una lapide… Questa: “Lanza ha dato al
giornalismo assai più di quanto il giornalismo abbia dato a
lui.” Commovente e troppo buono: una buona lapide, ironica,
per me è quella inventata da una mia amica: “Era un uomo
tutto case e famiglie”.
Vorrei essere ricordato come un bravo artigiano che
ha creduto nelle qualità e nel talento dei giovani e che ha
assunto e lanciato, quando più o meno avevano i pantaloni
corti, molti bravissimi ragazzi destinati a diventare grandi
giornalisti: Massimo Donelli, Ferruccio de Bortoli, Gian
Antonio Stella, Gigi Moncalvo, Edoardo Raspelli, Ivo
Carezzano, Francesco Cevasco, Renzo Rosati, Luisa Forti,
Carlo Brusati (scomparso prematuramente, era assistente di
Fedele Confalonieri), Riccardo Bormioli, insieme con tanti
altri”.
Un aspirante giornalista che libri
deve leggere?
“A sangue freddo” di Capote, ho già detto. I
classici, sempre validi. E poi tutti i libri di attualità
che escono, per tenersi aggiornati”.
Bisogna “trattare con serietà le cose
frivole e con leggerezza le cose gravi”, sosteneva Camilla
Cederna. È sbagliato?
“Non è semplice, ma può essere una buona regola”.
Le scuole di giornalismo servono?
“Non molto. Meglio la strada, la praticaccia”.
Consiglierebbe ad un giovane di fare il
giornalista?
“Sì, ma solo se è sicuro di avere una vera
vocazione”.
Il suo motto professionale?
“Nella bacheca alle mie spalle ho scritto alcuni
slogan, tipo: “Provarci sempre”, “La curiosità è tutto”. E
poi anche un mio epigramma auto-ironico, che potrebbe
adattarsi non solo a me, ma anche a molti miei colleghi.
Il contesto?/ Sono mesto:/ non riuscirò/ a capirlo presto”.
1) “Ci metto la firma! La gavetta dei giornalisti
famosi”, di Mariano Sabatini (Aliberti editore, 2009).
Riproduzione riservata.
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RABINDRANATH
TAGORE
Io desidero te,
soltanto te, il mio cuore lo ripeta senza
fine. Sono falsi e vuoti i desideri che
continuamente mi distolgono da te. Come
la notte nell’oscurità cela il desiderio
della luce, così nella profondità della
mia incoscienza risuona questo grido: “Io
desidero te, soltanto te”.
(Da “Poesie
d’amore”, 2000)
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