INTERVISTE

ISCHIA E CAPRI,
COME NASCE UN FESTIVAL DEL CINEMA


Dopo le polemiche sui premi letterari,
Pascal Vicedomini racconta le difficoltà e i sostegni
(soprattutto dai privati) che hanno accolto le sue iniziative


 

Rachele Zinzocchi*

 

Non si è ancora spenta l’eco dello scandalo Grinzane Cavour, che non solo ha travolto un personaggio come Giuliano Soria, ricoperto sino al giorno prima di ogni onore, ma ha rischiato, in nome della consuetudine sin troppo invalsa da noi a far di ogni erba un fascio, di gettare fango su tanti numerosissimi premi letterari che rendono vivo il panorama culturale del nostro Paese.

“Business sì, business no”: questo il dubbio allungatosi come un’ombra silenziosa anche su altri premi, nella sottesa domanda se, dietro sostegni pubblici talora assai cospicui, non si celi un utilizzo un po’ troppo spensierato dei finanziamenti. Senza contare polemiche di diverso segno, ma ugualmente pesanti, che hanno coinvolto premi storici come lo Strega, reo per alcuni di presunta scarsa trasparenza nel meccanismo di elezione del vincitore.

In tanti hanno cercato di stemperare le polemiche, mostrando che nulla sarebbe tanto sbagliato come “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. La maggior parte dei premi letterari italiani, infatti, rimette il proprio sostegno alla libera iniziativa di sponsor privati e di budget infinitamente inferiori, spesso anche di svariati zeri, ai milioni di euro di cui il Grinzane ha beneficiato per anni.

Ma come stanno le cose con i premi cinematografici del nostro Paese? Nessuno ne parla, eppure proprio questi rappresentano una tra le principali leve per la diffusione della cultura cinematografica (e della cultura tout court) in Italia.

Per fare il punto della situazione, ci siamo rivolti a colui che ha fondato, e tuttora produce e dirige, alcune tra le più importanti manifestazioni cinematografiche, divenute nel tempo così insigni da aver varcato i confini nazionali ed essersi spinte sino a Hollywood, con star che ormai fanno a gara per “esserci”.

Stiamo parlando di Pascal Vicedomini, ideatore di eventi come “Capri Hollywood”, “Ischia Global Fest”, “Los Angeles Italia Film Fest”. Vicedomini, in piena preparazione proprio del festival di Ischia che aprirà a luglio, è subito chiaro: “Noi siamo nati e continuiamo a vivere quasi soltanto grazie all’iniziativa di privati, di tanti che hanno deciso di rimboccarsi le maniche, per il nostro Sud ben prima che per pubblicità. Professionisti che hanno creduto nelle nostre iniziative, in quanto leva per far crescere non solo l’immagine, ma anzitutto la ricchezza e la solidità del nostro Mezzogiorno. Il Sud è una terra piena di risorse, di oro. Basta volerlo vedere e impegnarsi affinché al Meridione venga restituita quella centralità che da sempre ha e che deve essere riconosciuta da tutti a livello mondiale”.

 

Come nascono i premi cinematografici oggi in Italia? E i suoi, a Ischia e Capri?

 

“Non voglio entrare nelle polemiche che, in campo letterario, hanno riguardato il Grinzane Cavour o altri premi. In Italia esistono tanti festival del cinema: alcuni grandiosi, che ci hanno fatto conoscere in tutto il mondo e sono entrati a far parte della storia del nostro Paese, come quello di Venezia o, più di recente, quello di Roma. Io posso parlare dei festival che ho fondato: in primo luogo, l’Ischia Global e il Capri Hollywood. Sono manifestazioni più piccole, nate in una terra delicata come il Mezzogiorno: area problematica, ma con mille risorse, che sono lì, solo da scoprire e per le quali tutti noi dovremmo fare il massimo per rilanciarle come meritano. Ebbene, proprio queste manifestazioni devono dire grazie per la loro esistenza anzitutto alla iniziativa libera – e perciò tanto più ammirevole – di privati che hanno scelto di mettersi in gioco personalmente per sostenere realtà in grado di aiutare il Sud”.

 

Gli enti pubblici non l’hanno sostenuta?

 

“Sì, ma sono venuti dopo e sempre “a rimorchio”. L’appoggio dei privati è nato a monte, è stato il primo e da lì siamo partiti. I privati anzitutto, in forma massiccia, hanno voluto darsi da fare e realizzare qualcosa di concreto per avviare una vera riqualificazione del Sud. Hanno detto: “Non aspettiamo che il pubblico venga da noi, andiamo noi a prendere il pubblico”. Hanno messo mano al portafoglio, affinché la situazione delle nostre aree potesse migliorare, culturalmente e artisticamente. Diverso è quando le manifestazioni nascono in altro modo: modi che a me, spesso, francamente sfuggono.

E se quei privati si sono comportati così, lo hanno fatto anzitutto per il Meridione.

Il nostro problema principale, infatti, è sempre stato quello di dare visibilità e credibilità a zone massacrate in termini di comunicazione: talora giustamente, ma il più delle volte in maniera gratuita. Dovremmo essere il giardino d’Europa e invece facciamo i conti da sempre con un gap da superare. Prima ancora di partire, siamo chiamati a dimostrare al mondo che siamo persone e professionisti affidabili.

Per fortuna crescono ogni giorno le persone convinte che occorra far di tutto per aiutare il Sud e rilanciarlo. Ma poi bisogna trovare quelle giuste, che si impegnano, ben inserite e con la voglia di mettersi in gioco davvero”.

 

Siete riusciti nel vostro obiettivo?

 

“Credo proprio di sì. Il successo delle manifestazioni che ho costruito, in collaborazione con l’Accademia Ischia e l’Istituto Capri nel mondo, nasce dall’idea di “fare sistema” messo in atto fra due isole che prima neanche si parlavano. L’area ha riconquistato dignità dal punto di vista artistico. Non a caso i due eventi sono diventati un classico: dell’estate per Ischia e dell’inverno per Capri. Anche politicamente tanto la destra quanto la sinistra sanno perfettamente che si tratta di due momenti decisivi per la promozione della regione.

Questo è un risultato acquisito sul campo e per me una medaglia. Chi mi conosce sa bene quale intento filantropico e culturale, sempre mirato sui contenuti, io abbia avuto nell’avviare queste iniziative. Sono abituato fin dalla nascita a lottare come un disperato. Sto sempre sul prodotto, non ho mai lesinato niente. Anche in situazioni estreme, se ad esempio all’ultimo minuto arriva una star, ma non ho in budget i soldi per pagarla, mi rimbocco le maniche.

Intanto le dico di venire, poi mi metto a fare la colletta e trovo il modo di capire come coprire la nuova spesa”.

Le risorse umane – uomini e donne con la loro buona volontà – sono il primo “oro” di cui il Sud può godere, anche in questo caso?

 

“Assolutamente sì. Mi fa sempre una certa impressione pensare ad aziende importanti del Mezzogiorno, generalmente lontane dall’iniziativa privata, che nel nostro caso hanno fatto un’eccezione e si sono spese con noi e per noi. Un gruppo come “Cafè do Brasil” sponsorizza solo la Ferrari e Gigi Proietti. Con noi invece è entrato quattro anni fa e ci è sempre più vicino. Lo stesso vale per il Gruppo Sangemini, per Fiuggi o per il Casinò di Venezia, che con i suoi tanti clienti campani ritiene opportuno fare comunicazione là dove ha potenziale di raccolta. E poi ci sono le banche, il marchio Honda per Capri Hollywood.

La cosa più bella è che sono stati loro a cercare me, non il contrario. Sia chiaro, io busso sempre a mille porte. Spesso però tante possibilità si perdono negli infiniti rivoli e rivoletti di premi senza capo né coda. Ma poi i risultati arrivano. Quando hai un brand forte e fai progetti qualificati, basta saper aspettare. Il mercato alla fine ti dà ragione”.

 

I budget di cui gode sono cospicui?

 

“Veramente a me di soldi ne hanno dati sempre pochi, con la scusa che tanto ero bravo e sarei riuscito comunque a portare a casa il risultato. D’altronde se le cose non le facessi bene, non mi farebbero neanche lavorare.

Con Capri ho iniziato nel 1995, con Ischia nel 2003 e poi con Los Angeles nel 2006. Ho avuto Mickey Rourke, Pupi Avati. A Ischia sono arrivati Hillary Swank, Naomi Watts, Oliver Stone, Roman Polanski, Rosario Dawson. L’altro giorno ho ricevuto un’email del manager di Jennifer Lopez: “Senti”, mi diceva, “avrei bisogno di parlarti, vorrei sapere se Jennifer può venire a Ischia”. Jennifer Lopez, capisce? Ischia all’inizio non era certo nella mappa della star di Hollywood, ma alla fine sono venuti tutti. Il tam tam è stato fondamentale. Nella notte degli Oscar non si parlava che di Ischia”.

 

Fra tanti onori, qualche nemico?

 

“Certo difficoltà come per tutti, nel mio caso nate spesso dall’invidia. A Washington avevo messo in piedi un festival che è andato avanti per quattro anni, con grande successo. Poi però sono stato costretto a rinunciare. Troppi bastoni fra le ruote. Eppure a me sembrava un’idea magnifica. Nel mondo ci sono milioni di italiani. Già negli Stati Uniti saranno almeno trenta.

Se solo il 10% di loro, cioè tre milioni, venisse facilitato nel rendere testimonianza al proprio Paese, l’industria culturale italiana sarebbe la più solida in assoluto. E se fossero anche solo un milione e mezzo, ci riuscirebbero ugualmente. Alla fine però sembrava che fosse un piacere solo mio fare il festival a Washington. Così, strategicamente, ho scelto di concentrarmi sulle altre mie manifestazioni, che bastano e avanzano nel darmi una soddisfazione immensa, in grado di ripagarmi di tutto. Il processo ormai è condiviso a livello globale. Anche quando io non ci sarò più, basterà una qualunque altra persona di ingegno per portare avanti l’iniziativa, facendo vivere queste kermesse ancora per chissà quanto”.

 

Lei ha sempre fatto da solo. Non invidia un po’ chi può contare su un sostegno pubblico più forte, che forse renderebbe tutto più semplice?

 

“Ho sempre detestato chi si piange addosso, chi pensa agli altri e non a se stesso, alle proprie attività. È vero, in altri festival ci sono le fondazioni, fortemente sostenute dallo Stato. Ma è vero anche che una kermesse come la Biennale fa un lavoro straordinario per il nostro Paese. Venezia è una capitale mondiale per l’arte e la cultura e il Festival rappresenta un momento decisivo, in cui si costruisce la promozione internazionale di una città che è ormai patrimonio mondiale. Anche per Roma il cinema è una realtà essenziale. Non si possono fare paragoni generici.

E poi i politici fanno il loro mestiere, lo devono fare, inutile criticarli. Bisogna smettere di piangersi addosso e accusarli. Ognuno ha i suoi problemi. Io per le mani ho “solo” la mia piccola Ischia, la mia piccola Capri. Ma ritengo che tutto sia bene se fatto con giudizio. Di premi cinematografici potrebbero essercene pure uno all’anno, e finanziato da chi più fosse interessato: purché alla base vi sia un’opportuna strategia di marketing, un piano intelligente e serio in cui le nuove iniziative facciano sistema con le altre. D’altronde se ognuno di noi facesse il proprio dovere in questo Paese, cioè essere italiani, avremmo già risolto la metà dei problemi. Essere italiani è una gran fortuna. Sa il mio successo a cosa lo devo? Al fatto di essere italiano. Quando vado all’estero e mi dicono “italiano!”, per me è fantastico, è la svolta. Tanto si sa: è solo il merito che paga”.



*Dice di sé.
Rachele Zinzocchi. Fiorentina di nascita, ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla scuola Normale superiore di Pisa – sulla metafisica e la finitezza umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa pensare: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.








MARY WOLLSTONECRAFT


Ma, amata o trascurata che sia, il suo primo desiderio
(della donna) dovrebbe essere di rendersi rispettabile,
e non di dipendere per la propria felicità da un essere soggetto
alle sue stesse debolezze.

(Da “Rivendicazione dei diritti della donna”, 1792)







NINO SALVANESCHI

La curiosità femminile è spesso l’avanguardia del desiderio.
(Da “Il tormento di Chopin”, 1949)








 

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