LETTURE
CONOSCO IL TUO SEGRETO, IL NUOVO ROMANZO DI SILVANA
GIACOBINI
Una giovane ed affascinante
giornalista riesce a risolvere un intricato thriller
grazie ai suoi poteri paranormali (1)
Silvana Giacobini*
Prologo
Nella
carrozza 1 di prima classe dell’Eurostar diretto a Venezia,
la climatizzazione non funzionava se non a tempi alterni. I
viaggiatori perlopiù leggevano, dormicchiavano, scambiavano
qualche parola, sventolandosi con i giornali ogni volta che
il flusso d’aria fredda smetteva improvvisamente di
circolare nello scompartimento. Gli unici che sembravano non
patire il caldo erano quattro turisti giapponesi che
occupavano gli ultimi sedili della carrozza. Conversavano in
allegria, prorompendo di tanto in tanto in un lieve
schiamazzo a cui nessuno però faceva caso. Destava invece
più irritazione il lamento continuo di un bambino seduto in
braccio alla mamma, di fianco al corridoio. Nonostante la
donna tentasse in tutti i modi di distrarlo, agitandogli
sotto il naso un cagnolino di gomma, il piccolo non smetteva
un attimo di frignare.
“Oh Tommy,
guarda chi arriva!” La mamma fece ballare le ginocchia,
facendo andare il figlioletto su e giù come su una giostra.
“Li vedi
quei signori là? Sono poliziotti” scandì l’ultima parola con
il tono enfatico che avrebbe usato nel nominare l’orco delle
favole. Per un istante il bambino tacque, fissando
ipnotizzato i due uomini che stavano venendo verso di lui.
“Ehi, ciao
piccolino!” esclamò il poliziotto della Polfer Michele
Calabrò, passandogli accanto.
“Fai ciao
ai signori, amore” la mamma agitò la manina del figlio verso
i poliziotti che però avevano già oltrepassato il loro
scompartimento.
“Siamo
quasi arrivati alla fine” sospirò Calabrò. Aveva il retro
della camicia blu fradicio di sudore. Era un po’ a disagio,
fortuna che il blu scuro mimetizzava le chiazze di bagnato.
“Meno male.
Qui dentro si muore” rispose il collega Antonio Celletta.
“Sembrerebbe tutto tranquillo. Che dici, torniamo indietro?”
“Diamo
prima un’occhiata alla toilette”.
“Autentico
sprezzo del pericolo. Anche se le puliscono, non sai mai che
sorprese ci puoi trovare” ironizzò Celletta.
Il segnale
all’esterno era verde.
“È libera”.
Calabrò abbassò la maniglia, ma la porta non si aprì.
Riprovò con più forza. “È bloccata dall’interno. Fantastico,
così uno fa a tempo a farsela addosso”.
“Lascia
provare me”. Celletta, il più robusto dei due, prese una
breve rincorsa e assestò un’energica spallata alla porta che
si aprì di colpo. Un tanfo di escrementi misto a un afrore
dolciastro li investì all’improvviso, costringendoli ad
arretrare per il disgusto.
“Mio Dio”
esclamò sottovoce Calabrò, di colpo sbiancato in viso.
Seduta sul
water in modo scomposto, le gambe divaricate, la testa
bionda reclinata all’indietro contro la parete bianca, c’era
una donna. Aveva gli occhi sbarrati come se fissasse
qualcosa con stupore, un filo di bava le colava all’angolo
della bocca semiaperta.
Tra i seni,
che spuntavano da una generosa scollatura, era piantato un
elaborato spillone per cappelli. Calabrò e Celletta
guardarono con ribrezzo il rivolo di urina ed escrementi che
le aveva arabescato polpacci e caviglie fino ai piedi, dalle
unghie laccate di rosso, infilati in un costoso paio di
sandali di vernice bianca col tacco alto.
Calabrò
pensò, rabbrividendo, che sua moglie ne aveva un paio molto
simili. Per un attimo né lui né il collega riuscirono a
muoversi, tanto meno a parlare. Era la prima volta che si
trovavano faccia a faccia con un cadavere. Per quanto
sapessero che era un rischio del mestiere, mai e poi mai
avrebbero immaginato che diventasse realtà nella toilette di
un treno. “Assicurati che non arrivi nessuno”. Calabrò si
coprì naso e bocca con il fazzoletto ed entrò nell’angusta
toilette.
“Sono tutti
seduti” riuscì a dire Celletta con un filo di voce, gettando
una frettolosa occhiata alla carrozza.
“È un bel
casino. Maledizione. Un bel casino”. Calabrò aspettò che
anche il collega fosse entrato, dopodiché chiuse la porta
del bagno, bloccandola in modo che nessuno potesse entrare.
Entrambi sapevano che non dovevano toccare nulla per non
inquinare la scena del crimine, impresa non facile dato lo
spazio angusto. Con estrema cautela Calabrò si chinò sul
cadavere. Sul collo c’erano lividi bluastri, come da
strangolamento. Con il palmo della mano sfiorò la fronte
della donna. Era fredda. Doveva essere morta già da qualche
ora.
“Cerchiamo
i documenti” disse, guardandosi nervosamente in giro. Aveva
notato che la vittima indossava un abito elegante di seta
azzurro senza tasche. A terra, una borsetta semiaperta.
“No, nella
borsa non c’è niente. Forse, troveremo anche il suo
bagaglio, se riuscissimo a scoprire dove era seduta... ”
Celletta guardò la morta. C’era qualcosa nel suo volto che,
nonostante il raccapriccio, tratteneva il suo sguardo.
“Quanti anni avrà avuto?”
“Una
quarantina, forse meno”.
“Era una
bella donna” sospirò Calabrò, riuscendo finalmente a
distogliere gli occhi dal cadavere. Una vita era stata
appena stroncata in modo orribile. E sia Calabrò che
Celletta sapevano che, adesso, a qualcuno sarebbe spettato
il compito di dare un senso a quell’orrore.
1
Alle sei e
mezzo di mattina le due donne correvano a passo cadenzato
nei giardini di Porta Venezia. Avevano già completato una
volta il perimetro del parco e ora si accingevano a
concludere il secondo giro.
“Mi farai
scoppiare, Silvia”.
“Vedi di
non lamentarti, Paola. Ringraziami, piuttosto, almeno ti
tengo in forma...”. Silvia sorrise senza rallentare. Fare
jogging nel verde la riconciliava con Milano, persino in una
giornata afosa come quella. Nonostante l’ora, il sole era
già caldo e l’aria gravida di umidità. Certo, Silvia doveva
ancora abituarsi alla frenesia dei milanesi, ma non le
dispiacevano affatto la loro puntualità, il loro modo di
camminare come tanti soldatini in marcia verso un obiettivo
preciso. E poi non era vero che a Milano il verde non c’era.
Bastava cercarlo. A volte ti sorprendeva oltre la facciata
di un palazzo, esplodendo rigoglioso all’interno di un
cortile, incantevole come un giardino segreto. In ogni caso
non aveva molto senso lamentarsi.
L’aveva
chiesto lei il trasferimento da Roma. La verità era che
Silvia non si era ancora del tutto ripresa dal caso delle
sette sataniche, sebbene l’indagine fosse servita a saldare
il suo debito con il passato. Assicurando alla giustizia i
capi della setta, tra cui figurava anche la famosa ex
modella Maité Persella, moglie del magnate del mattone più
chiacchierato del momento, per Silvia era stato come rendere
finalmente giustizia al fratello Roberto, plagiato e spinto
al suicidio da una congrega di satanisti dieci anni prima,
senza che lei avesse potuto fare nulla per salvarlo.
Cambiare
aria non poteva dunque farle che bene, rifletté, mentre
Paola Monti alle sue spalle ansimava cercando di starle
dietro.
“Per
ricambiarti il favore un giorno o l’altro ti porterò da
Rolando così ti aggiusterà quella testa da uccellino
sparuto”.
“Capello
corto, cervello fino” rispose Silvia, scoccandole una delle
sue proverbiali occhiate tranchant. Paola stava per
ribattere, ma fu interrotta dallo squillo del cellulare del
commissario.
“Anche a
quest’ora. Incredibile!” Silvia si fermò, piegandosi un
attimo in avanti, le mani sulle ginocchia, per rallentare il
respiro. Sul display del suo Nokia lampeggiava il nome di
Barbera.
“Dimmi,
Pacì”.
Paola
approfittò per sedersi su una panchina. Qualcosa
nell’espressione improvvisamente tesa di Silvia la convinse
che per quel giorno il jogging era finito.
“Dove è
successo?” Silvia si era seduta accanto a Paola. “Va bene,
il tempo di fare un salto a casa e cambiarmi e arrivo
subito”.
“Il lavoro
chiama” ironizzò Paola.
Silvia non
udì la battuta dell’amica. Con la testa era già altrove.
“Quindi la
donna dell’Eurostar non è morta per strangolamento o perché
lo spillone le ha trafitto il cuore. È morta per overdose…”.
Silvia si
accese una sigaretta, la quinta della giornata. Se fosse
stata un po’ meno tesa, l’avrebbe gustata forse di più,
specie dopo il rituale caffè nero della macchinetta. Una
sigaretta fumata nervosamente era comunque meglio di niente.
Per fortuna l’ufficio che le avevano riservato al
Commissariato aveva una finestra più grande di quello di
Roma, finestra che lei teneva socchiusa anche in inverno.
Fissò il pacchetto semivuoto di Marlboro sulla scrivania.
Malgrado i buoni propositi, sbandierati a tutti i colleghi,
anche quel giorno presumibilmente avrebbe raggiunto quota
trenta.
Il suo vice
Pacì Barbera, che la conosceva bene, ne indovinò il pensiero
con una semplice occhiata, ma non disse nulla. Barbera non
era capace di contraddire il suo capo. In nessuna
circostanza. Questa era la sua più grande debolezza. Ma era
anche una forma di amore. Quando Silvia gli aveva chiesto di
trasferirsi con lei a Milano, aveva accettato subito, come
se non esistessero alternative.
“Questo è
il referto dell’autopsia” le allungò sul tavolo un fascicolo
in una cartelletta di plastica. “Un’iniezione letale. Ma
anche il fumo uccide, commissario…” disse, spalancando la
finestra. Silvia non gli badò. Sfilò il documento e si mise
a leggere. “C’è un segno molto chiaro dove è stato
introdotto l’ago”.
“Sì, il
dottor Scelsi dice che l’iniezione ha preceduto di poco, di
pochissimo, lo spillone e lo strangolamento”.
“Sì, ma che
senso ha strangolarla e infilarle uno spillone se stava
morendo...”.
Barbera si
strinse nelle spalle. “Un rituale? A ogni modo la
Scientifica sta analizzando tutte le tracce”.
“Non
risultano casi analoghi, se non sbaglio”.
“No,
nessuno. Ho controllato”.
“Questo
esclude l’ipotesi di un serial killer conosciuto. Speriamo
solo che non sia il primo di una lunga serie. Si sa nulla
della vittima?”
Barbera
scosse la testa. “Nulla. La borsetta era vuota. Certo che lo
spillone nel cuore è una strana modalità...”.
Silvia
sollevò gli occhi dal fascicolo: “In che senso?”.
“Be’, è una
modalità femminile. Hai visto per caso il film di Almodóvar,
Matador?”
“Non ho
molto tempo per andare al cinema, Barbera”.
“Oh, è un
vecchio film, di almeno vent’anni fa. Praticamente c’era
un’assassina che, ispirandosi al rituale del matador,
uccideva gli amanti proprio sul più bello, nel momento
dell’orgasmo, conficcandogli uno spillone nel petto”.
“Questa
volta è una donna a essere stata uccisa, Barbera. E non mi
sembra che stesse spassandosela particolarmente...!
“Sì, sì,
commissario. Dicevo solo che la modalità mi sembrava...”.
“Diramiamo
la foto della vittima a stampa e tv. Qualcuno dovrà pure
riconoscerla”.
“Consideralo già fatto”.
Silvia
studiò di nuovo il fascicolo assorta. “Il mistero delle tre
morti...” disse tra sé, aggrottando la fronte.
“Silvia?”
Barbera la
chiamò. “Commissario?”
“Sì?”
“Il tuo
cellulare. Sta squillando”.
“Oh, ma
dove cavolo...” Silvia gli lanciò un’occhiata impaziente,
mentre cercava il cellulare nella borsa. “Eccolo! Barbera,
puoi andare”.
Attese che
il suo vice fosse uscito, poi rispose.
“Pronto”.
Leggere il
nome sul display le aveva provocato un piccolo tuffo al
cuore. Chiara spense il cellulare. Aveva bisogno di
tranquillità. In bagno, scrutò la propria espressione
preoccupata allo specchio. Non le piaceva per niente come la
pelle si era increspata tra le sopracciglia, rabbuiandole lo
sguardo. Ovviamente non ne faceva una questione estetica. Il
problema era un altro. Per un attimo si pentì persino di
avere fatto quella telefonata. Si ricordò all’improvviso di
una frase che le ripeteva sempre nonna Lia: “Il passato è
come un fantasma, Chiara, va lasciato in pace, altrimenti
torna a infestare il futuro”. Era una frase insolita per una
persona anziana. Chiara aveva sempre pensato che i vecchi
vivessero essenzialmente di memorie.
Ma nonna
Lia non era certo una donna convenzionale, possedeva una
saggezza che non veniva dai libri. La saggezza di nonna Lia
veniva tutta dagli occhi e dalle orecchie, era la saggezza
dell’esperienza. Pensando a lei, Chiara vide le proprie
labbra distendersi in un sottile sorriso. Piano piano anche
l’increspatura tra le sopracciglia si attenuò fino a
scomparire. Per un istante, attraverso il proprio riflesso,
le sembrò di vedere il volto felice della nonna quando
l’accoglieva a braccia aperte nella sua casa un po’
fatiscente ma ugualmente bellissima di Pieve Santo Stefano,
dove Chiara da bambina trascorreva le vacanze estive. Rivide
la sua pelle ambrata e rugosa per il troppo sole, con un
reticolo di venuzze blu intorno al naso e sulle gote, ma
soprattutto rivide i suoi occhi vispi, che sembravano non
conoscere l’imbarazzo. Era da tempo che non pensava più a
lei. Si ricordò dell’ultima volta che l’aveva vista.
Chiara
aveva da poco compiuto dieci anni e quella sarebbe stata la
sua ultima estate a Pieve. Dopo di allora, per molti anni,
niente sarebbe stato più come prima nella sua vita.
Rabbrividì. Perché pensarci proprio adesso, dopo tutto quel
tempo? Non poteva certo essere stata la telefonata a Silvia
Giorgini a risvegliare il ricordo di nonna Lia e dell’ultima
estate con lei. Scosse la testa, furiosa con se stessa.
Ecco, ci stava ricascando.
Ogni volta
che un pensiero insolito le affiorava alla mente, lo
attribuiva subito alle sue capacità. Possibile che fosse
così stupida e presuntuosa da ritenere che il mondo ruotasse
tutto intorno a lei e ai suoi poteri? Il rimprovero della
coscienza la fece sentire subito meglio. Forse era stata
solo la conversazione con Silvia a riportarla indietro, al
tempo in cui vivevano entrambe a Roma. Si erano conosciute
durante un’indagine che il commissario stava svolgendo sulle
sette sataniche.
Chiara
l’aveva aiutata a trovare i colpevoli e a salvare la vita di
due persone, e quella esperienza, seppure dolorosa e
difficile, aveva significato per entrambe una sorta di
catarsi, se non addirittura una rinascita: Chiara aveva
finalmente imparato ad accettare il proprio Dono, quello di
vedere con gli occhi della mente; Silvia aveva saldato i
suoi conti con il passato. Da quella esperienza era nata
un’amicizia speciale, fatta di condivisioni profonde –
Silvia le chiamava vibrazioni –, che andava ben oltre le
parole, e che era continuata nel tempo, nonostante il
trasferimento di Silvia al Commissariato di Milano.
Anche nel
lavoro di Chiara c’erano delle novità: il Boss di Telestella,
Ermanno Forte, aveva deciso di affidare proprio a lei un
talk show che si registrava negli studi di Roma. La
trasmissione, Il segreto, durava mezz’ora, e in quel
lasso di tempo Chiara doveva intervistare una celebrità
invitandola a fare confessioni inedite sulla propria vita e
a togliersi insospettabili sassolini dalla scarpa. Certo, la
rete era quella che era, pagava poco, l’audience non era
alta, ma si trattava comunque di una buona opportunità. Se
non altro questa volta aveva ottenuto un programma tutto
suo, e una certa libertà d’azione: poteva per esempio
scegliere il personaggio e proporre la scaletta degli
argomenti. E anche se l’impegno era gravoso – c’erano giorni
in cui lavorava dalle otto del mattino fino alle undici di
sera, curando personalmente i testi e i servizi filmati –
cominciava ad avere le prime soddisfazioni, come le e-mail
di gradimento delle telespettatrici.
“Un’altra
delle tue casalinghe disperate?” ironizzavano i colleghi al
suono squillante della posta in arrivo nella sua casella di
Outlook. In effetti, non avevano tutti i torti. A scriverle
erano più che altro casalinghe, anche se non così ignoranti
e disperate come scrivevano certi critici televisivi il cui
unico scopo sembrava quello di bistrattare a ogni costo
Telestella e chi ci lavorava. Pensando alla prossima ospite
in trasmissione, che sarebbe stata Maria De Filippi, Chiara
si chiedeva quale segreto sarebbe stata disposta a rivelare
al pubblico la nota conduttrice televisiva. Da parte sua,
lei non era ancora soddisfatta delle domande che si era
preparata. Per fortuna aveva ancora qualche giorno per
documentarsi e per trovare un paio di spunti validi.
Archiviò
quindi il pensiero per il momento, aprì il rubinetto
dell’acqua calda della doccia e si sfilò la camicia da
notte, felice perché quel giorno avrebbe potuto presentarsi
in ufficio un po’ più tardi: l’appuntamento con Tony, per
montare l’intervista della vincitrice di X Factor
Anita Mauri, era solo alle undici e trenta.
Aveva
perciò due ore abbondanti tutte per sé. Mentre aspettava che
l’acqua raggiungesse la temperatura ottimale, ripensò alla
conversazione con Silvia e al motivo della sua irritazione.
“Indovina
un po’ cos’ho per le mani?” le aveva chiesto il commissario
con una vena di cupo sarcasmo nella voce.
“Un
omicidio senza movente e senza colpevole”.
Chiara
aveva tirato a indovinare. Il lungo sospiro dall’altra parte
le aveva fatto capire che aveva fatto centro. Ma non aveva
voluto chiedere altro all’amica, aveva cambiato discorso e,
poco dopo, Silvia aveva chiuso la telefonata, piuttosto
sbrigativamente. In quel congedo frettoloso a Chiara era
parso di cogliere un pizzico di delusione, come se l’amica
si fosse aspettata qualcosa di più da lei. Il pensiero la
infastidiva ancora.
Quante
volte avrebbe dovuto ripetere, a chi conosceva il suo Dono,
che le visioni non funzionano come un congegno elettronico
da accendere e spegnere con il telecomando? Cosa diamine si
aspettava Silvia da lei?
Non
pensarci più. Niente e nessuno ti rovineranno questa
splendida mattinata tutta per te, si disse
entrando nella doccia e abbandonandosi alla sensazione
ipnotica del getto d’acqua sul corpo. Subito, la tensione
che avvertiva dietro al collo e alle spalle si allentò, e
una miriade di piccoli brividi caldi la invase da capo a
piedi in un unico formicolio piacevolissimo. Sarebbe stato
perfetto se sotto la doccia con lei ci fosse stato anche
Paolo, l’uomo della sua vita, come si divertiva sempre a
chiamarlo, scherzando ma non troppo.
Paolo però
era a New York per un corso di specializzazione in diritto
internazionale sulle evasioni fiscali e non sarebbe tornato
prima di un paio di mesi. All’inizio, lontana da lui, Chiara
si era sentita perduta, come se le fosse venuta a mancare
una parte di sé, eppure si telefonavano spesso.
“Mi costi
troppo” scherzava lui, e Chiara stava al gioco “Stai zitto,
tu che sei più ricco di me”. Era con il suo umorismo
garbato, mai invadente, che Paolo De Felice l’aveva
conquistata. Non che non avesse giocato un ruolo anche
l’avvenenza del giovane avvocato. Ma non era stata
l’attrazione fisica a far capitolare Chiara, a farle vincere
la sua istintiva diffidenza verso gli uomini.
“È colpa di
quello che ho sofferto da ragazzina dopo la separazione dei
miei” si giustificava Chiara con le amiche ogni volta che
lasciava un ragazzo dopo un breve flirt. A quelle parole, in
genere le amiche mostravano comprensione. Anche se non
tutte. Un giorno, mentre si stava truccando in camerino, la
collega Maria Pia Rossini l’aveva rimproverata con durezza:
“Psicologia d’accatto, tesoro. Attribuire i propri
fallimenti ai genitori e a quello che si è patito da piccoli
è un bell’alibi. La verità è che non hai ancora trovato uno
capace di farti perdere la testa”.
Maria Pia
aveva ragione. Con Paolo, le sue difese si erano sciolte
come neve al sole, e lei si era lasciata andare, finalmente,
per la prima volta in vita sua. E adesso non aveva nemmeno
più paura di perderlo.
Dopo la
doccia, si preparò una tazza di tè verde e una fetta di pane
integrale tostato con un filo di miele. Chissà, se al
ritorno di Paolo, sarebbe stata pronta al grande passo.
Guardò l’orologio della cucina, le nove e trenta. A New York
erano le due e trenta di mattina. Ma sì, pensò,
alzandosi di colpo per andare a prendere il cellulare
lasciato in bagno. Il movimento doveva essere stato troppo
brusco perché a un tratto aveva visto nero e avvertito una
morsa dolorosa alla testa. Mentre cercava sostegno alla
parete, si impose di rallentare il respiro. È solo uno
sbalzo di pressione. Si guardò intorno.
Tutto era a
posto e rassicurante. Bene. Poi lo ripeté a voce
alta, per convincersi. Sotto i piedi nudi, il pavimento era
insolitamente freddo. Come una lastra di ghiaccio. Anche le
mani, ora che ci faceva caso, erano ghiacciate. Le staccò
bruscamente dalla parete, pensando che fosse stato il
contatto con le piastrelle, e si strinse nell’accappatoio di
spugna. Subito dopo sentì il corpo farsi leggero,
incredibilmente leggero. D’un tratto i colori delle cose
attorno presero a risplendere di una lucentezza che feriva
lo sguardo. Captò un fugace aroma di tè. Una traccia, ma
spasmodicamente intensa.
Si accorse
che recepiva ogni minimo odore, persino le briciole
abbrustolite rimaste intrappolate nella griglia del
tostapane, per non parlare di quello del sudore che le
ricopriva in un velo di brividi tutto il corpo. Senza
rendersene conto, urtò il piatto di ceramica sul tavolo. Ma
il rumore giunse al suo orecchio come uno sparo. Era
nauseata dalla forza innaturale di tutte quelle sensazioni.
Si costrinse ad abbassare lo sguardo, cercando di resistere
all’abbacinante fulgore del pavimento. Concentrati, sul
qui e ora, concentrati. Anche i pensieri sembravano
rimbombarle amplificati nella testa. Chiuse gli occhi. Prima
che potesse rendersene conto e fare qualcosa per impedirlo,
si trovò, dopo tanto tempo, di nuovo in quell’Altrove.
L’Altrove delle visioni.
E mentre si
lasciava trascinare in quel vortice senza gravità, non
riuscì a scacciare il pensiero che Silvia Giorgini
c’entrasse qualcosa con quello che le stava capitando.
(1) Pubblichiamo per
gentile concessione dell’editore uno stralcio dal libro
“Conosco il tuo segreto” di Silvana Giacobini (Cairo
edizioni-Rai Eri, 2009). Riproduzione riservata.
*Dice di sé.
Silvana Giacobini. Romana di nascita e milanese di adozione,
è sposata e ha una figlia. È stata direttore di Gioia, ha
progettato e diretto Chi, e attualmente dirige Diva e donna,
che ha ideato per Cairo editore. Ha collaborato inoltre con
vari quotidiani e condotto trasmissioni per la Rai e per
Mediaset.
|
EPICURO
Per tutti i desideri
bisogna chiedersi: cosa mi accadrà
se quanto questo desiderio richiede ha
compimento,
e cosa mi accadrà se non l’ha?
(Da “ Gnomologio
vaticano”)
|
|