LETTURE

ROSA MARTINEZ, LA PROTAGONISTA
DELL’ULTIMO LIBRO DELL’ANCHORMAN
DI CANALE 5


È cresciuta in una famiglia all’antica, con due fratelli maschi
e un padre opprimente che la comanda a bacchetta.
Dopo il matrimonio con un capomafioso, scopre che... (1)


 

Salvo Sottile*

 

Corleone, 1986

 

ERA il 1° marzo.

Corleone festeggiava il suo patrono, San Leoluca.

Durante la processione un ragazzo con la mano destra rattrappita, la camminata sghemba e i capelli dritti in testa, correva in senso contrario alla marcia del santo.

“Aiuto! Aiuto!” gridava, cercando di confondersi nella folla.

Tre uomini lo inseguivano.

“Fredo!” urlava uno. “Vieni qua, ti vogliamo solo parlare!”.

“Non ci voglio parlare con voi, siete cattivi!” ansimava il poveretto, che ogni tanto si guardava alle spalle e cercava di mulinare le gambe con scatti sempre più veloci. Alfredo Gariffo, detto Fredo, non era molto intelligente, ma era una lepre quando si trattava di darsela a gambe.

Un saettone.

Anche quella volta era stato così veloce che i tre che gli stavano alle costole si arresero. Dopo neanche trecento metri schiantarono a terra con la lingua penzoloni. Fredo, con la canottiera tutta sudata e un dolore lancinante al fianco destro, continuò a correre. Da via Bentivegna girò per via San Martino, svoltò a sinistra, si infilò in vicolo Firmaturi. Fece un altro paio di zig zag e si dileguò. Quella notte in paese non si fece più vedere, la testa gli aveva detto che era meglio se dormiva fuori casa.

Intorno alle due del mattino Occhiuzzo corse a svegliare Nino Giaconia.

“Ninuzzo, alzati, abbiamo un problema!”

“Che è successo?”

“Devi trovare subito Fredo”.

“Fredo?” chiese l’altro con gli occhi gonfi di sonno. “Perché? Che combinò?”

Lui e Fredo avevano la stessa età, vent’anni.

Da bambini abitavano l’uno di fronte all’altro, erano cresciuti insieme. Stessi giochi, stessi amici, ma fortune diverse. Alfredo era considerato un ritardato, un povero cristo con qualche rotella fuori posto. Non aveva dei veri amici se non lui, Nino Giaconia, che gli voleva bene come un fratello minore e guai a chi glielo toccava. Ancora se la ricordavano tutti a Corleone la volta che un loro coetaneo, un ciccione che si atteggiava a duro, si permise di fermare Fredo alla villa comunale e lo mise in mezzo.

Lo scimmiottò davanti a tutti.

Lo chiamò scemo di guerra.

Lo umiliò a tal punto da farlo piangere. Il ciccione fece divertire gli amici, si fece un sacco di risate a spese di Fredo, ma non sapeva da chi era protetto lo scemo di guerra. La stessa sera, mentre camminava verso casa, ebbe l’imprudenza di infilare un vicolo buio. Un’ombra scura gli cadde sulla testa, gli piombò addosso con la forza di un meteorite.

Il ciccione non ebbe neanche il tempo di realizzare cosa stesse succedendo. Si ritrovò con le braccia e le gambe spezzate. Mentre urlava di dolore percepì una voce rauca che gli sussurrava in un orecchio.

“La prossima volta che ve la prendete con Fredo ti apro in due come una cucuzza, siamo intesi?”

Da quel momento, Alfredo Gariffo a Corleone diventò un intoccabile.

Dicevano che era il pupillo di un pericoloso latitante, uno che viveva sulle montagne, uno che era meglio non incontrare mai per strada.

“Me lo vuoi dire che ha combinato?” continuava a chiedere Giaconia a Occhiuzzo mentre con le mani a coppa prendeva acqua fredda da una bacinella e se la gettava sulla faccia.

“Lo hanno visto che parlava con Cagnazzo”, rispose Occhiuzzo tirandogli addosso un asciugamano, “non vorrei che gli avesse raccontato quella cosa…”

Il capitano Domenico Cagnazzo era il comandante dei carabinieri della compagnia di Corleone. Stava indagando sull’esplosione di un ordigno che aveva distrutto mezzo caseificio del barone Rizzini, un ricco imprenditore che non voleva ragionare.

L’attentato era stato ordinato da Casimiro Ciciliato, il vecchio capomafia del paese, che – non essendoci riuscito con le buone – sperava in questo modo di convincere il barone a sborsare quella decina di milioni che servivano, gli aveva detto, a comprare la sua protezione.

Rizzini per settimane aveva fatto il vago.

Ogni volta che gli emissari del boss si presentavano nel suo ufficio per battere cassa chiedeva altro tempo. Continuò così per un paio di mesi, finché non esplose la bomba in un deposito pieno di macchinari e lui stesso andò a cercare Ciciliato per pagare.

I danni ammontavano a centinaia di milioni.

Per dare quella bella lezione a Rizzini, il boss si era rivolto a due picciottazzi del paese, Gaspare Occhiuzzo e Nino Giaconia. Erano due sfaccendati che a faticare nei campi o a trovarsi un lavoro onesto non ci avevano mai pensato. Nelle loro vene sentivano scorrere il sangue dei tiranni.

A vent’anni avevano la fedina penale “macchiata”. Avevano cominciato con i furti di bestiame e i danneggiamenti. Entravano e uscivano continuamente di prigione, poi col tempo si erano affrancati dai piccoli reati ed erano stati dichiarati “sospetti mafiosi”.

Sulla carta erano disoccupati tutti e due. Non erano semplicemente amici o soci, da qualche tempo erano diventati pure cognati. Gaspare aveva sposato la sorella di Nino, Teresa. Nel burocratese che imperava nei fascicoli a loro nome custoditi nella caserma dei carabinieri, risultavano ufficialmente “irreperibili”.

Erano entrambi latitanti.

La notte della bomba al magazzino Rizzini – qualche giorno prima della festa di San Leoluca – Nino si era tirato dietro pure Fredo. Occhiuzzo era contrario. La sola vista di quel ragazzo gli faceva venire l’orticaria.

“Ma che minchia ce lo portiamo a fare quello lì? È solo d’impaccio!” ruggiva Gaspare, sperando di convincere il cognato a mollare lo svitato alla villa comunale.

“Ma che male fa?” lo difendeva Nino. “Noi andiamo a sbrigare il lavoro e lui resta in macchina. Non ci darà nessun problema, te lo garantisco!”

“Va bene, come dici tu.”

Il capitano Cagnazzo, un giovane ufficiale che veniva da Pescara, da mesi dava la caccia ai due cognati terribili di Corleone. Erano diventati il suo chiodo fisso. Da una fonte confidenziale aveva saputo che “Fredo il ritardato” era un protetto di Nino e aveva iniziato a torchiarlo per farsi dire dove poterlo scovare.

“Guarda che se questo ha parlato col capitano, siamo fottuti”, si incupì Occhiuzzo, “ho mandato tre picciotti a cercarlo ieri sera, ma è riuscito a scappare. Devi trovarlo e pure alla svelta!”

“Non ti preoccupare”, lo tranquillizzò Giaconia, “io lo conosco Fredo, non è un traditore e comunque adesso vado a cercarlo e ci parlo.”

“Ma lo sai dov’è?”

“Forse sì.”

Nino cercò subito Fredo nell’unico posto in cui era quasi sicuro di trovarlo: la cascata delle due rocche. Era una gola naturale ai piedi del Castello soprano. Ci andavano a giocare insieme da bambini ed era il loro rifugio preferito quando volevano isolarsi per un po’ dal resto del mondo.

Con la macchina, Giaconia ci arrivò in una decina di minuti.

Lasciò l’auto sul ciglio della strada, spense i fari, scavalcò il guardrail e dopo una ripida discesa tra i ciottoli, cominciò a seguire il letto di un torrente in secca.

Il buio era pressoché totale.

Alla sua sinistra cresceva una vegetazione fitta.

A un certo punto distinse la sagoma dell’amico. Stava seduto su un pietrone sulla sponda destra del torrente, ai piedi di un terrapieno da cui in lontananza si intravedevano le luci di Corleone.

“Fredo?”

Il ragazzo all’inizio non lo riconobbe. Vide qualcuno avvicinarsi e cominciò a correre a perdifiato, come solo lui sapeva fare.

“Fredo! Sono io, Nino! Fermati!”

Appena sentì quel nome Fredo si bloccò all’istante.

“Sono venuto per aiutarti, aspettami! Voglio solo parlare!”

La voce di Giaconia rimbombava sulle pareti della gola.

Fredo rallentò, come se i razzi ai suoi piedi si fossero spenti di colpo. Fece dietrofront e lo raggiunse di corsa.

“Nino, aiutami tu”, lo implorò quasi piangendo. “Mi vogliono ammazzare!”

Giaconia cercò di rassicurarlo.

“Ma che dici, Fredo? Ci sono io, no? Nessuno ti farà del male…”

“Sì, invece. Tuo cognato Gaspare mi vuole scannare. Ce l’ha con me perché ho parlato con Cagnazzo.”

La voce di Nino si fece improvvisamente fredda e tagliente.

“E tu che gli hai detto al capitano?”

“Di tuo cognato, niente, ma Cagnazzo mi ha minacciato. Mi ha detto che se non gli raccontavo qualcosa, qualsiasi cosa, mi sbatteva in cella e buttava via la chiave.”

Giaconia si accigliò.

“Che cosa gli hai raccontato, Fredo?”

“Mi ha chiesto se ero passato dal magazzino del barone Rizzini la sera della bomba e gli ho risposto che ci sono passato con te, che sei il mio angelo custode, quello che mi protegge dai cattivi…”

Fredo fece una pausa, guardò l’amico con la sua faccia paciosa e domandò: “Ho fatto bene, vero? Tanto a te non fanno niente, giusto, Ninetto?”

Giaconia, con la faccia tirata, rispose senza troppa convinzione.

“Giusto Fredo, giusto… Ma non gli hai detto dove mi nascondo, vero?”

Fredo fissò il cielo, come se cercasse una risposta tra milioni di stelle. Poi con un gesto molle della testa, tornò a posare gli occhi su Nino e accennò un sorriso ebete.

Balbettò qualcosa, infine rispose, vago: “Non me lo ricordo”.

Giaconia masticò un’imprecazione tra i denti e gli tese una mano.

“Non ti preoccupare, Fredo, è tutto a posto, adesso vieni qui, avanti, abbracciami!”

L’altro gli si avvicinò.

Finalmente sorrideva felice. Guardò Nino con i suoi occhi grandi, ingenui e sperduti, come quelli di un bambino.

Ora si sentiva tranquillo, al sicuro.

Giaconia lo strinse forte a sé.

Quindi, fulmineo, impugnò con la mano destra la pistola che teneva nella tasca del giubbotto, appoggiò la canna al petto di Fredo e tirò due volte il grilletto.

Due colpi secchi, all’altezza del cuore.

L’eco degli spari rimbombò per tutta la gola.

Fredo si protese in avanti, cadde addosso a Giaconia come un peso morto. Pareva che le sue gambe fossero diventate di carta.

Nino sentiva nelle orecchie l’agonia dell’amico, l’aria che lentamente svuotava i polmoni. Percepì prima un respiro, poi un altro più lungo, poi un rantolo e poi… nulla più. Adagiò delicatamente il suo corpo a terra, lo guardò in faccia. Fredo era morto come aveva vissuto, col sorriso sulle labbra.

Giaconia era stato più veloce della sua testa malata. Non gli aveva dato neanche il tempo di cambiare espressione. Era come se avesse fatto di tutto per fermare il suo cuore senza dovergli spiegare che non esistono gli amici quando ci sono in mezzo gli affari.

Tanto questo Fredo non lo poteva capire.

 

Palermo, 1996

 

Nino Giaconia non era un latitante come gli altri. Era un mafioso Corleonese, una razza a parte. Traditore. Cane senza padrone. Grassottello, non troppo alto, con i baffi e i capelli brizzolati, parlava un italiano stentato, ne scriveva uno peggiore. Non aveva

mai lavorato in vita sua. Sparare era la cosa che sapeva fare meglio.

Da piccolo si era allenato in montagna. Ci saliva di notte e impallinava le pecore che pascolavano senza guida ai piedi di Rocca Busambra. Era capace di colpirne una da cinquanta metri.

Anche al buio. Una mira infallibile. L’omicidio di Fredo era stato il suo battesimo del fuoco. Da lì in poi si erano aggiunti molti altri delitti.

Gaspare Occhiuzzo, suo cognato, nel giro di qualche anno era diventato il capo dei Corleonesi e lui il suo braccio destro. Cosa nostra per Nino era tutto, veniva prima di tutto.

Neanche lui sapeva quanti uomini aveva ucciso dalla sera della morte di Fredo, da quando aveva cominciato a sognare di diventare leggenda.

Ma non rimpiangeva nulla del proprio passato. Neanche il fatto che la sua vita, così come quella di sua moglie Rosa, in fondo fosse l’epopea di due fantasmi senza fama e senza gloria, una corsa consapevole verso l’infelicità e la solitudine.

Rosa Martinez aveva quasi diciotto anni. Era cresciuta in una famiglia all’antica, con due fratelli maschi e un padre opprimente che la comandava a bacchetta. Era un uomo a cui doveva sempre chiedere il permesso, anche per aprire bocca.

Aveva una passione, la danza classica.

Era stata costretta a rinunciare anche a quella. A diciassette anni aveva smesso di ballare perché il padre non trovava decorosa quella sua passione.

“Finché eri più piccola andava bene”, le aveva spiegato, “le bambine in tutù sono tenere e dolcissime. Ma adesso no, sei grande, e diventa sconveniente studiare danza. Le ballerine lo sai come sono, Rosa, sono tutte donnacce!”

Rosa viveva da reclusa, in una casa modesta, al piano ammezzato di una palazzina a tre piani, a Palermo, nel cuore della borgata dell’Addaura. Andava a scuola e tornava. Non le permettevano di fare altro. Se tardava più di venti minuti dopo lo squillare della campanella erano guai.

La sua stanza dava sulla strada e aveva i vetri specchiati per evitare che qualcuno la spiasse da fuori. C’erano pure le sbarre alle finestre. Suo padre le aveva fatte montare da un fabbro. Ufficialmente per scoraggiare i topi d’appartamento, che in quella zona facevano razzia di frigoriferi e lavastoviglie, in realtà per evitare che la figlia scappasse ancora una volta di casa.

Era successo la sera della festa per i diciott’anni di Clara, la sua amica del cuore, che aveva impiegato una settimana per organizzare la serata.

“Dai, devi venire, Rosa, ci sono tutti i nostri amici!” aveva detto Clara a scuola durante la ricreazione.

Ci sarebbe stata la torta, avrebbero ascoltato musica: insomma, una serata d’allegria, diversa dalle solite.

Clara abitava al terzo piano di un palazzo dall’altra parte della strada. Rosa conosceva tutta la sua famiglia. Una volta si era presa pure una mezza cotta per suo fratello Matteo, che era poco più grande di lei e manco la guardava perché aveva una fidanzata più grande, carina, una di cui era molto innamorato.

“Papà, stasera ci posso andare da Clara?”

Il padre di Rosa si storceva sempre quando sapeva che la figlia doveva uscire senza di lui. Fosse anche per andare solo dal droghiere all’angolo della strada, diventava malmostoso.

Di sera, poi, manco a parlarne.

Era geloso, di una gelosia morbosa, asfissiante.

Un senso di possesso dal quale in anni e anni non era riuscito a guarire, ma che in genere mascherava facendo la parte del genitore inflessibile.

“No, non puoi, è tardi, e poi domani c’è la scuola”, aveva sentenziato dalla sua poltrona.

Avevano appena finito di cenare.

“Ti prego, papà, Clara ci tiene! Ci sono tutti i miei amici!”

“Ti ho detto di no, glielo spiegherò io al padre di Clara perché non ci sei potuta andare. Adesso dammi un bacio, vai in camera tua e non ti fare vedere fino a domani. Buonanotte.”

La festa cominciava alle nove.

Rosa di solito ubbidiva, ma quella festa era troppo importante per lei. Non chiedeva mai niente e poi era stanca di chiudersi nella sua stanza e piangere. I suoi fratelli uscivano e tornavano all’ora che volevano, lei no.

Maledizione, non sono più una bambina.

Per una volta aveva fatto di testa sua.

Aveva chiamato Clara, che era tutta preoccupata, e l’aveva rassicurata.

“Sta’ tranquilla, in qualche modo arrivo, ciao.”

Si era infilata un paio di jeans e un golfino blu, aveva spento la luce e si era sdraiata sul letto vestita, aspettando che tutti andassero a dormire.

Verso le dieci, quando non aveva più sentito alcun rumore, aveva aperto la finestra e aveva guardato di sotto. Non poteva andarsene dalla porta principale. Il padre l’avrebbe sentita. L’unica alternativa era calarsi da quella dannata finestra.

Che ci vuole? Ce la posso fare.

Così era salita sul cornicione, si era accucciata, dando le spalle alla strada, e aggrappandosi con entrambe le mani al parapetto di marmo aveva fatto scivolare lentamente le gambe fuori dalla finestra. Poco alla volta, un centimetro dopo l’altro, aveva cominciato a calarsi giù, ma a un certo punto, quando ormai più della metà del corpo era fuori, si era bloccata cacciando un urlo di dolore. Tre dita della mano sinistra, che erano ancorate a un’intelaiatura di metallo, avevano toccato uno spuntone ed erano scattate a sangue.

Dio, che male!

Rosa si era lasciata andare, cadendo sul marciapiede. Aveva cercato di attutire il colpo con le gambe, ma era finita col culo per terra e la caviglia destra che le faceva un male cane.

Si era presa una storta, una di quelle toste.

Sentiva la schiena indolenzita, le faceva male un braccio, le era scoppiato un tremendo mal di testa.

E il dolore non si attutiva, non passava, anzi.

Come cavolo faccio adesso?

Non c’era nessuno per strada, neanche una fottuta macchina che passasse per caso.

Non riusciva a muoversi.

Aveva cominciato a gridare.

“Aiuto, aiuto!”

Sentiva le voci dei suoi amici che si divertivano, la musica, attutita dai muri, che rimbombava dentro casa di Clara.

Era Vasco, andava pazza per Vasco.

Cantava Albachiara.

Respiri piano lallalallalà…

La caviglia le faceva così male che non riusciva neanche a respirare. Era distesa a terra, la mente annebbiata, gli occhi persi nel cielo scuro sopra di lei.

…sei chiara come lallalallalà…

Pianse.

…diventi rossa lallalallalà…

La sua mente cantava con Vasco e non riusciva a fermarsi.

…e sei fantastica lallalallalà…

Rosa cominciava a odiare quella musica, con quel dolore al piede le sembrava insopportabile, fastidiosissima.

Una tortura.

Zitto… basta…

…nei tuoi problemi lallalallalà…

Aveva riprovato a gridare ancora più forte.

“Aiuto, aiuto, papà!!!”

Qualcuno nello stabile già dormiva, qualcun altro no.

Non era neanche tanto tardi.

Rosa aveva guardato verso il suo appartamento: un serpentone di luci si stava snodando poco alla volta. Prima si era illuminato il corridoio, poi la cucina, infine la sua stanza.

L’ultima immagine che le era rimasta impressa nella memoria, prima di finire in ospedale, era stata quella di suo padre in vestaglia che la fissava immobile dalla finestra con la delusione stampata negli occhi.

La odiava per quello che aveva fatto.

Aveva tradito la sua fiducia.

Le sbarre alle finestre erano arrivate il giorno dopo.

Nino Giaconia era da un po’ che teneva d’occhio Rosa.

Quella ragazza gli piaceva da pazzi. Anche se non la conosceva, la voglia di diventare parte della sua vita gli sembrava una strada da percorrere, obbligata, inevitabile, un po’ come il dolore.

Era una donna già fatta, con una classe e un portamento che non avevano niente da invidiare a quelli delle modelle in televisione.

In un certo senso era come se la immaginasse già al suo fianco.

Mia moglie, la mia signora!

Nino l’aveva incrociata la prima volta per caso. Si era come pietrificato, e quella era stata anche la prima volta che aveva disobbedito a Cosa Nostra.

Da allora aveva solo lei in testa.

La sua faccia se la sognava pure la notte.

Minchia, è la fine del mondo!

Di mattina seguiva il cognato nei suoi soliti giri, di pomeriggio si andava a piazzare davanti all’ingresso della scuola di danza solo per vedere uscire Rosa. La guardava mentre gli passava davanti e si beava tutto il giorno dell’ebbrezza di quel ricordo. Lei lo aveva capito e ogni tanto gli regalava il brivido di un sorriso pudico e compiaciuto.

“Si è accorta di me, io le piaccio, ne sono sicuro!”

“Lasciala stare quella lì”, gli continuava a ripetere Occhiuzzo, che lo aveva accompagnato una volta fino alla scuola di Rosa, “meglio di lei ce ne sono mille!”

“Non credo Gaspare, non credo proprio”, ribatteva Giaconia con la faccia stralunata e gli occhi pieni d’amore.

Da una settimana Nino non vedeva più Rosa a danza e si sentiva nervoso. Come un avvoltoio che gira intorno a una carcassa, passava e ripassava col vespino davanti casa sua nella speranza che la ragazza facesse capolino – anche solo per un attimo – da dietro la finestra.

Aveva bisogno di vederla per non uscire pazzo.

Il perimetro di quello stabile Giaconia lo conosceva a menadito.

Doveva averlo percorso con lo scooter almeno un milione di volte. L’appartamento di lei era a piano terra, con due affacci sulla strada e altri due sul cortile interno.

In una delle due finestre sul retro, quella della camera di Rosa, Nino notò qualcosa di diverso. C’erano le sbarre. Erano state messe da poco, perché la calce tutto intorno ai ferri era ancora fresca. Con i vetri specchiati lui non poteva sbirciare all’interno, ma Rosa, invece, vedeva benissimo lui. Non sapeva neanche come si chiamasse quel ragazzo, ma sapeva che era lì per lei. Questa cosa la faceva sentire bene.

Protetta.

Speciale.

Non era abituata a ricevere così tante attenzioni.

Da tre settimane, dalla notte della festa di Clara, Rosa era in punizione, murata viva nella sua stanza. Si era slogata una caviglia e zoppicava. Il padre le aveva permesso solo di girare per casa e solo per aiutare la madre nelle faccende.

Per il resto non la voleva tra i piedi.

Giaconia passava sotto la sua finestra a orari fissi. Alle dieci del mattino e alle cinque di pomeriggio. Arrivava e si metteva a girare con il motorino. Ormai aveva fatto i solchi intorno al palazzo. Restava per un paio d’ore e poi spariva. Rosa aveva imparato a riconoscere il vespino dal rumore e un pomeriggio – approfittando che la madre era al telefono – con la scusa di lavare i vetri aprì la finestra e si fece vedere.

I loro occhi si incrociarono in un attimo e in un attimo si fusero.

Diventarono una cosa sola.

Si guardarono per un po’ senza dirsi niente, lei con il Vetril in mano, lui con la sigaretta in bocca.

A un tratto annuirono entrambi, nello stesso momento, come se si stessero parlando col pensiero.

Rosa chiuse la finestra.

Nino diede un colpo secco alla pedivella del vespino e se ne andò.

“Basta, ho deciso, stasera me ne vado, scappo”, confidò per telefono Rosa alla sua amica del cuore, “sono stanca di questa vita. Voglio essere libera.”

“Ma Rosa, sei sicura, ci hai pensato bene?” l’ammonì Clara.

“E poi questo Nino non lo conosci neanche. Cosa sai di lui?”

“Niente”, disse lei, “ma non ha importanza, mi basta sapere che vive lontano da qui.”

“Quando ti rivedrò?”

“Presto, Clara, non aver paura. Ti voglio bene, ciao.”

Quella notte stessa la vedova Merlo, la vicina di casa dei Martinez, fu svegliata da un boato che le fece tremare la camera da letto. Per un attimo pensò che fosse scoppiata una bomba. Quando alzò le tapparelle e guardò fuori ebbe la sensazione che

un aereo avesse bombardato il palazzo. Si accorse che nell’appartamento accanto al suo c’era una specie di voragine. Sparpagliati sulla strada, c’erano un pezzo di persiana, la cerniera, il telaio della finestra, la grata, un mucchio di calcinacci.

Nino si era procurato una jeep, una di quelle massicce, con un argano e un cavo d’acciaio. Aveva fissato il gancio alle sbarre e schiacciando il pedale dell’acceleratore aveva fatto il botto.

Si era portato via Rosa.

Erano fuggiti insieme.

Per un paio di giorni andarono a vivere in casa di Occhiuzzo, che li ospitò senza troppo entusiasmo. Poi Nino spiegò a Rosa che con lei voleva fare sul serio.

“Mi vuoi sposare?” le chiese un attimo dopo.

“Sì”, rispose lei d’istinto.

Non ne era affatto convinta, ma doveva andarsene da lì. Sognava di cambiare strada, quartiere, magari anche città. Si sentiva soffocare dentro quel mondo. Se amasse o meno Nino, era un problema secondario. Quel ragazzo l’aveva salvata. Col tempo magari avrebbe imparato a volergli bene.

Giaconia fece le cose come si deve e andò a chiedere la mano di Rosa al padre. Gli portò i soldi per riparare la finestra e “una milionata” extra per fare un regalo alla moglie. Fosse stato un altro ragazzo, il signor Martinez lo avrebbe pestato a sangue e magari avrebbe tenuto Rosa segregata in casa per un altro anno o due. Ma sapeva chi era Nino, nel quartiere aveva sentito parlare sia di lui sia dei suoi amici Corleonesi.

Quando Giaconia gli chiese il permesso di impalmare sua figlia, Mariano Martinez non ebbe il coraggio di dire no.

La sua benedizione era solo una formalità. Sapeva che tanto ormai la “fuitina” l’avevano fatta, e che sua figlia non era più solo “cosa sua”.

A Rosa Nino non piaceva particolarmente. Gli si era buttata tra le braccia perché aveva sconfitto suo padre, perché si sarebbe messa pure col diavolo pur di andarsene da quella casa. Nino forse era peggio del diavolo, ma lei ancora non lo poteva sapere.



(1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio dal romanzo “Più scuro di mezzanotte”, di Salvo Sottile (Sperling & Kupfer 2009). Riproduzione riservata.



*Dice di sé.
Salvo Sottile. Nato a Palermo nel 1973, giornalista e scrittore, è caporedattore e conduttore del TG 5. Sta lavorando alla sceneggiatura di un film tratto dal suo primo romanzo, “Maqueda”, i cui diritti sono stati comprati dal produttore cinematografico Valsecchi.









ANDRÉ GIDE

Te lo dico in verità, Natanaele,

ogni desiderio mi ha arricchito più che il possesso sempre falso

dell’oggetto stesso del mio desiderio.

(Da “I nutrimenti terrestri”, 1897)









 

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