LETTURE
ROSA MARTINEZ, LA PROTAGONISTA DELL’ULTIMO LIBRO
DELL’ANCHORMAN DI CANALE 5
È cresciuta in una famiglia
all’antica, con due fratelli maschi e un padre
opprimente che la comanda a bacchetta. Dopo il matrimonio
con un capomafioso, scopre che... (1)
Salvo Sottile*
Corleone,
1986
ERA il 1°
marzo.
Corleone
festeggiava il suo patrono, San Leoluca.
Durante la
processione un ragazzo con la mano destra rattrappita, la
camminata sghemba e i capelli dritti in testa, correva in
senso contrario alla marcia del santo.
“Aiuto!
Aiuto!” gridava, cercando di confondersi nella folla.
Tre uomini
lo inseguivano.
“Fredo!”
urlava uno. “Vieni qua, ti vogliamo solo parlare!”.
“Non ci
voglio parlare con voi, siete cattivi!” ansimava il
poveretto, che ogni tanto si guardava alle spalle e cercava
di mulinare le gambe con scatti sempre più veloci. Alfredo
Gariffo, detto Fredo, non era molto intelligente, ma era una
lepre quando si trattava di darsela a gambe.
Un
saettone.
Anche
quella volta era stato così veloce che i tre che gli stavano
alle costole si arresero. Dopo neanche trecento metri
schiantarono a terra con la lingua penzoloni. Fredo, con la
canottiera tutta sudata e un dolore lancinante al fianco
destro, continuò a correre. Da via Bentivegna girò per via
San Martino, svoltò a sinistra, si infilò in vicolo
Firmaturi. Fece un altro paio di zig zag e si dileguò.
Quella notte in paese non si fece più vedere, la testa gli
aveva detto che era meglio se dormiva fuori casa.
Intorno
alle due del mattino Occhiuzzo corse a svegliare Nino
Giaconia.
“Ninuzzo,
alzati, abbiamo un problema!”
“Che è
successo?”
“Devi
trovare subito Fredo”.
“Fredo?”
chiese l’altro con gli occhi gonfi di sonno. “Perché? Che
combinò?”
Lui e Fredo
avevano la stessa età, vent’anni.
Da bambini
abitavano l’uno di fronte all’altro, erano cresciuti
insieme. Stessi giochi, stessi amici, ma fortune diverse.
Alfredo era considerato un ritardato, un povero cristo con
qualche rotella fuori posto. Non aveva dei veri amici se non
lui, Nino Giaconia, che gli voleva bene come un fratello
minore e guai a chi glielo toccava. Ancora se la ricordavano
tutti a Corleone la volta che un loro coetaneo, un ciccione
che si atteggiava a duro, si permise di fermare Fredo alla
villa comunale e lo mise in mezzo.
Lo
scimmiottò davanti a tutti.
Lo chiamò
scemo di guerra.
Lo umiliò a
tal punto da farlo piangere. Il ciccione fece divertire gli
amici, si fece un sacco di risate a spese di Fredo, ma non
sapeva da chi era protetto lo scemo di guerra. La stessa
sera, mentre camminava verso casa, ebbe l’imprudenza di
infilare un vicolo buio. Un’ombra scura gli cadde sulla
testa, gli piombò addosso con la forza di un meteorite.
Il ciccione
non ebbe neanche il tempo di realizzare cosa stesse
succedendo. Si ritrovò con le braccia e le gambe spezzate.
Mentre urlava di dolore percepì una voce rauca che gli
sussurrava in un orecchio.
“La
prossima volta che ve la prendete con Fredo ti apro in due
come una cucuzza, siamo intesi?”
Da quel
momento, Alfredo Gariffo a Corleone diventò un intoccabile.
Dicevano
che era il pupillo di un pericoloso latitante, uno che
viveva sulle montagne, uno che era meglio non incontrare mai
per strada.
“Me lo vuoi
dire che ha combinato?” continuava a chiedere Giaconia a
Occhiuzzo mentre con le mani a coppa prendeva acqua fredda
da una bacinella e se la gettava sulla faccia.
“Lo hanno
visto che parlava con Cagnazzo”, rispose Occhiuzzo
tirandogli addosso un asciugamano, “non vorrei che gli
avesse raccontato quella cosa…”
Il capitano
Domenico Cagnazzo era il comandante dei carabinieri della
compagnia di Corleone. Stava indagando sull’esplosione di un
ordigno che aveva distrutto mezzo caseificio del barone
Rizzini, un ricco imprenditore che non voleva ragionare.
L’attentato
era stato ordinato da Casimiro Ciciliato, il vecchio
capomafia del paese, che – non essendoci riuscito con le
buone – sperava in questo modo di convincere il barone a
sborsare quella decina di milioni che servivano, gli aveva
detto, a comprare la sua protezione.
Rizzini per
settimane aveva fatto il vago.
Ogni volta
che gli emissari del boss si presentavano nel suo ufficio
per battere cassa chiedeva altro tempo. Continuò così per un
paio di mesi, finché non esplose la bomba in un deposito
pieno di macchinari e lui stesso andò a cercare Ciciliato
per pagare.
I danni
ammontavano a centinaia di milioni.
Per dare
quella bella lezione a Rizzini, il boss si era rivolto a due
picciottazzi del paese, Gaspare Occhiuzzo e Nino
Giaconia. Erano due sfaccendati che a faticare nei campi o a
trovarsi un lavoro onesto non ci avevano mai pensato. Nelle
loro vene sentivano scorrere il sangue dei tiranni.
A vent’anni
avevano la fedina penale “macchiata”. Avevano cominciato con
i furti di bestiame e i danneggiamenti. Entravano e uscivano
continuamente di prigione, poi col tempo si erano affrancati
dai piccoli reati ed erano stati dichiarati “sospetti
mafiosi”.
Sulla carta
erano disoccupati tutti e due. Non erano semplicemente amici
o soci, da qualche tempo erano diventati pure cognati.
Gaspare aveva sposato la sorella di Nino, Teresa. Nel
burocratese che imperava nei fascicoli a loro nome custoditi
nella caserma dei carabinieri, risultavano ufficialmente
“irreperibili”.
Erano
entrambi latitanti.
La notte
della bomba al magazzino Rizzini – qualche giorno prima
della festa di San Leoluca – Nino si era tirato dietro pure
Fredo. Occhiuzzo era contrario. La sola vista di quel
ragazzo gli faceva venire l’orticaria.
“Ma che
minchia ce lo portiamo a fare quello lì? È solo d’impaccio!”
ruggiva Gaspare, sperando di convincere il cognato a mollare
lo svitato alla villa comunale.
“Ma che
male fa?” lo difendeva Nino. “Noi andiamo a sbrigare il
lavoro e lui resta in macchina. Non ci darà nessun problema,
te lo garantisco!”
“Va bene,
come dici tu.”
Il capitano
Cagnazzo, un giovane ufficiale che veniva da Pescara, da
mesi dava la caccia ai due cognati terribili di Corleone.
Erano diventati il suo chiodo fisso. Da una fonte
confidenziale aveva saputo che “Fredo il ritardato” era un
protetto di Nino e aveva iniziato a torchiarlo per farsi
dire dove poterlo scovare.
“Guarda che
se questo ha parlato col capitano, siamo fottuti”, si incupì
Occhiuzzo, “ho mandato tre picciotti a cercarlo ieri sera,
ma è riuscito a scappare. Devi trovarlo e pure alla svelta!”
“Non ti
preoccupare”, lo tranquillizzò Giaconia, “io lo conosco
Fredo, non è un traditore e comunque adesso vado a cercarlo
e ci parlo.”
“Ma lo sai
dov’è?”
“Forse sì.”
Nino cercò
subito Fredo nell’unico posto in cui era quasi sicuro di
trovarlo: la cascata delle due rocche. Era una gola naturale
ai piedi del Castello soprano. Ci andavano a giocare insieme
da bambini ed era il loro rifugio preferito quando volevano
isolarsi per un po’ dal resto del mondo.
Con la
macchina, Giaconia ci arrivò in una decina di minuti.
Lasciò
l’auto sul ciglio della strada, spense i fari, scavalcò il
guardrail e dopo una ripida discesa tra i ciottoli, cominciò
a seguire il letto di un torrente in secca.
Il buio era
pressoché totale.
Alla sua
sinistra cresceva una vegetazione fitta.
A un certo
punto distinse la sagoma dell’amico. Stava seduto su un
pietrone sulla sponda destra del torrente, ai piedi di un
terrapieno da cui in lontananza si intravedevano le luci di
Corleone.
“Fredo?”
Il ragazzo
all’inizio non lo riconobbe. Vide qualcuno avvicinarsi e
cominciò a correre a perdifiato, come solo lui sapeva fare.
“Fredo!
Sono io, Nino! Fermati!”
Appena
sentì quel nome Fredo si bloccò all’istante.
“Sono
venuto per aiutarti, aspettami! Voglio solo parlare!”
La voce di
Giaconia rimbombava sulle pareti della gola.
Fredo
rallentò, come se i razzi ai suoi piedi si fossero spenti di
colpo. Fece dietrofront e lo raggiunse di corsa.
“Nino,
aiutami tu”, lo implorò quasi piangendo. “Mi vogliono
ammazzare!”
Giaconia
cercò di rassicurarlo.
“Ma che
dici, Fredo? Ci sono io, no? Nessuno ti farà del male…”
“Sì,
invece. Tuo cognato Gaspare mi vuole scannare. Ce l’ha con
me perché ho parlato con Cagnazzo.”
La voce di
Nino si fece improvvisamente fredda e tagliente.
“E tu che
gli hai detto al capitano?”
“Di tuo
cognato, niente, ma Cagnazzo mi ha minacciato. Mi ha detto
che se non gli raccontavo qualcosa, qualsiasi cosa, mi
sbatteva in cella e buttava via la chiave.”
Giaconia si
accigliò.
“Che cosa
gli hai raccontato, Fredo?”
“Mi ha
chiesto se ero passato dal magazzino del barone Rizzini la
sera della bomba e gli ho risposto che ci sono passato con
te, che sei il mio angelo custode, quello che mi protegge
dai cattivi…”
Fredo fece
una pausa, guardò l’amico con la sua faccia paciosa e
domandò: “Ho fatto bene, vero? Tanto a te non fanno niente,
giusto, Ninetto?”
Giaconia,
con la faccia tirata, rispose senza troppa convinzione.
“Giusto
Fredo, giusto… Ma non gli hai detto dove mi nascondo, vero?”
Fredo fissò
il cielo, come se cercasse una risposta tra milioni di
stelle. Poi con un gesto molle della testa, tornò a posare
gli occhi su Nino e accennò un sorriso ebete.
Balbettò
qualcosa, infine rispose, vago: “Non me lo ricordo”.
Giaconia
masticò un’imprecazione tra i denti e gli tese una mano.
“Non ti
preoccupare, Fredo, è tutto a posto, adesso vieni qui,
avanti, abbracciami!”
L’altro gli
si avvicinò.
Finalmente
sorrideva felice. Guardò Nino con i suoi occhi grandi,
ingenui e sperduti, come quelli di un bambino.
Ora si
sentiva tranquillo, al sicuro.
Giaconia lo
strinse forte a sé.
Quindi,
fulmineo, impugnò con la mano destra la pistola che teneva
nella tasca del giubbotto, appoggiò la canna al petto di
Fredo e tirò due volte il grilletto.
Due colpi
secchi, all’altezza del cuore.
L’eco degli
spari rimbombò per tutta la gola.
Fredo si
protese in avanti, cadde addosso a Giaconia come un peso
morto. Pareva che le sue gambe fossero diventate di carta.
Nino
sentiva nelle orecchie l’agonia dell’amico, l’aria che
lentamente svuotava i polmoni. Percepì prima un respiro, poi
un altro più lungo, poi un rantolo e poi… nulla più. Adagiò
delicatamente il suo corpo a terra, lo guardò in faccia.
Fredo era morto come aveva vissuto, col sorriso sulle
labbra.
Giaconia
era stato più veloce della sua testa malata. Non gli aveva
dato neanche il tempo di cambiare espressione. Era come se
avesse fatto di tutto per fermare il suo cuore senza
dovergli spiegare che non esistono gli amici quando ci sono
in mezzo gli affari.
Tanto
questo Fredo non lo poteva capire.
Palermo,
1996
Nino
Giaconia non era un latitante come gli altri. Era un mafioso
Corleonese, una razza a parte. Traditore. Cane senza
padrone. Grassottello, non troppo alto, con i baffi e i
capelli brizzolati, parlava un italiano stentato, ne
scriveva uno peggiore. Non aveva
mai
lavorato in vita sua. Sparare era la cosa che sapeva fare
meglio.
Da piccolo
si era allenato in montagna. Ci saliva di notte e
impallinava le pecore che pascolavano senza guida ai piedi
di Rocca Busambra. Era capace di colpirne una da cinquanta
metri.
Anche al
buio. Una mira infallibile. L’omicidio di Fredo era stato il
suo battesimo del fuoco. Da lì in poi si erano aggiunti
molti altri delitti.
Gaspare
Occhiuzzo, suo cognato, nel giro di qualche anno era
diventato il capo dei Corleonesi e lui il suo braccio
destro. Cosa nostra per Nino era tutto, veniva prima di
tutto.
Neanche lui
sapeva quanti uomini aveva ucciso dalla sera della morte di
Fredo, da quando aveva cominciato a sognare di diventare
leggenda.
Ma non
rimpiangeva nulla del proprio passato. Neanche il fatto che
la sua vita, così come quella di sua moglie Rosa, in fondo
fosse l’epopea di due fantasmi senza fama e senza gloria,
una corsa consapevole verso l’infelicità e la solitudine.
Rosa
Martinez aveva quasi diciotto anni. Era cresciuta in una
famiglia all’antica, con due fratelli maschi e un padre
opprimente che la comandava a bacchetta. Era un uomo a cui
doveva sempre chiedere il permesso, anche per aprire bocca.
Aveva una
passione, la danza classica.
Era stata
costretta a rinunciare anche a quella. A diciassette anni
aveva smesso di ballare perché il padre non trovava decorosa
quella sua passione.
“Finché eri
più piccola andava bene”, le aveva spiegato, “le bambine in
tutù sono tenere e dolcissime. Ma adesso no, sei grande, e
diventa sconveniente studiare danza. Le ballerine lo sai
come sono, Rosa, sono tutte donnacce!”
Rosa viveva
da reclusa, in una casa modesta, al piano ammezzato di una
palazzina a tre piani, a Palermo, nel cuore della borgata
dell’Addaura. Andava a scuola e tornava. Non le permettevano
di fare altro. Se tardava più di venti minuti dopo lo
squillare della campanella erano guai.
La sua
stanza dava sulla strada e aveva i vetri specchiati per
evitare che qualcuno la spiasse da fuori. C’erano pure le
sbarre alle finestre. Suo padre le aveva fatte montare da un
fabbro. Ufficialmente per scoraggiare i topi d’appartamento,
che in quella zona facevano razzia di frigoriferi e
lavastoviglie, in realtà per evitare che la figlia scappasse
ancora una volta di casa.
Era
successo la sera della festa per i diciott’anni di Clara, la
sua amica del cuore, che aveva impiegato una settimana per
organizzare la serata.
“Dai, devi
venire, Rosa, ci sono tutti i nostri amici!” aveva detto
Clara a scuola durante la ricreazione.
Ci sarebbe
stata la torta, avrebbero ascoltato musica: insomma, una
serata d’allegria, diversa dalle solite.
Clara
abitava al terzo piano di un palazzo dall’altra parte della
strada. Rosa conosceva tutta la sua famiglia. Una volta si
era presa pure una mezza cotta per suo fratello Matteo, che
era poco più grande di lei e manco la guardava perché aveva
una fidanzata più grande, carina, una di cui era molto
innamorato.
“Papà,
stasera ci posso andare da Clara?”
Il padre di
Rosa si storceva sempre quando sapeva che la figlia doveva
uscire senza di lui. Fosse anche per andare solo dal
droghiere all’angolo della strada, diventava malmostoso.
Di sera,
poi, manco a parlarne.
Era geloso,
di una gelosia morbosa, asfissiante.
Un senso di
possesso dal quale in anni e anni non era riuscito a
guarire, ma che in genere mascherava facendo la parte del
genitore inflessibile.
“No, non
puoi, è tardi, e poi domani c’è la scuola”, aveva
sentenziato dalla sua poltrona.
Avevano
appena finito di cenare.
“Ti prego,
papà, Clara ci tiene! Ci sono tutti i miei amici!”
“Ti ho
detto di no, glielo spiegherò io al padre di Clara perché
non ci sei potuta andare. Adesso dammi un bacio, vai in
camera tua e non ti fare vedere fino a domani. Buonanotte.”
La festa
cominciava alle nove.
Rosa di
solito ubbidiva, ma quella festa era troppo importante per
lei. Non chiedeva mai niente e poi era stanca di chiudersi
nella sua stanza e piangere. I suoi fratelli uscivano e
tornavano all’ora che volevano, lei no.
Maledizione, non sono più una bambina.
Per una
volta aveva fatto di testa sua.
Aveva
chiamato Clara, che era tutta preoccupata, e l’aveva
rassicurata.
“Sta’
tranquilla, in qualche modo arrivo, ciao.”
Si era
infilata un paio di jeans e un golfino blu, aveva spento la
luce e si era sdraiata sul letto vestita, aspettando che
tutti andassero a dormire.
Verso le
dieci, quando non aveva più sentito alcun rumore, aveva
aperto la finestra e aveva guardato di sotto. Non poteva
andarsene dalla porta principale. Il padre l’avrebbe
sentita. L’unica alternativa era calarsi da quella dannata
finestra.
Che ci
vuole? Ce la posso fare.
Così era
salita sul cornicione, si era accucciata, dando le spalle
alla strada, e aggrappandosi con entrambe le mani al
parapetto di marmo aveva fatto scivolare lentamente le gambe
fuori dalla finestra. Poco alla volta, un centimetro dopo
l’altro, aveva cominciato a calarsi giù, ma a un certo
punto, quando ormai più della metà del corpo era fuori, si
era bloccata cacciando un urlo di dolore. Tre dita della
mano sinistra, che erano ancorate a un’intelaiatura di
metallo, avevano toccato uno spuntone ed erano scattate a
sangue.
Dio, che
male!
Rosa si era
lasciata andare, cadendo sul marciapiede. Aveva cercato di
attutire il colpo con le gambe, ma era finita col culo per
terra e la caviglia destra che le faceva un male cane.
Si era
presa una storta, una di quelle toste.
Sentiva la
schiena indolenzita, le faceva male un braccio, le era
scoppiato un tremendo mal di testa.
E il dolore
non si attutiva, non passava, anzi.
Come
cavolo faccio adesso?
Non c’era
nessuno per strada, neanche una fottuta macchina che
passasse per caso.
Non
riusciva a muoversi.
Aveva
cominciato a gridare.
“Aiuto,
aiuto!”
Sentiva le
voci dei suoi amici che si divertivano, la musica, attutita
dai muri, che rimbombava dentro casa di Clara.
Era Vasco,
andava pazza per Vasco.
Cantava
Albachiara.
Respiri
piano lallalallalà…
La caviglia
le faceva così male che non riusciva neanche a respirare.
Era distesa a terra, la mente annebbiata, gli occhi persi
nel cielo scuro sopra di lei.
…sei
chiara come lallalallalà…
Pianse.
…diventi
rossa lallalallalà…
La sua
mente cantava con Vasco e non riusciva a fermarsi.
…e sei
fantastica lallalallalà…
Rosa
cominciava a odiare quella musica, con quel dolore al piede
le sembrava insopportabile, fastidiosissima.
Una
tortura.
Zitto…
basta…
…nei
tuoi problemi lallalallalà…
Aveva
riprovato a gridare ancora più forte.
“Aiuto,
aiuto, papà!!!”
Qualcuno
nello stabile già dormiva, qualcun altro no.
Non era
neanche tanto tardi.
Rosa aveva
guardato verso il suo appartamento: un serpentone di luci si
stava snodando poco alla volta. Prima si era illuminato il
corridoio, poi la cucina, infine la sua stanza.
L’ultima
immagine che le era rimasta impressa nella memoria, prima di
finire in ospedale, era stata quella di suo padre in
vestaglia che la fissava immobile dalla finestra con la
delusione stampata negli occhi.
La odiava
per quello che aveva fatto.
Aveva
tradito la sua fiducia.
Le sbarre
alle finestre erano arrivate il giorno dopo.
Nino
Giaconia era da un po’ che teneva d’occhio Rosa.
Quella
ragazza gli piaceva da pazzi. Anche se non la conosceva, la
voglia di diventare parte della sua vita gli sembrava una
strada da percorrere, obbligata, inevitabile, un po’ come il
dolore.
Era una
donna già fatta, con una classe e un portamento che non
avevano niente da invidiare a quelli delle modelle in
televisione.
In un certo
senso era come se la immaginasse già al suo fianco.
Mia moglie,
la mia signora!
Nino
l’aveva incrociata la prima volta per caso. Si era come
pietrificato, e quella era stata anche la prima volta che
aveva disobbedito a Cosa Nostra.
Da allora
aveva solo lei in testa.
La sua
faccia se la sognava pure la notte.
Minchia, è
la fine del mondo!
Di mattina
seguiva il cognato nei suoi soliti giri, di pomeriggio si
andava a piazzare davanti all’ingresso della scuola di danza
solo per vedere uscire Rosa. La guardava mentre gli passava
davanti e si beava tutto il giorno dell’ebbrezza di quel
ricordo. Lei lo aveva capito e ogni tanto gli regalava il
brivido di un sorriso pudico e compiaciuto.
“Si è
accorta di me, io le piaccio, ne sono sicuro!”
“Lasciala
stare quella lì”, gli continuava a ripetere Occhiuzzo, che
lo aveva accompagnato una volta fino alla scuola di Rosa,
“meglio di lei ce ne sono mille!”
“Non credo
Gaspare, non credo proprio”, ribatteva Giaconia con la
faccia stralunata e gli occhi pieni d’amore.
Da una
settimana Nino non vedeva più Rosa a danza e si sentiva
nervoso. Come un avvoltoio che gira intorno a una carcassa,
passava e ripassava col vespino davanti casa sua nella
speranza che la ragazza facesse capolino – anche solo per un
attimo – da dietro la finestra.
Aveva
bisogno di vederla per non uscire pazzo.
Il
perimetro di quello stabile Giaconia lo conosceva a
menadito.
Doveva
averlo percorso con lo scooter almeno un milione di volte.
L’appartamento di lei era a piano terra, con due affacci
sulla strada e altri due sul cortile interno.
In una
delle due finestre sul retro, quella della camera di Rosa,
Nino notò qualcosa di diverso. C’erano le sbarre. Erano
state messe da poco, perché la calce tutto intorno ai ferri
era ancora fresca. Con i vetri specchiati lui non poteva
sbirciare all’interno, ma Rosa, invece, vedeva benissimo
lui. Non sapeva neanche come si chiamasse quel ragazzo, ma
sapeva che era lì per lei. Questa cosa la faceva sentire
bene.
Protetta.
Speciale.
Non era
abituata a ricevere così tante attenzioni.
Da tre
settimane, dalla notte della festa di Clara, Rosa era in
punizione, murata viva nella sua stanza. Si era slogata una
caviglia e zoppicava. Il padre le aveva permesso solo di
girare per casa e solo per aiutare la madre nelle faccende.
Per il
resto non la voleva tra i piedi.
Giaconia
passava sotto la sua finestra a orari fissi. Alle dieci del
mattino e alle cinque di pomeriggio. Arrivava e si metteva a
girare con il motorino. Ormai aveva fatto i solchi intorno
al palazzo. Restava per un paio d’ore e poi spariva. Rosa
aveva imparato a riconoscere il vespino dal rumore e un
pomeriggio – approfittando che la madre era al telefono –
con la scusa di lavare i vetri aprì la finestra e si fece
vedere.
I loro
occhi si incrociarono in un attimo e in un attimo si fusero.
Diventarono
una cosa sola.
Si
guardarono per un po’ senza dirsi niente, lei con il Vetril
in mano, lui con la sigaretta in bocca.
A un tratto
annuirono entrambi, nello stesso momento, come se si
stessero parlando col pensiero.
Rosa chiuse
la finestra.
Nino diede
un colpo secco alla pedivella del vespino e se ne andò.
“Basta, ho
deciso, stasera me ne vado, scappo”, confidò per telefono
Rosa alla sua amica del cuore, “sono stanca di questa vita.
Voglio essere libera.”
“Ma Rosa,
sei sicura, ci hai pensato bene?” l’ammonì Clara.
“E poi
questo Nino non lo conosci neanche. Cosa sai di lui?”
“Niente”,
disse lei, “ma non ha importanza, mi basta sapere che vive
lontano da qui.”
“Quando ti
rivedrò?”
“Presto,
Clara, non aver paura. Ti voglio bene, ciao.”
Quella
notte stessa la vedova Merlo, la vicina di casa dei Martinez,
fu svegliata da un boato che le fece tremare la camera da
letto. Per un attimo pensò che fosse scoppiata una bomba.
Quando alzò le tapparelle e guardò fuori ebbe la sensazione
che
un aereo
avesse bombardato il palazzo. Si accorse che
nell’appartamento accanto al suo c’era una specie di
voragine. Sparpagliati sulla strada, c’erano un pezzo di
persiana, la cerniera, il telaio della finestra, la grata,
un mucchio di calcinacci.
Nino si era
procurato una jeep, una di quelle massicce, con un argano e
un cavo d’acciaio. Aveva fissato il gancio alle sbarre e
schiacciando il pedale dell’acceleratore aveva fatto il
botto.
Si era
portato via Rosa.
Erano
fuggiti insieme.
Per un paio
di giorni andarono a vivere in casa di Occhiuzzo, che li
ospitò senza troppo entusiasmo. Poi Nino spiegò a Rosa che
con lei voleva fare sul serio.
“Mi vuoi
sposare?” le chiese un attimo dopo.
“Sì”,
rispose lei d’istinto.
Non ne era
affatto convinta, ma doveva andarsene da lì. Sognava di
cambiare strada, quartiere, magari anche città. Si sentiva
soffocare dentro quel mondo. Se amasse o meno Nino, era un
problema secondario. Quel ragazzo l’aveva salvata. Col tempo
magari avrebbe imparato a volergli bene.
Giaconia
fece le cose come si deve e andò a chiedere la mano di Rosa
al padre. Gli portò i soldi per riparare la finestra e “una
milionata” extra per fare un regalo alla moglie. Fosse stato
un altro ragazzo, il signor Martinez lo avrebbe pestato a
sangue e magari avrebbe tenuto Rosa segregata in casa per un
altro anno o due. Ma sapeva chi era Nino, nel quartiere
aveva sentito parlare sia di lui sia dei suoi amici
Corleonesi.
Quando
Giaconia gli chiese il permesso di impalmare sua figlia,
Mariano Martinez non ebbe il coraggio di dire no.
La sua
benedizione era solo una formalità. Sapeva che tanto ormai
la “fuitina” l’avevano fatta, e che sua figlia non era più
solo “cosa sua”.
A Rosa Nino
non piaceva particolarmente. Gli si era buttata tra le
braccia perché aveva sconfitto suo padre, perché si sarebbe
messa pure col diavolo pur di andarsene da quella casa. Nino
forse era peggio del diavolo, ma lei ancora non lo poteva
sapere.
(1)
Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno
stralcio dal romanzo “Più scuro di mezzanotte”, di Salvo
Sottile (Sperling & Kupfer 2009). Riproduzione riservata.
*Dice di sé.
Salvo Sottile. Nato a Palermo nel 1973, giornalista e
scrittore, è caporedattore e conduttore del TG 5. Sta
lavorando alla sceneggiatura di un film tratto dal suo primo
romanzo, “Maqueda”, i cui diritti sono stati comprati dal
produttore cinematografico Valsecchi.
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ANDRÉ GIDE
Te lo dico in
verità, Natanaele,
ogni desiderio mi ha arricchito più che
il possesso sempre falso
dell’oggetto stesso del mio desiderio.
(Da “ I
nutrimenti terrestri”, 1897)
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