BELPAESE
MA IL GATTOPARDO QUALCOSA HA CAMBIATO
Il romanzo dell’ottocento è
la strategia di comunicazione della nuova borghesia
italiana. Un viaggio tra autori ed opere che hanno
comunicato meglio e più di altri la nascita, la crescita
e l’affermazione della nuova classe media
Elda Lanza*
Qui
mira e qui si specchia
secol superbo e sciocco...
Giacomo Leopardi
Non è mia
intenzione tracciare la storia della borghesia attraverso i
romanzi dell’ottocento. Mi ha incuriosito il rapporto,
spesso contraddittorio, attraverso cui il romanzo e la
poesia hanno raccontato, sostenuto o boicottato, la nascita
e il potere della borghesia italiana. In alcuni casi
mortificando una nobiltà passiva accusata di essere ostacolo
al progresso; in altri, esaltando gli ideali e i sacrifici
che hanno consentito l’affermarsi di una classe disposta a
governare responsabilmente un nuovo percorso politico
culturale e sociale. Secondo una strategia di comunicazione
che ha dato i suoi frutti.
Non ricordo
chi l’abbia scritto, ma concordo con l’idea che la
borghesia, soprattutto in Italia, abbia sostituito la
nobiltà assumendone pregi e difetti, diritti e doveri, con
una scala di merito che potrebbe corrispondere a quella che
distingue un principe da un borghese. Proust, ne “La
recherche”, ha sdoganato lo snobismo e lo ha reso sublime.
Non mi vergogno, quindi, di dichiarare il mio snobismo
andando a cercare, in una letteratura vasta, ricca e
variegata, soltanto le voci contrarie. Quelle sublimi
dell’opposizione.
Giacomo
Leopardi
Difficile
sottrarsi al poeta che più di ogni altro riscattò il secolo
XIX dalla mediocrità e dall’ipocrisia. Per cercare le
ragioni dell’ostinato dissenso nei suoi scritti, prose o
liriche, occorre accettare la sua posizione negativa nei
confronti del secolo che si proponeva al cambiamento.
Le
“Operette” furono giudicate un libro scandaloso. Lo stesso
Tommaseo lo giudicò un libro “meglio scritto, ma i principi,
tutti negativi, non fondati a ragione, ma solo a qualche
osservazione parziale, diffondono nelle immagini e nello
stile una freddezza che fa ribrezzo, una desolante
amarezza”.
Gli
“intellettuali” parlavano e scrivevano di progresso civile,
politico ed economico; Leopardi chiedeva se tutto questo
progresso avrebbe potuto mutare l’infelicità dell’individuo.
Qui mira e qui si specchia/secol superbo e sciocco…
Sfoga la polemica con il proprio tempo, attraverso le rime
satiriche del “Conte Leccafondi”, liberale
moderato, invaghito di idee romantiche e dei sistemi
filosofici idealistici, progressista.
Vendite
nuove ed utili officine
similmente ogni dì si vedean porre,
merci
del loro e merci pellegrine
in copia
grande ai passeggeri esporre,
stranie
comodità far cittadine,
nuovi
teatri il popolo occorre,
qui
strade a racconciar la plebe intenta,
là d’un
palagio a por le fondamenta.
Nei
“Paralipomeni” traveste ogni sorta di personaggio in bestia.
dirovvi
il parer mio da mal pensante
qual da
non molto in qua son divenuto…
Nella
cultura dell’ottocento Leopardi fu un isolato: gli si
riconobbe incondizionatamente il merito di essere un grande
poeta, ma gli si imputò di essere fuori dai processi
storici. Io rivendico l’originalità del suo pensiero, mai
inutile, confermando la tesi che l’intellettuale non ha il
compito di avere sempre ragione, né di essere sempre e
completamente inserito nella cultura del proprio tempo.
Molto spesso – e questo è un pensiero di Benedetto Croce –
gli intellettuali dimostrano la loro utilità nell’essere
coscienza infelice di un’epoca, cioè discorde.
Il
Romanticismo in Italia
Si definì
Romanticismo la cultura che si affermò in Europa nella prima
metà dell’800, in stretta relazione con la crescita della
borghesia che stava acquisendo una propria coscienza di
classe non più subalterna ad altre classi sociali. La nuova
borghesia, proponendo una propria concezione di vita e una
propria scala di valori, elaborò una cultura funzionale alle
proprie esigenze e, attraverso il romanzo, una eccellente
strategia di comunicazione. A torto si attribuisce alla
rivoluzione francese questo ribaltamento di valori sociali.
Nel 1780
gli Stati generali erano rappresentati da nobili, clero,
borghesia, a significare che la borghesia aveva già un ruolo
evidente al potere. Al posto di re decapitati o di signorie
decadute, emerge una società di ricchi: sono i mercanti, gli
amministratori scaltri, i confidenti diventati
all’improvviso, con l’ascesa di Napoleone, i nuovi padroni.
Si confermerà borghesia; e dopo il fallimento dei movimenti
rivoluzionari riscatterà il proprio ruolo di classe
dirigente. Affidando alla letteratura e alla poesia del
secolo la discussione tra valori e ruoli, tra nobiltà e
nuovo spirito sociale.
Per
raccontare la borghesia che si stava formando, volutamente
ho evitato la letteratura italiana post-romantica, a
carattere prevalentemente regionale.
Il
movimento antiborghese della “scapigliatura”. Il lungo
tragitto che dal decadentismo, che ha segnato il
razionalismo esasperato e la conflittualità di classe, è
sfociato nella memoria e nel rimpianto del passato con
Fogazzaro e il suo “Piccolo mondo antico”.
Per
raccontare gli ultimi tentativi di resistenza della vecchia
classe superata, e la nascita della nuova borghesia, con
maggiore lucidità e distacco, ho scelto invece due romanzi
totalmente diversi: “Il resto di niente” di Enzo Striano e
il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Entrambi scritti a
metà del 1900, ma fortemente ancorati, stilisticamente e
storicamente, tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, il
primo a Napoli, il secondo in Sicilia.
L’utopia
repubblicana
Striano
racconta con scoraggiata malinconia l’inutile resistenza dei
napoletani – per una volta ricchi e poveri insieme – uniti
in un’utopia repubblicana contro il re straniero, Ferdinando
di Borbone. Protagonista sublime, e sfortunata, Eleonora
Pimentel de Fonseca (neppure napoletana). Racconta del suo
coraggio, della sua diversità dalle donne dell’epoca, della
sua tragica fine. È la Napoli dei sobborghi, con la sua
folla variopinta di preti, lazzari, nobili, militari,
prostitute, travestiti. È la Napoli della cultura, della
musica, della filosofia. È la Napoli dell’orgoglio.
Quella
laggiù, dunque, quel vasto presepio di luci sparse tra
macchie d’alberi dalle colline al mare, quell’immota distesa
nel grembo fra edifici e monti, in cui il Vesuvio verberava
fuochi e le case barbagli d’oro vecchio, era Napoli.
Dalla casa
dove abiterà, Léonor si affaccia al balcone, “in una gloria
di sole”.
Vide un
continuo, lento salire d’uomini scalzi recanti sulle spalle,
in bilico sul capo, cestoni d’uva, fichi. Alcuni reggevano
mazzi brunodorati di sorbe, grappoli di melloni gialli.
Arrancavano trabiccoli carichi di broccoli, finocchi,
peperoni multicolori, pomodori scarlatti. Salivano
carrettini zeppi di ceste; fra trine d’alghe vi luceva
l’argento di cefali, alici, merluzzi…
La vicenda
di Léonor, costruita realisticamente su documenti
dell’epoca, dalla sua clandestinità tra i patrioti
napoletani dei palazzi e dei fondi, fino al patibolo, è
raccontata come un romanzo, mescolando realtà e ipotesi,
fatti realmente accaduti e supposti sentimenti.
Un ritratto
di straordinaria potenza emotiva. Verso la conclusione del
romanzo, ecco puntuale la frase che riassume la filosofia
del tempo e del luogo.
Pulcinella non è un tipo allegro. Sa le cose nascoste. Ca la
Repubblica adda fernì, come finisce tutto, ca ll’uommene se
credono de fa’ questo, de fa’ chello, de cagnà lo munno, ma
non è vero niente. Le cose cambiano faccia, non sostanza;
vanno sempre comme hanno da ì. Come vo’ lo Padrone…
Alla
finestra
“Le cose
cambiano faccia, non sostanza”. E questo ci richiama il
Gattopardo, la famosa frase del principe Salina: “Perché
tutto cambi bisogna che niente cambi”. La filosofia del
tempo e del luogo. Due mondi così diversi, così distanti,
non soltanto nella stesura del racconto, ma nella realtà dei
due autori: giornalista il primo, principe il secondo. Nel
primo c’è la glorificazione della città di Napoli, grande
tragica protagonista, con il sole, i barbagli d’oro sulle
case, i colori e gli odori della verdura, citata una a una
con meticoloso realismo; nell’altro c’è la superba
giustificazione di un fallimento.
Questo
paesaggio che ignora le vie di mezzo tra la mollezza e
l’arsura dannata di sei mesi di febbre a quaranta gradi,
maggio giugno luglio agosto settembre, che non è mai
meschino, terra terra, distensivo, come dovrebbe essere un
paese razionale. Questa violenza del paesaggio, questa
crudeltà del clima, questa tensione continua, questi
monumenti magnifici ma incomprensibili, perché non edificati
da noi, che ci stanno attorno come bellissimi fantasmi muti,
governi venuti da fuori, hanno formato il carattere nostro,
condizionato da fatalità esteriori e da una terrificante
insularità d’animo. I siciliani sono unici, non somigliano a
nessuno.
Due storie
parallele negli obiettivi: cacciare il re straniero, lo
stesso padrone. Che a Napoli costa il prezzo altissimo della
vita e della sconfitta, in Sicilia qualche baruffa in attesa
che Garibaldi faccia da solo il resto.
Quell’avventuriero tutto capelli e barba era mazziniano.
Avrebbe combinato guai. Ma se il re galantuomo lo ha fatto
venire quaggiù vuol dire che è sicuro di lui. Si rassicurò.
Si sedette sul divano. In attesa del Rosario, e mentre
aspettava notò che il Vulcano dipinto sul soffitto
rassomigliasse un po’ alle litografie di Garibaldi che aveva
visto a Torino. Sorrise. “Un cornuto”.
Tomasi di
Lampedusa, nel “Gattopardo”, ci offre attraverso interni ed
esterni di straordinaria potenza realistica la percezione
del cambiamento. Il giardino della casa di campagna, le
famose rose portate dalla Francia: quasi un peccato di
lussuria. L’ora del rosario, con le tende che il vento
gonfia e affloscia sul ritmo della preghiera. I vestiti
delle donne nobili sempre scuri, per dare risalto alla
bellezza sfacciata della proletaria Angelica. Il sorriso
appena accennato della giovane Salina, che non osa guardare
il bel cugino di cui è innamorata, e la risata sguaiata di
Angelica che vuole attirare l’attenzione persino
dell’anziano principe. Se questi continui riferimenti
contrastanti tra i due mondi a confronto, vogliono mettere
in risalto il cambiamento della società e dei costumi, non
c’è dubbio che di tutti i personaggi del romanzo è proprio
lui, il Gattopardo, il solo a rendersi conto della fine.
Tomasi di Lampedusa, per testimoniarlo senza retorica, si
serve nell’ultima pagina del romanzo di un simbolo: il
gattopardo impagliato che vola dalla finestra.
Durante
il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un
istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un
quadrupede dai lunghi baffi, e l’anteriore destro alzato
sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di
polvere livida.
Due
romanzi, totalmente diversi e opposti, che pure
rappresentano l’inizio del cambiamento. Dal “Gattopardo”
nascerà la nuova borghesia dei Calogero Sedàra, dove soldi e
bellezza non avranno più pudore. Dal “Resto di niente”, gli
ideali che rendono uguali ricchi e poveri, nobili e plebei,
che si attraggono attraverso la potenza della ragione e nei
diritti della libertà.
Quando i
due romanzi sono stati scritti e pubblicati, la borghesia
era già affermata da oltre un secolo come perno sociale e
economico del Paese; tuttavia il percorso che i romanzi
tracciano, al di là dell’ispirazione e della fantasia
poetica, rappresentano un’ipotesi reale. Non dovunque e non
per tutti, ma questo è davvero accaduto. Uno, pessimista sul
futuro della nobiltà e dei suoi compiti; l’altro, portatore
di ideali che il tempo, e l’economia, ridurranno in capitoli
di storia.
Gli eroi
perdenti
L’ottocento
è stato il secolo determinato dall’unità d’Italia. Il
Risorgimento, Garibaldi, Cavour, re Francesco di Borbone (u’
Franceschiello), re Vittorio Emanuele II. Le lotte
clandestine; la nobiltà che si piega ai bisogni della gente.
Un grande musicista, Giuseppe Verdi, che interpreta il
desiderio di un’Italia unita. Le ribellioni popolari,
l’indipendenza dai dominatori stranieri. Città-simbolo, come
Milano, Napoli, Roma… L’unità d’Italia.
Se questa è
la storia che ha segnato l’ottocento, la cultura si
identifica in due filoni distinti, il romanticismo – che ci
ha regalato, salvo rare eccezioni, melense storie d’amore
quasi sempre infelici, o sublimi drammi di sopravvivenza – e
il neoclassicismo che accentua il carattere nazionalistico
della letteratura italiana.
Si riscopre
la storia come fonte di ispirazione letteraria (Manzoni e i
“Promessi sposi”). Nasce l’esigenza di una lingua unitaria.
Si valorizzano sentimento, fantasia, fede religiosa: i
valori morali, che di solito emergono quando l’ondata
popolare avanza. Si delinea il grande “ciclo dei vinti”:
Luigi Capuana, Giovanni Verga, Antonio Fogazzaro, Emilio De
Marchi, Edmondo De Amicis. La saga degli eroi perdenti.
Storie di una tradizione contadina, o marinara, che si
esprime attraverso la lingua della povera gente, le
tradizioni, i gesti, i rumori, il riso e il pianto. Studiati
e riportati, persino nei dialetti, per farli riconoscere.
Sull’altro versante, i salotti della buona società. Che cede
all’amor di patria e si concede ai buoni sentimenti. Anche i
costumi diventano più sobri. Si perde il vezzo di raccontare
gli abiti, i gioielli, lo sfarzo, i saloni e le carrozze
(che dovranno aspettare di rivivere nella prosa di una
fragile signora bionda che si chiama Liala), e si
privilegiano i sentimenti, l’amor di patria, l’eroismo
clandestino, il lavoro.
Giovanni
Verga
Non ho
scelto Giovanni Verga per “I Malavoglia”, senza dubbio la
più straordinaria testimonianza della sacrificata ricerca di
beni materiali che l’ottocento abbia prodotto. In Verga ho
cercato il pessimismo scientifico e l’atteggiamento
ideologico, in campo politico e sociale; l’anticapitalismo
reazionario; la sua sostanziale sfiducia nel progresso. I
bisogni e la miseria sono “I Malavoglia”. Poi la voglia di
ricchezza diventerà “Mastro Don Gesualdo”; la vanità
aristocratica “La Duchessa Leyra”; e infine l’ambizione
passerà dall’“Onorevole Scipioni” all’“Uomo di
lusso”. Il congegno delle passioni si allarga e si complica;
i comportamenti nelle diverse situazioni diventano meno
originali, ma testimoniano la sottile influenza che
l’educazione esercita sui caratteri e anche quanto di
artificiale ci sia nella civiltà.
Il
razionale progetto dei “vinti” ha un taglio psicologico che
porta lo scrittore a considerare il diverso rapporto dei
protagonisti con il progresso che avanza. Dal povero
pescatore dei Malavoglia fino all’intellettuale che riunisce
in sé tutte le virtù necessarie alla sopravvivenza, tutti
sono “vinti che la corrente ha deposto sulla riva”,
pur essendo diversi di fronte alla disfatta. Il pescatore
siciliano è l’emblema di quella umanità che vive del proprio
bisogno, senza rendersi conto dei processi storici di cui è
testimone passivo. L’uomo di lusso al contrario rappresenta
la coscienza critica della società. Anche Giovanni Verga fu
considerato un isolato, di difficile collocazione. Tuttavia
“Vita dei campi”, “I Malavoglia”, “Novelle rusticane” e
“Mastro Don Gesualdo” sono considerati tra i
capolavori della narrativa italiana, qualunque fosse
l’obiettivo politico e sociale dell’autore.
Interni
di famiglia borghese
In quel
Piemonte morigerato, già alla soglia del novecento, Guido
Gozzano ci regala alcuni celebri ritratti, romanzi in poche
quartine. Delle quali Eugenio Montale dirà: la poesia di
Guido Gozzano è la più sicura del 900.
Guido
Gozzano, infatti, apre una nuova elaborazione poetica, che
tiene conto del diverso atteggiamento esistenziale di chi
l’ha preceduto (Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio). Si
chiamerà “crepuscolare”. Una formula critica del nuovo
assetto politico e sociale, osservato per la prima volta
anche attraverso l’uso dell’ironia.
…ed io
fui l’uomo d’altri tempi, un buono/ sentimentale giovine
romantico.../ Quello che fingo d’essere e non sono.
Ed ecco
l’interno/esterno piccolo borghese che quest’uomo d’altri
tempi ci regala. Nel paese, ristretto tra poche case
contadine e alcune ville padronali, arriva il forestiero, il
dottore. E il farmacista lo presenta, non senza malizia,
alla signorina Felicita rimasta sola a custodire la grande
casa agiata di famiglia.
Talora –
già la cena era imbandita –
mi
trattenevi a cena. Era una cena
d’altri
tempi, col gatto e la falena
e la
stoviglia semplice e fiorita
e il
commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta, e la partita.
Un quadro,
con quei colori un po’ appassiti dal sole e dalla polvere.
L’acciottolio delle stoviglie ‘fiorite’ nell’acquaio, con la
serva decrepita che sparecchia, il tappeto sulla tavola, le
carte un po’ usate e i bicchieri mezzi vuoti, per il notaio,
il dottore, il farmacista. La siesta e la partita.
Tosti il
caffé o cuci i lini.
Penso
l’arredo – che malinconia!
penso
l’arredo squallido e severo
antico e
nuovo, la pirografia
sui
divani corinzi dell’Impero,
la
cartolina della Bella Otero
alla
specchiera… che malinconia!
Semplicità là dove tu vivi sola
Con tuo
padre la tua semplice vita!
Il
libro Cuore di Edmondo De Amicis
Ovvero: il
valore dell’infelicità nella questione sociale. Il
catechismo del sentimentalismo. La pacificazione di ogni
tensione della vita reale. Il pareggio tra miseria e bontà,
tra ricchezza e generosità. La retorica dei buoni
sentimenti.
Io ho letto
molto, anche da bambina. Fino ai nove anni i libri me li
sceglieva il maestro Palmi, un ex-prete che i nonni paterni,
con i quali vivevo, avevano assunto per farmi scuola
privatamente. Non ero malata; ma a quel tempo per bambine
della mia condizione la scelta era tra lezioni private e il
collegio.
Il maestro
Palmi, del quale conservo ancora un ricordo straordinario
per il suo modo di insegnarmi la consapevolezza di quello
che imparavo, non mi ha mai lasciato leggere il libro
“Cuore” – che ho letto da adulta, per ragioni professionali.
Una specie di diario, che diario non è. Una raccolta di
fatti che riguardano un gruppo di ragazzi di una scuola.
Ogni bozzetto ha un titolo e per protagonista un bambino –
coraggioso, sfortunato, generoso, pusillanime – la cui
storia esalta o l’amor di patria o l’amore filiale, comunque
i cosiddetti buoni sentimenti, fino a sacrifici estremi,
spesso irragionevoli. Non lasciando al lettore alcuno sforzo
interpretativo, perché tutto viene servito con evidenza,
come una zuppa calda.
Quando,
vent’anni dopo, nella trasmissione di libri per ragazzi che
io curavo per la televisione, “Avventure in libreria”, ho
detto le stesse cose che ho scritto ora, sono stata
richiamata dalla direzione generale. Credo che mi abbiano
accusata di mancanza di sensibilità. Grazie, maestro Palmi.
Questo
libro, ispirato ai buoni sentimenti dei poveri e ai buoni
propositi dei ricchi, rappresenta in gran parte il senso
della comunicazione che la borghesia nascente voleva
esprimere e divulgare.
Non aveva
alcun bisogno di farsi accettare, perché economia e società
erano già in suo potere. Ma per stravincere, doveva poter
contare sui sentimenti. Piegare l’orgoglio dei poveri ma
buoni.
E il libro
“Cuore” ci prova. In una serie di bozzetti presenta una
borghesia condiscendente, disponibile alla pietà. Una
borghesia che commuove. E una povertà che è spesso causa di
se stessa. Quando la povera gente alzerà la voce, e il pugno
chiuso, la borghesia sarà ormai salda al potere. Da questo
momento nasceranno in Italia – come in Europa, in Russia e
in America – due importanti filoni letterari: il romanzo
sociale (Emilio De Marchi) e il romanzo esistenziale (Luigi
Pirandello, Italo Svevo). Mentre il nuovo secolo è pronto a
salutare uno dei miti dell’estetismo, Gabriele D’Annunzio, e
si concede al culto della velocità e delle tecnologie (il
Futurismo), si comincia a fare i conti con il simbolismo di
Nietzsche, che influenzerà il pensiero filosofico e si
aprirà alle teorie psicoanalitiche di Freud.
Una
donna
Mi
piacerebbe terminare con una donna, Sibilla Aleramo, che
rappresenta il realismo sociale degli inizi del secolo XX.
Il suo primo romanzo chiaramente autobiografico, “Una
donna”, fu considerato uno dei primi romanzi
femministi apparsi in Italia.
Sibilla
Aleramo, femminista, pacifista e comunista, non cercò mai di
somigliare agli schemi e ai ruoli tradizionali della propria
epoca. Discussa come donna e come scrittrice, fu definita da
Giuseppe Prezzolini il “lavatoio sessuale della cultura
italiana”.
Non
stupisce che una donna anticonformista anche nelle proprie
scelte sessuali, con un talento di relazioni forse superiore
al suo talento di scrittrice, turbasse l’alta opinione che
il mondo letterario di quel principio di secolo aveva dei
propri rappresentanti, non soltanto in Italia. Uno di loro,
infatti, ebbe il cattivo gusto di farsi definire “vate”.
Forse varrebbe la pena, a questo punto, ricordare Luigi
Pirandello, considerato a piena ragione appartenente alla
letteratura del novecento, e perciò scivolato via da un
progetto che voleva guardare alla trasformazione della
società nel secolo XIX in senso critico. Tuttavia, non è
difficile immaginare che la donna Sibilla Aleramo somigli ad
alcuni personaggi cui Pirandello ha affidato, nelle commedie
e nei racconti, un ruolo di introspezione assolutamente
moderno. Come percepire il proprio volto – la propria anima?
– soltanto quando si ha coscienza della propria maschera.
È passato
un secolo, da quell’ottocento rivoluzionario; così
controverso, prodigo di buoni principi. Forse non è un caso
che la letteratura italiana, oggi, consapevole del proprio
ruolo di comunicazione di costumi, è rappresentata da
protagonisti che parlano soprattutto di se stessi. Il resto
sono buone intenzioni.
Il resto di
niente, appunto.
*Dice di sé.
Elda Lanza. Scrittrice e giornalista. Docente di storia del
costume.
|
JEAN DE LA
BRUYÉRE
Le cose più
desiderate non si realizzano; o, se si
realizzano,
ciò non accade nel tempo e nelle
circostanze in cui esse
avrebbero arrecato un estremo piacere.
(Da “ I
caratteri”,
1688)
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