COSTUME
LEV TOLSTOJ: “NON C’È GRANDEZZA DOVE NON C’È SEMPLICITÀ”
Come ogni grande,
appassionato amore, anche quello per la semplicità non è
facile. Richiede cura, attenzione, dedizione. Con gioia
quando nasce l’armonia, smarrimento quando, con il
semplicismo, si infrange
Giancarlo Livraghi*
C’è
mai stato, in qualche antico rito, un tempio dedicato al
culto della semplicità? Non sono mai riuscito a trovarne
alcuna notizia. Se ci fosse, sarei curioso di capire la
cultura da cui è generato, di conoscerne le forme e i
rituali, per imparare se (e come) possono aiutare a far
crescere in noi il gusto, il piacere, la voglia di coltivare
quell’arte sottile e illuminante.
Non è necessario che sia un culto. Ma mi piacerebbe che ci
fossero in tutte le piazze del mondo (e in tutte le scuole,
università e accademie) monumenti dedicati alla semplicità.
E che i migliori scultori del mondo facessero a gara per
rappresentarla nel suo affascinante splendore.
Michelangelo diceva che è facile fare una statua. Basta
vederla dentro un blocco di marmo e togliere quello che
avanza. C’è qualcosa di straordinario nell’arte del più
modesto scalpellino. Sovrumano nell’opera di un grande
scultore. Eppure ognuno di noi, con un guizzo di felice
intuito, può fare lo stesso miracolo: cogliere la semplicità
che si nasconde dentro un’apparente complicazione.
Un errore diffuso è pensare che la stupidità sia semplice,
l’intelligenza complicata. Che semplificare sia facile,
complicare difficile. Molto spesso è vero il contrario. Lo constatava Ovidio duemila anni fa.
La semplicità, cosa
rarissima ai nostri tempi. Chissà che cosa direbbe oggi.
Si trova in giro, citata qua e là, una frase attribuita a
Leonardo da Vinci. La
semplicità è l’estrema perfezione. Non trovo riscontri
che ne confermino l’autenticità. Ma sono convinto che
Leonardo, se fosse qui a parlarne con noi, si riconoscerebbe
in quel concetto (e si dispiacerebbe di aver talvolta ceduto
alla tentazione di complicare, come nella tecnica di
affresco del Cenacolo).
Ebbene sì, anche i geni sbagliano (e sbagliando imparano).
Ma se sono davvero geniali sanno quanto sia importante (e
impegnativa) la conquista della semplicità – e non si
arrendono alle insidie della complicazione.
Semplicità e armonia – scrittori, artisti, filosofi
La semplicità è armonia. Lo sanno i più grandi artisti, i
più bravi scrittori, i migliori filosofi. Anche nella
scienza i più grandi progressi sono spesso soluzioni
semplici di problemi che sembravano inestricabilmente
complicati (su questo tema ritorneremo più avanti).
La semplicità è eleganza. Non solo nell’abbigliamento,
nell’arredamento, nello stile. Anche nel pensiero e in ogni
genere di attività. Non è un caso che una soluzione
particolarmente efficace (e perciò brillantemente semplice)
sia spesso definita “elegante” in diversi mestieri e
discipline.
Nulla è vero, se non ciò che è semplice
(Johann Goethe). La
semplicità è la forma della vera grandezza (Francesco De
Sanctis). Non c’è
grandezza dove non c’è semplicità (Lev
Tolstoj).
In carattere,
maniera, stile, in tutte le cose, la suprema eccellenza è la
semplicità (Henry Wadsworth Longfellow). Molti altri
l’hanno detto. Soprattutto, i migliori l’hanno fatto. È
affascinante, illuminante, disarmante, la semplicità con cui
si sa esprimere un grande scrittore o un autentico poeta.
Semplice vuol dire sciocco? È un modo diffuso di esprimersi
o di pensare. Ma è profondamente sbagliato.
Le sottilissime
astutie di Bertoldo (come le chiamava Giulio Cesare
Croce) sono davvero così diverse dalle
piacevoli et
ridicolose simplicità di Bertoldino? Nella malinconica
ironia di Miguel Cervantes, c’è più saggezza e nobiltà in
Don Chisciotte o in Sancho Panza? Nel racconto di Italo
Calvino, è più consapevole Agilulfo, il “tutto pensiero”
cavaliere inesistente,
o il “tutto fisico” Gurdulù? Nell’Idiota
di Dostoevskij c’è più sensibilità e umanità nel
principe Myskin che in tutti gli arroganti presuntuosi che
lo circondano.
Tutti noi, nelle esperienze della nostra vita, incontriamo
persone “semplici” che sono molto più intelligenti di tanti
cosiddetti “intellettuali”.
Lo dice un filosofo (non particolarmente noto per la
facilità del suo pensiero).
Gli aspetti delle
cose che sono più importanti per noi sono nascosti a causa
della loro semplicità e familiarità – Ludwig
Wittgenstein.
Vogliamo il parere di un architetto? Eccolo.
Semplicità e armonia
sono le qualità che misurano l’autentico valore di ogni
opera d’arte – Frank Lloyd Wright.
Le opinioni di due musicisti molto diversi.
La semplicità è la
conquista finale. Dopo che si è suonata una vasta quantità
di note, e poi ancora tante note, è la semplicità che emerge
come il premio incoronante dell’arte – Frederic Chopin.
Rendere il semplice
il complicato è luogo comune, rendere il complicato
semplice, stupendamente semplice, quella è creatività –
Charles Mingus.
Grazie, Charlie. Così mi dai la nota giusta – lo spunto per
un argomento che non può mancare in questi ragionamenti. Di
che cosa stiamo parlando quando diciamo “creatività” o
“creativo”?
Che cosa vuol dire “creatività”?
Questa è una delle parole più stupidamente usate – e abusate
– nel linguaggio di oggi. Stranamente ci sono mestieri che
si definiscono “creativi”. Quando cerco di spiegare perché
questa usanza è assurda e ridicola, spesso faccio un
semplice esempio. Se chiedessimo a Mozart, a Raffaello o a
Einstein “che mestiere fai?” ci sentiremmo rispondere
musicista, pittore o fisico (con una certa tendenza di
Einstein a dire “non saprei, diciamo essere umano”). Si
metterebbero a ridere se qualcuno li chiamasse “creativi”.
Un’amica (Elda Lanza: il suo stile è noto anche ai lettori
dell’Attimo fuggente)
ha conosciuto Coco Chanel. Un giorno le ho fatto una
domanda. Che cosa
avrebbe detto Coco a qualcuno che le avesse chiesto qual era
il suo mestiere? La risposta è stata quella che mi
aspettavo. Si
chiamava orgogliosamente “sarta” – certo non “stilista”.
C’è gente che va in giro con l’etichetta “creativo” e non ha
mai creato qualcosa di interessante – se non forse un’ideuzza
trent’anni fa che si è fatta notare per un paio di giorni
perché dava fastidio a qualche benpensante (e che si
continua a citare nelle agiografie come se fosse chissà
quale rivoluzionaria meraviglia). Mentre c’è chi ha davvero
trovato sintesi significative e non sopporta l’idea di
lasciarsi classificare con quella goffa definizione.
Una categoria immune da questo malanno sembra essere quella
degli scrittori. Nessuno, che io sappia, è mai stato
definito “creativo” (anche se qualcuno ha avuto il cattivo
gusto di lasciarsi chiamare “vate”). Forse dipende dal fatto
che conoscono un po’ meglio l’uso della lingua. (Non è colpa
di Dante se qualcun altro ha appiccicato alla sua commedia
l’aggettivo “divina”).
La creatività esiste, ma è tutt’altra cosa. Una sintesi che
semplifica la complessità. Ci sono, nei secoli e nei
millenni, persone che sono meritatamente passate alla storia
per aver avuto, in tutta la loro vita, una sola intuizione
di quel genere.
Quando la scienza si complica, è in una fase confusa
Molte cose nel mondo di oggi ci fanno venire il dubbio che
Giacomo Leopardi avesse ragione quando era scettico sulle
magnifiche sorti e
progressive. Ma c’è un campo in cui il progresso è
reale – e sconcertante. La ricerca scientifica. I confini
della conoscenza si stanno allargando al di là della nostra
capacità di capire. Ciò che cinquanta o cento anni fa
sembrava una scoperta sconvolgente, oggi è superato in nuovi
orizzonti sempre più interessanti, ma sempre più difficili.
A parte la mia scarsa competenza in materie molto
specialistiche, come la cosmologia, la fisica quantistica e
la genetica, un approfondimento di questi temi andrebbe
molto oltre lo spazio e la sostanza di questo articolo. Ma
un fatto è chiaro. Siamo in una fase in cui si moltiplica la
complicazione. Ogni sostanziale passo avanti deve andare,
presto o tardi, nella direzione della semplicità, ma è
difficile capire come si possa arrivare alla sintesi – che,
se e quando ci sarà, sarà davvero il superamento di una
soglia fondamentale.
Così diceva Albert Einstein.
Se non lo sai
spiegare semplicemente, non l’hai capito abbastanza bene.
Quante sono le cose, non solo sulle estreme frontiere della
fisica, che qualcuno non ci sa spiegare semplicemente,
perché non le ha capite abbastanza bene? Quante le
“presunzioni” di sapere che qualcuno ci somministra perché
non si rende conto di quanto non ha capito o perché sta
cadendo nell’errore del semplicismo?
Niels Bohr, nel 1927.
Chi non è confuso dalla teoria dei quanti non la capisce.
Più icasticamente Richard Feynman, nel 1967.
Nessuno capisce la
teoria dei quanti. Non sembra che oggi, dopo altri
quarant’anni di studi, le difficoltà siano diminuite.
Spero che gli scienziati mi perdonino un’impertinente
osservazione da incompetente catecumeno. Ho l’impressione
che il crescente numero di “particelle” variamente
conosciute o ipotizzate – come le proliferazioni
terminologiche in altre scienze – sia un’accozzaglia di nomi
di cose presunte di cui non è identificabile l’esistenza (o
non si riesce a capire che cosa siano). Probabilmente questo
tormentato passaggio è necessario, ma è faticosamente
dispersivo. In attesa che un nuovo Archimede, o Newton, o
Darwin, o Mendeleev, o Einstein, sciolga i nodi delle
complicazioni e ci dia un nuovo strumento di sintesi
cognitiva.
Il vantaggio intrinseco della scienza è che ha il dovere di
non sapere – di dubitare perennemente, essere sempre aperta
alla possibilità di rimettere in discussione ciò che
sembrava “certezza”. Ma proprio per questo ogni tentativo di
divulgazione è pericoloso quando è assolutistico o
banalizzante.
L’affascinante “teoria delle stringhe” potrebbe essere uno
strumento essenziale per capire “la natura delle cose”, come
la chiamava Lucrezio. Ma ciò non vuol dire che (con l’aiuto
di un buffo errore di traduzione) qualcuno possa venire a
spiegarci che l’universo è una scarpa (3).
La perversità della complicazione
Quando l’intelligenza si propone in modo intricato, o
difficilmente comprensibile, vuol dire che è immatura. Per
raggiungere la sua piena efficacia e chiarezza dovrà
evolversi verso la semplicità.
Complicare è facile, semplificare è difficile. Non solo
nelle forme più elevate della filosofia, della scienza,
della cultura, ma anche nella pratica del lavoro, o nelle
piccole esperienze di ogni giorno, le soluzioni più efficaci
sono quasi sempre le più semplici.
La semplicità, purtroppo, è vulnerabile. Ci sono forze
spaventose che si accaniscono in mille modi per rendere le
cose inutilmente e assurdamente complicate. Ero ancora
adolescente quando cominciavo a preoccuparmi per le
molteplici insidie di un tenebroso e perverso organismo
chiamato Uccs – Ufficio complicazione cose semplici. Sono
passati tanti anni, i mille tentacoli del mostro ci
avvolgono in modo sempre più minaccioso.
Quella piaga contagiosa non nasce solo negli apparati
burocratici che intenzionalmente complicano ogni genere di
procedure per affermare il loro potere e asservirci alle
loro fisime. Ma anche in infinite situazioni dove nessuno lo
fa di proposito, ma ugualmente i nodi diventano gordiani – e
purtroppo non sempre è possibile brandire la spada di
Alessandro (anche perché, un po’ troppo spesso, siamo noi a
cadere inavvertitamente nella trappola della complicazione –
e tagliarci le mani, o spaccarci il cervello, sarebbe una
terapia troppo drastica).
Svegliare la bella addormentata
Una sigla che non ho inventato io, ma si insegnava (con
scarso successo pratico) nelle scuole di gestione, è Kiss.
Che ovviamente vuol dire “bacio”, ma sta anche per
Keep it simple,
stupid (pressappoco si può tradurre “non fare lo
stupido, cerca di semplificare”). Già parecchi anni fa,
ancora prima che si arrivasse a certe complicazioni oggi
imperversanti, tenevo appeso nel mio ufficio un cartello che
diceva KISS.
Quando qualcuno (succedeva spesso) arrivava con qualche
problema esageratamente complicato, il mio primo gesto era
indicare (se possibile, con un sorriso) la “parolina
magica”. Ma più spesso il promemoria serviva per ricordare a
me che le soluzioni semplici ci sono quasi sempre, il
problema è che non riusciamo a vederle (compreso il fatto
che talvolta un problema è davvero insolubile – e allora è
meglio prenderne chiaramente coscienza anziché disperdersi
nella ricerca di soluzioni impossibili o impraticabili).
L’esperienza illuminante, spesso affascinante, della sintesi
creativa – o di un’intuizione che ci aiuta a risolvere un
problema – ci porta quasi sempre a constatare che la
soluzione “col senno di poi” appare ovvia, ma il nostro modo
di ragionare e percepire si era complicato in modo da
impedirci di vederla.
Da che mondo è mondo, uno dei problemi che ci rovinano la
vita è l’assillante accumulo di complicazioni inutili. In un
periodo di transizione complessa, come quello in cui stiamo
vivendo, questo fenomeno assume una particolare intensità.
Molte cose sono diventate più semplici, rispetto a un non
lontano passato, per la diffusione di conoscenze e risorse
che prima non c’erano o erano disponibili solo a pochi
privilegiati. Ma ci stiamo anche complicando la vita in
infiniti modi, che in parte dipendono dalla farraginosa
inefficienza delle comunicazioni, in parte dal nostro
comportamento e da quello di altre persone – e in parte da
una sbagliata concezione e da un cattivo uso delle
tecnologie (più si complicano, peggio funzionano).
Un mondo in cui l’assurdità della complicazione ha raggiunto
livelli astronomici (ma continua a crescere con una
caparbietà da fare invidia a un buco nero) è quello delle
tecnologie cosiddette “avanzate”. Nella sua divertente “Hitch-Hiker’s
guide to the galaxy”, Douglas Adams spiega con questo
assioma il comportamento della “Sirius Cybernetics
Corporation”, gigantesca impresa elettronica interspaziale.
La principale
differenza fra una cosa che può andare male e una cosa che
non può mai andare male è che, quando una cosa che non può
mai andare male va male, di solito si scopre che è
impossibile raggiungerla o aggiustarla.
Queste stupide complicazioni sono una cosa molto diversa dal
serio e profondo problema della complessità, così come è
studiato dalla “teoria del caos”. Su questo argomento ci
sono alcune “impertinenti” annotazioni (forse fin troppo
semplificate) in una breve appendice a “Il potere della
stupidità”
(5).
I complici della complicazione
Non sempre la complicazione nasce dalla perversa volontà di
rendere le cose difficili. Più spesso è il frutto
involontario di umana incomprensione e stupidità. Ma non è
raro che il potere, in tutte le sue forme, grandi o piccole,
palesi o nascoste, se ne serva per confondere le cose,
renderle incomprensibili, nascondere la semplice realtà dei
fatti dietro una cortina di inestricabili complessità.
Non solo la burocrazia, ma anche altre oligarchie,
consorterie o corporazioni usano spesso un gergo complicato,
incomprensibile per i “non addetti”, che serve ad affermare
il loro predominio e tenere in soggezione il resto
dell’umanità.
Anche il mondo accademico o “intellettuale” ricorre spesso
allo stesso trucco. Si esprime in modo incomprensibile per
nascondere il fatto che non sa di che cosa stia parlando. E
anche per suscitare fra i catecumeni un riverente timore –
la percezione di essere stupidi perché non riescono a
capire. Un’osservazione di Marcel Proust su qualcuno che si
comportava in quel modo.
Come molti
intellettuali, era incapace di dire
semplicemente una
cosa semplice. E una tagliente ironia di Jacques Prévert.
Non bisogna lasciare
che gli intellettuali giochino con i fiammiferi.
C’è una differenza sostanziale fra intelligenza e
intellettualismo. Sarebbe superficiale e semplicistico dire
che l’uno è il contrario dell’altra. Ma è un fatto che non
sono la stessa cosa – e che l’intelligenza è tanto più utile
e consapevole quanto più si sa esprimere in modo semplice e
chiaro.
La semplicità è di moda? Non è confortante
Pare che in questo periodo (anche per l’ovvio ingombro di
perniciose complicazioni) la semplicità sia di moda. Ma
questo non ci avvicina alla soluzione del problema. Anzi, lo
può peggiorare.
La “semplicità di moda” si riduce quasi sempre a patetica
finzione o a superficiale banalità. Al semplicismo di vuote
promesse o di squallidi luoghi comuni. A modi di dire che
non semplificano, non risolvono, non spiegano, ma ripetono
all’infinito gli stessi insulsi manierismi.
Quando la semplicità è ridotta e umiliata a un tale
squallore, può accadere di doversi affezionare, almeno
provvisoriamente, alla complessità. Come passo necessario
per uscire dal pantano, andare oltre – nella speranza di
poter trovare, all’altro capo del labirinto, il tesoro
nascosto della vera semplicità.
Le trappole del semplicismo
Il “rovescio della medaglia” sta nella falsa semplicità.
Nella stupida arroganza di chi ha la pretesa di spiegare ciò
che non ha capito. Nell’invadenza dei tuttologi presuntuosi,
degli opinionisti senza arte né parte, dei pressappochisti
enciclopedici, dei pettegoli frettolosi che si sentono in
dovere di avere un’opinione prima ancora di aver capito di
che cosa si sta parlando.
Per esempio, nel campo della burocrazia, si moltiplicano le
promesse di semplificazione. Credo che qualcuno, talvolta,
abbia tentato davvero. Ma il compito è arduo – le resistenze
dei sistemi (non solo quelli pubblici) sono profondamente
radicate e ostinatamente stupide.
In Italia (dove siamo afflitti da una delle peggiori
burocrazie del mondo e da un’allucinante moltiplicazione di
norme e regole mal concepite e peggio applicate) c’è perfino
un “ministero della semplificazione”. Che cosa sia e a che
cosa serva (oltre a creare inutili sovrastrutture) non è
facile capire. La realtà dei fatti è che le complicazioni
continuano ad aumentare – e dove (caso raro) c’era davvero
una piccola semplificazione è stata poi divorata da qualche
successivo inghippo.
Quanto a sistemi di informazione e di educazione... la
divulgazione, quando è ben fatta, è una risorsa preziosa. Ma
è un compito delicato e difficile. Dobbiamo essere molto
grati ai bravi divulgatori, quando riescono a proporci in
modo semplice e chiaro il frutto di anni di studio e
approfondimento. Ma troppo spesso con la scusa di divulgare
o semplificare ci si somministra di tutto fuorché utile
informazione e cultura.
Lo diceva un giornalista, Erwin Knoll.
Tutto ciò che
leggiamo nei giornali è assolutamente vero, fuorché nel raro
caso in cui si tratta di un argomento di cui abbiamo
conoscenza diretta. Non è raro che ci sia lo stesso
problema in congressi, convegni, dibattiti, lezioni
universitarie, libri di testo o altre opere con (apparenti)
intenzioni divulgative.
Alla radio accade spesso che l’ossessione del tempo (la
presunta necessità di dire tutto in un minuto) porti a
frettolose semplificazioni che confondono invece di
spiegare. In televisione siamo fortunati quando un bravo
cronista sa riassumere efficacemente una notizia – o un buon
conduttore sa equilibrare bene un dibattito. Ma troppo
spesso vediamo incompetenti presuntuosi che interrompono chi
sa di che cosa sta parlando con la pretesa di “spiegare
meglio” qualcosa che non hanno capito.
Da quarant’anni (da venti in modo diffuso) abbiamo una
risorsa che non c’era mai stata in tutta la storia
dell’umanità. Quella che con una semplificazione eccessiva
(ma, in questo caso, accettabile) siamo abituati a chiamare
“internet”. Uno strumento molto utile, se lo sappiamo usare.
Ma con tutto lo stupido fracasso sulle velocità di
connessione, che non sono la risorsa più importante, si è
diffusa, anche in questo caso, una tragicomica cultura del
semplicismo.
Possiamo, è vero, con gli strumenti che ci offre l’internet,
fare in pochi giorni, o in poche ore, ricerche che prima
richiedevano settimane o mesi in biblioteca. Ma questo non è
un buon motivo per cadere nella superficialità. In rete si
trova di tutto e il contrario di tutto. Quando è capita
bene, questa è una risorsa. Ma se cadiamo nella trappola del
semplicismo le stupidaggini e le deformazioni si
moltiplicano – e non diventano meno stupide o devianti solo
perché le troviamo (o si diffondono) più in fretta.
I tempi cambiano, gli strumenti si evolvono, ma la sostanza
è sempre la stessa. Il gustoso frutto della semplicità può
talvolta spuntare inaspettatamente da una fortunata
coincidenza. Ma più spesso nasce da lunga, attenta e
paziente coltivazione.
Innamorarsi della semplicità
L’intelligenza è luce o lucidità – non oscurità. Il peggiore
degli stupidi non è chi non capisce, ma chi non si sa
spiegare. Il punto delicato, quanto fondamentale, sta nel
non confondere la semplicità con il semplicismo. Una
spiegazione apparentemente semplice può essere solo
un’insulsa banalità, un infondato luogo comune, un
preconcetto diffuso quanto sbagliato – o una semplificazione
solo apparente che ci viene somministrata per disorientarci,
per toglierci il desiderio di capire o di approfondire.
In altre parole, la complicazione è quasi sempre stupida, ma
non sempre ciò che sembra semplice è intelligente.
L’arte della semplicità è difficile e sottile quanto
l’esercizio dell’intelligenza. L’una e l’altro richiedono
impegno, pazienza, approfondimento, un’insaziabile curiosità
– e una perenne coltivazione del dubbio. Per quanto chiara,
nitida ed efficace possa essere una soluzione, dobbiamo
continuare a chiederci se e come ce ne possa essere un’altra
ancora più funzionale, più lucida e più semplice.
Sembra faticoso – e spesso è impegnativo. Ma se sappiamo
come apprezzarne il gusto può essere molto divertente.
Trovare soluzioni o spiegazioni autenticamente semplici è
rasserenante, stimolante, piacevole, allegro, spesso
entusiasmante.
La semplicità non è solo una conquista intellettuale, è
anche un’emozione. Scoprire la chiave semplice di un
problema apparentemente complesso ha un intenso valore
estetico. È una gioia in sé, prima ancora delle sue
piacevoli conseguenze. Ci dà una chiara, inconfondibile
percezione di bellezza e di armonia.
Innamorarsi della semplicità è un’esperienza affascinante.
Ed è uno dei modi più efficaci per coltivare l’intelligenza,
migliorare la nostra vita e quella degli altri.
1) Vedi “L’arte difficile della
semplicità”, capitolo 20 di “Il potere della stupidità”
(anche online gandalf.it/stupid/cap20.htm ).
2) Vedi “Le
ambiguità dell’innovazione” (online
gandalf.it/arianna/innovaz.htm).
3) Vedi
la voce string (che
non vuol dire “stringa”) in “Ambiguità di alcune parole
inglesi” (online gandalf.it/ambigui.pdf).
4) The major
difference between a
thing that might
go wrong and a thing that
cannot possibly go wrong
is that
when a thing that
cannot possibly go wrong
goes wrong it
usually turns out to
be impossible
to get at or
repair. Un testo un po’ più esteso di
Douglas Adams su questo argomento si trova online
gandalf.it/stupid/sirius.htm Sulla stupidità delle
tecnologie vedi anche il capitolo 19 di “Il potere della
stupidità” (online gandalf.it/stupid/cap.19.htm).
5) “Pensieri semplici
sulla complessità” (si trova anche online gandalf.it/stupid/caos.htm).
6) Vedi “La stupidità del
potere”, capitolo 10 di “Il potere della stupidità” (anche
online gandalf.it/stupid/cap10.htm).
7) Vedi “La stupidità della
burocrazia”, capitolo 12 di “Il potere della stupidità”
(anche online gandalf.it/stupid/cap12.htm).
8) Vedi
“La stupidità e la fretta”, capitolo 16 di “Il potere della
stupidità” (anche online gandalf.it/stupid/cap16.htm).
*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille
mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua
attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura
umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, ha
anche scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere
della stupidità”). Il suo sito online è
http://gandalf.it
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GIORGIO GABER
Amore
non ti prendo sul serio
quello che ci manca
si chiama desiderio.
Il desiderio
è la cosa più importante
è l’emozione del presente
è l’esser vivi in tutto
ciò che si può fare
non solo nell’amore
il desiderio è quando
inventi ogni momento
è quando ridere e parlare
è una gran gioia
e questo sentimento
ti salva dalla noia.
(Da “ La
mia generazione ha perso”, 2001)
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