AMARCORD
LE VISIONI DI PASOLINI. IMMAGINI DI UNA PROFEZIA
Una giovane scrittrice alle
prese con uno dei più grandi registi italiani. Il frutto
di questo incontro è un cammino che propone una diversa
prospettiva per la lettura di alcune opere del celebre
artista (1)
Marzia Apice*
Ragione
e mito. I modelli classici
Gli anni
‘60 ormai stanno per volgere alla fine. Pasolini ha già da
tempo pronunciato la celebre “abiura dal ridicolo decennio”,
quello della ideologia comunista degli anni 1945-55. Il
mondo è cambiato, e il regista friulano pur non avendone
previsto gli esiti, ne ha puntualmente registrato i disumani
paradigmi con la dolorosa lucidità del profeta. Ecco quindi
che tramonta come vana illusione l’utopia di un terreno
fertile per il ripristino di un rinnovato senso di umanità,
incarnata dagli abitanti delle borgate e delle periferie
romane. Quei residui “violenti” perché vitali di un mondo
contadino obsoleto, così mirabilmente affrescati nelle sue
poesie e nei suoi film, ormai non esistono più, omologati
dal funesto grigiore dello stile di vita tipico della
società dei consumi.
Ma
Pasolini, che forse come intellettuale si sente ormai
disarmato e quasi sconfitto, non si rassegna come artista
all’equazione razionalizzare = girare a vuoto del presente,
dalla quale è stato impietosamente privato di tutti i suoi
“credo” più autentici e di tutte le sue speranze più intime
senza contropartite etico-politiche condivisibili. Egli al
contrario decide di risalire con più coraggio di prima al
grande serbatoio dell’inconscio, messo in scena, oltre che
dal sogno, dal mito arcaico in antiche tragedie e dai miti
storici e/o leggendari del teatro shakespeariano.
In questo
percorso si collocano i tre film realizzati da Pasolini a
distanza di un anno l’uno dall’altro, dal 1967 al 1969:
Edipo re, Che cosa sono le nuvole?,
Medea.
Nel
riproporre opere letterarie tra le più celebri di tutta la
tradizione classica occidentale, come appunto gli “Edipo re”
e “a Colono” di Sofocle, l’“Otello” di Shakespeare e la
“Medea” di Euripide, Pasolini procede in profondità,
sviscerandone, quasi chirurgicamente, l’essenza, svelando i
grandi temi universali racchiusi in esse, e riuscendo, per
così dire, a piegarle ai suoi voleri, a far sì che divergano
da sé pur rimanendo se stesse.
L’esperienza dell’inconscio mitico-psicologica, più o meno
remota, non fa che smentire il mondo attuale e le relative
concezioni ideologiche, scalzati come sono dall’irrompere di
eventi fatali quanto casuali e dai drammi esistenziali,
anche strettamente personali, che ne conseguono, e che,
portati sulla scena nel ruolo di protagonisti, lasciano
nell’animo e negli occhi degli spettatori un’orma
indelebile.
È
importante ribadire che in nessuno di questi tre film presi
in analisi si prospetta una sterile fuga dalla storia o dal
presente. Pasolini non vuole nascondersi, né occultare
quello che non può che turbare la propria e l’altrui
coscienza. Anzi ciò che più gli interessa è la messa a fuoco
degli elementi “metastorici” che s’intrecciano a ogni
vicenda umana, e inevitabilmente la condizionano.
3.1)
Edipo re (1967)
Sinossi del
film: anni ’20, in un piccolo paese del nord Italia. Un
bimbo nasce e vede il mondo per la prima volta in un prato.
Suo padre è subito geloso di lui perché teme che quel figlio
gli contenderà l’amore di sua moglie, la donna che lo ha
fatto nascere. Quando cresce, il bambino piange se resta
solo. Una notte, dopo che, al rientro da una festa, i
genitori hanno fatto l’amore, il bambino riceve la visita
del padre che con odio lo solleva dal letto afferrandolo con
forza per le caviglie. Il bambino soffre. L’azione poi si
sposta sul Monte Citerone, dove un servo abbandona il
piccolo Edipo, figlio del re tebano Laio, non avendo il
coraggio di eseguirne l’ordine di ucciderlo. Il nome del
mitico eroe, piedi gonfi, allude al crudele trattamento
inflittogli. Qui comincia la “tragedia” di Edipo, che si
consuma nel vano tentativo di sfuggire ai responsi profetici
di parricida e sposo incestuoso di sua madre:
l’allontanamento dalla città di Corinto per salvaguardare i
suoi genitori che non sa essere adottivi; l’uccisione
inconsapevole, sulla strada di Tebe, del vero padre Laio;
l’arrivo a Tebe e il suo successo nella risoluzione
dell’enigma della Sfinge che affligge da tempo la città; il
matrimonio e l’amore con la madre Giocasta; la scoperta
della raccapricciante verità, il suicidio di Giocasta e l’autoaccecamento
di Edipo. Si torna poi al precedente, moderno scenario: anni
’60, guidato da un Angelino-Antigone, Edipo vaga cieco sotto
i portici bolognesi. Finalmente ritrova il prato della sua
infanzia, e rievoca nella mente le prime immagini viste da
bambino.
Pasolini
rivela un particolare interesse per la tragedia greca
all’incirca agli inizi degli anni ’60, quando cioè decide di
tradurre l’“Orestiade” di Eschilo: egli si è reso sempre più
conto che la Grecia e i suoi autori sono una miniera
ricchissima di temi fondamentali che trovano in lui eco
profonda, e sono dunque da riprendere e far rivivere anche
con accenti e angolazioni poeticamente nuovi. A partire dal
’66, pertanto, il regista friulano lavora sulle opere
teatrali per ricavarne successivamente (oltre all’ “Edipo
re” e a “Medea”) gli “Appunti per un’Orestiade africana,
Teorema e Porcile”, anche se in questi ultimi due film i
richiami alla tragedia greca si profilano in modo indiretto.
L’“Edipo
re” viene presentato al Festival di Venezia il 3 settembre
del 1967, e vince il Premio speciale della giuria ex
aequo con “Bella di giorno” di Luis Buñuel e “La
chinoise” di Jean-Luc Godard. Anche Alfredo Bini vince un
premio: a lui l’Associazione dei critici cinematografici
assegna il Nastro d’argento come miglior produttore. Questa
sarà, però l’ultima pellicola che la coppia Pasolini-Bini
realizzerà insieme.
Inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato per lo più
in Romania, ma poi il regista opta per la terra africana,
molto più primordiale e selvaggia, in effetti non ancora
contaminata dall’industrializzazione (proprio come era il
Marocco di allora), che, dunque, appare uno scenario ideale
in cui ambientare gli “esterni” del mito ancestrale di
Edipo.
Come dice
Moravia nella sua recensione al film, “Pasolini quei monti,
quei villaggi, quei riti li sente come elementi essenziali
del mito e riesce a comunicarci il suo sentimento” (2). Le
immagini solennemente arcaiche di un ambiente non ancora
“disagiato” dalla civiltà raggiungono picchi di grandiosa e
struggente bellezza. Il prologo e l’epilogo, invece, a noi
contemporanei, vengono girati in Italia, in Veneto e nella
bassa Lombardia (le scene cittadine sono realizzate, come si
è detto, a Bologna).
Per la
prima volta Pasolini ha a disposizione maggiori mezzi
economici e può girare interamente in technicolor; e,
diversamente dalle pellicole precedenti, può valersi di
importanti attori professionisti: oltre a Silvana Mangano
nel ruolo di Giocasta, Carmelo Bene interpreta il re di
Corinto, Creonte, Alida Valli è la regina Nerope, Tiresia ha
il volto di Julian Beck del Living Theatre. E questa volta
anche Pasolini si riserva un ruolo (quello del sacerdote),
accanto ai suoi fedelissimi Franco Citti e Ninetto Davoli.
Con
l’“Edipo re” Pasolini affronta in prima persona (e in modo
esplicito) il fantasma del triangolo erotico
madre-padre-figlio, che da tanti anni lo ossessiona.
“La
differenza profonda tra Edipo e gli altri miei film è che è
autobiografico, mentre gli altri o non lo erano o lo erano
inconsciamente, indirettamente. In “Edipo re” racconto la
storia del mio complesso d’Edipo” (3): questo ci fa sapere
che è lui il bambino del prologo, e ci mostra come si
presentassero alla sua mente i suoi genitori. Ecco perché
questo film è stato definito come il più “privato” che
Pasolini abbia mai realizzato.
La Grecia
che Pasolini ci vuole restituire, invece, è quella ancora
barbara del mito, e per questo giustamente, anche a
prescindere dalla filologia, egli accantona del tutto,
soprattutto nella resa dei personaggi, l’impostazione,
diciamo (neo)classicheggiante, adottata abitualmente nei
confronti della tragedia antica: una Grecia in questo senso
allucinata (Pasolini stesso definisce il film una
“allucinazione”), punto di fuga in cui l’autore si immerge
come nella sua stessa vita: un ponte gettato tra il prologo
e l’epilogo del film, e non soltanto in funzione dei drammi
edipici vissuti dal piccolo Pasolini, ma di un passato
svincolato dalla storia, e dunque, mitico.
Il mito è
il sogno. Prologo ed epilogo del film sono sì nei nostri
tempi, ma nel sogno di un bambino e della sua proiezione
adulta che incarnano il dramma e il mito di Edipo così “come
lo ha raccontato Sofocle e come lo ha interpretato Freud”
(4), e come lo “gira” Pasolini, che si sente vivo tramite da
tra i due. A questo “gruppo” non può appartenere invece Marx:
Pasolini, infatti, ha scelto se non di abbandonare la storia
per il mito, di rovesciarne almeno i rapporti e questo
provoca automaticamente l’esclusione di chi auspicava il
definitivo tramonto del mito col trionfo della scienza. Ecco
perché molti critici di sinistra sono particolarmente severi
nel giudicare il regista all’indomani dell’uscita del film,
e vedono in quest’opera una vera e propria fuga dall’impegno
sociale e politico in cui Pasolini si era sempre profuso.
Inutile
dire che l’Edipo-Citti è un diverso, come il Cristo del
Vangelo, e come si sente il regista stesso: questo Edipo non
è l’incarnazione di sentimenti universali né il portatore di
valori condivisi, e neppure ha niente a che fare con quanto
espresso dal sublime linguaggio del testo originale di
Sofocle: il personaggio ha una grossolana fisicità
pre-industriale (ma che rimanda inevitabilmente al
sottoproletariato urbano), è violento, facile preda di ira e
passioni sfrenate, in completa balia delle sue sconosciute
pulsioni naturali. Non solo: a differenza dell’eroe
sofocleo, così intransigente con se stesso, così lucido
nello scandagliare il proprio animo, così pronto ad essere
anche spietato nel giudicare le proprie azioni, la sua metà
nascosta, cioè l’Edipo-Citti, appare, per usare le parole di
Antonio Repetto, come “una complessa proiezione
autobiografica della componente istintuale e preborghese del
poeta diverso”18. In altri termini, l’angoscia e l’orrore
che Edipo prova scorrendo a ritroso la sua vita a partire
dal presente infausto sono gli stessi che in Pasolini
nutrono le ossessioni della sua esistenza.
Il regista
in effetti sembra sottolineare non tanto il tentativo di
Edipo di scoprire una pur terribile verità, quanto la sua
“incredibile” innocenza, descrivendoci un personaggio ben
lontano da un eroe nel senso più scontato del termine.
In Sofocle
si tratta dell’impari conflitto tra fato e libero arbitrio:
Edipo è senz’altro un eroe, ma al contempo appare come
vittima, salvatore di molte vite e, paradossalmente o peggio
tragicamente, anche rovina di tante altre, compresa la sua.
Eppure la volontà di acquistare coscienza di sé e del suo
essere uomo è più forte di tutto, anche della agghiacciante
verità, anche del dolore più intenso, anche della vergogna
che, alla fine, lo spingerà al gesto (forse addirittura più
estremo del suicidio) di accecarsi. Pasolini invece parte
dal mito di Edipo, interpretato freudianamente, e ne fa sia
lo specchio della propria vita interiore proiettata
all’esterno, che il cardine dei propri drammi esistenziali:
di qui l’esasperazione drammatica delle scene del parricidio
e dell’incesto, l’insistenza sulle passioni più selvagge e
violente, che in Sofocle sono trattate in modo più sfumato
ed elusivo.
Tuttavia,
pur non rappresentando le gesta di un eroe guerresco,
l’Edipo pasoliniano assume spesso toni epici grazie al
ruolo-chiave che ha nel film la musica. Popolare,
malinconica o festosa, funebre, moderna o classica, solo la
musica riesce in effetti a esprimere l’inesprimibile
“odissea” di Edipo. Il leitmotiv fondamentale è
costituito da canzoni popolari rumene e da antiche melodie
giapponesi, che si scandiscono in sequenze, per noi ambigue
e misteriose, di suoni essenziali, e la cui origine sembra
difficile da localizzare, se non nei primordi e nei
precordi.
Questa
scelta fa sì che la parola, nel film, si riveli mezzo
espressivo ormai superfluo: il linguaggio è rarefatto, tende
a scomparire rispetto alla musica e alle immagini, e nei
fotogrammi dell’“Edipo re” si realizza il miracolo “della
realtà che si esprime con la realtà”, nucleo semantico della
poetica di Pasolini. L’impulso arcaico del “vedere”, in
particolare, che “trova, proprio nella cecità che si
autoinfligge il protagonista, la sua sublimazione
simbolica”19, soppianta quello evolutivo del “conoscere”,
fondamentale nella tragedia sofoclea proprio perché Edipo è
“un personaggio che nell’obbligo della conoscenza della
realtà e nel tentativo di sfuggirvi gioca tutto il suo
destino”20.
In questo
film, invece, il regista portatore di un complesso mai (o
infelicemente) superato, è il personaggio principale, con il
suo amore incestuoso per la madre, inappagabile, e quindi,
secondo le concezioni allora correnti, “deviato” nell’eros
omosessuale. Impressionante il parallelismo tra certe
sequenze dell’“Edipo re” (soprattutto quelle interpretate da
Silvana Mangano, nel ruolo di Giocasta) e i versi della
stupenda lirica “Supplica a mia madre”, scritta da Pasolini
nel 1962:
È
difficile dire con parole di figlio
ciò a
cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei
la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che
è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per
questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro
la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei
insostituibile. Per questo è dannata
alla
solitudine la vita che mi hai data.
E non
voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore,
dell’amore di corpi senza anima.
Perché
l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia
madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho
passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto,
irrimediabile, di un impegno immenso.
Era
l’unico modo per sentire la vita,
l’unica
tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una
vita rinata fuori dalla ragione.
Ti
supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono
qui, solo, con te, in un futuro aprile…21
Pasolini
guarda la madre, dall’interno, con gli occhi di un “feto
adulto”, come lui stesso più volte si è definito: in cambio
riceve da lei una risposta ambigua, uno sguardo
indecifrabile che contiene in sé l’amore materno e allo
stesso tempo la consapevolezza di un’ineluttabile, lacerante
separazione. Così, nel film, Edipo è il “feto adulto”, che
viene punito benché, come tale, sia intimamente innocente,
cioè ignaro portatore di un destino atroce, e del quale le
immagini del “delittuoso” amplesso tra Giocasta e suo figlio
sono presagio: con il montaggio, infatti, Pasolini le
accosta a quelle dei Tebani morti di peste, abbandonati alla
mercé degli avvoltoi. Eros e thanatos sono al
lavoro, come al solito e qui più che mai, intrecciati
inestricabilmente.
Del
conflittuale rapporto con il figlio, di cui ci racconta il
prologo, è, ovviamente per Pasolini, pienamente responsabile
il padre, la cui voce interiore, come si legge nella
sceneggiatura, è tutta in questa direzione: “Eccolo questo
qui, il figlio, che un po’ alla volta prenderà il tuo posto
nel mondo. Sì, ti caccerà dal mondo e prenderà il tuo posto.
Ti ammazzerà. Egli è qui per questo. Lo sa. La prima cosa
che ti ruberà sarà la tua sposa, la tua dolce sposa che
credi sia tutta per te. E invece c’è, l’amore di questo qui
per lei; e lei, già lo sai, lo ricambia, ti tradisce. Per
amore di sua madre, questo qui ammazzerà suo padre. E tu non
puoi farci niente. Niente”. A questo complesso d’inferiorità
e senso d’impotenza egli non sa reagire che con violenza
contro il suo stesso figlio.
Dopo questa
premessa “eziologica”, del tutto realistico-descrittiva, il
linguaggio cinematografico cambia, attestandosi su una
stilizzazione maggiore. La macchina a mano largamente usata
in molte sequenze è lo strumento attraverso il quale
Pasolini indaga lo sguardo di Edipo: le sue soggettive sono
assolutamente tali in quanto realizzano una piena
identificazione tra il pensiero e il carattere del
personaggio e il regista stesso. Al montaggio invece è
affidato il compito di esaltare la contrapposizione tra il
mondo industriale (quello del prologo e dell’epilogo) e il
mondo arcaico, rappresentato dalla potente espressività
della terra africana.
Tutto il
racconto filmico ha palesemente una struttura circolare: le
immagini dell’inizio sono le stesse con cui il regista
conclude la pellicola: la panoramica nostalgica sulla fila
di pioppi verdi che il bambino guardava nel prologo riappare
immancabilmente nell’epilogo. Guidato dal fedele Angelo (Davoli),
Edipo, a questo punto cieco, ci trasporta di nuovo
nell’atmosfera dell’inizio, quando i primi istanti di
pellicola ci avevano mostrato il mondo dei nostri giorni e
un bambino ancora in fasce eppure già inguaribilmente
infelice; e se sembra strano vederlo camminare ormai adulto
in strade cittadine, lontanissime da quelle calpestate nel
mito, è pur vero che noi percepiamo che egli quelle strade
le sente in realtà intimamente sue.
Moravia ci
assicura che, alla fine nel film, “Pasolini ha preferito
l’elegia al dramma. Ha sostituito Antigone con Angelo, ha
fatto trapassare l’Edipo fisicamente cieco del mito nella
realtà del mondo moderno. Edipo che era nato a Tebe, qui si
identifica con il bambino nato in una piccola città
italiana. Una fine privata, simbolica, tristissima ma non
catartica”22, alludendo forse alla folgorante, commossa
frase, con cui l’opera si conclude: “O luce che non vedo
più, che prima eri stata in qualche modo mia, ora mi
illumini per l’ultima volta. Sono tornato. La vita finisce
dove comincia”.
1)
Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno
stralcio da “Le visioni di Pasolini. Immagini di una
profezia”, di Marzia Apice (Bibliopolis, Napoli 2009).
Riproduzione riservata.
2) A. Moravia, ne L’Espresso,
17 settembre 1967.
3) Cfr. in N. Naldini, “Pasolini,
una vita”, Einaudi, Torino 1989, p. 314.
4) Vedi il
saggio di F. Crispino, “La dimensione onirica nel percorso
pasoliniano”, in Aa.Vv.
*Dice di sé.
Marzia Apice. Romana, classe 1978, dopo la laurea al Dams
diventa giornalista nel 2003. Odia chi è fazioso e poco
umile, ama il mare e chi fa tanti sogni, purché sappia come
realizzarli. È fermamente convinta che la vera arte, in ogni
sua espressione, sia una cosa seria e non un gioco da
ragazzi. Giudice inquisitore nei confronti di se stessa,
esige molto anche dagli altri, e per questo è spesso delusa.
Tra una pagina letta e un’altra scritta, attende ancora che
il vento della leggerezza le scompigli la vita.
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PABLO NERUDA
Ho fame della tua
bocca, della tua voce, dei tuoi capelli e
vado per le strade senza nutrirmi,
silenzioso non mi sostiene il pane, l’alba
mi sconvolge, cerco il suono liquido dei
tuoi piedi nel giorno.
(Da “Cento
sonetti”, 1924)
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