INTRODUZIONE

RICORDI E CONSAPEVOLEZZE,
BILANCIO INTIMO DI MEZZA ESTATE


 

Ma sì, se non ci fosse in agguato, in data imprevedibile, l’estremo appuntamento, la vecchiaia sarebbe certamente la stagione più bella della vita. Non mi secca l’idea di morire, bensì quella di non sapere (forse) quando, di essere colto e violato (forse) di sorpresa. Per il resto, tutto è più gradevole e coinvolgente.

 

Nell’infanzia, ma l’ho capito dopo, le sofferenze sono state forti: mi pesavano la povertà, le liti familiari. Non ho mai avuto un bacio al momento di andare a letto, nessuno mi ha mai raccontato una favola o mi ha regalato un libro per leggerle: adesso posso vantarmi di non conoscerne una, e le confondo, per sentito dire, l’una con l’altra. Allora ci soffrivo, ma oggi (beata vecchiaia) è divertente non sapere come vada a finire la storiella dei sette nani o cosa succeda precisamente a Cappuccetto rosso, dopo l’incontro, mi sembra, con il lupo (o con la nonna). Così, ai nipotini o a qualsiasi bambino, nei rari momenti di pazienza, posso raccontare fantasie che mi vengono in mente sul momento.

 

Da adolescente ero, come tanti altri, proprio stupido. Facevo a botte per ogni minimo pretesto, le davo e le prendevo, ho il naso un po’ rincagnato e per questo mi sono portato dietro per tutta la vita una fastidiosa difficoltà di respirazione. A diciassette anni neanche compiuti me ne sono scappato di casa e così da Genova, una delle tre punte del triangolo industriale, sono finito in Calabria, che all’epoca, fine anni cinquanta, era splendidamente povera: come, oggi, sono e chissà per quanto tempo ancora saranno certi paesi indiani che ricordo con una fitta al cuore.

 

Scrivendo, mi accorgo che la sintesi è difficile e brutale. Da giovane mi sono sposato prestissimo, per il desiderio di avere la famiglia che avevo perduto, e ho fatto figli uno dietro l’altro, senza rifletterci un attimo, felice di averli, ma senza capire che li avrei, privi di padre, mandati allo sbaraglio. Dall’alba alla notte il pensiero che mi guidava nella vita era lo sforzo di guadagnare quanti più soldi possibile, per riuscire a mantenerci. Mia madre, la persona più cinica e intelligente che abbia conosciuto, mi aveva ripetuto fino allo sfinimento: non sposarti mai, non fare figli perchè ti daranno solo problemi, studia, leggi, scrivi, non dare importanza ai soldi, così sarai sempre libero e la vita sarà interamente tua perchè non avrai bisogno della cosa più distruttiva che esista, il denaro.

 

Qualche volta sogghignando, aggiungeva una variante: oppure sposa una donna ricchissima e fatti mantenere, però leggi, studia e scrivi – e non mettere mai al mondo un figlio perchè, come tutti noi, in tutto il mondo, sarebbe un infelice in più.

 

Ho fatto esattamente tutto il contrario: mi sono sposato due volte e tutte e due le sventurate ragazze erano (e temo saranno) felicemente povere, per fortuna loro e mia, anche disinteressate; ho messo al mondo cinque figli, non ho studiato con coerenza, ho letto disordinatamente, anche se ho comprato decine di migliaia di libri compulsivamente, spogliandoli e sentendone il profumo, la dolcezza e la sapienza o anche l’orrore, per avvertire il piacere di ciò che poteva essere e non è stato.

 

Quanto a scrivere, dalla penna, dalla macchina da scrivere e dal computer mi sono uscite soprattutto mostruosità inutili, superficiali, sterili e frivole. E quanto ai soldi, la necessità di averne per mandare avanti la baracca è stato il tormento prioritario e castrante – come per la stragrande maggioranza degli umani in terra – per tutta la vita. Oggi mi illumina la consapevolezza dell’idiozia di quella rincorsa. Soldi per far che? Per l’automobile, le vacanze delle famiglie, il superfluo in tavola, viaggi nel mondo tutto uguale?

 

Mia madre tentò di bloccare il primo matrimonio dieci minuti dopo aver conosciuto la promessa sposa, dicendomi con una di quelle intuizioni drammatiche che la rendevano speciale: lasciala, è una ragazza malinconica. È infelice e tu la renderai ancora più infelice. Nel mio primo e forse unico lavoro, il giornalismo, ho avuto un successo immediato e immeritato, affrettato, selvaggio. E come un selvaggio mi sono comportato, guidato dall’istinto, rude con i compagni di lavoro: solo con i giovani che assumevo ero affettuoso e stronzo come un sergente di addestramento alla guerra, con severità e generosità. 

 

Ho poi sciupato il successo con una catena di errori innescati, esclusivamente, dalla curiosità. E dai castighi inevitabili che andavano a colpire errori e confusione (ah, i nodi che vengono al pettine, meravigliosi luoghi comuni quasi sempre implacabilmente esatti!) nella maturità – se mai c’è stata – mi sono stato paralizzato, senza vie di uscita.

Con presunzione ho creduto nell’amore e ho reso probabilmente infelice la seconda moglie, ch’era allegra e positiva, anche se non ce l’ho fatta a renderla definitivamente triste, essendo la sua vitalità più forte della mia capacità distruttiva.

 

Poi, quasi per incantesimo, le cose sono cambiate. Forse alle due ultime figlie riuscirò a risparmiare qualche dispiacere e a dar loro qualcosa che non sono stato capace di dare ai primi tre (e perciò almeno due di questi tre mi detestano, a volte ricambiati, profondamente). Capire quanto e come abbia vissuto senza logica e costrutto, indubbiamente, mi dà, quando ci penso, dolore: però, prevalgono l’amaro sapore e il piacere della consapevolezza. Molto interessante anche la battaglia per liberarsi, senza aiuto, dai complessi di colpa, per metterli in conto a chi ha inventato per tutti, con trappole micidiali, questa cruda e appassionante, sporca e illusoria esistenza: certo non mi sento più protagonista unico né mai vittima esclusiva e perseguitata, l’ombelico del mondo. Non mi rimpannuccio più nella perversa tentazione delle auto consolazioni.

 

Finalmente so che cos’è un tramonto. O un orgasmo. O una stella che cade. Sento la potenza e la vita degli alberi secolari, capisco il fascino di un fiore o di un sorriso, mi si stringe il cuore per le sofferenze, quelle vere, degli altri. So che cos’è il non senso assoluto della vita, ho capito che la disperazione non è un bene individuale, che Dio è un regalo per chi ce l’ha, che non averlo è una tortura uguale al privilegio, troppo bello è il sentimento di sentirsi forti e soli, di fronte a tutto ciò che resta ignoto e incomprensibile.

 

Soprattutto ho imparato quanto sia importante essere liberi, e lottare per godersi questo primario valore della nostra povera esistenza. Anche per questo è nato l’Attimo fuggente. E vi chiedo scusa per questa desolata riflessione di mezza estate, non ho resistito al desiderio di aprirmi fino in fondo per una volta e di esprimere ciò che, nell’intimo, sento.

Con la sensazione presaga che sul più bello arriverà l’estremo appuntamento, a bloccare la serenità della consapevolezza. Ma questa volta spero di essere riuscito a capire in anticipo come finiranno le cose e una piccola beffa l’ho preparata: mia moglie e i miei amici sanno come dovrà essere organizzato, ludico e divertente, il mio funerale.



Cesare Lanza




 

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