COPERTINA

STÉPHANE LISSNER E LA SCALA
STORIA DI UNA GRANDE PASSIONE


Il più importante tempio della lirica nazionale rappresenta,
nel suo microcosmo, le difficoltà e le potenzialità non solo
di Milano, ma dell’Italia intera


 

Antonella Parmentola*

 

 

Stéphane Lissner. Di origini franco ungheresi, nasce a Parigi nel 1953. A 18 anni fonda il “Théâtre Mécanique”, primo teatro del quale avrà responsabilità organizzative e di programmazione. Da quel momento in poi la sua vita e la sua carriera saranno votate alle muse Calliope, Erato, Euterpe, Tersicore.

Nel 2005 raggiunge un primato invidiabile: sarà il primo sovrintendente e direttore artistico straniero del tempio della lirica più celebre d’Italia: il teatro alla Scala di Milano.

Accolto, in principio, con qualche freddezza, ha saputo in questi cinque anni conquistarsi il favore del pubblico, della critica, dei più grandi artisti e cosa più importante delle 800 persone che lavorano nel teatro, riuscendo a ricollocare la Scala tra i dieci teatri lirici più importanti al mondo.

A dimostrazione di ciò, la programmazione della prossima stagione lirica, 2009-2010, si preannuncia come la punta di diamante di questo quinquennio. “Una stagione di grandi passioni” come l’ha definita lo stesso Lissner.

 

Cosa spinge un ragazzo di diciotto anni, che si immagina alle prese con altri interessi, a fondare un teatro?

 

“L’amore per la più vera tra le forme di espressione”.

 

Ripensando oggi alla sua carriera, si ritiene un predestinato?

 

“Predestinato è un concetto che rinvia a qualcosa di soprannaturale. Direi una spinta interiore alla quale è impossibile resistere. Ma quasi tutto, poi, lo scrivono la vita, il lavoro, l’esperienza, la fatica di ogni giorno”.

Cosa l’attrae maggiormente del mondo del teatro?

 

“L’arte di lavorare con gli artisti, e scusate il gioco di parole. Ciò che del teatro mi attrae e che ogni giorno mi impegna è fare incontrare gli artisti attorno a un’idea che li accenda. Artisti giusti – che io ritengo giusti – per quel progetto: non si tratta solo di far combaciare le agende. Gli artisti sono la coscienza di una società e una categoria di persone assai speciale, difficile da organizzare nelle cose concrete, ma esaltante dal punto di vista umano. È la chimica del teatro”.

 

Ha mai preso in considerazione la possibilità di diventare attore? O ha da sempre preferito stare dietro le quinte?

 

“Mi ha sempre affascinato di più creare progetti insieme agli artisti. Per farlo bisogna capirli e dunque avere qualcosa in comune con loro”.

 

Nel confronto con il cinema e la televisione, il teatro fa la parte della Cenerentola. È una situazione irreversibile o c’è qualcosa da fare subito perché il teatro torni ad avere un ruolo centrale nella comunicazione?

 

“Ma il teatro non ha mai perso il suo ruolo centrale fra le arti rappresentative. In ogni società evoluta è il centro dal quale le altre hanno preso vita e al quale anche cinema e televisione sono costrette a tornare per rigenerarsi. Mi sorprenderebbe se proprio in Italia, dove è nato il teatro musicale con Monteverdi e dove l’Opera è diventata lingua universale, si lasciasse languire il teatro.

A Vienna, a Londra, a Berlino, a Parigi, a Mosca si sostengono teatri nazionali e si spendono soldi anche pubblici per mettere in scena Rossini, Verdi e Puccini. Perché in Italia non dovrebbe essere così?  È strano. Il teatro non ha un ruolo centrale solo nella comunicazione, ma nella società stessa: è il primo cemento sociale. E il teatro musicale, in Italia, deve essere al centro delle attenzioni dello Stato, con l’aiuto dei privati”.

 

Quale è stato il primo impatto con la realtà italiana? E che idea si è fatto del nostro Paese?

 

“Ho assunto la guida di un teatro, la Scala, che in microcosmo rappresenta le difficoltà e le potenzialità di Milano e del Paese intero. Le difficoltà consistono nell’organizzare le immense risorse umane che lo muovono; le potenzialità si specchiano nei risultati artistici che fanno della Scala un vertice in Italia e nel mondo. Qualcuno dice che le immense potenzialità italiane si realizzano appieno quando entrano in contatto con il pensiero cartesiano”.

Quali sono state le priorità alle quali ha lavorato arrivando alla Scala?

 

“C’era da inventare in sei mesi una inaugurazione, il 7 dicembre 2005, che non c’era. Poi costruire una stagione per metà vuota, elaborare un progetto a lunga scadenza che rilanciasse il teatro sul piano internazionale, raccogliendo l’impegno di grandi artisti che da molto tempo mancavano dalla Scala o mai erano venuti. In parallelo c’era da consolidare la parte economica.

Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti nel tempo fisiologico, per un teatro, di quattro anni: 1) gli artisti aderiscono al progetto sempre in maggior numero e con maggiore confidenza; 2) dal 2005 a oggi abbiamo chiuso quattro bilanci consecutivi in pareggio, anzi in utile per tre milioni di euro complessivi”.

 

La stagione 2009-2010 si aprirà, il 7 dicembre prossimo con la “Carmen” di Bizet, diretta dal maestro Daniel Barenboim con regia di Emma Dante. Che stagione sarà?

 

“Una stagione che allinea direttori come Claudio Abbado, Pierre Boulez, Daniel Barenboim, Daniele Gatti, Daniel Harding, Myung Whun Chung, Antonio Pappano, Esa-Pekka Salonen, Zubin Mehta; registi come Patrice Chéreau, Peter Stein, gli italiani Emma Dante e Federico Tiezzi. Nel 2005 avevo precisato che sarebbero stati necessari cinque anni per definire un progetto artistico e portarlo a regime. Con la stagione 2009-2010 questo è avvenuto. Iniziamo la seconda fase del nostro percorso”.

 

Altro fiore all’occhiello, come lei accennava, il ritorno del maestro Claudio Abbado, che ha accettato in cambio della piantumazione di 90 mila alberi. Ci confida come è andata di preciso?

 

“Incontrai Claudio Abbado a Berlino due giorni dopo aver assunto l’incarico a Milano. Non ho mai smesso di invitarlo e sollecitarlo con proposte. Ha sempre avuto ben chiaro che il suo ritorno alla Scala sarebbe avvenuto con l’Ottava di Mahler, l’anello mancante alla sua integrale di venticinque anni prima. Ha detto sì alla mia quinta stagione”.

 

Placido Domingo il 9 dicembre 2009 festeggerà i suoi quarant’anni alla Scala – debuttò in “Ernani” di Verdi nel 1969. Cosa significa questa occasione per la Scala e per la lirica in generale?

 

“Sarà la festa di uno dei più grandi musicisti, non solo cantanti, che la Scala e il teatro d’opera abbiano avuto. E proprio per questo il 9 dicembre, due giorni dopo l’inaugurazione della stagione con “Carmen”, sarà una serata di gala, ma con un programma speciale: il primo atto di “Valchiria” di Wagner sotto la bacchetta di Daniel Barenboim, non il solito florilegio di arie”. 

 

Di contro, la giovanissima Anita Rachvelishvili debutterà nella “Carmen”. Un rischio calcolato?

 

“Una scommessa su una giovane di talento”.

 

E sempre a proposito di giovani, sotto la sua direzione, diverse iniziative sono state attuate per avvicinare i giovani alla lirica. Crede che sull’onda dei talent show, se ce ne fosse uno dedicato alla lirica questo potrebbe aiutare?

 

“Non ho molta fiducia che i talent show siano utili a costruire un nuovo pubblico. Noi seguiamo altre strategie: abbiamo un Ufficio promozione culturale che avvia ogni anno in teatro, su 450.000 spettatori totali,  circa 87.000 studenti; e per la stagione 2009-2010 abbiamo lanciato un programma ancora più ambizioso dedicato ai giovani, LaScalaUnder30, che avrà una campagna pubblicitaria a sé stante, una serie di offerte  speciali e soprattutto un nuovo sito, già aperto, che parla la lingua dei ragazzi di oggi”.

 

In materia di aiuti: l’ultimo taglio al fondo unico dello spettacolo quanto è costato alla Scala? Se fosse nei panni del legislatore, lo gestirebbe diversamente?

 

“In questo preciso momento non sappiamo ancora esattamente a quanto ammonti il taglio del Fus di nostra competenza. Dico solo che il teatro musicale è di tale importanza nella storia della cultura italiana da non riuscire a immaginare una sua posizione che non sia centrale anche nella vita stessa della società”.

 

Cosa c’è nel futuro della Scala?

 

“Un progetto artistico ormai definito nei dettagli fino al 2013, anno verdiano e wagneriano”.

 

E nel suo?

 

“L’identico orizzonte”.



*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza.









NUDA SEI SEMPLICE


Cosa significa realmente essere nudi?

Può l’uso di tale aggettivo essere limitato

allo stato in cui un essere umano si trova

senza abiti addosso e dunque spoglio?

Lo scopriremo insieme, in questa nuova e preziosa
carrellata di attimi fuggenti che avranno
come leit-motiv proprio la nudità.



Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, strade di mela,
nuda sei sottile come il grano nudo.
Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,
hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l’estate in una chiesa d’oro.
Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t’addentri nel sotterraneo del mondo.
Come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:
la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.



Pablo Neruda

( Da “Cento sonetti d’amore, XXVII”, 1959)









 

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