ATTUALITA'

CRISI ECONOMICA E SOLIDARIETÀ.
QUALE IL RUOLO DELLA CHIESA?


L’arcivescovo di Milano, analizzando la difficile
congiuntura finanziaria e sociale, individua in rinnovati stili
di vita e più attente scelte personali il percorso necessario
per costruire una società più giusta (1)


 

Dionigi Tettamanzi*

 

Le nostre riflessioni sulla solidarietà in tempo di crisi economico-finanziaria sono ancora alle prime battute. Esigono sviluppi ulteriori, tra cui quelli riguardanti i necessari rapporti con la sobrietà. È possibile, realmente, la solidarietà senza la sobrietà?

Ne ha parlato Benedetto XVI concludendo il 2008 come anno che si chiude come tempo segnato da incertezza e preoccupazione per l’avvenire. Dopo aver affermato che “la società ha bisogno di cittadini che non si preoccupano solo dei propri interessi perché il mondo va in rovina se ciascuno pensa solo a sé”, e dopo aver registrata “la consapevolezza di una crescente crisi sociale ed economica, che ormai interessa il mondo intero”, lancia a tutti l’appello che scaturisce dalla crisi: questa “chiede a tutti più sobrietà e solidarietà per venire in aiuto specialmente delle persone e delle famiglie in più serie difficoltà” (Omelia del 31 di­cembre 2008).

Nel “sogno” della notte di Natale, l’invocazione che rivolgevo a tutti “a uno slancio rinnovato, a un supplemento speciale di fraternità e solidarietà” era, in profondità, una vera e propria sfida a cambiare in modo radicale una cultura e un costume da noi molto comuni e diffusi, e cioè “uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà, segno di giustizia prima ancora che di virtù”.

Mi viene da reagire, di nuovo, a queste ultime parole, così semplici eppure così provocatorie. Come non vedervi un’istanza tanto faticosa quanto liberante? Vorrei soffermarmi almeno un poco per coglierne i forti stimoli che vi sono racchiusi.

Con la sobrietà è in questione un “ritornare”, come se si fosse smarrita la strada. È in questione un “ritrovare” un valore, un tesoro che, dopo il riconosciuto e sofferto impoverimento, torna ad arricchire la vita. Il presupposto per la sobrietà è, dunque, una conversione: siamo chiamati a invertire la rotta della nostra esistenza, a cambiare strada. E il primo cambiamento è quello culturale, che riguarda la valutazione che noi diamo della realtà e, in concreto, il peso umano – specialmente morale e spirituale – che riconosciamo alla sobrietà all’interno dei diversi valori ed esigenze della nostra vita.

È di una forza eccezionale – e insieme di un’estrema gravità – l’interrogativo che ci ha posto il papa Benedetto XVI dopo aver qualificato l’attuale crisi economica globale come un “banco di prova” e “quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro”: “Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante? Lo esigono, in realtà, più ancora che le difficoltà finanziarie immediate, lo stato di salute ecologica del pianeta e, soprattutto, la crisi culturale e morale, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni parte del mondo” (Omelia, 1° gennaio 2009).

L’ampiezza e la profondità del cambiamento richiesto per affrontare la crisi – una “conversione”, dicevo – emergono dalla necessità di “intervenire sulle cause”. E per questo – continua il Papa – “Non basta – come direbbe Gesù – porre rattoppi nuovi su un vestito vecchio (cfr. Marco 2,21)”(Angelus, 1° gennaio 2009).

Di fronte a questo quadro sono senza numero le domande che sorgono in merito alla sobrietà. Le riassumo ora in una sola: la sobrietà quale speranza può mai offrire e quale forza può mai avere per la soluzione della crisi economica di cui stiamo portando il peso?

Ma che cosa è la sobrietà?

Proprio questa è la prima e inevitabile domanda.

La sobrietà è virtù, certamente. Non però così facilmente apprezzata! E allora mi chiedo: perché? Forse, perché spesso fraintesa. Sobrietà è confusa, se non proprio con avarizia, con un vissuto che sa di risparmio minuzioso, di astensione dai consumi, di calcolo esasperato su tutto ciò che si potrebbe evitare di avere e di comperare ecc. Insomma, più che una virtù – cioè un modo positivo, esemplare di agire – sembrerebbe un comportamento non proprio apprezzabile se non addirittura maniacale, se fosse applicato in modo costante e in ogni circostanza. E, oltretutto, limitato alla sfera economica del vivere.

Ma la sobrietà autentica è tutt’altro!

Essa va intesa, anzitutto, come uno stile di vita complessivo: sobrietà nelle parole, nell’esibizione di sé, nell’esercizio del potere, nel vissuto quotidiano. La sobrietà non ha a che vedere solo con la quantità di beni materiali che consumiamo o meno, con quanto acquistiamo o non acquistiamo. Non è una questione solo economica, ma tocca una sfera molto più ampia del nostro agire e del nostro stesso essere.

In sintesi, la sobrietà è questione di temperanza. È vero che in passato si diceva che una persona era sobria solo in riferimento al mangiare e al bere. Ma è altrettanto vero che a questi comportamenti faceva riscontro uno stile di vita complessivo ordinato, equilibrato, fuori da ogni tipo di eccesso, secondo la giusta misura.

Personalmente ho trovato interessante per capire lo stile sobrio di vita un testo di sant’Ambrogio, che così scrive nella sua famosa opera “Sui doveri”: “Nella temperanza si considerano e si ricercano soprattutto la tranquillità dell’animo, l’amore alla mansuetudine, la grazia della moderazione, la cura dell’onestà, la stima per il decoro.

Dobbiamo praticare un metodo di vita, che derivi, per così dire, i primi fondamenti dalla modestia, la quale è compagna e amica della tranquillità dell’animo, evita la protervia, è aliena da ogni mollezza, ama la sobrietà, favorisce l’onestà, cerca il decoro. Si deve anche cercare in ogni azione che cosa sia conveniente alle persone, alle circostanze e all’età; inoltre che cosa sia adatto all’indole di ciascuno” (De officiis, I, 210, 211 e 213).

Tranquillità dell’animo, mansuetudine, moderazione, cura dell’onestà e stima per il decoro sono doni preziosi e compiti impegnativi. Solo con un’educazione morale e spirituale seria si possono accogliere e vivere. E tutti, a cominciare da chi ha una responsabilità di animazione e di guida della comunità, siamo invitati a ricuperare e rilanciare l’autentica sobrietà.

Ciò è possibile cogliendo i significati positivi e liberanti di cui la sobrietà si fa custode e promotrice. Essa, infatti, intende guarire il nostro comportamento quotidiano (personale, comunitario, sociale) da ogni eccesso, riconducendolo alla “giusta misura”, evitando le parole urlate e i toni eccessivi, i consumi sfrenati che giungono allo spreco e, dall’altra parte, l’avarizia di chi accumula indifferente al bisogno altrui.

L’accenno ora fatto all’avarizia mi porterebbe a soffermarmi a lungo su uno dei peggiori peccati, uno dei vizi capitali. Peraltro ricordando che non si dà solo l’avarizia come possesso egoistico e insaziabile dei beni materiali, come auri sacra fames: l’avaro teme che gli portino via il forziere e quindi si chiude tutto solo a rimirare le sue ricchezze, ma non ne trae gioia, resta solo, isolato dal contesto umano, come più volte ironico e forte scrive sant’Ambrogio:
“(L’avarizia) invidiosa di tutti, spregevole ai propri occhi, miserabile in mezzo alle più grandi ricchezze, con la sua brama vanifica ciò che abbonda di beni… Ma questa è una malattia, non la sanità dell’anima” (Caino e Abele, I, 5, 21). C’è anche l’avarizia di sé, quella che ci impedisce di guardare ai beni con un occhio libero e limpido e che ci trattiene dal condividere davvero.

Non mi schiero affatto per una sobrietà fine a se stessa: corre il rischio di trasformarsi in vera avarizia, magari sotto forme ostentate di povertà. Dico invece che la sobrietà non è un assoluto, non è qualcosa da perseguire in sé e per sé: essa è per un bene più grande. Non è virtù negativa, che spinge al calcolo e alla rinuncia in ogni campo del vivere, ma è l’atteggiamento di chi è consapevole del limite, proprio per creare spazio ad altri; di chi non espande i propri domini all’eccesso, proprio perché altri abitino la terra; di chi risparmia non per mettere via per sé, ma per condividere quello che può; di chi non si esibisce, non perché non ha nulla da comunicare agli altri, ma perché preferisce aspettare modi e tempi appropriati e non sospetti per farlo.

È una virtù che nasce e cresce attraverso un sapiente e coraggioso discernimento, che la mantiene intimamente collegata con la sua finalità: quella di essere al servizio del bene, a cominciare dall’amore per l’altro, dal dono di sé all’altro, dalla condivisione fraterna; in una parola, in riferimento alla solidarietà.

 

La sobrietà via privilegiata alla solidarietà

 

Così dunque immagino – e questa è la verità più bella e impegnativa – la sobrietà: una via privilegiata che mi con­duce alla solidarietà, alla condivisione vera e concreta, alla condivisione del pane. E per “pane” intendo tutto ciò che è necessario per vivere, per vivere secondo la dignità umana, che è di tutti, senza alcuna discriminazione. La sobrietà, non solo non si contrappone alla solidarietà, ma di questa è l’anima, la forza, il sostegno, ciò che le consente di durare e di crescere.

Non si può essere solidali senza essere sobri: altrimenti, si condividerebbe ciò che eccede all’estremo le mie o le nostre necessità. Chi è sobrio, invece, in ogni cosa si lascia interpellare dal bisogno altrui; lo considera attentamente, se ne fa carico e in base a quello decide ciò che gli può bastare. Tutt’altro che un ripiegamento meschino su di sé, piuttosto un atteggiamento di responsabilità verso gli altri! Per questo soltanto chi è sobrio potrà anche essere solidale.

Sin dove può spingersi la solidarietà che nasce dalla sobrietà? Sino a dare il proprio superfluo? O anche oltre il superfluo? È qui che gioca tutta la sua forza morale e spirituale la vera sobrietà: anche andando oltre il proprio superfluo! Siamo dunque di fronte a una solidarietà che si fa più grande, radicale, estrema.

È questo l’esempio emblematico della “vedova povera” del vangelo, la quale ha saputo condividere tutto, considerando la propria offerta più necessaria che non il badare a se stessa, alla propria vita. Ecco la lode che ne fa Gesù: “Tutti costoro hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere” (Luca 21,4).

Ancora una volta voglio citare sant’Ambrogio, che commenta il “più di tutti” affermato solennemente dal Signore (“In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti”, Luca 21,3): “Vale di più una monetina presa dal poco che un tesoro attinto da una ricchezza grandissima, poiché si valuta non quanto si dà, ma quanto resta. Nessuno dà più di chi nulla conserva per sé” (De viduis, 27).

La sobrietà crea gli spazi. Nella mente, nel cuore, nella vita, nella nostra casa… la sobrietà apre agli altri, mentre rimpicciolisce l’importanza che diamo a noi stessi, ai nostri impegni, alle scelte che ci sembrano assolutamente indispensabili e che un attimo dopo averle realizzate ci deludono, a quanto ci affanna e ci crea inutilmente ansietà. Sì, apre agli altri, perché si interroga a partire dagli altri.

A sua volta, la solidarietà riempie questi stessi spazi. E li può colmare fino all’orlo: attraverso l’amore, la comprensione, la tenerezza, la misericordia; ma anche attraverso la condivisione di beni materiali, se necessario.

Una conferma – di più, un annuncio forte – ci viene dalla Sacra Scrittura. Anche se in un contesto sociale e culturale molto diverso dal nostro, la parola di Dio non manca di offrirci indicazioni preziose e incoraggianti.

Leggiamo, ad esempio, nel libro del Deuteronomio:

“Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto; perciò ti comando di fare questa cosa” (Deuteronomio 24,19-22).

E nel libro del Levitico:

“Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero. Io sono il Signore, vostro Dio” (Levitico 19,9-10).

Certo, cose di altri tempi! Ma l’istanza etica e religiosa che le vivifica permane e ci sollecita a un suo convinto e deciso rilancio nell’attualità. Infatti, la sobrietà – qui rappresentata dall’evitare di spingere la propria economia, sia pur fiorente, sino all’estremo guadagno (simboleggiato dalla rinuncia a raccogliere fino all’ultimo stelo di grano o all’ultima oliva o al chicco rimasto sui tralci) – non è semplicemente fine a se stessa. Trova invece la sua ragione profonda nel far sì che gli ultimi nella società del tempo (forestieri, orfani, vedove), in quanto privi di ogni protezione sociale, trovino risorse per vivere, per vivere senza offesa della loro dignità umana, senza dover mendicare, senza essere costretti a umiliarsi per ricevere dalle mani altrui qualcosa, una “elemosina” nel senso dispregiativo del termine.

Non solo: ma proprio il ricordo esplicito dei benefici insuperabili di Dio – che non soltanto in passato ha liberato Israele ma ti ha liberato e continua a renderti libero –, oggi, per sua grazia, deve essere la molla, la spinta interiore per agire in questo modo: “Io sono il Signore, vostro Dio”. Da Dio, quindi, e da una rinnovata presa di coscienza di chi è il fratello per me scaturisce un agire rinnovato, ispirato a solidarietà. Dal riconoscerci perenni debitori di Dio, dal desiderio di rispondere pienamente a Lui nasce una solidarietà cosciente, duratura, responsabile.

Come si vede, la sobrietà prepara il terreno alla solidarietà, togliendo di mezzo esagerazioni, eccessi e tutto ciò che egoisticamente rinchiude l’uomo, accentrandolo e avvitandolo su se stesso. E così la solidarietà può provvedere a far crescere, su questo terreno di essenzialità, legami nuovi di presa a carico dell’altro, di condivisione. E ancora: se la sobrietà è esercizio di responsabilità – personale e comunitaria –, la solidarietà fa avanzare un tipo particolare di responsabilità: quella condivisa, la corresponsabilità, la capacità cioè di rispondere con tutto se stessi, con ciò che si è e si ha, nei riguardi delle esigenze di tutti gli altri e insieme, non da soli soltanto o nei riguardi di alcuni altri soltanto.

Vorrei solo aggiungere – ma il punto è di singolare importanza – che la sobrietà non è solo un valore personale e individuale, ma è anche un valore sociale, comunitario. Anzi, oggi riveste una portata mondiale – in un mondo sempre più globalizzato –, in quanto riguarda l’uso sapiente dei beni per l’autentico sviluppo sostenibile dell’intera umanità, oggi e per il futuro.

 

Senza povertà evangelica non c’è sobrietà, non c’è solidarietà

 

C’è ancora una domanda – “fastidiosa” forse, ma stimolante, coraggiosa e benefica – che sulla sobrietà vorrei porre a me stesso e agli altri: “Sì, la sobrietà è necessaria alla solidarietà; ma, di fatto, è possibile una sobrietà che non nasca dalla povertà, più precisamente dalla povertà evangelica?”.

La mia è una risposta apparentemente paradossale ma inequivocabile: non è possibile! Senza povertà non c’è sobrietà, non c’è solidarietà! Certo, è necessario chiarire bene, per non cadere in facili equivoci e diffusi fraintendimenti, che non servono alla stessa povertà.

Un’occasione particolare per riflettere su questo è stata per me l’omelia tenuta la festa di san Carlo sul tema della povertà dei presbiteri. Rilevavo, fin da subito, che la chiamata alla povertà evangelica accomuna di per sé tutta quanta la Chiesa, pur nella diversità delle vocazioni, dei carismi e ministeri, delle responsabilità ecclesiali, civili e professionali di ciascuno. Precisavo poi che la povertà è uno stile di vita che testimonia – a partire dalle scelte basilari e concrete del vissuto quotidiano – il primato del Regno di Dio e della sua giustizia. E che, ripetevo, va ben oltre la vita del prete e la sua testimonianza, perché riguarda ogni credente, come pure, in generale, ogni persona ragionevole e di buona volontà.

Ora abbiamo un aiuto prezioso per approfondire il rapporto sobrietà-povertà nell’omelia di Benedetto XVI del 1° gennaio 2009, là dove egli si sofferma sui due volti della povertà: la povertà “da combattere” e la povertà “da scegliere”.

“C’è una povertà – dice –, un’indigenza, che Dio non vuole e che va ‘combattuta’…; una povertà che impedisce alle persone e alle famiglie di vivere secondo la loro di­gnità; una povertà che offende la giustizia e l’uguaglianza e che, come tale, minaccia la convivenza pacifica. In que­sta accezione negativa rientrano anche le forme di povertà non materiale che si riscontrano pure nelle società ricche e progredite: emarginazione, miseria relazionale, morale e spirituale”.

Ma immediatamente il Papa rileva la necessità di stabi­lire un “circolo virtuoso” tra questa povertà da combattere e quella “da scegliere”: “Per combattere la povertà iniqua, che opprime tanti uomini e donne e minaccia la pace di tutti, occorre riscoprire la sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al tempo stesso universali”. E continua: “Più in concreto, non si può combattere efficacemente la miseria, se non si fa quello che scrive san Paolo ai Corinzi, cioè se non si cerca di ‘fare uguaglianza’, riducendo il dislivello tra chi spreca il superfluo e chi manca persino del necessario. Ciò comporta scelte di giustizia e di sobrietà”.

Ma è proprio qui che il Papa introduce e sviluppa il discorso specifico sulla povertà “da scegliere”, sulla povertà evangelica. Ed è il mistero del Natale, l’evento della nasci­ta del Figlio di Dio fatto uomo a fondare teologicamente l’esigenza morale della scelta della povertà: “La nascita di Gesù a Betlemme ci rivela che Dio ha scelto la povertà per se stesso nella sua venuta in mezzo a noi. La scena che i pastori videro per primi, e che confermò l’annuncio fatto loro dall’angelo, è quella di una stalla dove Maria e Giuseppe avevano cercato rifugio, e di una mangiatoia in cui la Vergine aveva deposto il Neonato avvolto in fasce (cfr. Luca 2,7.12.16). Questa povertà Dio l’ha scelta. Ha voluto nascere così – ma potremmo subito aggiungere: ha volu­to vivere, e anche morire così. Perché?… Ecco la risposta: l’amore per noi ha spinto Gesù non soltanto a farsi uomo, ma a farsi povero”.

Cade qui quanto mai preziosa una citazione paolina: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Corinzi 8,9). Siamo di fronte a una stupenda sintesi cristologica, che appare a noi ancor più significativa in quanto ispirata all’Apostolo proprio mentre stava esortando i cristiani di Corinto a essere generosi nella colletta in favore dei poveri. “Non si tratta – precisa Paolo – di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza” (8,13).

Riprendendo il testo paolino, il Papa osserva che: “Quando afferma che Gesù Cristo ci ha arricchiti con la sua povertà, san Paolo offre un’indicazione importante non solo sotto il profilo teologico, ma anche sul piano sociologico. Non nel senso che la povertà sia un valore in sé, ma perché essa è condizione per realizzare la solidarietà”.

È naturale, in questo contesto, il riferimento a san Francesco d’Assisi, che il Papa definisce “testimone esemplare di questa povertà scelta per amore”, e al francescanesimo, che “nella storia della Chiesa e della civiltà cristiana, costituisce una diffusa corrente di povertà evangelica, che tanto bene ha fatto e continua a fare alla Chiesa e alla famiglia umana”. E ancora: “Quando Francesco d’Assisi si spoglia dei suoi beni, fa una scelta di testimonianza ispiratagli direttamente da Dio, ma nello stesso tempo mostra a tutti la via della fiducia nella Provvidenza.

Così, nella Chiesa, il voto di povertà è l’impegno di alcuni, ma ricorda a tutti l’esigenza del distacco dai beni materiali e il primato delle ricchezze dello spirito. Ecco dunque il messaggio da raccogliere oggi: la povertà della nascita di Cristo a Betlemme, oltre che oggetto di adorazione per i cristiani, è anche scuola di vita per ogni uomo. Essa ci insegna che per combattere la miseria, tanto materiale quanto spirituale, la via da percorrere è quella della solidarietà, che ha spinto Gesù a condividere la nostra condizione umana”.

Non è questo il momento di addentrarci in una più ampia analisi sulla povertà evangelica come virtù e beatitudine che Cristo propone a ogni suo discepolo. La saggezza mi chiede però di invitare quanti vogliono vivere la loro vera umanità a riflettere sulla povertà con quello stesso senso di responsabilità che tanti hanno nei riguardi, se non della sobrietà, almeno della solidarietà, e questa come via da percorrere per un nuovo stile di vita – personale e sociale – e in ordine a contribuire alla soluzione della crisi economico-finanziaria che ci affligge.

Mi piace riportare qui la preghiera che l’allora arcivescovo Montini, in occasione del pellegrinaggio lombardo alla tomba di san Francesco, ha rivolto al santo: “Ecco, allora, Francesco, che la Tua Povertà ci diventa amica e maestra. Ecco che ammonisce coloro che mettono nei beni economici le loro somme speranze a mirare più in alto, a svincolare il cuore dall’amore delle cose terrene, e a saperle considerare come buone, solo quando ci sono scala per salire le vie dello spirito e ci sono specchio per riflettere la bellezza, la bontà, la provvidenza di Dio; come Tu, Povero, le hai viste, alla fine, cantandole, come libero poeta, nel Tuo cantico delle creature. Così insegnaci, così aiutaci, Francesco, ad essere poveri, cioè liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell’uso di queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani, noi Lombardi, noi Italiani” (4 ottobre 1958).


1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio da “Non c’è futuro senza solidarietà. La crisi economica e l’aiuto della Chiesa”, di Dionigi Tettamanzi. (San Paolo Edizioni, 2009). Riproduzione riservata.


*Dice di sé.
Dionigi Tettamanzi. Cardinale Arcivescovo di Milano. Nato a Renate, in diocesi di Milano, il 14 marzo del 1934. Ordinato presbitero dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini il 28 giugno del 1957. Docente di teologia morale nei seminari milanesi. Eletto Arcivescovo di Ancona-Osimo nel 1989, nominato Segretario Generale della CEI nel 1991, trasferito a Genova nel 1995, trasferito a Milano nel 2002








TORQUATO TASSO


Difesa migliore che usbergo o scudo, è la santa innocenza al

petto ignudo.

(Da “La Gerusalemme liberata”, 1581)









 

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