ATTUALITA'
CRISI ECONOMICA E SOLIDARIETÀ. QUALE IL RUOLO DELLA
CHIESA?
L’arcivescovo di Milano,
analizzando la difficile congiuntura finanziaria e
sociale, individua in rinnovati stili di vita e più
attente scelte personali il percorso necessario per
costruire una società più giusta (1)
Dionigi Tettamanzi*
Le
nostre riflessioni sulla solidarietà in tempo di crisi
economico-finanziaria sono ancora alle prime battute.
Esigono sviluppi ulteriori, tra cui quelli riguardanti i
necessari rapporti con la sobrietà. È possibile, realmente,
la solidarietà senza la sobrietà?
Ne ha parlato Benedetto XVI
concludendo il 2008 come anno che si chiude come tempo
segnato da incertezza e preoccupazione per l’avvenire. Dopo
aver affermato che “la società ha bisogno di cittadini che
non si preoccupano solo dei propri interessi perché il mondo
va in rovina se ciascuno pensa solo a sé”, e dopo aver
registrata “la consapevolezza di una crescente crisi sociale
ed economica, che ormai interessa il mondo intero”, lancia a
tutti l’appello che scaturisce dalla crisi: questa “chiede a
tutti più sobrietà e solidarietà per venire in aiuto
specialmente delle persone e delle famiglie in più serie
difficoltà” (Omelia del 31 dicembre 2008).
Nel “sogno” della notte di
Natale, l’invocazione che rivolgevo a tutti “a uno slancio
rinnovato, a un supplemento speciale di fraternità e
solidarietà” era, in profondità, una vera e propria sfida a
cambiare in modo radicale una cultura e un costume da noi
molto comuni e diffusi, e cioè “uno stile di vita costruito
sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per
tornare a una santa sobrietà, segno di giustizia prima
ancora che di virtù”.
Mi viene da reagire, di nuovo, a
queste ultime parole, così semplici eppure così
provocatorie. Come non vedervi un’istanza tanto faticosa
quanto liberante? Vorrei soffermarmi almeno un poco per
coglierne i forti stimoli che vi sono racchiusi.
Con la sobrietà è in questione un
“ritornare”, come se si fosse smarrita la strada. È in
questione un “ritrovare” un valore, un tesoro che, dopo il
riconosciuto e sofferto impoverimento, torna ad arricchire
la vita. Il presupposto per la sobrietà è, dunque, una
conversione: siamo chiamati a invertire la rotta della
nostra esistenza, a cambiare strada. E il primo cambiamento
è quello culturale, che riguarda la valutazione che noi
diamo della realtà e, in concreto, il peso umano –
specialmente morale e spirituale – che riconosciamo alla
sobrietà all’interno dei diversi valori ed esigenze della
nostra vita.
È di una forza eccezionale – e
insieme di un’estrema gravità – l’interrogativo che ci ha
posto il papa Benedetto XVI dopo aver qualificato l’attuale
crisi economica globale come un “banco di prova” e “quale
sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare
risposte di corto respiro”: “Siamo disposti a fare insieme
una revisione profonda del modello di sviluppo dominante,
per correggerlo in modo concertato e lungimirante? Lo
esigono, in realtà, più ancora che le difficoltà finanziarie
immediate, lo stato di salute ecologica del pianeta e,
soprattutto, la crisi culturale e morale, i cui sintomi da
tempo sono evidenti in ogni parte del mondo” (Omelia, 1°
gennaio 2009).
L’ampiezza e la profondità del
cambiamento richiesto per affrontare la crisi – una
“conversione”, dicevo – emergono dalla necessità di
“intervenire sulle cause”. E per questo – continua il Papa –
“Non basta – come direbbe Gesù – porre rattoppi nuovi su un
vestito vecchio (cfr. Marco 2,21)”(Angelus, 1° gennaio
2009).
Di fronte a questo quadro sono
senza numero le domande che sorgono in merito alla sobrietà.
Le riassumo ora in una sola: la sobrietà quale speranza può
mai offrire e quale forza può mai avere per la soluzione
della crisi economica di cui stiamo portando il peso?
Ma che cosa è la sobrietà?
Proprio questa è la prima e
inevitabile domanda.
La sobrietà è virtù, certamente.
Non però così facilmente apprezzata! E allora mi chiedo:
perché? Forse, perché spesso fraintesa. Sobrietà è confusa,
se non proprio con avarizia, con un vissuto che sa di
risparmio minuzioso, di astensione dai consumi, di calcolo
esasperato su tutto ciò che si potrebbe evitare di avere e
di comperare ecc. Insomma, più che una virtù – cioè un modo
positivo, esemplare di agire – sembrerebbe un comportamento
non proprio apprezzabile se non addirittura maniacale, se
fosse applicato in modo costante e in ogni circostanza. E,
oltretutto, limitato alla sfera economica del vivere.
Ma la sobrietà autentica è
tutt’altro!
Essa va intesa, anzitutto, come
uno stile di vita complessivo: sobrietà nelle parole,
nell’esibizione di sé, nell’esercizio del potere, nel
vissuto quotidiano. La sobrietà non ha a che vedere solo con
la quantità di beni materiali che consumiamo o meno, con
quanto acquistiamo o non acquistiamo. Non è una questione
solo economica, ma tocca una sfera molto più ampia del
nostro agire e del nostro stesso essere.
In sintesi, la sobrietà è
questione di temperanza. È vero che in passato si diceva che
una persona era sobria solo in riferimento al mangiare e al
bere. Ma è altrettanto vero che a questi comportamenti
faceva riscontro uno stile di vita complessivo ordinato,
equilibrato, fuori da ogni tipo di eccesso, secondo la
giusta misura.
Personalmente ho trovato
interessante per capire lo stile sobrio di vita un testo di
sant’Ambrogio, che così scrive nella sua famosa opera “Sui
doveri”: “Nella temperanza si considerano e si ricercano
soprattutto la tranquillità dell’animo, l’amore alla
mansuetudine, la grazia della moderazione, la cura
dell’onestà, la stima per il decoro.
Dobbiamo praticare un metodo di
vita, che derivi, per così dire, i primi fondamenti dalla
modestia, la quale è compagna e amica della tranquillità
dell’animo, evita la protervia, è aliena da ogni mollezza,
ama la sobrietà, favorisce l’onestà, cerca il decoro. Si
deve anche cercare in ogni azione che cosa sia conveniente
alle persone, alle circostanze e all’età; inoltre che cosa
sia adatto all’indole di ciascuno” (De officiis, I, 210, 211
e 213).
Tranquillità dell’animo,
mansuetudine, moderazione, cura dell’onestà e stima per il
decoro sono doni preziosi e compiti impegnativi. Solo con
un’educazione morale e spirituale seria si possono
accogliere e vivere. E tutti, a cominciare da chi ha una
responsabilità di animazione e di guida della comunità,
siamo invitati a ricuperare e rilanciare l’autentica
sobrietà.
Ciò è possibile cogliendo i
significati positivi e liberanti di cui la sobrietà si fa
custode e promotrice. Essa, infatti, intende guarire il
nostro comportamento quotidiano (personale, comunitario,
sociale) da ogni eccesso, riconducendolo alla “giusta
misura”, evitando le parole urlate e i toni eccessivi, i
consumi sfrenati che giungono allo spreco e, dall’altra
parte, l’avarizia di chi accumula indifferente al bisogno
altrui.
L’accenno ora fatto all’avarizia
mi porterebbe a soffermarmi a lungo su uno dei peggiori
peccati, uno dei vizi capitali. Peraltro ricordando che non
si dà solo l’avarizia come possesso egoistico e insaziabile
dei beni materiali, come auri sacra fames: l’avaro
teme che gli portino via il forziere e quindi si chiude
tutto solo a rimirare le sue ricchezze, ma non ne trae
gioia, resta solo, isolato dal contesto umano, come più
volte ironico e forte scrive sant’Ambrogio: “(L’avarizia)
invidiosa di tutti, spregevole ai propri occhi, miserabile
in mezzo alle più grandi ricchezze, con la sua brama
vanifica ciò che abbonda di beni… Ma questa è una malattia,
non la sanità dell’anima” (Caino e Abele, I, 5, 21). C’è
anche l’avarizia di sé, quella che ci impedisce di guardare
ai beni con un occhio libero e limpido e che ci trattiene
dal condividere davvero.
Non mi schiero affatto per una
sobrietà fine a se stessa: corre il rischio di trasformarsi
in vera avarizia, magari sotto forme ostentate di povertà.
Dico invece che la sobrietà non è un assoluto, non è
qualcosa da perseguire in sé e per sé: essa è per un bene
più grande. Non è virtù negativa, che spinge al calcolo e
alla rinuncia in ogni campo del vivere, ma è l’atteggiamento
di chi è consapevole del limite, proprio per creare spazio
ad altri; di chi non espande i propri domini all’eccesso,
proprio perché altri abitino la terra; di chi risparmia non
per mettere via per sé, ma per condividere quello che può;
di chi non si esibisce, non perché non ha nulla da
comunicare agli altri, ma perché preferisce aspettare modi e
tempi appropriati e non sospetti per farlo.
È una virtù che nasce e cresce
attraverso un sapiente e coraggioso discernimento, che la
mantiene intimamente collegata con la sua finalità: quella
di essere al servizio del bene, a cominciare dall’amore per
l’altro, dal dono di sé all’altro, dalla condivisione
fraterna; in una parola, in riferimento alla solidarietà.
La sobrietà via privilegiata
alla solidarietà
Così dunque immagino – e questa è
la verità più bella e impegnativa – la sobrietà: una via
privilegiata che mi conduce alla solidarietà, alla
condivisione vera e concreta, alla condivisione del pane. E
per “pane” intendo tutto ciò che è necessario per vivere,
per vivere secondo la dignità umana, che è di tutti, senza
alcuna discriminazione. La sobrietà, non solo non si
contrappone alla solidarietà, ma di questa è l’anima, la
forza, il sostegno, ciò che le consente di durare e di
crescere.
Non si può essere solidali senza
essere sobri: altrimenti, si condividerebbe ciò che eccede
all’estremo le mie o le nostre necessità. Chi è sobrio,
invece, in ogni cosa si lascia interpellare dal bisogno
altrui; lo considera attentamente, se ne fa carico e in base
a quello decide ciò che gli può bastare. Tutt’altro che un
ripiegamento meschino su di sé, piuttosto un atteggiamento
di responsabilità verso gli altri! Per questo soltanto chi è
sobrio potrà anche essere solidale.
Sin dove può spingersi la
solidarietà che nasce dalla sobrietà? Sino a dare il proprio
superfluo? O anche oltre il superfluo? È qui che gioca tutta
la sua forza morale e spirituale la vera sobrietà: anche
andando oltre il proprio superfluo! Siamo dunque di fronte a
una solidarietà che si fa più grande, radicale, estrema.
È questo l’esempio emblematico
della “vedova povera” del vangelo, la quale ha saputo
condividere tutto, considerando la propria offerta più
necessaria che non il badare a se stessa, alla propria vita.
Ecco la lode che ne fa Gesù: “Tutti costoro hanno gettato
come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella
sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere”
(Luca 21,4).
Ancora una volta voglio citare
sant’Ambrogio, che commenta il “più di tutti” affermato
solennemente dal Signore (“In verità vi dico: questa vedova,
così povera, ha gettato più di tutti”, Luca 21,3): “Vale di
più una monetina presa dal poco che un tesoro attinto da una
ricchezza grandissima, poiché si valuta non quanto si dà, ma
quanto resta. Nessuno dà più di chi nulla conserva per sé”
(De viduis, 27).
La sobrietà crea gli spazi. Nella
mente, nel cuore, nella vita, nella nostra casa… la sobrietà
apre agli altri, mentre rimpicciolisce l’importanza che
diamo a noi stessi, ai nostri impegni, alle scelte che ci
sembrano assolutamente indispensabili e che un attimo dopo
averle realizzate ci deludono, a quanto ci affanna e ci crea
inutilmente ansietà. Sì, apre agli altri, perché si
interroga a partire dagli altri.
A sua volta, la solidarietà
riempie questi stessi spazi. E li può colmare fino all’orlo:
attraverso l’amore, la comprensione, la tenerezza, la
misericordia; ma anche attraverso la condivisione di beni
materiali, se necessario.
Una conferma – di più, un
annuncio forte – ci viene dalla Sacra Scrittura. Anche se in
un contesto sociale e culturale molto diverso dal nostro, la
parola di Dio non manca di offrirci indicazioni preziose e
incoraggianti.
Leggiamo, ad esempio, nel libro
del Deuteronomio:
“Quando, facendo la mietitura nel
tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non
tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per
l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti
benedica in ogni lavoro delle tue mani. Quando bacchierai i
tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami:
saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova.
Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a
racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la
vedova. Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese
d’Egitto; perciò ti comando di fare questa cosa”
(Deuteronomio 24,19-22).
E nel libro del Levitico:
“Quando mieterete la messe della
vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né
raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; quanto
alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai
gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il
forestiero. Io sono il Signore, vostro Dio” (Levitico
19,9-10).
Certo, cose di altri tempi! Ma
l’istanza etica e religiosa che le vivifica permane e ci
sollecita a un suo convinto e deciso rilancio
nell’attualità. Infatti, la sobrietà – qui rappresentata
dall’evitare di spingere la propria economia, sia pur
fiorente, sino all’estremo guadagno (simboleggiato dalla
rinuncia a raccogliere fino all’ultimo stelo di grano o
all’ultima oliva o al chicco rimasto sui tralci) – non è
semplicemente fine a se stessa. Trova invece la sua ragione
profonda nel far sì che gli ultimi nella società del tempo
(forestieri, orfani, vedove), in quanto privi di ogni
protezione sociale, trovino risorse per vivere, per vivere
senza offesa della loro dignità umana, senza dover
mendicare, senza essere costretti a umiliarsi per ricevere
dalle mani altrui qualcosa, una “elemosina” nel senso
dispregiativo del termine.
Non solo: ma proprio il ricordo
esplicito dei benefici insuperabili di Dio – che non
soltanto in passato ha liberato Israele ma ti ha liberato e
continua a renderti libero –, oggi, per sua grazia, deve
essere la molla, la spinta interiore per agire in questo
modo: “Io sono il Signore, vostro Dio”. Da Dio, quindi, e da
una rinnovata presa di coscienza di chi è il fratello per me
scaturisce un agire rinnovato, ispirato a solidarietà. Dal
riconoscerci perenni debitori di Dio, dal desiderio di
rispondere pienamente a Lui nasce una solidarietà cosciente,
duratura, responsabile.
Come si vede, la sobrietà prepara
il terreno alla solidarietà, togliendo di mezzo
esagerazioni, eccessi e tutto ciò che egoisticamente
rinchiude l’uomo, accentrandolo e avvitandolo su se stesso.
E così la solidarietà può provvedere a far crescere, su
questo terreno di essenzialità, legami nuovi di presa a
carico dell’altro, di condivisione. E ancora: se la sobrietà
è esercizio di responsabilità – personale e comunitaria –,
la solidarietà fa avanzare un tipo particolare di
responsabilità: quella condivisa, la corresponsabilità, la
capacità cioè di rispondere con tutto se stessi, con ciò che
si è e si ha, nei riguardi delle esigenze di tutti gli altri
e insieme, non da soli soltanto o nei riguardi di alcuni
altri soltanto.
Vorrei solo aggiungere – ma il
punto è di singolare importanza – che la sobrietà non è solo
un valore personale e individuale, ma è anche un valore
sociale, comunitario. Anzi, oggi riveste una portata
mondiale – in un mondo sempre più globalizzato –, in quanto
riguarda l’uso sapiente dei beni per l’autentico sviluppo
sostenibile dell’intera umanità, oggi e per il futuro.
Senza povertà evangelica non
c’è sobrietà, non c’è solidarietà
C’è ancora una domanda –
“fastidiosa” forse, ma stimolante, coraggiosa e benefica –
che sulla sobrietà vorrei porre a me stesso e agli altri:
“Sì, la sobrietà è necessaria alla solidarietà; ma, di
fatto, è possibile una sobrietà che non nasca dalla povertà,
più precisamente dalla povertà evangelica?”.
La mia è una risposta
apparentemente paradossale ma inequivocabile: non è
possibile! Senza povertà non c’è sobrietà, non c’è
solidarietà! Certo, è necessario chiarire bene, per non
cadere in facili equivoci e diffusi fraintendimenti, che non
servono alla stessa povertà.
Un’occasione particolare per
riflettere su questo è stata per me l’omelia tenuta la festa
di san Carlo sul tema della povertà dei presbiteri.
Rilevavo, fin da subito, che la chiamata alla povertà
evangelica accomuna di per sé tutta quanta
la Chiesa, pur nella diversità delle
vocazioni, dei carismi e ministeri, delle responsabilità
ecclesiali, civili e professionali di ciascuno. Precisavo
poi che la povertà è uno stile di vita che testimonia – a
partire dalle scelte basilari e concrete del vissuto
quotidiano – il primato del Regno di Dio e della sua
giustizia. E che, ripetevo, va ben oltre la vita del prete e
la sua testimonianza, perché riguarda ogni credente, come
pure, in generale, ogni persona ragionevole e di buona
volontà.
Ora abbiamo un aiuto prezioso per
approfondire il rapporto sobrietà-povertà nell’omelia di
Benedetto XVI del 1° gennaio 2009, là dove egli si sofferma
sui due volti della povertà: la povertà “da combattere” e la
povertà “da scegliere”.
“C’è una povertà – dice –,
un’indigenza, che Dio non vuole e che va ‘combattuta’…; una
povertà che impedisce alle persone e alle famiglie di vivere
secondo la loro dignità; una povertà che offende la
giustizia e l’uguaglianza e che, come tale, minaccia la
convivenza pacifica. In questa accezione negativa rientrano
anche le forme di povertà non materiale che si riscontrano
pure nelle società ricche e progredite: emarginazione,
miseria relazionale, morale e spirituale”.
Ma immediatamente il Papa rileva
la necessità di stabilire un “circolo virtuoso” tra questa
povertà da combattere e quella “da scegliere”: “Per
combattere la povertà iniqua, che opprime tanti uomini e
donne e minaccia la pace di tutti, occorre riscoprire la
sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al
tempo stesso universali”. E continua: “Più in concreto, non
si può combattere efficacemente la miseria, se non si fa
quello che scrive san Paolo ai Corinzi, cioè se non si cerca
di ‘fare uguaglianza’, riducendo il dislivello tra chi
spreca il superfluo e chi manca persino del necessario. Ciò
comporta scelte di giustizia e di sobrietà”.
Ma è proprio qui che il Papa
introduce e sviluppa il discorso specifico sulla povertà “da
scegliere”, sulla povertà evangelica. Ed è il mistero del
Natale, l’evento della nascita del Figlio di Dio fatto uomo
a fondare teologicamente l’esigenza morale della scelta
della povertà: “La nascita di Gesù a Betlemme ci rivela che
Dio ha scelto la povertà per se stesso nella sua venuta in
mezzo a noi. La scena che i pastori videro per primi, e che
confermò l’annuncio fatto loro dall’angelo, è quella di una
stalla dove Maria e Giuseppe avevano cercato rifugio, e di
una mangiatoia in cui la Vergine aveva deposto il
Neonato avvolto in fasce (cfr. Luca 2,7.12.16). Questa
povertà Dio l’ha scelta. Ha voluto nascere così – ma
potremmo subito aggiungere: ha voluto vivere, e anche
morire così. Perché?… Ecco la risposta: l’amore per noi ha
spinto Gesù non soltanto a farsi uomo, ma a farsi povero”.
Cade qui quanto mai preziosa una
citazione paolina: “Conoscete infatti la grazia del Signore
nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per
voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua
povertà” (2 Corinzi 8,9). Siamo di fronte a una stupenda
sintesi cristologica, che appare a noi ancor più
significativa in quanto ispirata all’Apostolo proprio mentre
stava esortando i cristiani di Corinto a essere generosi
nella colletta in favore dei poveri. “Non si tratta –
precisa Paolo – di mettere in difficoltà voi per sollevare
gli altri, ma che vi sia uguaglianza” (8,13).
Riprendendo il testo paolino, il
Papa osserva che: “Quando afferma che Gesù Cristo ci ha
arricchiti con la sua povertà, san Paolo offre
un’indicazione importante non solo sotto il profilo
teologico, ma anche sul piano sociologico. Non nel senso che
la povertà sia un valore in sé, ma perché essa è condizione
per realizzare la solidarietà”.
È naturale, in questo contesto,
il riferimento a san Francesco d’Assisi, che il Papa
definisce “testimone esemplare di questa povertà scelta per
amore”, e al francescanesimo, che “nella storia della Chiesa
e della civiltà cristiana, costituisce una diffusa corrente
di povertà evangelica, che tanto bene ha fatto e continua a
fare alla Chiesa e alla famiglia umana”. E ancora: “Quando
Francesco d’Assisi si spoglia dei suoi beni, fa una scelta
di testimonianza ispiratagli direttamente da Dio, ma nello
stesso tempo mostra a tutti la via della fiducia nella
Provvidenza.
Così, nella Chiesa, il voto di
povertà è l’impegno di alcuni, ma ricorda a tutti l’esigenza
del distacco dai beni materiali e il primato delle ricchezze
dello spirito. Ecco dunque il messaggio da raccogliere oggi:
la povertà della nascita di Cristo a Betlemme, oltre che
oggetto di adorazione per i cristiani, è anche scuola di
vita per ogni uomo. Essa ci insegna che per combattere la
miseria, tanto materiale quanto spirituale, la via da
percorrere è quella della solidarietà, che ha spinto Gesù a
condividere la nostra condizione umana”.
Non è questo il momento di
addentrarci in una più ampia analisi sulla povertà
evangelica come virtù e beatitudine che Cristo propone a
ogni suo discepolo. La saggezza mi chiede però di invitare
quanti vogliono vivere la loro vera umanità a riflettere
sulla povertà con quello stesso senso di responsabilità che
tanti hanno nei riguardi, se non della sobrietà, almeno
della solidarietà, e questa come via da percorrere per un
nuovo stile di vita – personale e sociale – e in ordine a
contribuire alla soluzione della crisi economico-finanziaria
che ci affligge.
Mi piace riportare qui la
preghiera che l’allora arcivescovo Montini, in occasione del
pellegrinaggio lombardo alla tomba di san Francesco, ha
rivolto al santo: “Ecco, allora, Francesco, che la Tua Povertà ci diventa
amica e maestra. Ecco che ammonisce coloro che mettono nei
beni economici le loro somme speranze a mirare più in alto,
a svincolare il cuore dall’amore delle cose terrene, e a
saperle considerare come buone, solo quando ci sono scala
per salire le vie dello spirito e ci sono specchio per
riflettere la bellezza, la bontà, la provvidenza di Dio;
come Tu, Povero, le hai viste, alla fine, cantandole, come
libero poeta, nel Tuo cantico delle creature. Così
insegnaci, così aiutaci, Francesco, ad essere poveri, cioè
liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell’uso di
queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo
uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani, noi Lombardi,
noi Italiani” (4 ottobre 1958).
1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore
uno stralcio da “Non c’è futuro senza solidarietà. La crisi
economica e l’aiuto della Chiesa”, di Dionigi Tettamanzi.
(San Paolo Edizioni, 2009). Riproduzione riservata.
*Dice di sé.
Dionigi Tettamanzi. Cardinale Arcivescovo di Milano. Nato a
Renate, in diocesi di Milano, il 14 marzo del 1934. Ordinato
presbitero dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini il 28
giugno del 1957. Docente di teologia morale nei seminari
milanesi. Eletto Arcivescovo di Ancona-Osimo nel 1989,
nominato Segretario Generale della CEI nel 1991, trasferito
a Genova nel 1995, trasferito a Milano nel 2002
|
TORQUATO TASSO
Difesa migliore che
usbergo o scudo, è la santa innocenza al
petto ignudo.
(Da “ La
Gerusalemme liberata”, 1581)
|
|