TELEVISIONE
LA TELEVISIONE TRASH NON ESISTE
La miscela di ragazze
semidiscinte e satira di “Striscia la notizia” è figlia
della stessa mistura cui si assisteva nei café-concert
parigini, frequentati anche dal giovane Bonaparte
Tommaso Labranca*
La
televisione trash non esiste, perché non esiste più
il trash. Non esiste più da quando se ne parla troppo
e, esaurita la spontaneità, si è cominciato a ricrearlo
artificialmente. Ormai trash è un termine che si usa
per convenzione in luogo di altri termini che non vengono
usati per ipocrisia. Ed è un male, perché quella convenzione
si è subito mutata in convinzione. La convinzione di non far
parte di quel mondo esecrabile e urlante che alcuni
definiscono trash e che cercano però di presentare,
di sfruttare, di riprodurre in maniera pateticamente
ironica. Ma sempre sottolineando la loro non appartenenza a
quell’ambito così basso, incolto e poco cool.
Tracciando una linea tra lo
studio televisivo in cui vogliono giocare con la spazzatura
e una presunta elevata vita culturale al di fuori di quello.
Già in “Andy Warhol era un
coatto” individuai questo atteggiamento e lo definii con
espressione etologa territorial pissing. Conosco
personalmente alcuni di questi personaggini e so che la loro
puzza sotto il naso non è assolutamente giustificata, in
quanto non posseggono quella cultura (né classica, né
d’immagine, né televisiva) che vogliono contrapporre al
cosiddetto trash. Gente miminamente alfabetizzata,
con conoscenze da scuola dell’obbligo e una memoria
televisiva che non va più in là degli esordi di Lorella
Cuccarini, ma convinta di realizzare una televisione
spiritosa, ironica, coscientemente volgare, antiborghese,
volutamente trash. In realtà la televisione di questi
autorini da canale giovanilistico-musicale è trash,
ossia imperfetta, perché realizzata in maniera non
professionale. Ma con tutta la spocchia propria
dell’ignoranza di chi, senza saper spiegare perché, ripete
che il “trash è Wanna Marchi”. Assunto che potrebbe anche
essere vero, potendolo dimostrare.
Sono ormai oltre trent’anni che
sono attratto dal trash. Sin da una sera dell’agosto
1975, a Gavirate, in provincia di Varese, quando, durante
un’esibizione dei Ceresio Folk, gruppo di liscio locale che
si rifaceva ai Verbano Folk, gruppo di liscio provinciale di
maggior successo, che a loro volta cercava di emulare
Casadei, ebbi la rivelazione che mi portò poi a osservare
con interesse da entomologo le bottiglie di liquore
Carciuff che emulavano il Cynar o il
Calendario di Frate Mago che aspirava a quello di Frate
Indovino.
Ma sempre sentendomi parte di
questo mondo, non osservatore estraneo, che se ne occupa
solo per sottolinearne la distanza dal proprio universo
aulico. Anzi, mi capita il contrario.
Mi capita spesso la domenica
mattina di andare sul lungolago di Gavirate a leggere pagine
sparse di Morselli (Guido, non Demo), che proprio in quella
cittadina si suicidò, e il più delle volte la mente
abbandona le righe della massiccia Nave Argo Adelphi e si
perde nel ricordo dei Ceresio Folk. Perché non riesco a
segnare confini tra trash e non-trash.
In fondo non ho neppure mai amato
molto quel termine. Per me il trash è uno scarto,
non nel senso di rifiuto, ma di differenza tra intenzione
originaria e risultato ottenuto. Preferisco usare
l’espressione emulazione fallita, atteggiamento che
porta a copiare un prodotto di particolare successo e che è
insito da sempre nell’animo umano. Cos’era l’Eneide se non
la versione trash dei poemi omerici e cos’era Chaucer se non
la versione trash di Boccaccio.
La vera esplosione del trash
emulativo si è però avuta negli ultimi 250 anni,
all’incirca da quando la borghesia cominciò a volersi
differenziare dalla massa confusa del terzo stato per
avvicinarsi al secondo. Iniziò allora la disperata ricerca
di emulare l’aristocrazia materialmente e spiritualmente,
scelta sciagurata che ancora oggi scontiamo.
Avrete visto quei lampadari a
gocce in mezzo cristallo, che ancora pendono nelle camere da
letto delle nonne. Quei lampadari che fanno ridere qualche
stolto giovane studente di design pronto a definirli
trash senza sapere spiegare perché. Ebbene, simili
elementi non sono che i residui del tentativo di emulare, ai
minimi termini e in ambienti borghesi, gli enormi lampadari
che illuminavano le residenze degli aristocratici. Quelli
sotto cui balla il principe di Salina, per esempio.
Avrete visto certa fiction
italiana, girata male e recitata peggio, che appassiona
milioni di telespettatrici. Quella che qualche stolto
giovane studente di scienze della comunicazione definisce
trash senza saper spiegare perché. Ebbene, simili
produzioni non sono che il residuo di quella letteratura
artificiale nata per far sognare le signorine borghesi e
illuderle di possedere la stessa elevata sensibilità delle
aristocratiche che sin dal medioevo si sdilinquivano con i
romans. In pieno Settecento, in Inghilterra, ai tempi
della Rise of the Novel, Samuel Richardson scrisse un
romanzone per signorine dal titolo “Pamela”. Romanzone che
250 anni dopo ha ispirato la fiction televisiva per
signorine “Elisa di Rivombrosa”. Quindi la mia teoria non è
poi così campata in aria.
Come si arriva dai lampadari a
gocce e dal romanzo inglese del Settecento a Wanna Marchi?
Comodamente. Sfruttando l’aspirazione umana a dare di sé
un’immagine diversa da quello che si è in realtà. La vittima
del trash che negli ultimi 250 anni ha appeso un
lampadario finto-Gattopardo in camera da letto e si è
spacciata per letterata svenevole leggendo romanzetti
d’appendice avrà sicuramente comperato le fiale “a base di
codacavalla purissima” che Wanna Marchi vendeva con
l’illusione di ottenere un corpo diverso. Il trash
della Marchi stava nell’idea nascosta dietro i suoi
prodotti, nella promessa (fatta alla casalinga appesantita)
di poter emulare un modello alto (un corpo più giovane e
snello). L’autorino televisivo da MTV è invece convinto che
la Marchi fosse trash perché urlava e, in seconda
battuta, per l’inefficacia dei suoi prodotti.
Ecco l’errore più grave e
ipocrita: voler bollare come trash il gusto e
l’atteggiamento popolari. Wanna Marchi non era che
l’ultima erede degli imbonitori di piazza, spacciatori di
prodotti truffaldini, anch’essi urlanti, anch’essi vestiti
in maniera assurda. Anche senza averli visti dal vero nei
mercati, basterebbe ricordare il triste finale di “L’arte di
arrangiarsi” con Alberto Sordi travestito da bavarese che
vende, urlando, scadenti lamette da barba per strada. Ma gli
autorini sono troppo occupati a ricitare per l’ennesima
volta “Ballo ballo” della Carrà o Diana Est per poter avere
il tempo di conoscere Luigi Zampa e Vitaliano Brancati.
L’imbonitore, da mercato o
catodico, è figlio della cultura popolare. E purtroppo di
fronte al popolare molti si ritraggono con ribrezzo, ancora
una volta per segnare con il territorial pissing, i
limiti del proprio habitat aulico. Non osano nemmeno
chiamarlo con il proprio vero nome e lo definiscono
trash. Siccome nulla è più popolare della televisione,
ecco quindi nascere il mito della tv trash, di questo
orrore che ci sta uccidendo, che sta rovinando il mondo...
Ulteriore ipocrisia perché il mondo è sempre stato così,
attratto dai sentimenti forti, dalle tinte vivaci, dalle
musiche orecchiabili, dai personaggi sopra le righe. Anche
dai corpi esposti con molta generosità.
Affidarsi alla logora catena
tette&culi > televisione > trash significa non avere
alcuna idea di come il mondo dello spettacolo abbia sempre
cercato di attirare il grande pubblico esponendo più
epidermide possibile. La miscela di ragazze semidiscinte e
satira di “Striscia la notizia” è figlia della stessa
miscela cui si assisteva nei café-concert parigini,
frequentati anche dal giovane Bonaparte. E Belen Rodriguez è
solo l’erede di tante anonime ballerine d’avanspettacolo che
facevano imbizzarrire il pubblico di sessant’anni fa. La
differenza è che la televisione, con la sua forza
penetrativa, amplifica tutto.
Se non fossero elementi che
determinano il successo di una trasmissione televisiva, né
la Rai né Mediaset avrebbero puntato su di loro, mediandoli
dalla riproposizione estrema che ne fece a fine anni
Settanta il regista Beppe Recchia in un programma come “La
bustarella”. Perché in quegli studi di Castellanza, tra
Milano e Varese, è nata la televisione attuale. Un caso di
trash scompaginato in cui i grandi hanno emulato i
piccoli.
Allibisco quando sento le
geremiadi di certi critici che stigmatizzano le trasmissioni
televisive attuali come se nell’era pretelevisiva tutti
vivessero in un universo raffinato e colto. Questa è solo
un’ennesima dimostrazione di ignoranza. La morbosità e, in
fondo, l’invidia che il piccolo borghese provava verso le
stranezze di Oscar Wilde o Gabriele d’Annunzio sono le
stesse che l’attuale telespettatore e lettore di rotocalchi
popolari prova verso le stranezze di Fabrizio Corona. Corona
non è trash. È l’ultimo dannunziano, vitale e fisico,
in un mondo in cui i soloni della cultura hanno diffuso
l’idea che il modello da seguire sia solo il pasoliniano
tormentato e pallido.
La presa di distanza che
l’intellettuale deve avere dalla televisione, dalla sua
popolarità, dal suo essere trash, è un male nato
forse contestualmente alla tv se già nel 1961, a soli sette
anni dall’inizio delle regolari trasmissioni in Italia,
Vittorio de Sica, sindaco nel film “Il vigile”, si
giustificava per aver assistito a una puntata de “Il
musichiere”. “Raramente guardo la televisione... ma ieri
sera mi trovavo per caso davanti al video...”. Parole che
ancora oggi senti ripetere da coloro che hanno il terrore di
essere considerati trash (ossia popolari) perché
seguono i programmi trash (ossia popolari). E ti
dicono che preferiscono leggere un buon libro. Magari
uno di quei tomi improponibili scritti da un aulico
scrittore che per promuoversi gira tutti i santuari del
marchettificio editoriale televisivo, da Fazio alla
Bignardi, da Vespa alla Dandini. E ovunque ripete
noiosamente le stesse cose tanto che alla fine risulta più
stimolante osservare lo stato catatonico in cui versano i
concorrenti del Grande fratello quando non sono impegnati a
fingere nelle dirette serali.
Giusto per citare uno di quegli
esempi di “tv trash italiota” che i paladini della
cultura amano massacrare dalle colonne di quotidiani che
nessuno legge. Dimostrando ancora una notevole dose di
ignoranza, questa volta geografico-linguistica e non
storica. Perché essi vivono nella convinzione che il
trash televisivo sia prerogativa solo italiana. Non
hanno idea di cosa sia un format e sono convinti che
Wetten, daß... o Bitte, lächeln siano testi di
filosofi idealisti tedeschi e non i titoli germanici di due
espressioni di quella televisione popolare da loro tanto
detestata (rispettivamente “Scommettiamo che...” e “Paperissima”).
Ma la palestra in cui meglio si
esercita l’odio verso la televisione trash sono i
contenitori della domenica pomeriggio. Come certe industrie
alimentari continuano a volerci far credere che i loro
prodotti a base di conservanti e insaporitori siano simili
ai biscotti sfornati da antiche nonne campestri, forse mai
esistite, allo stesso modo gli avversatori della tv trash
diffondono l’idea malsana che prima di questi contenitori
barbari, noiosi e volgari, le domeniche fossero momenti di
splendore umano e culturale.
Basterebbe leggersi pochi versi
di uno dei miei poeti preferiti, Marino Moretti, per
trovarsi di fronte certi cupi giorni festivi “in cui non
s’ha nulla” e il cui pomeriggio “declina in un vapore
grigio”. La domenica, giorno che Moretti definiva “giorno di
cartapesta”, espressione che richiama alla mente la finzione
spettacolare che vediamo in tv.
Che differenza c’è tra gli
organetti di Barberia e i cruciverboni, tra il cangurotto e
gli orsi ballerini che gli zingari portavano in giro per i
paesi nelle domeniche pomeriggio di fronte a un popolo
semplice e stupito, non meno diverso da quello che oggi fa
la fortuna delle testate dirette da Sandro Mayer?
La tv non è trash. È popolare
come lo è il mondo che la segue. Come era il mondo di Marino
Moretti, di cui i censori non conoscono la poesia delicata e
ingiallita perché non se ne parla mai nelle pagine culturali
de “Il manifesto”, fonte sempre croccante di spocchia
libraria e antitelevisiva.
*Dice di sé.
Tommaso Labranca. Dal 1994 a oggi ha scritto svariati libri.
Eppure spesso i giornalisti gli domandano: “Come ti
definisco?”. La risposta è spesso “Casalinga”. Loro ridono e
poi scrivono “trashologo”. Ciò è causa di frequenti
depressioni del Labranca, soprattutto quando vede quegli
stessi giornalisti che definiscono “scrittori” conduttori
radiofonici del mattino, vee-jay, buddiste ed ex sindaci.
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