TELEVISIONE
REALITY SHOW, IL NEOREALISMO DEL TERZO MILLENNIO
Al centro sempre la realtà:
umana, troppo umana, aldilà del bene e del male. Da De
Sica, Rossellini, Zavattini e Visconti al Grande fratello
Rachele Zinzocchi*
L’artista
e l’uomo apparivano così uniti, che non si sa bene
dove cominciava
l’uno e dove finiva l’altro;
più che il come,
prima colpiva la cosa da raccontare,
e se questo
movimento postulava l’uomo prima dell’artista,
l’artista era
felice di venire dopo l’uomo.
Cesare Zavattini
Artista e uomo, finzione
dell’arte e realtà dell’umanità, uniti in un tutt’uno: dove
la priorità è di quest’ultima, dell’umanità reale, cui
l’arte rispettosamente si inchina e cede il passo, in
reverente osservazione di ciò che è. Con questa immagine
potente Cesare Zavattini, tra i più grandi teorici e
sceneggiatori del neorealismo, sintetizzava l’essenza di
quel movimento culturale che caratterizzò il nostro cinema
già prima della fine della Seconda guerra mondiale e poi nel
Dopoguerra, tra il 1943 e il 1953.
Il Neorealismo si chiamò così
proprio per il ruolo primario attribuito alla realtà:
protagonista assoluta da riprendere nuda e cruda, nel suo
bene e nel suo male. Dinanzi ad essa la “compagnia
dell’arte” – macchina da presa, attori, sceneggiatori, ogni
possibile copione – sceglieva di fare un passo indietro, con
rispetto quasi sacrale del dato, bastante a se stesso per
veicolare il messaggio che stava a cuore: il senso di questa
nostra vita, nel momento e nel luogo in cui veniva ripresa.
Il neorealismo sconvolse i canoni
della cinematografia italiana, al tempo ancora dominata
dalle paludate vesti dell’ideologia artistica fascista.
Suscitò critiche, divise gli esperti in pareri anche
opposti. Solo col tempo fu definitivamente consacrato a
icona di una parte decisiva della nostra storia.
C’è un termine oggi, su tutti,
che ci viene in mente parlando di neorealismo. È il termine,
famigerato, reality: reality show.
Blasfemia? Orrore linguistico,
oltre che del pensiero? In parecchi certo lo diranno.
Qualche intellettuale starà già sgranando gli occhi,
raccapricciato all’idea che i vertici del cinema neorealista
possano essere accostati anche solo per un attimo alle
(presunte) bassezze trash degli odierni reality
show.
Seguitissimi, sempre di più, come
l’ultima stagione tv ha dimostrato. Ma privi, per i
detrattori, di qualsivoglia spessore culturale: inteso come
capacità di veicolare contenuti ricchi di qualche senso per
la nostra epoca.
Eppure le analogie non mancano. E
anche le evidenti, innegabili differenze ci appaiono
ascrivibili più all’ovvia diversità del contesto
storico-culturale – ai decenni che separano i due
esperimenti artistici – che non a una reale disomogeneità di
natura e intenti.
Se però l’accostamento di
neorealismo e reality show, lungi dall’essere
blasfemo, fosse davvero fondato su una comune matrice, non
andrebbe forse rivista la valutazione che noi
“contemporanei” stiamo dando del fenomeno reality? Il dubbio
si insinua. Forse i reality show potrebbero essere
qualcosa di più che i prodotti spazzatura stigmatizzati dai
palati fini e anche qualcosa di più maturo che una semplice
macchina macina-audience, come vogliono i loro sostenitori.
Non ci sarebbe da stupirsi.
Anche Totò o i “B-Movie” furono
relegati dai coevi negli infimi gradini dell’arte, per
essere invece consacrati alla gloria in seguito, da critiche
più serene e distaccate: come un domani potrebbe accadere ai
reality show.
Iniziamo allora dalle analogie.
Zavattini, nell’affermazione citata all’inizio, rinviava al
“tutt’uno” fra artista e uomo, dove “non si sa bene” chi
venga prima: e comunque, semmai, prima sarà sempre l’umanità
reale. È ciò che accade con tutti i grandi registi che hanno
fatto la storia del neorealismo: da Luchino Visconti, col
suo “Ossessione”, a Roberto Rossellini, da Vittorio De Sica
a Pietro Germi, Alberto Lattuada, Giuseppe De Santis.
Chiediamoci ora: non è questo
anche lo spirito con cui i reality show sono nati?
Fin dal principio: dall’uscita del magistrale film “The
Truman show”, che con il suo successo aprì la strada al
primo analogo esperimento tv, fattosi subito fenomeno di
costume, il “Grande fratello” di Endemol. Anche qui tutto
sta nel seguire, giorno dopo giorno, la vita reale delle
persone riunite sotto il grande occhio del “Big brother”.
Un occhio che rispettosamente
guarda e dà conto, grazie a telecamere sparse ovunque, della
vita reale chiusa dentro la casa. Non a caso, in questi nove
anni, sempre più spesso si è ribadito che il fattore di
successo del GF, come degli altri reality, sta
anzitutto nella scelta del cast.
Il cinema neorealista, inoltre,
ha spesso utilizzato attori non professionisti. “La terra
trema” di Visconti fu interpretato esclusivamente da non
professionisti e girato nello stesso paese de “I Malavoglia”
di Verga, cui il film si ispira, Aci Trezza. Addirittura,
lingua ufficiale della pellicola fu il dialetto siciliano,
con tanto di sottotitoli per la versione originale italiana.
Domanda: non sono appunto persone
comuni – specie nella ispirazione originaria – i primi
protagonisti del “Grande fratello”, reality show per
eccellenza? È vero che, in seguito, tanti altri esperimenti
di reality sono nati con personaggi famosi: il “Celebrity
big brother”, “La fattoria”, “L’isola dei famosi”. Ma che il
genere possa svilupparsi secondo percorsi prima impensati
rientra nell’ordine delle cose. In ogni caso le
celebrities vengono staccate dal loro contesto naturale,
dalle loro abitudini. Sono prese e trapiantate entro un
humus tutto diverso dal solito, che abbatte le barriere
e le rende “normali”, più simili ai non-Vip. Insomma,
nell’ispirazione originaria di entrambi, l’obiettivo è
puntato sulla gente comune. Solo in questa, nell’esperienza
diretta di loro e su di loro, c’è per chi guarda la speranza
di capire qualcosa in più sugli altri, su di sé e la realtà
che ci circonda.
Pensiamo a un capolavoro come
“Roma, città aperta” di Rossellini, affresco della lotta
morale degli italiani contro l’occupazione tedesca. Al
centro ci sono i bambini, osservatori della realtà, e lo
spettatore trova la chiave del futuro proprio guardando a
loro: alla loro realtà e, in generale, alla realtà nuda e
cruda, come tale portatrice di un messaggio decisivo sulla
nostra identità, passata e presente. E sul nostro domani.
Analogamente, dai nostri reality
emerge la realtà: chi sono gli uomini e le donne di oggi,
chi siamo noi, belli o brutti. I protagonisti del nostro GF
o degli altri reality certo non hanno avuto a che
fare con la guerra o le bombe, la fame e la miseria. I
nostri sono i “bamboccioni” del terzo millennio: frivoli,
col mito di veline e calciatori. O magari i disoccupati, i
precari che, nel rutilante mondo della tv, cercano la via
d’uscita alle angosce del quotidiano.
Nell’ultimo GF c’era l’esplosiva
Cristina, ma anche la “pasionaria” Alitalia, Daniela Martani,
il non vedente Gerry o il vincitore Ferdi, rom arrivato in
Italia su un gommone come tanti suoi connazionali, oggi al
centro delle più aspre battaglie politiche tra respingimenti
e tentata integrazione. Non sono gli stessi uomini e donne
del neorealismo cinematografico. Ma le evidenti differenze,
più che comprensibili a oltre mezzo secolo di distanza, non
li rendono meno veri, meno in grado di rappresentare la
realtà in cui, piaccia o no, viviamo.
Piaccia o no: ecco un altro punto
decisivo. I giudizi di merito sono banditi. Visconti o
Rossellini non hanno mai preteso di dire che quanto filmato
dalla loro cinepresa fosse giusto o sbagliato, buono o
cattivo. Il loro obiettivo era, semplicemente quanto
maestosamente, riportare la realtà come tale. Fotografarla,
consegnarla allo spettatore e con ciò dire: “Ecco, noi oggi
viviamo qui”. Così, in un paradosso solo apparente, i nostri
reality show e la tv di oggi non danno giudizi su ciò che
riprendono e mostrano. Soprattutto non devono farlo.
Quando ci provano, rischiano
grosso: di generare mostri. La tv non fornisce modelli
educativi, né può farlo. Non stigmatizza ideali riprovevoli,
né ha il diritto di farlo: ad altre istituzioni, a ben altri
maestri, deve essere riservato il difficile e mai finito
compito della formazione.
La televisione, i nostri reality,
sono piuttosto specchio della realtà odierna: uno specchio
semplice, ma decisivo per capire chi siamo, cosa vogliamo.
Ad altri l’onore e l’onere di dire – ieri come oggi – se ciò
che siamo diventati sia splendido o riprovevole, ad altri
onore ed onere di cambiarci. La tv non può né deve farlo.
Mai.
E questo a prescindere dalle
critiche più o meno feroci contro i reality show:
stigmatizzati come trash, tv spazzatura e, appunto,
diseducativa. Ma anche col neorealismo, mito oggi
intoccabile, all’epoca non si usò mano meno pesante. Certi
argomenti, come miseria, emarginazione, delinquenza – o il
fallimento ideale della Resistenza – risultarono
particolarmente sgraditi ai governi del nostro Paese, specie
dopo il 1947, con l’acceso scontro politico allora in corso.
“Il cinema neorealista non
piaceva alla borghesia benpensante, come al mondo prudente
dei conservatori, ma non trovava nemmeno accoglienza nella
sinistra per l’eccesso d’indiscrezione verso i difetti della
nazione”, si legge in una bella ricerca su “Trieste
Rivista”, nella sezione riservata al materiale della Scuola
di specializzazione per l’insegnamento nella scuola
secondaria dell’università degli studi di Trieste.
“Il dibattito si fece acceso,
soprattutto quando fu fatta intervenire la censura per
sforbiciare quei film ritenuti lesivi il buon nome
dell’Italia. Un’alleanza di conservatori, di funzionari
dell’ex burocrazia fascista, di cattolici moderati, colpì
fino agli anni Cinquanta”.
Che cosa si dice, e si scrive,
oggi su reality e affini? Corriere della Sera, 18 maggio:
“Quelli del Gf contestati da La Destra”: “un blitz di
Gioventù italiana” ha “esposto uno striscione di 15 metri
con la scritta boicotta la tv spazzatura”.
Sessant’anni non sembrano passati. Ancora, Panorama, 11
giugno. In un’intervista a Presta e Dose, alla domanda
“Cos’è trash oggi?”, i due rispondono: “La totalità dei
reality show e degli intellettuali che scrivono paginate
per legittimarli. Non c’è niente di vero quando hai una
telecamera addosso”. Chissà se un simile giudizio lo
avessero riferito, mezzo secolo fa, a un Visconti, un
Rossellini… O cosa avrebbe detto allora Roberto Levi, che
oggi sulle pagine del Giornale relega l’ultimo GF a “miscela
cinica, ma vincente, che compensa la pochezza dei contenuti
con il consueto carnaio di bisticci, polemiche, colpi bassi,
strusciamenti paraerotici, alleanza fittizie, coltellate
alle spalle o al bersaglio grosso, scene madri e abbondante
profluvio di lacrime e di emozioni”.
O ancora Mirella Poggialini, che
su Avvenire chiede a che si debba il fascino di questi
programmi in cui “la realtà si traveste da reality e
si inventano, in una reclusione da zoo, situazioni
relazionali in cui prevalgono esibizione, sesso, villania e
litigi”, nulla più che un “teatro della noia e dell’eccesso
che un colpo di genio ha battezzato “reality”.
Lo studio prima citato sul
neorealismo continuava: “Solo alcuni intellettuali,
rappresentanti il pensiero liberale e il cattolicesimo
sociale, accolsero positivamente l’esperienza, come quanto
di più originale e vivo aveva prodotto il cinema italiano”.
Anche oggi sembra che solo le menti più liberali – non
necessariamente, ma spesso coincidenti con le più colte e
illuminate – sappiano vedere i reality show al di là
della presunta pagina trash, della presunta
spazzatura. Che ci sarà pure, forse. Ma è vita, vita vera. E
come tale non solo degna della massima attenzione, ma unico
luogo che ci consente di capire – osservandolo bene,
distaccatamente – qualcosa di più su noi stessi. Chi siamo,
da dove veniamo. E soprattutto dove saremo domani.
*Dice di sé.
Rachele Zinzocchi. Fiorentina di nascita, ma romana
d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla scuola
Normale superiore di Pisa – sulla metafisica e la finitezza
umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che
significa pensare: oltre che per la possente lingua tedesca.
Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è
stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.
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GIORGIO
FALETTI
Percorse il suo
corpo nudo e dentro di lui lo strappo finì
di lacerarsi
e strinse fra le mani i brandelli informi
di quello che era stato
il suo amore per Ivana.
(Da “ Fuori
da un evidente destino”, 2006)
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