TELEVISIONE

QUANDO UN CRITICO VI DÀ PER MORTI
SIATE SICURI CHE AVRETE SUCCESSO


In un paese in cui ci sono 50 milioni di commissari tecnici
della Nazionale di calcio, figuriamoci se mancano gli opinionisti
e i critici televisivi


 

Milo Infante*

 

Sono in molti, in questi mesi, a chiedersi come sarà la televisione di domani. Una domanda la cui risposta è purtroppo semplice: simile, per non dire eguale, a quella di ieri. Cambiano i conduttori, si mischiano le carte, ma sono ben pochi i direttori di rete che hanno il coraggio di sperimentare programmi innovativi, schiacciati dalle logiche di mercato e dai pubblicitari che sacrificano sull’altare di target e share contenuti e novità.

Qualcuno dà la colpa ai conduttori. Vero? Forse. Certo è che i big di ieri sono anche quelli di oggi. Da Mike Bongiorno a Pippo Baudo, da Raffaella Carrà ai più giovani Magalli e Frizzi i protagonisti sono sempre gli stessi. Forse allora a mancare sono i grandi autori, addomesticati da ingaggi resi faraonici, da Siae e diritti vari, ma anche dagli interessi delle grandi case produttrici che realizzano format acquistati e già sperimentati in altri Paesi e venduti a colpi di milioni di euro al miglior offerente.

Profitti assicurati grazie anche a una manodopera a basso costo (i famosi programmisti registi) contrattualizzati giusto il tempo di portare a termine il programma. Non ci credete? Fatevi un giro nelle redazioni dei più popolari programmi televisivi e oltre al piccolo e spesso deserto Olimpo della stanza degli autori troverete tanti uffici che spesso assomigliano a classi di un liceo.

Largo ai giovani, direbbe qualcuno.

Peccato che spesso il loro apporto creativo sia limitato alla ricerca dell’ospite, di norma già nel libro paga della casa produttrice in quanto a sua volta conduttore/ospite di un altro programma di cui detengono il format.

Quanto ai generi televisivi, beh, cosa dire? Forse che l’unica certezza e che tutte le volte che qualcuno dà per morto un genere, potete stare certi che i programmi che a questo si riferiscono registrano la loro stagione d’oro.

È accaduto più volte negli ultimi anni con i reality, i quiz e persino la televisione generalista nel suo insieme, che doveva essere spazzata via dai canali tematici satellitari. Risultato, record d’ascolto per “Isola dei famosi” e “Grande fratello” e la madre di tutti i canali tematici (Sky) che si butta in un affannoso tentativo di replicare i programmi Rai e Mediaset della vecchia Tv generalista

Gente che sa fare televisione, come detto, pochina. Al contrario di chi invece ne parla, spesso a sproposito.

Già perché in un Paese come diceva qualcuno, in cui ci sono 50 milioni di commissari tecnici della Nazionale di calcio, figuriamoci se mancano gli opinionisti e i critici televisivi. Pochi lo fanno per passione, hanno studiato il mezzo televisivo e le varie forme di linguaggio. Molti purtroppo spinti da sentimenti meno nobili. Sempre meglio che seguire la nera o la giudiziaria, con il rischio magari di beccarsi una brutta querela.

Nei salotti televisivi invece è sempre possibile farsi un po’ di sana promozione, vendere il proprio libro o, male che vada, quello degli amici e persino per i più fortunati accreditarsi come autori televisivi e coronare il sogno di una vita intera: mettere la faccia in tv e poter incassare dalla portiera e dal prestinaio i tanto agognati “complimenti per la trasmissione”.

Deontologicamente siamo al limite, con un giornalista che diventa collaboratore di chi dovrebbe criticare, nel bene e nel male. Un po’ come se la bravissima inviata del Tg1 Monica Mag­gioni avesse seguito la guerra in Iraq al seguito dell’esercito americano curandone l’immagine!

Eppure quello del critico televisivo opinionista a pagamento, autore, curatore e persino conduttore non è un fatto sporadico. A questo punto tanto per distinguerci da chi è solito non fare nomi, prendiamo un caso specifico.

Quello di Paolo Martini, ossia colui che, in assenza della bravissima Alessandra Comazzi, scribacchia di televisione per “La Stampa” lasciando intendere di essere uno di quelli che di Tv ci capisce, ma soprattutto saprebbe farla molto meglio di chi lo legge, a prescindere dal soggetto.

Un equivoco che, già alla seconda lettura di un suo articolo, è destinato a durare ben poco, vista l’esiguità dei contenuti esposti. Ma destinato a durare ancor meno se si ha la sfortuna di incappare in quello che forse è stato il programma più fallimentare dell’ultimo anno della televisione pubblica. Parliamo di “XII Round”, di cui Martini è “conduttore e ispiratore”, in onda a mezzanotte e mezza su Rai 2.

Quarantacinque minuti di grande televisione in cui finalmente all’eroico Martini, funereo d’aspetto, quanto funesto per gli ascolti della rete, si offre la possibilità di mettere in pratica quell’ottima televisione di contenuti e forma di cui vagheggia nei suoi articoli. Ebbene, dal punto di vista dei risultati, tra giornali e televisione c’è una prima essenziale differenza. Se, infatti, nel primo caso è quasi impossibile determinare quanto abbia inciso un singolo articolo nelle vendite (eccezion fatta a mio avviso per gli editoriali di Massimo Fini) nel caso della televisione a poche ore di distanza arriva un verdetto inappellabile: quello dell’auditel.

Prendiamo l’ultima puntata di maggio. Sono le 24.37 qualcuno direbbe l’ora delle streghe, se l’aspetto di Martini non ricordasse più la versione horror di “Six feet under”. Il programma che lo precede lascia in eredità un piccolo gruzzolo di telespettatori, poco meno dell’8% di share. Qualche centinaia di migliaia di telespettatori si interrogano su chi sarà l’ospite messo sulla graticola da Martini.

In Italia sta accadendo di tutto, c’è solo l’imbarazzo della scelta: studenti che protestano e si pestano come neanche nel ‘68, politici che si infangano, bande di stupratori in azione, terroristi e mafiosi mai pentiti scarcerati per i motivi più futili.

Troppo facile, troppo scontato per il nostrano Bela Lugosi, che sfodera gli artigli gettando in pasto ai suoi giornalisti due ospiti d’eccezione e un tema da far accapponare la pelle: Camila Raznovich e Valdimir Luxuria chiamati a parlare de “La tirannia dell’intimità”…???.

Domanda cult a Luxuria: “Lei che ha la sfortuna/fortuna di vivere in un Paese dove la Chiesa entra nella camera da letto della vita privata degli italiani invece di propagandare la parola di Dio…”. Risultato media del programma 3,65% per 171 mila persone e Rai 2 che precipita all’ultimo posto dell’auditel, superata da La 7 e persino dalle televisioni private.

Per la cronaca a “La storia siamo noi”, il programma che segue, Martini cede la linea a 1,99%

Come dire che chi guarda la televisione è molto spesso più intelligente di chi cerca di farla.



*Dice di sé.
Milo Infante, 41 anni trascorsi inseguendo due grandi amori. Il giornalismo e sua moglie Sara, che lo ha sposato dopo 11 anni di corteggiamento. Insieme hanno dato vita a un bimbo meraviglioso di nome Daniele, in onore del grande Daniele Vimercati, amico fraterno e maestro. Da sei anni è uno dei conduttori Rai: tra le sue trasmissioni “Italia sul 2”, “10 Minuti” e “Insieme sul 2”.








DOLCENERA

Sono nata nuda, come adesso tu mi vedi.

Non sarai deluso, ora guardami.

Per un tuo sorriso , proverei ad essere migliore.

(Da “Nuda e cruda” in “Sorriso nucleare”, 2003)









 

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