TELEVISIONE
QUESTO È IL BELLO DELLA DIRETTA!
È una delle poche frasi alle
quali si può attribuire una paternità (quasi) certa:
Gianni Minà, nostalgico della tv anche mentre la stava
facendo per la prima volta (1)
Paolo Taggi*
Le paradossali bugie
Immagino che avrai preparato
qualcosa per noi…
Dopo lunghe trattative, l’ospite
ha definito le modalità della sua partecipazione allo
spettacolo (si fa per dire!). Il bocconcino prelibato che ha
preparato per gli spettatori (e per il quale il conduttore
finge un’irrefrenabile curiosità) è stato in genere frutto
di sfibranti trattative, iniziali sbarramenti, impuntature e
patteggiamenti. Se siamo dalle parti di Natale, l’ospite in
promozione è accompagnato da due/tre spezzoni del film
panettone, e magari scompare per un attimo dietro le quinte
per riapparire nelle vesti del personaggio che interpreta,
per contestualizzare meglio i contributi pubblicitari che ha
accompagnato di persona.
Se siamo nel dopo Sanremo (cioè
fino al gennaio successivo) l’ospite cantante ricanta il
pezzo ampiamente consumato. Se ha venduto qualche copia in
più dell’ultima raccolta (o è il più scaricato nelle
suonerie silenziose, o festeggia qualche anniversario) è la
volta del medley. Se l’ospitante è a sua volta un
collega, allora scatta il duetto (in prosa o in musica), che
rende ancora più stridente la domanda iniziale, visto che
emerge chiaramente che l’imperdibile numero è stato provato
e riprovato per l’insoddisfazione di tutti.
Aree di diffusione:
varietà
Grado di diffusione:
assoluto
Grado di interesse percepito
del pubblico: debolissimo
Grado di variabilità delle
risposte: molto basso
Tono:
ammiccante
Risposte tipo:
“Ho pensato di proporvi un pezzo a cui sono molto legato”;
“Di tanti film che ho interpretato credo che questo sia
davvero il migliore. È una storia molto divertente, ma
capace di far riflettere…”; “Da tanto tempo ti volevo
chiedere se ti andava di cantare con me un pezzo a cui tengo
molto…” (variante “…di cantare con te una tua canzone che ti
ho sempre invidiato…”).
Ritorni più tardi?
La frase innesca un dialogo
preconfezionato che si sviluppa così:
Conduttore: Ritorni più tardi, ce
lo prometti?
Ospite: Se il pubblico è
d’accordo?
(Applauso spontaneo del pubblico
chiamato in causa)
Conduttore: Mi sembra che la
risposta sia chiara!
Ospite: (dopo un ulteriore attimo
di esitazione)
Va bene, se lo volete…
Conduttore: Ci conto! A presto!
Il teatrino messo in scena è più
un’abitudine che una reale necessità spettacolare. Che
l’ospite ritornerà lo si sa dai lanci del Tg e dalle
anticipazioni in anteprima. Allora perché ricorrere a questa
piccola, smascherata ipocrisia? Perché concedersi il vezzo
di un teaser di scarsa efficacia?
Siamo dalle parti della
rassicurazione preventiva. Ci sono frasi che non hanno altro
scopo che ancorare i protagonisti a quella boa amichevole
che si chiama prevedibilità.
Aree di diffusione:
tutti i generi dell’intrattenimento televisivo
Grado di diffusione:
elevatissimo
Grado di interesse percepito
del pubblico: debolissimo
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: molto alto
Grado di variabilità delle
risposte: inesistente
Tono:
amichevole, ammiccante, complice.
Spero che tornerai a trovarci
presto…
È la variante della frase
precedente, utilizzata quando il contratto dell’ospite
d’onore non prevede un suo secondo ingresso in scena. Un
retrogusto di ipocrisia si avverte quando l’ospite non è di
primo livello, o non gode della stima assoluta del
conduttore, ma in genere l’invito risulta sincero, anche se
dichiaratamente solo formale. Nel corso di una stagione un
ospite difficilmente ritorna sul luogo del delitto,
impegnato com’è ad apparire in tutte le altre trasmissioni.
Aree di diffusione:
talk show, programmi contenitore, varietà
Grado di diffusione:
sufficiente
Grado di interesse percepito
del pubblico: debolissimo
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: notevole
Grado di variabilità delle
risposte: debole
Tono:
convinto e convincente
Risposte tipo:
“Sono stato davvero bene tra voi e sicuramente tornerò a
trovarvi… se lo vorrete”; “…Anche il tuo magnifico pubblico
la pensa così?”; “Tornerò senz’ altro, è una promessa. Ma tu
(rivolto al conduttore) promettimi che sarai mio ospite nel
mio nuovo programma…”; “Non appena i molti impegni me lo
permetteranno sarò qui a raccontarvi com’è andata la
tournèe…”
Ma non finisce qui perché
resterai con noi per tutta la sera. Vero?
È la versione meno ipocrita del
rapporto del conduttore con l’ospite d’onore. Eliminata la
forma dubitativa e quella esortativa rimane l’affermazione.
Che l’ospite rimanga non è un imperativo, ma comunque una
certezza. Sperando che lo sia anche per lo spettatore, al
quale è rivolto indirettamente il messaggio (l’ospite sa
benissimo quando tornerà e per quale compenso già
incassato).
Le domande o le frasi scontate
(O quasi)
Questo è il bello della
diretta
È una delle poche frasi alle
quali si può attribuire una paternità (quasi) certa: Gianni
Minà, nostalgico della tv anche mentre la stava facendo per
la prima volta. “Il bello della diretta” sembra
l’esaltazione di una peculiarità (oggi discussa) della tv
nella sua età di mezzo, ma è piuttosto una giustificazione
prefirmata per gli inconvenienti e gli errori che possono
scaturire dall’andare in onda senza rete. Nella diretta, la
tv si scrive senza possibilità di ripensamenti e di
cancellature, in compenso è molto più forte il senso di
comunione tra gli spettatori e quello che sta accadendo.
Nel suo nuovo significato (che
Minà non poteva prevedere) il bello della diretta è in
realtà il brivido dell’incertezza in più, l’impossibilità di
scrivere un programma totalmente pre-visto, la perdita di
una percentuale sempre più alta di controllo che l’autore
accetta perché sia più vera l’incertezza del “come andrà a
finire”.
Aree di diffusione:
tutti i programmi della tv generalista
Grado di diffusione:
universale (nell’ambito della tv italiana)
Grado di interesse percepito
del pubblico: in continua attenuazione
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: discreto
Grado di variabilità delle
risposte: non rilevato
Tono:
compiaciuto, tipico di chi ha sempre la citazione giusta a
sua disposizione (in questo caso una sola, l’unica che
conosce).
Non è nostra abitudine parlare
dei nostri successi, ma questa volta dobbiamo ringraziarvi
perché la scorsa settimana (ieri) ci avete seguito davvero
in tanti!
Non c’è mai fine alla capacità di
autoilludersi. Molti conduttori televisivi lo sanno. La
frase in questione non avrebbe controindicazioni se venisse
utilizzata solo in casi eccezionali, in occasione di
risultati stupefacenti, da festeggiare con quanti più amici
possibile. Ma non è così. Non c’è programma, qualunque sia
la fascia oraria, il seguito numerico, l’incidenza sociale,
il vissuto televisivo, che non si senta in diritto/dovere di
gratificarsi con questa circonlocuzione melliflua, quasi mai
veritiera. Rivolgendola a se stesso, il conduttore la fa
riverberare su chi lo sta seguendo, dandogli la sensazione
di avere fatto davvero la scelta giusta.
La premessa “Non è nostra
abitudine” si inquadra perfettamente nella tendenza della tv
a farsi mondo del contrario. Gli ascolti di cui molti
programmi parlano non sono verificabili dallo spettatore
medio ed è meglio che non lo siano. Si possono manipolare,
interpretare a proprio favore, persino sbandierare purché
non lo siano. Hanno la sincerità di un applauso verso
qualcuno che non hai mai conosciuto. Comunque vada, per loro
sarà come un successo.
Aree di diffusione:
tutti i programmi delle tv generaliste
Grado di diffusione:
altissimo
Grado di interesse percepito
del pubblico: sempre più tenue
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: notevole
Tono:
fierissimo, esultante, qualche volta provocatorio
Ipotesi di reato:
diffusione di dati tendenti a modificare l’andamento dei
mercati
Eventuali commenti:
se l’autoelogio è pronunciato in presenza di ospiti vip,
questi ultimi si sentono in dovere di ricorrere al manuale
Cancelli dei complimenti bipartisan. Consapevoli che domani
saranno ospiti della concorrenza 1 e dopodomani della
concorrenza 2 e via via fino al 7, si lanciano in un
panegirico controllato, che percorre un ampio cerchio di
affettuosità senza mai riconoscere ufficialmente la
leadership del programma ospitante.
Abbiamo un ospite d’eccezione
Premessa o variante: Sono
davvero felice di annunciarvi…
L’unico problema, nel giocarsi
una frase jolly come questa, è il fatto che la si potrebbe
usare una sola volta per sera (con una frequenza ancora
minore nel pomeriggio e, a scalare, la mattina). L’ospite
d’eccezione, per definizione, è regolato dalle stesse leggi
che determinano gli eventi, ma in tv è lecita qualche
eccezione, appunto.
Per cui l’ospite d’eccezione è
chiunque sia chiamato in scena in quel momento, non fosse
altro che per un criterio di giustizia e per i sacri doveri
dell’ospitalità.
Dopo averlo detto del primo, chi
avrebbe il coraggio di negare l’elogio incondizionato, il
superlativo assoluto al secondo, al terzo e (quando ci sono
al quarto, quinto ecc?). È una questione di equità, ma anche
di logica: l’ospite migliore se esce per primo è soltanto
per autopubblicizzarsi, per annunciare il suo ritorno
successivo. Gli altri seguono una scala di valore graduale
inversa: dal basso in alto, fino ai vertici dell’aura
mediatica (quasi sempre relativa).
Gli ospiti d’eccezione sono come
certi calciatori, che si sono trovati per caso nel massimo
campionato e ogni anno fanno la valigia e si trasferiscono
in un’altra squadra che – come la precedente – non può
permettersi altro che un’eterna promessa a cui concedere
l’ennesima chance.
Aree di diffusione:
talk show, Varietà, Contenitori di tutte le ore
Grado di diffusione:
estremo
Grado di interesse percepito
del pubblico: sempre minore
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: molto alto
Tono: fiero,
convinto come quello dei venditori di miracoli ai tempi
della conquista del west.
Ipotesi di reato:
pubblicità ingannevole
Grazie di tutto quello che fai
per la canzone (per il cinema, per il teatro, per lo sport…)
italiana
In genere, si tratta di cantanti,
quasi sempre in partenza per qualche tournèe in
luoghi lontani, dove li attendono assegni, applausi,
ammirazione che attraverso di loro si riflette sul nostro
bel Paese. Perché quello che spinge i nostri artisti oltre
confine non è tanto il sovraffollamento stagionale, quanto
il loro desiderio di rappresentare la nostra tradizione e
“riaffermare con orgoglio la bellezza di essere italiani”.
L’applauso scrosciante che segue
non è di minore intensità se a pronunciare la frase di rito
non è un cantante ma un attore – di cinema o teatro – un
regista e magari uno sportivo. Cambiano alcune sfumature
(per esempio la tournèe viene sostituita da un evento
sportivo o dall’esordio in quattro pose in un film
hollywoodiano) ma l’essenza è la stessa.
Piccola curiosità: dall’elenco
dei trionfanti eroi in partenza per la loro campagna
straniera chi fa televisione è sempre escluso.
Aree di diffusione:
talk show, varietà, contenitori di tutte le ore
Grado di diffusione:
alto
Grado di interesse percepito
del pubblico: discreto
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: altissimo
Grado di variabilità delle
risposte: molto basso
Tono: solenne
Commenti tipo:
“Mi aspettano migliaia e migliaia di chilometri, un tour
davvero massacrante, ma la forza me la dà la sensazione
di essere l’erede di una grande tradizione…”; “Io mi ritengo
molto fortunato di essere italiano e di poter andare là dove
in passato si sono esibiti grandi come l’indimenticabile
Domenico Modugno… ” (qui l’applauso e magari l’over
standing gli evitano di dover trovare un secondo e
magari anche un terzo illustre predecessore…); “Quello che
più mi colpisce, quando vado all’estero, è l’amore che il
pubblico ha per la canzone (il teatro, il cinema) italiano.
Bisogna provare certe sensazioni, davanti a migliaia di
persone che cantano con te nella nostra lingua, per
credere”.
Permettetemi di ringraziare di
cuore…
Se pronunciata dal conduttore
coinvolge l’intero apparato televisivo che ha collaborato
alla realizzazione del programma che si sta concludendo. Una
furtiva lacrima che scende sulla guancia (se si tratta di
una conduttrice) aggiunge umanità e dimostra che si tratta
di ringraziamenti sinceri e non di una pratica da sbrigare
per questioni sindacali.
Se si arriva ai saluti finali,
d’altra parte, significa che il programma ha avuto la durata
prevista, e non è stato troncato all’improvviso, anche se,
in chiusura, il conduttore in buona fede e pervaso di
ottimismo si era congedato dicendo semplicemente “ci vediamo
la prossima settimana”. Quindi il ringraziamento in fondo ha
un suo perché.
Se pronunciata da un ospite, o da
un campione alla fine di una performance sportiva il
ringraziamento non è autoreferenziale, esce dalla tv e si
rivolge a chi a vario titolo gli è stato vicino ed ha una
parte di merito nella sua gioia del momento.
(In questo caso spesso la frase
viene pronunciata come risposta alla inquietante domanda
“Che cosa provi in questo momento?”).
Aree di diffusione:
tutti i programmi della tv generalista e non
Grado di diffusione:
totale
Grado di interesse percepito
del pubblico: debole
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: molto alto
Tono:
toccante, coinvolto, vagamente euforico
Rimanete con noi perché il
meglio deve ancora venire
Lo spettatore anestetizzato non
porta in superficie la domanda che sorgerebbe naturale:
perché non mostrarmelo subito, il pezzo migliore? Lascia che
scivoli via, tra le molte parole possibili che non diventano
frasi, tra i pensieri incompiuti, confusi, o talmente chiari
da non meritare un attimo di attenzione in più.
“Non andate via” è una supplica
laica, una preghiera a volte controproducente, della quale
molti conduttori non riescono proprio a fare a meno. I più
consapevoli sanno che il pubblico non si trattiene
-soprattutto in presenza di break pubblicitari- con
le parole, ma con la forza interna del programma stesso: con
le attese che il racconto, sviluppandosi, ha saputo creare;
con la portata ed il potere attrattivo del momento
spettacolare che sta per arrivare. Anche se non credono alla
reale capacità di convinzione di una frase abusata, non
possono rinunciare alla loro versione della coperta di
Linus.
Aree di diffusione:
tutti i programmi della tv generalista. Alcuni delle tv
satellitari
Grado di diffusione:
elevatissimo
Grado di interesse percepito
del pubblico: scarso
Tono:
imperativo o supplichevole, confidenziale o distante, a
secondo dei casi
Sono davvero molto emozionato…
Pronunciata dagli ospiti si può
presentare in tre versioni – legate allo status di chi la
pronuncia – e di conseguenza assumere significati
completamente differenti e differenti (addirittura opposti)
gradi di verità.
Pronunciata dal conduttore,
presenta due possibilità:
Versione ordinary people
Nella versione Ordinary people,
quando cioè è pronunciata da gente comune riafferma
l’eccezionalità della presenza del protagonista in tv. La
sua unica apparizione televisiva (almeno fino a quel
momento) acquista valore aggiunto perché comporta
un’emozione in più, che da chi la vive si trasferisce a chi
guarda, con effetto immediato.
La verità dell’affermazione,
indubitabile, è legata alla garanzia che l’ospite sia
davvero alla sua prima volta nel piccolo schermo (e alla
promessa ufficiale, anche se implicita, che non potrà
essercene una seconda). L’emozione dell’apparire – vero e
proprio magnete per tutti coloro che continuano a credere
nel diritto/dovere di inserire tra le esperienze
irrinunciabili della vita anche i quindici fatidici minuti
di celebrità (visibilità) è indipendente dalle motivazioni
per le quali l’ospite ha ottenuto il suo lasciapassare
catodico e prevale sul sentimento secondo che attraverso di
lui dovrà pervadere il programma: è l’emozione della
luccicanza che sente avvolgerlo, l’anticipata (e spesso
illusoria ) sensazione che dopo niente sarà più come
prima.
Versione meteore
La wilderness ha ricoperto
l’ospite meteora, ripescato a vario titolo dal programma
nostalgia, dal perfido confronto tra polvere soffocante di
oggi e gli altari intermittenti di ieri, da un pensiero un
po’ troppo laterale, dalla raccomandazione giusta o dal
rimorso che ogni tanto si fa strada nell’insensibilità
generalizzata (e magari per smentirla), per una forma di
pietas o per un surplus di crudeltà. La meteora è
lì, a rivedere il proprio provino di un tempo
irrimediabilmente lontano, o il successo di un mese. Il
tempo trascorso è una lunga parentesi prima di un attimo di
rieternità, quello che verrà capace di nascondere
l’aggettivo che viene dopo promesse (mancate).
Pronunciato in quel contesto, da
chi ha vissuto pochi momenti da celebrità e tutto il resto
del tempo da persona comune, come un’amaca stesa tra il
successo precedente e l’attesa del suo ritorno, “sono molto
emozionato” suscita un brivido freddo, una sensazione di
vuoto, come il ritirarsi di qualcosa.
Dà un senso di mancanza, ma non è
tanto la meteora che è mancata al pubblico, quanto il
pubblico a lui ed il conduttore si affretta a dissolvere il
possibile effetto di una frase che rischia il patetico, con
una lunga teoria di iperboli, quasi sempre gridate, troppo
ostentate per essere almeno parzialmente vere.
L’emozione della meteora invece
lo è, solo che è una sensazione intransitiva, che implode
nel percorso se non viene supportata da un format
forte, capace di sprigionare ora e qui un nuovo sentimento,
che non sia il semplice ricordo di un altro, che si è
dissolto anni prima.
Versione celebrity
È il trionfo dell’ovvietà, della
prevalenza della forma ad ogni costo su ogni speranza di
veridicità.
Versione conduttore
La frase “Sono davvero molto
emozionato/a” viene pronunciata dal conduttore in due casi:
nell’incipit di un nuovo programma (specialmente se segna un
ritorno dopo una più o meno lunga assenza) o quando il
conduttore introduce un personaggio particolarmente
importante (o che vuol credere e far credere che lo sia).
Aree di diffusione:
talk show, varietà, contenitori di tutte le ore
Grado di diffusione:
notevolissimo
Grado di interesse percepito
del pubblico: del tutto assente
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: estremamente variabile
Tono:
toccante, coinvolto e coinvolgente
Vorrei salutare tutti quelli
che mi conoscono!
È il coronamento di un’avventura
televisiva, in genere brevissima e spesso ingloriosa. Viene
pronunciata come premio di consolazione da chi – dopo una
lunga attesa finalmente coronata dalla chiamata in tv – vede
sfumare il sogno di un premio alla prima domanda sbagliata
del quiz di mezza sera, o dopo la prima televotazione in un
talkgame.
Salutare tutti quelli che si
conoscono è una scelta democratica, che lascia un po’ di
amaro in bocca. Per non scontentare qualcuno chi la
pronuncia non fa davvero felice nessuno. Immaginatevi gli
amici del bar Centrale, i colleghi della fabbrica di fuochi
artificiali, i personaggi notevoli del piccolo paese di mare
che aspettano nel cuore della casa – insieme alle famiglie
trepidanti – di sentire risuonare i loro nomi nell’etere.
Invece niente, tutte le
differenze sono annullate in un saluto generale, deludente
come tutti gli slanci pro-forma. Tutti quelli che mi
conoscono è una frase spietatamente generalista,
colpevolmente distante. Unisce gli amici intimi ai più
superficiali tra i conoscenti; il vicino di casa e i
fratelli, il portalettere e il primo amore (che pensando
alla vittoria possibile magari ha pensato “peccato esserci
persi”, ma di fronte alla sconfitta rapidissima si è sentito
un po’ sollevato).
Variante 1:
Negli eventi sportivi minori, dove gli eroi raramente
vengono coccolati dalla tv, la frase viene pronunciata anche
dal vincitore, un attimo dopo la premiazione, come
scorciatoia prima di godersi il breve attimo del trionfo. In
questo caso la fatica incide sulla lucidità e prevale
davvero la paura di fare torto agli esclusi.
Variante 2:
Il protagonista che ha ritrovato la memoria improvvisamente,
o si è pentito o pensa di strappare qualche secondo ancora
di tv al conduttore cambia idea e tradendo la premessa
completa la frase in maniera contraddittoria: “Spero di non
dimenticarmi nessuno se dico mio padre Francesco, la mia
mamma Enrica e via via, sempre più veloce, fino ad arrivare
all’autostoppista anonimo che quindici anni prima gli ha
dato un passaggio dal casello autostradale fino in centro
città.
Attenuanti generiche:
dal momento che la frase viene pronunciata in linea di
massima dopo una prova deludente il perdente in uscita non
vuole trascinare nella sconfitta coloro ai quali ha promesso
una citazione al momento dell’apoteosi.
Oppure l’elaborazione del lutto
gli attenua la memoria, confondendo in prospettiva affetti
profondi e nemici giurati (anche loro, in fondo, sono
compresi tra tutti quelli che conosce).
Aree di diffusione:
game, quiz, talk show game, reality di prima generazione,
eventi sportivi minori
Grado di diffusione:
notevole
Grado di interesse percepito
del pubblico: debole curiosità
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: molto alto
Tono: emozionato, referenziale, fiero, affaticato, sofferto,
deluso
Ipotesi di reato: nessuna
È spesso accompagnata da
sottoslogan del tipo: “So che mi stanno guardando tutti e
gli mando un grande saluto”; oppure “…mia mamma è una tua
grande fan e mi ha detto di darti un bacio” (rivolta al
conduttore).
Abbiamo tirato fuori tutto
quello che avevamo dentro
È la frase di circostanza numero
uno, utilizzata dagli sportivi che hanno appena raggiunto un
risultato eclatante o da un gruppo di artisti (la versione
singolo funziona ugualmente, con il verbo al singolare) dopo
una fortunata esibizione. Viene preceduta da una serie di
domande che si coagulano intorno ad un semplice concetto:
“Cosa vuoi dire al pubblico (agli italiani, a chi ti ama)
dopo questo risultato?”
Variante principale
Vorrei dire soprattutto ai
giovani che il lavoro e il sacrificio pagano sempre
Ti sto vedendo, sei in tv
Siamo tentati di eleggerla a
simbolo di un’epoca. Anche se non è una frase regola. E
nemmeno una frase eccezione. Piuttosto, una non frase, come
vedremo.
“Ti sto vedendo, sei in tv” è il
classico messaggio che riceve lo spettatore di un incontro
di calcio d’estate, il fan di un cantante ad un concerto, lo
spettatore di un evento spettacolare all’aperto che viene
inquadrato per qualche istante in più (per distrazione della
regia, mancanza di ritmo, un intervallo troppo prolungato,
la fortunata coincidenza di trovarsi a completare
un’inquadratura frequentemente utilizzata – dietro un
ospite, il conduttore, la giuria).
Due, tre secondi, poi lo
sconosciuto che vediamo per un attimo viene riconosciuto da
tutti quelli che lo conoscono, che non lo chiamano al
cellulare per non disturbare la trasmissione, ma gli inviano
un sms. Lo sconosciuto senza perdere di vista la telecamera
insperata comincia a cercare l’apparecchio, poi legge il
messaggio: uno, due, tre, si capisce che si moltiplicano e
alza la testa e con uno sguardo diverso risponde ai messaggi
con un sorriso particolare, che contiene tanti segnali:
ringraziamento, soddisfazione, complicità, orgoglio…. Dalla
sua momentanea visibilità, lo sconosciuto dell’inquadratura
accanto benedice tutti quelli che gli stanno confermando la
loro amicizia e la sua esistenza.
Ma allora perché definirla una
non frase?
Per almeno tre motivi, che la
fanno rimanere sospesa nel regno delle allusioni (non delle
illusioni).
1) è una non frase perché non viene pronunciata da
nessuno, ma arriva in forma scritta, via cellulare. Il
destinatario non ha alcuna occasione di rendere pubblico il
contenuto nei dettagli, naturalmente (non ha diritto di
parola, solo di immagine), ma riesce ad esprimerne i
concetti principali con l’espressione tra felice e stupita
di chi ha appena ricevuto una meravigliosa notizia;
2) dal momento che lo spettatore non ascolta la frase, può
solo immaginarla. Una decodifica che non richiede
particolare intuito, peraltro;
3) la frase mai pronunciata non riguarda la sfera dei
protagonisti e dei coprotagonisti, ma per una volta mette
l’accento su figuranti, comprimari, semplici testimoni.
Aree di diffusione:
eventi sportivi, concerti, serate speciali e programmi
d’occasione
Grado di diffusione:
discreto
Grado di interesse percepito
del pubblico: debolissimo
Grado di soddisfazione di chi
lo riceve: altissimo
Grado di variabilità delle
reazioni: molto basso
“Sono proprio io?”
La pronuncia lo spettatore seduto
sull’ideale poltrona di casa, strappato da un cortocircuito
mediale al suo ruolo per assumerne un altro, di momentaneo
coprotagonista. La pronuncia ancora incredulo l’ingenuo
interlocutore, quando sente il conduttore pronunciare il suo
nome, ma questo non gli dà la certezza di essere davvero,
finalmente, chiamato in causa. “E ora sentiamo Giuseppe” in
effetti, non può essere una garanzia totale. Le probabilità
che ci sia un altro Giuseppe in attesa di entrare in scena (vocalmente).
In un certo senso, molti nomi propri sono nomi comuni.
Io rispetto a chi? Io quale? Io
chi? Io cosa? Un nome, un pronome o un cognome? Neppure la
risposta successiva, “sei tu, Mario, sei in onda” è una
garanzia che quel al quale il conduttore si rivolge
sia proprio il Mario che gli chiede, titubante, una conferma
prima di rispondere al quiz o esprimere la propria opinione
sul tema del giorno. I due non si conoscono, anzi solo lui,
il fantasmino del dialogo ipotetico conosce l’altro molto
bene, ma non c’è reciprocità. “Io” cos’è, nella domanda in
questione? La traduzione di un’attesa, la nuova parola
d’ordine dell’incredulità, che scatta nel risentire la
propria voce arrivare da dentro la tv, la modestia titubante
di chi si appresta a vivere una breve emozionante presenza
imperfetta? L’equivalente del “permesso?” sussurrato per
un’antica abitudine quando si entra nella casa di un altro?
Aree di diffusione:
talk show, varietà, contenitori di tutte le ore
Grado di diffusione:
estremo
Grado di interesse percepito
del pubblico: debolissimo
Grado di soddisfazione di chi
la pronuncia: molto alto
Grado di variabilità delle
risposte: molto basso
Tono:
toccante, coinvolto e coinvolgente
Le frasi scomparse
Per chi si fosse messo
all’ascolto in questo momento...
È forse la più famosa fra le
frasi estinte. Chi la pronuncia, oggi, lo fa solo per
evocare il passato. Come una citazione, avvolta nella
nostalgia. Non è stata un’altra frase, a prendere il suo
posto, ma un cambiamento radicale del modo di raccontare
visivamente i programmi. L’uso sistematico della grafica e
delle scritte in sovrimpressione, che descrivono sempre in
tempo reale a che punto siamo del racconto, che sottolineano
i momenti più importanti, che ingrandiscono particolari e
fanno loro eco costituiscono un vero e proprio sottotesto.
“Per chi si fosse messo
all’ascolto in questo momento” riporta ad una televisione
più elementare (non ci faremo coinvolgere in una discussione
sulla sua presunta perfezione). Un modo di fare tv che non
utilizzava ancora quella molteplicità di informazioni
contemporanee, sonore, visive, che rende la schermata di un
programma sempre più simile ad un sito Internet.
Soprattutto i giovani hanno
imparato ad elaborare una modalità di visione diversificata,
popolata di extra, fino a seguire più piani di racconto
simultanei. Un’inquadratura di Chi vuol essere
milionario? contiene una serie molto complessa di
messaggi confluenti, che lo spettatore recepisce con
naturalezza, fino a non notarli più. Li coglie con uno
sguardo complessivo, come quando si legge una pagina
fotografandola nel suo insieme. Non c’è più bisogno di
ricollocare lo spettatore nel momento del suo arrivo, perché
ogni inquadratura gli fornisce tutti i dati che gli
occorrono per sentirsi accolto.
Consigli per gli acquisti
Tra le tante frasi utilizzate per
annunciare l’arrivo della pubblicità tabellare è senza
dubbio quella che ha lasciato il segno più forte. Forse per
la sua brevità, forse per la sua efficacia. Consigli
attribuisce una valenza positiva in partenza agli enfatici
messaggi che precede. I consigli si danno ad un amico e si
accettano da qualcuno al quale si dà fiducia. Il termine
acquisti non solo spiega l’oggetto dei consigli, ma risulta
anche un atto di sincerità. Con un corto circuito
perfettamente riuscito lo spettatore è avvertito che lo
scopo dei minuti seguenti è invitarlo a consumare informato
(e a desiderare ciò che un attimo prima non sapeva di
volere).
La controindicazione principale
della frase Consigli per gli acquisti è la totale
identificazione con chi l’ha coniata. Contrariamente a ciò
che è successo con altre frasi che hanno presto cancellato
la loro paternità, questa rimanda con tale immediatezza a
Maurizio Costanzo che molti conduttori si sentono in dovere
di rielaborarla per non macchiarsi di plagio. Peccato che le
varianti siano sempre un po’ più ipocrite, elaborate e
confuse dell’originale a cui si ispirano.
Frase correlata:
Pochi secondi e siamo di nuovo
da voi
Nota degli autori: consigli per
gli acquisti presenta un altro vantaggio, non minimo:
impedisce al conduttore di mentire sulla durata del break:
“ci vediamo tra un minuto esatto” (quando sono due o tre); …
“solo due minuti e siamo tra voi” (quando sono quattro)…
E adesso guardate dove sono
andato oggi
Variante: Che cosa mi è
capitato oggi
Sono le due formule di rito con
le quali il conduttore lancia se stesso in una
Telepromozione. Non potendo spingersi fino a far credere al
pubblico di essere dotato anche del dono dell’ubiquità,
giustifica la brutta rottura dell’unità di luogo e di tempo
con una frase sorprendentemente banale, che non a caso si è
imposta fino a diventare norma.
Reduce da un incontro
emozionante, da un’esibizione per la quale ha usato tutte le
iperboli a sua disposizione, il conduttore sussurra la
formula che lo proietta nel regno dei consigli per gli
acquisti personalizzati. La telepromozione è più lunga di un
qualsiasi spot; qualche volta cerca di calarsi nello
spirito, nel tono e persino nel racconto del programma che
la contiene (per non risultare troppo fuori tema).
Ma soprattutto trova la sua
continuità con il programma (di cui spesso la marca in
questione è anche sponsor) grazie allo sdoppiamento del
conduttore, che smette i panni dell’officiante per assumere
quelli dell’amico e confidente, che utilizza la credibilità
acquisita nel programma per garantire qualunque prodotto gli
sia stato affidato. Per metterne in luce le caratteristiche,
quasi sempre si trasforma in una specie di Alice nel
paese delle meraviglie, stupito di ogni affermazione che
ascolta, inesauribile fonte di domande destinate a mettere
in luce gli infiniti meriti di un dentifricio, un’auto o una
pensione integrativa per gli anziani.
1) Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo
su “Le frasi celebri della tv. O soltanto le più
utilizzate”.
Vedi “L’attimo fuggente”, n. 11.
*Dice di sé.
Paolo Taggi. Ha passato gran parte della vita a realizzare
cose che potessero finire in una quarta di copertina
realistica e accattivante. Poi si è accorto che neanche
questo gli avrebbe cambiato la vita. Ma è troppo tardi per
tornare indietro: e poi, per fare che cosa? Tutto quello che
sa fare è scrivere, insegnare a scrivere (cinema e
televisione), fare fotografie, ideare programmi e realizzare
documentari, cercando di dare un senso a tutto questo, anche
se un senso non sempre ce l’ha. Glielo avevano detto quando
era adolescente, ma allora non credeva a niente di quello
che gli dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non gli resta
che aspettare: che gli editori gli paghino i diritti su i
suoi libri, che i programmi italiani si vendano all’estero e
che il Novara torni in serie A.
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ALLEN GINSBERG
Oh, caro dolce roseo irraggiungibile
desiderio... la mia unica
rosa stasera, è il dono della mia nudità.
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