INTERVISTE

SABELLI FIORETTI, “UN SURFING
ACCATTIVANTE SULLA SCHIUMA DELLE COSE”


Un grande intervistatore del giornalismo italiano si lascia
intervistare sul tema delle interviste e dire che...


 

Francesco Canino*

 

“L’intervista è come il vino. Quello del contadino fa schifo”. Parola di Claudio Sabelli Fioretti. Incontrare il principe della domanda in questo periodo è davvero un’impresa ardua. Ha lasciato il suo buen retiro di Salina, il profumo di zagare e agrumi, e si è trasferito per qualche mese a Milano: la sua sarà un’estate in città, piuttosto silenziosa e meno caotica rispetto ai ritmi vissuti durante tutto il resto dell’anno, dove dai microfoni di Radio Due condurrà fino al 4 settembre “Un giorno da pecora”, primo esperimento di talk show radiofonico, in tandem col sodale Giorgio Lauro. Visti i troppi impegni è impossibile incontrarlo e parlagli de visu: non resta che arrischiarsi e tentare un’intervista telefonica anche se, come lui stesso spesso ripete, “un’intervista al telefono non crea complicità, l’elemento fondamentale per la buona riuscita della conversazione”.

Sfidando il precetto sabelliano e il timore che sempre si ha (o si deve avere) quando si parla con un maestro, lo chiamo e tutta l’ansia che avevo accumulato preparando le domande svanisce nell’attimo stesso in cui mi risponde al telefono e sfodera un’ironia e una semplicità che mi mettono subito a mio agio. Premesso che non sopporto il troppo protagonismo di certi intervistatori, sono costretto a parlare, se pur brevemente, di me per spiegare quanto fossi contento (e spaventato) di poter intervistare CSF.

Tutto il mio ultimo anno è ruotato intorno alla parola intervista, quasi un mantra ossessivo che ho scritto e ripetuto mille volte al giorno preparando la mia tesi, incentrata sulla metamorfosi dell’intervista, all’interno della quale si delinea una breve inchiesta sul lavoro dei più importanti giornalisti-intervistatori che attualmente scrivono sui principali settimanali italiani. Su cinquanta grandi giornalisti contattati in trentaquattro hanno accettato di rispondere ad una serie di domande su come preparano, scrivono (molto spesso riscrivono) e plasmano le interviste. Non mi aveva stupito più di tanto notare che CSF fosse stato scelto da trentuno di questi giornalisti come il migliore degli intervistatori sulla piazza: “un maestro”, “un faro”, “un punto di riferimento”, “un innovatore”, “un creatore di stile” e via dicendo, sono solo alcuni dei giudizi (da far girare la testa per la contentezza) che hanno decretato la plebiscitaria preferenza per le interviste del barbuto giornalista nato a Vetralla, tanto amante dei monti del Trentino quanto del mare delle Eolie, tanto temuto quanto ricercato (qualche volta inseguito e adulato) dai personaggi che intervista.

 

Siamo nel 2005. Lei scrisse: “Dura la vita dell’intervistatore: deve affascinare i lettori, deve accontentare il Direttore, deve compiacere l’intervistato”. Spiegava ai lettori il perché non avrebbe pubblicato l’intervista fatta (e già scritta) al giornalista e scrittore Ruggero Guarini.

 

“È passato qualche anno, ma il concetto resta uguale. Poi in quell’occasione era forse il commento più giusto visto che mi sono ritrovato di fronte ad una persona, Guarini appunto, che apparentemente aveva accettato di farsi intervistare, ma in realtà voleva solo comandare. È stato uno dei litigi più grossi della mia vita. Ma sa, a volte capita di trovarsi di fronte a persone che scambiano l’intervista per un interrogatorio e si pongono sulla difensiva non capendo che l’unica cosa che devono fare è quella di rispondere alle domande senza preoccuparsi del risultato finale”.

 

Cos’è che la infastidisce in particolare?

 

“M’infastidiscono quelli per i quali l’unica cosa che conta è che dall’intervista venga fuori un’immagine pulita e in linea col personaggio: così facendo non si lasciano andare e si sforzano di far passare solo quello che loro stessi pensano sia il meglio, spesso sbagliando. E tutto per paura di essere giudicati…ma chi se ne importa!”.

 

Nel 1983 il grande Andrea Barbato parlando della vulnerabilità del sistema dell’informazione scrisse: “L’intervista è diventata un po’ il canale attraverso il quale tutto passa, la classe politica esprime se stessa, si duplica, moltiplica la propria immagine, le proprie opinioni attraverso queste interviste che fanno sì che i giornali diventino una specie di registratore, di videocassetta, di verbale stenografico dell’opinione altrui”. Un’analisi ancora attuale non trova?

 

“Sì, anche se Barbato aveva una visione molto pessimistica… e pensare che all’epoca c’erano dei giganti come Enzo Biagi e Sergio Zavoli. Oggi il livello delle interviste ai politici si è abbassato ancora di più e si porge il microfono o la penna, nel caso di un giornale, con un servilismo imbarazzante. Non farò nomi, ma mi è capitato di leggere l’intervista ad un politico scritta da un giornalista considerato piuttosto bravo, che ha pensato bene di esordire chiedendo al politico: “Caro Rossi, come va?”. Dopo questo non resta che un colpo alla nuca”.

 

È messo peggio la tivù o la carta stampata?

 

“A livello di intervistatori direi la televisione. I politici si scelgono quelli che preferiscono, il che è paradossale. A me è capitato una volta di essere invitato in una trasmissione e poi allontanato perchè il tale deputato non gradiva la mia presenza. Ma sai che ti dico allora? Ma vai a quel paese!”.

 

Perché secondo lei il genere intervista è dilagato così tanto negli ultimi anni? Non c’è settimanale o mensile che non ne pubblichi due o tre a numero…

 

“Me lo sono chiesto molte volte, ma non saprei dare una risposta precisa. Io faccio interviste da trentotto anni e mi ricordo che fino a qualche tempo fa i direttori le snobbavano, quando le proponevi ti guardavano male. Ora è come se fosse stata riabilitata e tutti riempiono i giornali con questo genere che sicuramente è molto appassionante e ai lettori piace.

 

Non tutte le interviste però sono uguali: si leggono anche parecchie porcherie in giro.

 

“In generale non tutte sono bellissime, è vero. Ma non so se siano propriamente delle schifezze. Direi piuttosto che ci sono interviste preparate meglio o peggio e scritte meglio o peggio. Penso ad esempio a quelle di Roberto Gervaso: non posso dire che siano interviste brutte, però sono leziose e barocche. A me non piacciono quelle in cui lo stile, che per me è solo un mezzo, prevale sui contenuti”.

 

Mirella Serri, Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma e collaboratrice de “La Stampa”, mi ha detto: “Penso che come ci si prepara da intervistatori bisognerebbe anche studiare da intervistati. Ogni interpellato al suo livello e secondo la sua specifica competenza dovrebbe cercare di essere interessante, coinvolgente e mai banale Ma spesso gli intervistati non studiano abbastanza”. Concorda?

 

“Ha ragione, ma solo in parte. Io penso che tra i due sia l’intervistatore a dover essere maggiormente attrezzato, deve sapere tutto dell’intervistato e preparato al massimo sulla persona che ha di fronte”.

 

Allora è vero quando dice: “Leggo tutto quello che c’è da leggere, sia quello che altri hanno scritto sull’intervistato sia quello che lui ha prodotto: Emilio Fede ha scritto dieci libri, vi rendete conto? Sono un martire!”.

 

“Scherzo, ma fino ad un certo punto. Credo che il successo e la buona riuscita delle interviste dipenda soprattutto dalla preparazione che, nel mio caso, è meticolosa e quasi ossessiva. Io potrei psicanalizzare l’intervistato per la mole di nozioni e di cose che so su di lui…”.

 

Su oltre 500 interviste, a parte l’episodio già citato con Ruggero Guarini, annovera un altro litigio, quello con Ida Di Benedetto, e due conversazioni mai pubblicate: partiamo da quella con il regista e coreografo Sergio Japino.

 

“Quello fu un episodio che serve anche a spiegare come lavoro. Come sempre mi ero preparato molto bene, ma avevo dimenticato a casa i fogli con le domande. Non è che senza copione io non sappia fare un’intervista, perché un bel po’ di esperienza l’ho fatta in questi anni di lavoro, però nel caso dell’incontro con Japino sono rimasto spiazzato e non sono riuscito a rimediare… diciamo che avere un serio canovaccio scritto di domande è una salvezza specie se il personaggio è piatto, noioso e non ha nessun interesse a raccontarsi e ad aprirsi”.

Con Alain Elkann invece la conversazione non arrivò mai alla fine.

 

“Proprio così. Arrivai al Ministero della cultura con le mie domande e i miei registratori. Lui era tranquillo, chiacchierammo parecchio finché ad un certo punto si alzò e mi disse: “Mi spiace ma ho cambiato idea: non voglio più essere intervistato”. Lì per lì pensai ad uno scherzo, perché mi pareva strano che dopo un bel po’ di domande avesse realmente cambiato intenzione. Quando poi lo vidi uscire dalla stanza capii che faceva sul serio, ma nemmeno in quel caso me la sono presa perché penso che ognuno di noi ha il diritto di cambiare idea: così come io ho il diritto di pensare che lui sia un maleducato. Oltretutto non mi aspettavo un atteggiamento del genere da uno che nella vita fa anche l’intervistatore”.

 

Considerata l’imponente mole di interviste che ha realizzato ci si aspetterebbero molti più litigi e qualche querela. Invece niente. Qual è il suo segreto?

 

“Sono due. Registro sempre tutto, così evito misunderstanding e incomprensioni, che sono la prassi quando uno prende solo appunti e magari lo fa pure male. E poi, cosa molto importante, da sempre faccio rileggere il testo all’intervistato prima di mandarlo in stampa. Ci sono dei colleghi, specie quelli duri e puri, che mi criticano per questo.

Scegliere se far rileggere o meno è in generale una vecchia diatriba del giornalismo, ma io rivendico questo mio modo di fare, che da una parte tutela me e dall’altra tutela l’intervistato, che ha tutto il diritto di fare fino all’ultimo piccole correzioni, chiaramente senza alterare i contenuti dell’intervista che io intendo come un prodotto artificiale, che dunque va aggiustato e preparato con cura e attenzione”.

 

“L’intervista è come il vino. Quello del contadino fa schifo”. Lo ripete spesso.

 

“Perché come per fare del buon vino non basta spremere l’uva, così per fare una buona intervista non basta scriversi quattro domandine su un foglio di carta. L’intervista è un prodotto artificiale, va manipolato, aggiustato e rifinito, e come il buon vino ha bisogno di cure, di attenzioni e qualche volta anche di correzioni. Non è un prodotto ruspante e se si vuole portare a casa un’intervista ben fatta, che si faccia leggere con piacere da chi compra il giornale, si devono seguire delle regole semplici ma fondamentali”.

 

Della prima abbiamo già accennato: la preparazione deve essere meticolosa.

 

“Questa è la fase più importante del mio lavoro. Voglio e devo sapere tutto del personaggio che avrò di fronte, per cui mi documento per giorni, leggo tutto ciò che è stato scritto e detto su di lui, faccio un giro di chiamate chiedendo ad amici e nemici della persona che dovrò intervistare informazioni e curiosità, magari inedite, che potranno essermi utili anche solo per una domanda. E poi procedo nella scrittura delle domande”.

 

Si favoleggia di interviste lunghe tre o quattro ore, in sostanza delle sedute di psicanalisi.

 

“Ma è proprio così. Mi preparo dieci o anche venti pagine di domande, scrivendomi già anche quelle di riserva nel caso il personaggio non risponda a qualcosa, perché non mi piace lasciare nulla all’improvvisazione. Non mi vergogno affatto, come invece capita a certi miei colleghi, di presentarmi con i fogli pieni di domande perché per me sono fondamentali: chiaramente sono pronto ad abbandonare il copione o ad invertire l’ordine delle domande se è il caso e se l’intervistato mi porta verso argomenti che non avevo previsto”.

 

Dicevamo prima che è scoppiata una sorta di intervista-mania e, soprattutto i settimanali, da qualche anno a questa parte sono zeppi di conversazioni, proposte in tutti i formati. Mi racconta con che sguardo legge le interviste scritte dai suoi colleghi?

 

“Senza dubbio con occhio tecnico. Maneggio da così tanti anni la materia che mi accorgo subito quando l’intervistatore si è preparato bene, quando ha improvvisato, spesso malamente, quando tra i due non c’è stata sintonia e quando il giornalista si è inventato qualcosa… e ci sono molti colleghi che smaniano di dimostrarsi cattivi e giocano a fare domande scomode e irriverenti: peccato le inseriscano solo al momento della scrittura dell’intervista perché nel faccia a faccia non hanno avuto il coraggio di mostrare i muscoli”.

Qual è l’errore in cui più spesso cadono gli intervistatori?

 

“Fondamentalmente due. Non registrano l’intervista che è invece importantissimo perché così si evita il rischio di falsare il pensiero dell’intervistato… io poi, come ho già detto, non prendo appunti perché tanto farei fatica a decifrare quello che ho scritto (ride). L’altro errore, e lo ripeterò fino alla nausea, è quello di non prepararsi bene e di pensare che tanto con l’improvvisazione si può ottenere in ogni modo un buon risultato. Invece non è mai così”.

 

Che effetto le fa essere considerato un maestro delle interviste? Le piace o la imbarazza?

 

“No no, sono contentissimo. Consideri che sono narciso ed egocentrico per cui mi piace questa definizione. Se poi i complimenti vengono dai colleghi mi solleticano ancora di più la stima, perché arrivano da persone che lavorando nel giornalismo riconoscono delle qualità che ho sviluppato in quasi quarant’anni di lavoro”.

 

A proposito di colleghi giornalisti: vediamo cos’hanno detto di lei, senza ruffianeria, alcuni dei più bravi intervistatori italiani. Partendo da Giancarlo Dotto che ha dato una definizione molto particolare: “Sabelli Fioretti è un surfing accattivante sulla schiuma delle cose, mi piace”.

 

“Interessante. Questa è molto carina perché ha colto nel segno una mia caratteristica, che è quella di non provare il gioco facile del finto approfondimento, pur senza essere troppo superficiale: riconosco di non essere uno pesante, perché voglio che le mie interviste possano piacere ed essere comprensibili a tutti i lettori del giornale per il quale scrivo. Dotto per altro è davvero molto bravo, sicuramente tra i migliori dieci intervistatori in circolazione”.

 

Stefano Lorenzetto ha scritto: “Claudio Sabelli Fioretti e Giancarlo Perna sono le stelle polari che hanno sempre orientato il mio la­voro”.

 

“Beh questo mi lusinga molto, ma ho paura che la gente penserà ad un accordo sottobanco, ad una combine tra me Lorenzetto e Perna perché sono anni che rilasciamo pubblicamente attestati di reciproca stima (ride). Ma Perna non ha detto nulla di me?”.

Si, e giusto per proseguire nel ménage à trois, ha scritto: “Stefano Lorenzetto è quello che scrive meglio. Claudio Sabelli Fioretti è quello che cava di più dalle sue consenzientissime vittime”.

 

“Ha ragione Giancarlo: i miei intervistati sono sempre consenzienti, tranne nel caso già citato di Guarini, mentre altri non lo sono proprio del tutto ma fanno buon viso a cattivo gioco. In generale se accettano di farsi intervistare sanno a cosa vanno incontro”.

 

C’è poi la giovane Barbara Romano, di “Libero”, che mi ha detto: “Il miglior intervistatore italiano è Claudio Sabelli Fioretti. È il mio maestro, anche se lui non lo sa”.

 

“Beh ora lo so. La ringrazio. La leggo spesso e trovo che sia molto brava. Tra le giovani era molto brava anche Candida Morvillo quando scriveva per “Vanity Fair” e per “A”. Purtroppo poi ha scelto di far carriera e ha lasciato da parte la scrittura”.

 

A proposito di scelte: perché ad un certo punto lasciò il magazine del “Corriere della Sera” mollando milioni di lettori orfani del gioco della torre, degli adulatori e dei voltagabbana?

 

“Ho smesso perché lavoravo troppo e avevo voglia di fare altro. Di base sarei un conservatore, ma anche un innovatore per cui cambiare mi piace e inseguo la curiosità e le nuove avventure. Anche quelle più cretine come quella di fare a piedi da Masetti, frazione di Lavarone, a Vetralla, come feci qualche anno fa”.

 

Se dovesse definire con un solo aggettivo la sua anima direbbe che è…

 

“Cialtrona, senza dubbio (dice ridendo). Mi piace fare cose matte e un po’ imbecilli, cambiare all’improvviso, fare le valigie, partire e buttarmi in una nuova avventura. Ora ad esempio ho la fissa della Transiberiana, per cui progetto di prenderla e di arrivare in treno fino a Pechino”.

 

Idea da rimandare a settembre visto che sarà impegnato tutta l’estate, per il secondo anno consecutivo, ai microfoni di Radio Due con “Un giorno da pecora” al fianco del suo amico e compagno di avventure Giorgio Lauro.

“Esatto. Si tratta del primo esperimento di talk show radiofonico. Ci divertiamo molto a scandagliare argomenti di tutti i generi, anche quelli più seri e pesanti, ma sempre mescolando ironia e leggerezza, seguendo così la più classica delle lezioni arboriane. E avendo come obiettivo quello di non fare mai sbadigliare chi ci ascolta. Il promo della trasmissione è un piccola chicca perché lo ha fatto il Presidente Francesco Cossiga, che si è trasformato per noi in Dj Kappa”.

 

A Cossiga lei è legato a filo doppio: “Cossiga – L’uomo che non c’è” è, infatti, uno dei sei libri-intervista che ha scritto per Aliberti Editore.

 

“Uno di quelli che ha avuto maggior successo, anche se non l’avrei mai pensato. Ma del resto credevo che quello dedicato a Franco Grillini avrebbe avuto una grande eco, invece ha venduto molto di più quello di Cossiga. È divertente trasformare delle interviste in libro, perché puoi approfondire ancora di più la conoscenza del personaggio e qualche volta cambiare idea. Penso al libro-intervista col Ministro Sandro Bondi.

Sono uno dei pochi uomini di sinistra in Italia a cui Bondi sta simpatico: quella è stata una delle poche interviste che mi ha fatto cambiare il giudizio, o forse il pregiudizio, che avevo sull’intervistato. Ho scoperto che ci sono due Bondi: quello che va in tivù a difendere a spada tratta Berlusconi, e quello gioviale e simpatico con grande senso dell’umorismo che incontri a cena. Uno completamente diverso dall’altro, uno che non conosce l’altro al punto che forse nemmeno Bondi stesso conosce i suoi due io (ride)”.

 

Il motto del tuo sito è “Chi non ha un blog oggigiorno”. Sempre più spesso in libreria troviamo dei libri che sono tratti dai blog personali degli autori, tanto che si parla si block, cioè la crasi di blog e book, e tu stesso hai tratto dal tuo blog un libro. Che idea si è fatto di questo genere editoriale?

 

“Li vedo in realtà come due mondi molto diversi e così distanti che finiscono per non toccarsi. Il libro e il blog sono universi paralleli, che fanno fatica ad essere accomunati. In Italia poi i giovani non leggono i quotidiani e i lettori di libri, adulti e non, sono sotto i dieci milioni cioè molto pochi. A meno che non si tratti di un caso editoriale pazzesco non vedo continuità tra le due cose”.

Ultima domanda. È vero che sul suo biglietto da visita c’è scritto: “Non ho mai partecipato a “Porta a porta”, non sono mai stato in vacanza a Capalbio e non ho mai votato Democrazia cristiana”?

 

“Sì. Però nel frattempo sono stato, anche se involontariamente, a “Porta a porta” perché ero ospite al festival di San Remo e mi ritrovai nello studio allestito al teatro del casinò dove andava in onda la trasmissione di Vespa. A dirla tutta poi sono stato anche in vacanza a Capalbio a casa di alcuni amici e, come dice il mio amico Giorgio Lauro, pur non avendo mai esplicitamente crociato Dc ho votato per il Partito democratico, che ha al suo interno la Binetti, dunque è come se lo avessi fatto. Dice che è arrivata l’ora di buttare i biglietti e di farne di nuovi?”.



*Dice di sé.
Francesco Canino. Nato a Torino ventisette anni fa, laureato in scienze politiche. Amerebbe scrivere un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella comunicazione politica Italiana. Pur non credendo nella reincarnazione, nella vita precedente pensa di essere stato un ozioso aristocratico dell’antica Roma morto (continuando a mangiare) durante l´eruzione del Vesuvio del 79 d.C. In quella futura spera di essere la nuova Raffaella Carrà.








ALDOUS HUXLEY

Sto pensando a cosa Adamo ha visto il giorno
della sua creazione – il miracolo momento per momento di
un’esperienza completamente nudo.








 

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