AMARCORD

COPPI & BARTALI,
DUE AMICI CHE L’ITALIA VOLEVA RIVALI


Scritto con Andrea Coppi e Marina Bartali, i due figli che più hanno spartito
il tempo del duello fra i loro padri, un libro prova a chiedersi se davvero c’era
fra i due campioni tutta quella competizione di cui si scriveva, si parlava,
si nutrivano le conversazioni, le attese, i pronostici (1)


 

Gian Paolo Ormezzano*

 

In questo libro dovrò usare parecchie volte la prima persona singolare, da me volontariamente evitata quasi del tutto in oltre mezzo secolo di giornalismo (…).

Il fatto è che gli anni passano, gli amici o i complici se ne vanno, e così mi trovo sempre più spesso solo a ricor­dare, a testimoniare, a poter e dover usare l’“io c’ero”.

 

 

 

Cinquanta e dieci

 

Nel 2010 saranno cinquant’anni da che è morto Fausto (2 gennaio 1960), e dieci anni da che è morto Gino (5 maggio 2000). Per quarant’anni e quattro mesi Bartali è rimasto su questa terra anche a testimoniare Coppi, a dire della loro rivalità. I due dovevano operare insieme nel 1960, alla guida di una squadra innovatrice, già esistente e dedicata ai giovani professionisti, intitolata a un’acqua minerale e a un’aranciata famose – da qui il nome di San Pellegrino –, e votata a un talento emergente, l’ex pastorello emiliano Romeo Venturelli, meteora classica se ce ne è stata una.

Bartali, che aveva lasciato il ciclismo pedalato nel 1954, di questa squadra era il direttore sportivo (la carica era già sua, ma nell’occasione veniva ribadita e ingrandita), Coppi doveva essere il grande corridore all’ultima stagione, la bandiera, il monito, il sommo guru pedalante accanto ai discepoli.

Una malaria contratta in un paese dell’Africa centrale durante un safari di fine anno 1959, o addirittura laten­te nel corpo del campionissimo dai tempi della prigionia “militare” nell’Africa del Nord, una malaria non indivi­duata dai medici uccise Coppi all’alba di quello che sa­rebbe stato sicuramente un anno speciale, suo e di Bartali e del ciclismo italiano e mondiale.

Per inciso, devo al reportage sulla morte di Coppi la partenza lanciata di una bella mia vicenda giornalistica personale, la vicenda che ha riempito la mia vita di lavoro, lungo e tanto e bello: nel 1959 avevo seguito per “Tuttosport” il Giro d’Italia, il mio primo, soprattutto per rispetto della volontà di un defunto, il direttore – Carlo Bergoglio detto Carlin, gran tifoso di Bartali e anche gran cantore di Coppi – del quotidiano sportivo torinese. Carlin aveva annunciato per tempo di volermi portare con sé al Giro (tenevo in quella primavera del 1959 ventitré anni e rotti) per farmi fare esperienza e soprattutto per dettare al telefono gli articoloni che lui scriveva a mano: sì, perché io ogni martedì, quando lui a casa sua componeva un pa­ginone e passa di giornale per l’edizione del mercoledì, intitolata appunto “edizione Carlin”, facevo la spola, con una vecchia auto a metano ereditata da mio padre che se ne era andato via troppo presto da questo mondo, in tem­po comunque per amorevolmente convincersi che dovevo fare il giornalista e non – suo sogno – l’ingegnere edile, lasciandomi con la mia grande mamma e due fratelli pic­coli, facevo la spola dalla redazione a casa sua e ritorno, per rifornire in continuazione la tipografia dei suoi fo­glietti di taccuino scritti a mano con grafia minuta assai, e leggendo, anzi divorando, il testo in anteprima ai semafori ero diventato un esperto della sua scrittura.

Carlin morì di ictus il 25 aprile di quel 1959, il Giro d’Italia partiva il 16 maggio, al giornale rispettarono comunque la volontà di quel grande giornalista che peraltro sognava soprattutto di essere stimato come bravo pittore, e io fui aggregato a quella che allora si chiamava l’équipe di “Tuttosport”. Ma in quel Giro ebbi compiti, come dire?, minori, sommerso da un gruppetto di inviati speciali molto più speciali di me.

Uscii nuovamente dalla zona nobile e necessaria del la­voro, soprattutto redazionale, sei mesi dopo la conclusio­ne di quel Giro; vi uscii per andare a vedere e raccontare sul quotidiano “Tuttosport” l’ultima tragedia di Coppi, e non ci rientrai più: in quell’anno, per me giornalista appena regolarizzato come iscrizione all’albo, i Giochi olimpici invernali di Squaw Valley, California, Usa.

Niente Giro d’Italia perché si era preferito inviarmi ad un concomitante stage calcistico a Parigi presso il quo­tidiano sportivo francese, a tradurre al volo, “in diretta” al telefono, grazie alla mia strana, ma buona francofonia, per noi i testi dei suoi giornalisti, per loro i nostri testi delle partite di calcio di una vasta manifestazione calcistica che coinvolgeva tante squadre appunto d’Italia e di Francia.

Niente Giro ma, dopo il mese parigino, il Tour de Fran­ce vinto dall’italiano Gastone Nencini, toscano pieno, ruspante come Bartali, e poi nella stessa estate per me magica i Giochi olimpici estivi di Roma: insomma la pro­fessione piena di inviato (speciale, si diceva e scriveva allora), con tanto di assunzione dopo tanto precariato per quasi sette infiniti anni in uno status, anzi in un non status che allora si chiamava abusivato ed era più lungo, ma an­che più caldo e utile di quello di adesso: nel senso che si imparava davvero il mestiere, in un Paese tanto pieno di speranze sagge quanto allora felicemente vuoto di televi­sione troppo presto scema e stornante e di succedanei di essa anche nella stampa scritta.

Paradossalmente divenni giornalista aiutato anche dal fatto di non essere giornalista, e tento di spiegarmi: si te­neva ogni 31 dicembre a Torino, nel celebre teatro Ca­rignano, un veglionissimo importantissimo per la crema della città, detto appunto “dei giornalisti”. La gente della meglio società cittadina cercava gli inviti preziosi presso giornalisti amici, io non ero ancora giornalista manco pra­ticante e quel 31 dicembre del 1959 dopo un amaro fru­strante brindisi di mezzanotte, non ricordo dove e con chi e con quali bevande sicuramente pessime e poco costose, andai a dormire. Il giorno dopo nella redazione di giornalisti-giornalisti tutti reduci dal veglione ero l’unico non sbadigliante, per questo verso le 17 fui spedito a Tortona dove Coppi era stato ricoverato in ospedale (non c’erano allora nelle festività di fine anno i giorni senza giornali). Forse, se fossi andato anch’io al veglione e fossi stato, quel pomeriggio del 1° gennaio 1960, pieno di sbadigli la mia vicenda, anzi la mia carriera (parolaccia, ma serve a spiegare) avrebbe preso una piega diversa.

Essì, arriva – non ricordo più il vettore – la notizia in redazione nel pomeriggio avanzato: Coppi sta male. Uffa, quello lì ne ha sempre una. No, questa volta sta davvero male, lo hanno ricoverato d’urgenza all’ospedale di Torto­na, più attrezzato di quello di Novi Ligure che pure è più vicino a casa sua. Chi parte? Tutti in redazione guardano al più giovane, l’unico a non aver fatto l’alba: non sbadi­glia, scrive in fretta, può darci in tempo una colonnina di notiziario, poi domani si vedrà, magari se ci saranno cose grosse verrà mandato un giornalista esperto. Si rimedia un’auto, strade ghiacciate (autostrada da venire), guida un autista della famiglia dei proprietari del giornale, un fuoristrada ad Asti senza danni seri, finalmente Tortona e subito Mario Mogni, il corrispondente locale, il quale dice che la febbre è alta e che qualcuno parla già di stato prea­gonico del Campionissimo, ricoverato lì da poche ore…

Coppi morì il mattino del 2, scrissi per tutta la notte, nutrendo il giornale di centinaia di righe per una serie pro­gressiva di edizioni sempre più allarmanti: l’agonia era chiara e pretendeva sempre più spazio, sacrificando quasi tutto il resto dell’attualità. Quando – ricordo l’ora, erano le 7 – si dovettero mandare a casa i tipografi, dopo ore e ore di lavoro nella notte e all’alba, si sapeva che Coppi ormai stava morendo. Lui spirò poco dopo la rinuncia no­stra coatta – impossibile proseguire con gli straordinari in una tipografia di cui il giornale era un inquilino – di stare dietro al dramma con ancora un’altra edizione speciale.

Avevo conquistato un letto in un alberguccio di Tortona, da qualche minuto stavo inutilmente cercando di dormire almeno un pochino (niente da fare, enorme la tensione, l’emozione del giornalista giovane e anche la commozio­ne del tifoso) quando il collega Ruggero Radice, amicis­simo di Fausto ma anche amico di mio papà e mio, e a me assai vicino nei miei primi passi “ciclistici”, bussò: aveva gli occhi rossi, “se ne è andato”, mi disse.

Mi venne in mente mio padre che il 4 maggio del 1949 – avevo 13 anni e mezzo – era entrato nella mia stanza da letto, che era poi anche la cucina del nostro alloggetto, dove smaltivo sonnecchiando, alle cinque e passa della sera, una leggerissima influenza, e mi aveva detto singhiozzando che l’aereo con i calciatori del mio Grande Torino si era schiantato a Superga, erano morti tutti.

Ricordo tutto di quel mio Coppi, emozione e commozione e ritorno a Torino con appena il tempo di prendere qualcosa per passare a Tortona la notte successiva in albergo e non nella corsia di un ospedale, e per seguire per il giornale i funerali.

Lavorai bene nonostante il dolore, fecero il titolo più intenso del giornale su una mia frase – “è morto da su­peruomo” – che diceva della lotta tremenda, quasi feroce dell’organismo dell’atleta contro un male che restava mi­sterioso, nonostante l’accorrere al suo capezzale di medici illustri, esperti anche in malattie tropicali.

Al ritorno in redazione trovai una lettera del direttore Antonio Ghirelli, un grande. Mi faceva i complimenti per gli articoli, tanti complimenti per tanti articoli, e però mi ammoniva per iscritto: “Il titolo sul superuomo va bene a patto che ci si ricordi sempre che gli ultimi presunti su­peruomini, i nazisti, sono finiti, nell’ultima guerra, sotto i cingoli dei carri armati del generale americano Patton”. Bella lezione, grazie ancora.

Avevo vissuto in pieno il dualismo dei due grandi campioni, da ragazzo tifoso e poi anche da giornalista o aspirante tale. Ero tifoso di Coppi senza un perché chiaro (manco sapevo che calcisticamente era granata come me, “fatto” ipertifoso del Toro da mio padre), di Coppi il cui nome avevo sentito per la prima volta al Motovelodromo di Torino, nel 1946, in una riunione su pista a cui il genitore amante di tutto lo sport aveva voluto portarmi perché fossi contagiato dalla pratica spinta dell’attività fisica, io che rischiavo di pensare sin troppo allo studio, da secchio­ne pallido. Fausto era anche inseguitore e si era permesso di impegnare a fondo in pista un certo Ortelli che pure la gente applaudiva assai (aveva appena vinto la Milano-Torino proprio su quella pista).

Avevo poi fatto in tempo a conoscere diciamo adesso giornalisticamente, ma per me allora soprattutto fisica­mente, direttamente, “toccando” l’idolo, Fausto Coppi, grazie ad una mia intervista a lui, gentilmente concessa al pivello che ero e ovviamente definita esclusiva, appun­to in quel 1959 della mia prima corsa rosa, alla vigilia del Giro d’Italia che però il Campionissimo, all’occaso atletico, non aveva corso per ragioni fisiche che nessuno voleva chiamare anagrafe ormai pesante di un trentano­venne consumato da fatiche e incidenti. Quanto a Bartali, aveva lasciato il ciclismo nel 1954, quando io ero appena un ragazzo di redazione, un giovane di studio.

Dal 1960 ho “patito” – per molti dei miei tanti anni di lavoro pienissimi di ciclismo, conclusisi, con l’accumu­lo di attività professionale sino alla pensione, all’inizio del 1991, e ricchissimi di ventotto Giri d’Italia e dodici di Francia –, ho “patito” dicevo Bartali che ricordava Coppi morto quel 2 gennaio a Tortona; Bartali che parlava ad ogni occasione di Coppi, spesso ovviamente limitandolo, onestamente cercando di dimensionarlo, anche perché la morte prematura dell’eroe aveva acceso nostalgie coppia­ne integraliste, memorie forti ed esclusivizzanti che sem­bravano penalizzare il superstite.

Diciamo che per diventare amico di Gino ci ho messo vent’anni di frequentazione, di sodalizio, di tappe del Giro sulla sua auto, di cene, di partite a boccette la sera nei retrobar di paeselli spenti, di partecipazione durante la corsa al suo festival personale di grande continuo reducismo fra la gente che lo riconosceva, lo invocava, lo faceva fermare per una foto di matrimonio, di prima comunione, o anche soltanto per un bicchiere di vino. Sono fiero e onorato di poter dire che siamo diventati amici, invecchiando vicini nonostante lui avesse ventun anni più di me.

Intanto facevo crescere in me il culto di Coppi, avevo la fortuna di conoscere e un pochino frequentare i suoi due figli, Faustino soprattutto e poi Marina; Faustino nato dopo Marina, ma arrivato prima di lei nella mia vita gior­nalistica grazie ad un appassionato novese, Pino Villa, un amico di suo papà e amico mio (e comunque Marina poi mi ha gratificato con tanta amicizia ricambiatissima).

Tornando a Bartali, ho conosciuto anche sua moglie Adriana, dolcissima compagna di viaggio ai tempi dei va­gabondaggi del campione nell’Italia che lo ricordava; ho conosciuto bene il suo figlio Andrea dopo la morte di Gi­no, al di là di frequentazioni occasionali antecedenti, ed è stata una cosa bella, tenera, che dura. Quando Gino stava per andarsene da casa sua mi preavvertirono: un tumore aveva aggravato il suo declino da vecchiaia. Non andai al funerale, non amo certe ufficialità del lutto, a quello di Fausto ero inviato per lavoro.

A proposito dei due decessi, ho due episodi da allaccia­re ad essi. Uno, postumo, il biglietto di auguri per un buon 1960 firmato Fausto Coppi, evidentemente pensato eguale per tutti i giornalisti di ciclismo, che mi arrivò dopo la sua morte. Era stato spedito da Novi Ligure a Torino, neanche cento chilometri, a fine 1959 e a quei tempi (soltanto?) le poste pativano terribili intasamenti sotto le feste, e mi procurò un dolore speciale, contorto e profondo insieme, quasi fosse una sorta di certificato di morte (oh il mio di­spiacere di non riuscire mai a spiegare bene a Marina cosa di grande, di favoloso, di fiabesco, di trascinante fu suo padre per me, quante attese trepide e quanti sogni realiz­zati gli devo!).

L’altro ricordo, precedente alla scomparsa del campio­ne, è quello di quando Gino Bartali era stato colto da un malore che lo aveva costretto ad accettare un bypass, e scherzando gli avevo detto, la prima volta che lo avevo rivisto, che avevo già scritto, come tutti al primo allarme serio sulla sua salute, il classico “coccodrillo”, l’articolo commemorativo che ogni giornale tiene pronto su ogni grosso personaggio, in caso di decesso improvviso. “Non sono più un giornalista a stipendio fisso – gli dissi super­scherzando –, sono pagato ad articolo e se tu non ti decidi a morire mi hai fatto lavorare invano”. Lui mi ribatté, par­lando duro alla toscana: “Sarei proprio curioso di leggere le bischerate che hai scritto su di me”. E io: “Appunto, tu ti decidi a morire, vai di certo in cielo, da lassù puoi leg­gere tutto”. Lui mandò avanti il gioco, finse di arrabbiarsi con me. Un comune amico, ex corridore e impresario di pompe funebri, Alcide Cerato, lo abbracciò dicendogli: “Gino, sai che Gian Paolo ti vuole bene”. E visto che lui continuava a fare il broncio, aggiunse: “E intanto io ab­bracciandoti ti ho preso le misure della bara”. Solo un pio come Gino riuscì, a quel punto, a non eseguire atti impro­pri con appropriati commenti e maledizioni.

Mi piace anche dire che sono l’autore di una frase sen­tenziante forse valida a proposito del gioco, diffusissimo negli sport, di giocare a quale campione è stato il massi­mo: “Coppi il più grande, Merckx il più forte”, ho scritto, e mi riprendono ancora la frase stessa, usandola in manie­ra ottima e abbondante. Quanto a Bartali, se ho un ram­marico è quello di non essere mai riuscito a liofilizzare la sua grandezza, unica, in poche parole scritte. Ma il fatto è che tra noi due parlava soprattutto lui...

 

I dubbi e il perchè

 

Ci siamo, nel senso che arrivo ad altri e – spero – con­vincenti e definitivi perché di questo libro. Frequentando Andrea, frequentando Marina, i due figli che più hanno spartito, per ragioni anagrafiche, il tempo grande del duello fra i loro padri, ho provato a chiedermi e soprattutto a chiedere se davvero c’era fra i due cam­pioni tutta quella rivalità di cui si scriveva, si parlava, si nutrivano le conversazioni, le attese, i pronostici. Ho co­minciato a sussurrare i miei dubbi ad Andrea e a Marina – fra l’altro buoni amici tra di loro, saldati da ricorrenze, rievocazioni, cerimonie assortite –, invitandoli a ricorda­re, a testimoniare. Li ho immediatamente scoperti dalle mie parti di pensiero, inconsciamente e no.

Devo subito precisare che Andrea rievoca il papà da ti­foso, da tifoso anzi appassionato e intanto documentato, mentre Marina accesa partigiana “ciclistica” di papà non è, non può esserlo al di là si capisce di un tifo affettivo più che competente: perché Marina era piccola assai quando papà vinceva, Marina stava con la mamma quando il pa­pà vinceva ancora, ma se n’era andato di casa, divenen­do una figura in un certo senso da rimuovere, da ovattare col silenzio. Marina poi ha perso il papà quando aveva troppo pochi anni – tredici: bambina? ragazzina? – per “studiarne” subito la figura sportiva e diventare sacerdo­tessa impegnata e piena del culto, almeno per quel che concerne l’ufficialità di esso. Così almeno penso, penso non affermo decisamente: perché non ho certo la pretesa gaglioffa di sapere e potere entrare nella testa e nel cuore di qualcuno.

Il libro nasce, oltre si capisce che da una mia convin­zione giornalistica e persino storica – le due prossime ri­correnze a cifra tonda –, dal gran parlare che ho fatto con i due sui loro padri, e anche con uno sul padre dell’altra, con una sul padre dell’altro. Andrea più ricco di dettagli, si capisce, lui insieme col padre per tantissimi anni, ol­tre mezzo secolo dall’avvento nel bambino dell’età della ragione. Marina più affidata a lampi di interpretazione, magari su mie sollecitazioni: lei comunque ha spartito in qualche modo direttissimo o indiretto col padre tredi­ci anni, e lui anche quando se n’era andato di casa per andare a vivere con Giulia Occhini detta la Dama Bian­ca era sempre in qualche modo vicino alla figlia, arriva­va al sotterfugio per farle visita, deviava per lei il corso normale degli allenamenti e il corso complicato della sua nuova vita. E se questo può significare poco ai fini della documentazione, significa molto ai fini della rievocazione sentimentale.

Ognuno dei due campioni era, per Andrea e per Marina, l’amico di papà. Nel loro inconscio, ma anche nella realtà dei fatti che li concernevano. Casomai “quello là” lo dice­va Gino di Fausto, lo diceva (meno) Fausto di Gino. Mica con convinzione. E mica sempre, magari soltanto quando c’era qualcuno, specie giornalista, a sentire. Poteva acca­dere che uno facesse eseguire operazioni di spionaggio sull’altro, ma anche questo era in fondo un omaggio, per­ché significava riconoscere la forza del rivale e studiare le misure, preparare i piani per contrastarlo, per batterlo o almeno per non essere da lui malamente sconfitto.

In sostanza, una rivalità nata in entrambe le parti dalla stima, una preoccupazione reciproca di genesi diversa, ma di pari intensità.

Considerando che i due si dividevano, molto sempli­cemente, tutta una certa vasta e splendida Italia dei senti­menti, che interpretavano o meglio personificavano dav­vero il sentire sportivo di tutta la nazione, che dovevano accettare ma intanto anche vivere la trasposizione della loro rivalità su un piano totale su cui stavano pure gli at­teggiamenti religiosi e laici, le idee politiche, il modo in­somma di affrontare tutta la vita, con addirittura ad un cer­to momento la dicotomia fra i loro atteggiamenti opposti verso il sacro concetto tradizionale di famiglia...

Considerando la conseguente complessità della loro convivenza nel mondo della bicicletta, ma anche la loro collocazione globale, a trecentosessanta gradi, nel mon­do tutto, appunto famigliare, sociale, religioso, politico, etico, persino etnico (anche se Curzio Malaparte nel suo pamphlet che abbiamo già ricordato avvicina in qualche modo i toscani e i piemontesi, definendoli i due “popoli” più intelligenti d’Italia, e quindi indirettamente potrebbe essere usato per propiziare una speciale comunione fra i due...).

Considerando tutto questo e altro ancora (ne diremo), e casomai frequentando il paragone dolente fra le tante en­fatizzazioni, le tante esasperazioni dello sport del dopo la morte di Coppi, lo sport delle dilatazioni massime di fatti minimi, con proiezione dei personaggi in orbite assurde e purtroppo anche didascaliche di popolarità gossipara.

Considerando, riconsiderando, straconsiderando tutto si deve dire che i due agirono, operarono, se si vuole an­che recitarono benissimo, con estrema dignità, con forte pudore, la parte dei contrari, degli opposti, dei rivali, non dei nemici, respingendo ogni sollecitazione legata alla enorme loro popolarità e a tutti i suoi vantaggi psicologici presso il popolo e anche presso l’aristocrazia del tempo, respingendo la conquista troppo facile di cuori e anche cervelli italici o italioti.

C’era sicuramente un’Italia, pre-fetente allora nell’in­conscio e adesso assai sviluppata e purtroppo sicura di sé e fiera delle proprie puzze, che aspettava che i due si prendessero a pugni per sbiellare (o sballare, come si dice adesso) con loro, e fu delusa.

C’era una stampa che ad un certo punto poteva anche desiderare di mordere ben altra carne umana di bipede campione, carne più saporita, più speziata, e fu delusa. C’era una tifoseria che voleva vivere una rivalità al me­glio della bellezza e della giustizia sportiva, e non fu de­lusa. Anzi.

Conferma Andrea Bartali: “Papà dopo la morte di Cop­pi ha rivisitato a lungo la loro contesa, il loro lottare su tutte le strade, e ha sempre trovato modo di arrabbiarsi, quando era stato Coppi a vincere, per il modo con cui si era dipanata la corsa, erano andate le cose, aveva agito il caso. Ma non aveva mai cercato di tirare in ballo qualcosa di fasullo, di irregolare per spiegare il successo dell’al­tro. Al massimo, qualcosa di anomalo. Nel suo concetto ampio di sport c’era posto anche per una vicenda in cui lui, che pur si riteneva più forte, veniva sconfitto. E chi lo sconfiggeva doveva comunque essere come lui, o quasi come lui, in ogni caso uno del suo mondo”. Non esplicita­mente un amico, assolutamente non un nemico.

Il tempo non sarà un galantuomo, ma almeno è un far­macista pignolo che mette a posto i pesi, i contrappesi, la chimica degli ingredienti, che lascia decantare le reazioni primarie, i giudizi sommari, che allinea e mescola le dosi giuste della cronaca, per far sì che si evolvano in storia. A mezzo secolo dalla morte di Fausto, si capisce, sempre meglio oltre che sempre più, che la dicotomia fu assai for­zata, per quanto riguardava tanti aspetti dei due campioni. Al punto che ci sentiamo di escludere o ridurre di virulenza quasi tutte le schematizzazioni che li hanno visti protago­nisti, fuorché una che dice sì di una diversità profonda, fra i due, ma così profonda da non poter riguardare che un aspet­to della loro vita, così profonda da non poter essere estratta e spalmata su altre situazioni, a cercare o creare verità simi­li. Si tratta molto semplicemente dell’atteggiamento diver­so verso il matrimonio: il supermonogamo Bartali fu sposo fedelissimo, sino alla morte, della dolce e cheta Adriana (che Andrea dice “disturbata” dalla Dama Bianca), Coppi fu prima sposo inquieto, non fedifrago, ma inquieto, di Bru­na, spaurita della celebrità del marito (lo testimoniano tutti gli... astanti della loro unione), e poi divenne bigamo, non riuscendo a divorziare con tutti i crismi di una legalità che allora per il nostro codice non poteva esistere.

Ma questo, si badi bene, senza nulla coinvolgere della loro religiosità. Bartali, terziario carmelitano, fu a lungo ispirato da un frate appunto carmelitano, Padre Mauro, piccolino e moralmente “altissimo” ben al disopra del suo metro e mezzo di statura, fra l’altro grande esperto di or­gani, pendoli, orologi preziosi. Bartali fu religiosissimo, ufficialmente ed effettivamente religiosissimo (“Gino Bartali il pio”, recita in italiano una lapide apposta sulle mura di Briançon, Francia, in memoria dei suoi successi su quel traguardo alpino del Tour, peraltro nobilitato an­che da imprese grandi di Coppi, ricordate a Marina non da una lapide, ma da un discorso storico tenuto in sua presen­za da un sindaco locale).

Bartali ostentò sempre sugli abiti il distintivo dell’Azione Cattolica, Bartali si infuriava se uno davanti a lui parlava male, parlava pesante (non dicia­mo, no, bestemmiava: sarebbe stato davvero troppo).

Ma Coppi era anche lui credente, andava anche lui in chiesa (“Spesso ad accompagnare sua mamma – dice Ma­rina – che io ricordo devotissima, prima e dopo la morte del figlio. E d’altronde so che ogni volta che il Tour o qualche impegno in Francia lo portava dalle parti di Lour­des non mancava mai di visitare il santuario e la grotta di Bernadette”), non era assolutamente un mangiapreti, anzi. E se si pensa ai due di fronte ad un imprevisto balordo, è più facile immaginare Bartali che impreca, usando magari una coloratissima espressione toscana, che non Coppi che arriva in qualche modo a perdere le staffe, usando poi pa­role empie o quasi.

La religiosità di Bartali ebbe comunque una vasta uffi­cializzazione in alto loco, così alto che più non si poteva, cioè in Vaticano: udienze papali speciali per lui e, quando erano udienze a tutti i corridori del Giro d’Italia, lui li rap­presentava anche formalmente, nel senso che li presenta­va al pontefice. Nel 1951 gli toccò di dover presentare al Papa la maglia rosa della corsa, di passaggio a Roma: era Hugo Koblet, svizzero praticante la religione protestante calvinista: Bartali fu il suo lasciapassare...

Da notare che il regolamento della corsa rosa vietava ai concorrenti qualsiasi impegno di carattere politico legato in qualche modo alle vicende sportive, o anche indiret­tamente collegabile ad esse, ma ovviamente l’udienza in Vaticano era altra cosa che lo schierarsi con un partito o con l’altro (comunque il primo Giro del dopoguerra ac­colse al via un gruppo sportivo che si intitolava al Fronte della gioventù, movimento giovanile collegabile con il Fronte popolare, di sinistra, che due anni dopo avrebbe cercato di vincere le elezioni nel nome del socialcomunismo di Nenni e Togliatti impegnati contro la Democrazia cristiana di De Gasperi).

Gino era pienamente compreso del suo ruolo di espo­nente illustre della fede cattolica, ma non si contrappo­se mai a Coppi sventolando questa bandiera. Se il Giro d’Italia passava vicino a San Giovanni Rotondo, Bartali andava a confessarsi da Padre Pio, ma la cosa non veniva pubblicizzata in maniera eccessiva. Men che mai quella volta che il santo frate veggente di Pietrelcina ricevette la visita non solo di Bartali, ma anche di Vincenzo Torriani, il direttore del Giro d’Italia, e senza neanche essere bene informato del tipo di vita vagabonda dei due li ammonì: “State di più a casa!”.

In sostanza, se Bartali era amico del Papa, Coppi non era assolutamente un anticlericale. E se Pio XII intuiva l’importanza dello sport, per l’aggregazione del mondo cattolico giovane, Bartali non faceva certamente qualco­sa di specifico per appoggiare le parole del pontefice: nel senso che Bartali si comportava sempre nello stesso mo­do, non ritenendo la sua fede uno strumento da usare a comando.

Davvero esistevano le premesse e se si vuole anche le minacce di una forte strumentalizzazione politica dei due, ma essi furono superiori ad ogni disegno mimetizzato ed anche ad ogni azione esplicita che prevedesse un certo ti­po di loro “uso”. E quando, concluso un lungo rapporto con la Legnano, Bartali salì per le corse su una bicicletta che si chiamava Santamaria, ci fu chi pensò ad un marchio coniato su misura per il corridore pio: in realtà quello era il cognome del costruttore, che per di più era un cittadino di Novi Ligure, il paese dell’alessandrino che vantava co­me abitante illustre Fausto Coppi.

E la volta che Bartali si lasciò convincere ad accom­pagnare ai comizi un candidato speciale della Democra­zia cristiana, quel Vincenzo Torriani, cattolico attivissimo che da giovanotto aveva fatto strada velocemente nel giornale organizzatore del Giro d’Italia, la “Gazzetta dello Sport”, sino a diventare il direttore o meglio, alla francese, il patron della corsa rosa, Bartali involontariamente danneggiò l’aspirante deputato, anziché fargli propaganda. Sì, perché le molte schede che recavano il suo cognome accanto a quello di Torriani, nella indica­zione delle preferenze, furono ovviamente annullate e ciao elezione.

La geografia politica di quei tempi – sinistra, centro, destra – poteva trovare una esemplificazione comoda nei tre ciclisti nostri più popolari: a sinistra Coppi rosso comunista, in centro Bartali bianco democristiano, a destra Magni nero neofascista. Ma non venne mai tentata credendoci sino in fondo, per fortuna e per buon gusto.



1) Pubblichiamo per gentile concessione della casa editrice, uno stralcio da “Coppi e Bartali. Due amici che l’Italia voleva rivali”, di Gian Paolo Ormezzano (San Paolo edizioni, 2009). Riproduzione riservata.



*Dice di sé.
Gian Paolo Ormezzano. Nato a Torino il 17 settembre 1935, tre figli e sei nipoti, tifoso del Toro, diplomato al liceo classico Cavour, quello di Pozzo, Berruti, Nebiolo e Nizzola, per stare a personaggi dello sport. A “Tuttosport” dal 1953 al 1979: giovane di studio, redattore, caposervizio del ciclismo, direttore. Da fine 1979 inviato speciale a “La Stampa” e più tardi, alla pensione, collaboratore fisso dello stesso giornale, con breve ritorno a “Tuttosport” nel 1997-98. Ha scritto di tutti gli sport fuorché del polo; ha visitato tutti i continenti fuorché l’Antartide.





 

Copyright © 2007-2009

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer