AMARCORD
PER NICO ANCHE OBAMA, COME IL PARADISO, PUÒ ATTENDERE
Orengo, ultimo paladino di
ciò che non a tutti è visibile, sospeso tra prospettive
naturali e fantastiche, in quella incerta linea di confine
tra mare e cielo, cifra dei suoi molti racconti, romanzi
e canzonette
Fiammetta Jori*
Avrei voluto scrivere un pezzo su Obama, 44° presidente
degli Stati uniti d’America, quale nuova bellissima speranza
del mondo. Ho raccolto un centinaio di articoli, notizie,
dettagli spigolature – come giornalista sono un po’ troppo
maniacalmente certosina, mi piace metabolizzare, lasciar
sedimentare. Anche per questo, forse, rifiutai
nell’ottantuno l’assunzione, in cronaca, nel santuario
“Corriere della sera”, primo gradino offertomi, con
indimenticata signorilità, dall’allora direttore editoriale
Rosario Manfellotto che, bontà sua, mi riteneva da “terza
pagina”… ma questa è un’altra storia – ed in testa l’ho già
composto.
Mancava l’approdo cartaceo,
sancito dalla mia fedele Olivetti lettera 35 (il computer è
un optional, non una conditio sine qua non);
ma – anzi MA – è accaduto qualcosa che mi ha distolto, preso
il cervello, inondato il cuore, occupato in ogni residuo
pensiero.
Tornavo, l’ultimo giorno di
maggio, da Londra, dove ero stata con una cara amica, ero
anche un po’ febbricitante per una bronchite da aria
condizionata (e soprattutto “condizionante” che da Harrods,
tempio vagamente stucchevole dello shopping londinese,
tengono a livelli polari, magari perché i più possano
raggiungere in fretta le “anime” di Lady Diana e Dodi Al
Fayed che, in auro bronzo, sovrastano la grande hall).
Salendo sull’aereo avevo preso
una copia de “Il sole 24 ore” e, sfogliando distrattamente,
mi folgora alla pagina “letture” un piccolo trafiletto di
spalla: “Ricordo Nico Orengo – favolista della realtà”, a
firma Giovanni Pacchiano. Anche Nico… è un pensiero
mutilato, un battito di cuore, l’incipit di un’altra
favola finita…
Apprendo, per quelle strane
logiche del destino, della sua morte improvvisa in volo, ed
è la metafora del mio stato d’animo; per chi è “spaesato”
come me, il posto più giusto resta forse il cielo. È qui che
sei, anche tu, Nico?
Nico Orengo, torinese innamorato
dell’estremo lembo ligure della riviera di Ponente, dalle
nobili ascendenze di una “madre Russia” tolstojana e perduta
(suo bisnonno paterno era il conte Iosif Tallevic?, nato a
Pietroburgo nel 1834, che da giovane ufficiale aveva
combattuto a Sebastopoli, prendendo parte alla storica
battaglia di Balaclava di cui Tolstoj narra, nei suoi
racconti, disperazione ed indomito spirito degli uomini che
vi presero parte. Colpito dalla malaria i medici gli
consigliarono le salubri riviere del Mediterraneo; così egli
era stato uno dei primi russi a venire a Sanremo,
occupandosi, peraltro, dei tanti problemi che la comunità
russa incontrava nel suo graduale ampliarsi.
In “Hotel Angleterre” (Einaudi
2007), autentico cammeo tra i tanti suoi libri, Orengo così
lo presenta: “Intorno agli anni settanta, come segretario
diplomatico onorario dell’ambasciata dello Zar Alessandro II
presso la corte di Vienna, Iosif aveva incontrato, durante
un ballo al castello di Schönbruun, la principessa Anna
Tarassova, amica dell’arciduca Rodolfo, bella e un po’
vacua, e l’aveva sposata, mettendo poco a poco al mondo
cinque figli. Una dei quali era, appunto, Valentina, la
madre di mio padre Vladi”.
Ed è questa leggendaria nonna
Valentina “dagli occhi di una melanconia lontana” la
chiave di tutto il narrare di Nico, in questa deliziosa
opera ed in quella, più vasta, totale, ineffabile di tutta
la sua vita? Non è pleonastico questo lungo inciso per
avvicinarsi all’aura di sogno, effimero eppure profondamente
reale, di Nico Orengo. Sono le eterne meteore del Dna,
letterarie traslazioni nel reale di retaggi infiniti… la
voce flebile di un racconto, in un tramonto infantile e
ancora nel ricordo dorato.
Entrato nel ’77 alla Stampa, dopo
aver prestato servizio nel Regio reggimento Dragoni Einaudi
– come ironicamente definisce la storica casa editrice Carlo
Fruttero, anch’egli graduato Einaudi, nel suo tenero ricordo
di Nico-direttore poi, molto amato, del supplemento “Tuttolibri”,
fino al pensionamento, soi-disant, nel 2007. Nico,
infatti, ha lavorato fino all’ultimo giorno, sommerso dalle
sue carte, prigioniero felice tra le torri dei suoi libri e
dei sogni che ancora avrebbe narrato.
Ultimo paladino di ciò che non a
tutti è visibile, sospeso tra prospettive naturali e
fantastiche, in quella incerta linea di confine tra mare e
cielo, skyline dei poeti; questa la cifra dei suoi molti
racconti, romanzi e “canzonette” (deliziosa raccolta di
filastrocche – Einaudi 1981 – illustrate dal grande Bruno
Munari) intrisi di naturalistica grazia ed evanescente
candore.
L’eterna, tramandata saggezza
della favola, raccontata con pazienza indolente fino alla
fine. Fine che, nelle favole e non solo, è simbolo e
premessa di un “inizio”.
Già, anche Nico… morto
improvvisamente, forse per un infarto, a soli 65 anni…
Proprio 65 anche gli anni di mio padre quando ci lasciò;
invecchiando comincio a notare, con orrore, che esiste una
sorta di oscura cabala nei dolori che macchiano di rosso
(sono certa che sia rosso) la nostra vita. E ci sono delle
morti a tradimento, laddove traditi sono tutti: chi muore e
chi resta, mentre un indecifrabile disegno sembra legarle
l’una all’altra. Un filo maledetto che ci accorgiamo di
avere tra le mani, quando ormai è chiaro che non ci condurrà
alla salvezza, ma al misterioso Minotauro che, irridente, ci
attende.
Nico ed io, geograficamente, ci
siamo incontrati, credo, non più di tre volte e sempre a
Roma; l’ultima, appena un anno fa, a Palazzo Valentini dove
lui presentava un romanzo di Andrea Vitali, insieme al
“padre” di Montalbano (che ovviamente tutti, o quasi, sanno
chi è, mentre pochi, ma i migliori, conoscono Nico Orengo.
Ed è una vera grazia averlo conosciuto!).
Così io, rischiando mille multe,
parcheggiando proditoriamente accanto ad una camionetta dei
Carabinieri di guardia dietro Palazzo Grazioli – “sono una
giornalista, vi prego è già tardi, si presenta un libro, c’è
un amico di Torino che riparte subito…” – accordatomi il
permesso, molto cavallerescamente dall’Arma, cui sarò sempre
grata anche di questo, raggiungo di corsa, fermando le
macchine di Piazza Venezia, la placida corte del palazzo
della Provincia, quasi un’oasi di silenzio nel caos
infernale del traffico romano.
Sono finalmente dentro la sala
dove è in corso la presentazione cui la Garzanti mi aveva
invitata, saluto alcuni amici e, inconfondibile, mi arriva
la voce di Nico che, pacato e un po’ blasé come
sempre, sta parlando dell’autore, dei ritmi perfetti delle
sue pagine.
Non ci incontravamo da vent’anni,
forse poco meno; certo Nico conosceva la mia voce, varie
volte l’avevo chiamato a “La Stampa”, nell’89 gli avevo
fatto avere il mio libro di poesie “Le pietre felici”,
prefazione di Alberto Bevilacqua e un disegno dedicatomi da
Renzo Vespignani – e l’aveva molto gradito. Diluite nel
tempo, mi faceva poi piacere lui avesse letto alcune
recensioni o articoli di argomento letterario che via via
gli segnalavo, usciti sui quotidiani dove collaboravo (“La
notte” di Milano, “Il lavoro” di Genova, “L’avanti”…),
lasciandovi la mia firma come orma sulla sabbia.
Nel ’96, il 3 marzo, disperata
per la morte di Dario Bellezza – e fu Dario che nel ’79
volle che ci conoscessimo, in una memorabile serata di cui
la statua di Giordano Bruno, a piazza campo de’ Fiori vorrei
potesse raccontare – gli inviai in un impulso emotivo che
ricordo perfettamente, come per sapere fraternamente
condiviso un insopportabile dolore, dei miei versi scritti
di getto appena fuori dalla morgue del Forlanini,
dopo aver salutato Dario, lasciando sull’immacolato candore
del lenzuolo che lo ricopriva il rosso sfrontato di
un’ultima rosa.
Mi colpì profondamente che Nico
citasse, il giorno dopo, un mio verso nel chiudere il suo
affettuoso ricordo di Dario su “La Stampa”. Da poeta a poeta.
Fui certa, come lo sono ora, che
Nico mi voleva bene ed io, trafitta su questi fogli bianchi,
sono qui a voler imperfettamente testimoniare un affetto per
lui, confuso ed intrecciato al ricordo di Dario, tenerissima
nostra liason.
Tornando al nostro ultimo
incontro, temevo però che Nico, non vedendomi da tanto
tempo, potesse non riconoscermi, nonostante i miei capelli
sempre rossi, unica inalterata etichetta, invece lui, che mi
aveva vista entrare, subito mi fece un largo sorriso,
voluto, non di maniera, accompagnandolo con un vago gesto
della mano che già teneva in aria, ad appoggiare con
eleganza le sue ponderate parole.
Mai sorriso è stato da me
ricambiato con gioia più immediata e sincera. “Temevo non mi
riconoscessi, sai Nico?” – gli confessai dopo -. “Ma nessuno
è più riconoscibile di te!” – mi rispose, disarmante – con
l’inconfondibile leggerezza delle sue affermazioni,
spontanee e fulminanti.
Era impossibile fraintendere le
digressioni in cui a volte sembrava volersi perdere, non
essere coinvolti dal suo fascino affabulatorio, non far
tesoro della sua saggezza dal sapore antico. Sapeva
incantare Nico en supplesse; per quel melange
di rigore intellettuale e sublime vaghezza che emanavano
persino i suoi silenzi.
Così altrove eppure così
fortemente presente, autorevole portavoce di una letteratura
altra, a voler asserire una qualche misteriosa,
irrinunciabile verità. Spero di aver afferrato un lembo,
almeno, delle infinite verità che Nico Orengo ha per tutta
la vita sussurrato “ai quattro venti” della sua stessa
disperata speranza di tramandare la “sua” favola, con la
tenace naïveté di chi crede nella morale delle favole che
racconta.
“Argenteo poeta di trote e
anguille” – lo saluta, commosso, l’amico Fruttero – “che
doveva restare lì e continuare ad incantarci ancora”.
Certo Obama può attendere, ne
scriverò più in là, e Nico poteva attendere le mie vane
parole, nel piccolo angolo di paradiso riservato ai poeti?
Forse sì, ma sono io che non posso, non potevo attendere di
dire il mio ennesimo rimpianto, la buffa delusione di chi,
pure, illusioni non ne ha, come me; la tristezza ribadita
un’altra volta di sapersi, risapersi soli “apolidi” in
questo pianeta di grandi comunicazioni, network interattivi
e chatline per weblovers, dove paradossalmente
ciò che più sembra essere globalizzato è un siderale senso
di solitudine.
“Il mondo – battuta che adoro di
Umberto Eco – è pieno di miei dissimili”. Sono, ahimè,
d’accordo e mi dispiace non sia mia la paternità di tale
affermazione; sopperisco al deficit divulgandola con
piacere. Così a Nico, uno dei rari “simili” che hanno
costellato la mia vita, reale o immaginaria, và la mia
esistenziale gratitudine.
Non è lontano Nico, non più di
prima; Torino-Roma, nord-sud, terra-luna… la geografia ha i
suoi limiti, non può con le sue imprescindibili e ferree
latitudini e longitudini “dividere” ciò che il cuore, il
sangue, la memoria unisce e salda, senza leggi né codici.
Le coeur a des raisons que la
raison…
Distalità da atlante, percorsi
impervi ed infiniti, persino
la Via
lattea non è che un soffio, un nulla per chi ci è accanto da
sempre, da ancor prima, forse, che potessimo saperlo.
Rivedo campo de’ Fiori, una
piccola trattoria dove Dario ci portò una sera di luglio
(’79 o ’80 non ricordo l’anno), eravamo cinque a tavola:
Nico Orengo, che l’indomani ripartiva per Torino, Giovanni
Raboni insieme a Patrizia Valduga, entrambi felici di un
exploit romano prima di rientrare a Milano ed io, con il
mio dolce Dario che spesso amava chiudere il cerchio dei
suoi amici e far nascere un’amicizia in suo nome.
“Anche Fiammetta, proprio come
te, Nico, ha una nonna da mito, nata ad Aleppo, figlia di un
diplomatico, un grande orientalista…”, Dario sapeva
innescare ed accendere il fuoco della reciprocità,
dell’incontro d’anime.
Il resto venne da sé ed ho in
mente un fotogramma nitido, un fermo-immagine che mi ferma
il cuore: una brigata ben assortita, tra risate, vino rosso
e stralunati discorsi di blasonati bisnonni, di terre
lontane come la mia Siria e la Russia di Nico. Rideva Dario
di questi fasti d’antan rievocati gustando una
prosaica carbonara!
Un’altra Roma, un altro tempo,
Dario e Nico li ritroverò a quella tavola, forse, con mio
padre… e le due nonne tanto amate, evocate Valentina e
Lavinia, li avranno raggiunti?
Su un libro di Nico qualche notte
fa, con la mia matita viola, ripensando ai suoi teneri versi
per bambini, ho scritto, timida, forse imperdonabile, una
filastrocca a lui dedicata. Come da alunna che sogni,
ostinata, per il suo maestro una favola, più della vita,
lunga, infinita…
Posata la penna
il racconto finisce
ma un’eco lontana
ancora ci unisce.
*Dice di sé.
Fiammetta Jori. Chiedo venia, ma non voglio occupare uno
spazio ulteriore per me, che sono ancora qui per potermi
raccontare. Vorrei solo ricordare, invece, a chi non le
conoscesse alcune delle molte opere di Nico Orengo, passate
e più recenti, tutte pubblicate da Einaudi: “Cartoline di
mare vecchie e nuove” (in ristampa), “Ribes”, “Miramare”,
“Il salto dell’acciuga” e “Di viole e liquirizia”.
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