AMARCORD
A VARESE PER UNA SAGA FAMILIARE ALL’ITALIANA
La storia e le vicissitudini
di due nobili famiglie che il caso ha fatto incontrare.
Nell’inverno 1946 ha inizio la lunga avventura dei della
Porta Raffo nella città Giardino
Mauro della Porta Raffo*
Dominante, diritto come un fuso, nobile all’aspetto non meno
che di natali, Gino Raffo, altissimo funzionario statale
oramai al culmine di un’onorata carriera che lo ha portato
ad essere, ora e per gli anni a venire, il deus ex
machina dell’Enic, l’ente che decide e determina i
contributi da concedere a sostegno dell’industria
cinematografica, a capotavola, discretamente – acché nessuno
osi pensare di scalfirne l’armatura – compiaciuto, quasi
senza volgere sui presenti lo sguardo (rara capacità), ci
osserva.
È Natale, il Natale, credo, del
1949, e nel mentre, come sempre affaccendata ai fornelli e a
dirigere il personale di servizio, trafelata, si agita nonna
Gina, nella casa di via Calabria numero 32 a Roma, siamo metà di mille:
gli otto figli, i generi e le cognate, i primi nati tra i
molti nipoti.
Poco dopo arriverà suo padre,
“nonno Omero”, ultranovantenne e talmente in gamba da
correre con me nei lunghi corridoi sui quali, a destra e a
sinistra, si aprono le molte e misteriose (tali mi appaiono)
stanze. D’un tratto, con voce che ancora oggi nel ricordo
suona profonda e autorevole alle mie orecchie, mi chiama.
“Mauro”, dice, “Vai in camera mia
e apri il primo tiretto del cassettone. A destra, troverai
due mazzette di banconote. Portamele”. Onorato per
l’incombenza affidatami di tutta evidenza in quanto abiatico
maschio, eseguo.
Le cinque e le dieci lire che
compongono il malloppo sono nuove di pacca, quasi fossero
state appena stampate. Grande novità – la cerimonia, che
coinvolge e coinvolgerà tutti i bambini presenti, si
ripeterà per anni nei successivi Natali, quando, da Varese,
arriveremo invariabilmente nella capitale per il raduno dei
Raffo – entro in possesso di soldi “miei” che “sono sicuro
spenderai bene, vero?”.
È questa, nella memoria, non
tanto la prima quanto, di certo, la maggiormente nitida
immagine di mio nonno paterno. Altre, non molte, seguiranno
e pressoché sempre legate al suo essere collocato,
imperante, al capo di una tavola imbandita, negli
ultimissimi tempi, avendo accanto la seconda consorte, una
ex collaboratrice che, poverina, sembrava essere
costantemente in attesa di disposizioni da parte del “capo”.
Del tutto diverso, opposto per
indole e attitudini, in qualche modo folle, di quella follia
che tutti amano e che pur facendo soffrire quanti lo
circondano viene ogni volta perdonata, Enrico della Porta
Rodiani Carrara, padre amatissimo di mia madre.
Incredibilmente, compagno di scuola (coetanei e nobili i
due, non poteva essere in vero altrimenti dato che
l’istituto da frequentare per gli aristocratici era negli
anni novanta dell’Ottocento nell’urbe quello e quello solo)
di Gino – che rivedrà e riconoscerà solamente quando i
rispettivi figli si sposeranno nel 1942 – amante del mare,
Enrico è da subito disponibile all’avventura.
Mozzo imberbe e dipoi
“giovanotto” a bordo di piccoli legni mercantili di scena
nel Mediterraneo, a diciotto anni si imbarcherà per la prima
transoceanica dalla quale tornerà, con una bandana in fronte
e un pappagallo sulla spalla destra, tanto mutato da non
essere ammesso in casa dal maggiordomo che non lo individua
e lo fa passare dalla porta di servizio.
Capitano di lungo corso,
impiegherà le lunghe ore di navigazione a vela (il carbone,
troppo ingombrante, impediva il carico delle merci, ragione
per cui ancora si sfruttavano i venti) e i turni di riposo
nello studio, tanto, alla fine, da conoscere a memoria uno
sterminato numero di poemi e romanzi italici.
Rimatore, inventore, disegnatore,
progettista, eserciterà le proprie capacità in mille,
differenti direzioni non trascurando il volo ed ottenendo
tra i primi il brevetto di pilota.
Donnaiolo impenitente e
scialacquatore di capitali – ricordando un suo danaroso
rientro dal Brasile prima della guerra del
quindici/diciotto, narrava di avere offerto da bere e ben
altro per sei mesi a un numero imprecisato di amici e che
quel semestre era decenni dopo ancora favoleggiato “da tutte
le puttane di Roma” per l’agiatezza nella quale le aveva
fatte vivere – in tarda età, privo di ogni sostentamento, si
farà mantenere dai figli a Sanremo usando parte del denaro
mensilmente ricevuto per omaggiare (fiori e champagne) “le
femmine” che frequenterà fin oltre gli ottant’anni.
Dapprima, d’impeto, dannunziano, sarà quindi fascista e
seguirà Mussolini in tutto e per tutto.
Pieno di donne con le quali
capitava perfino andasse a convivere fino a quando la
moglie, una dolente Giorgina, scopertone il rifugio, non
andava a riprenderselo, avrà figli cinque figli oltre gli
illegittimi. Vagabondo, anche da anziano, veniva a Varese
portando da solo una valigia del resto non molto pesante
visto che sua abitudine era, dovunque arrivasse, comprare
sul posto il vestiario indispensabile che, poi, ripartendo,
invariabilmente eliminava.
Forte quanto un toro, compatto,
mai ammalato, sopravvisse a tutto e tutti per morire della
morte dei giusti, quella veloce e senza dolore,
ottantasettenne, con la seconda, affranta e giovane moglie,
piangente al capezzale.
È da questi due robusti,
differenti (e simili?) tronchi che nascono Manlio e Anna
Maria che il caso volle si incontrassero a Terracina.
Fascista e pronto a menare le
mani e imbracciare le armi per
la Patria
(con la P
maiuscola), il tenente Manlio Raffo, romano, già volontario
in Grecia – fronte dal quale era tornato semi congelato –
era, nei primissimi mesi di quel notevole 1942 approdato
nella predetta cittadina laziale per partecipare al corso
ufficiali riservato a quanti nell’esercito avevano chiesto
di essere inviati in Russia per dare quello che si rivelerà
un valorosissimo, ma del tutto inutile, apporto
all’invasione germanica in atto.
Incredibile, per il vero, che, al
fine di abituare i soldati alle rigide temperature russe che
li attendevano, l’alto comando avesse pensato di spedirli
appunto a Terracina, il cui clima era esattamente
all’opposto. Per converso, Anna Maria – nata a Genazzano
laddove la madre Giorgina con i fratelli possedeva una villa
a molti piani in collina chiamata “Il Tofale” in quanto sul
tufo edificata – in quella località viveva da anni avendo la
genitrice, assente il marito impegnato in mare, colà in
gestione un civettuolo e, per quei tempi, raro lido
balneare.
Un colpo di fulmine, un amore che
fa superare i terribili e subito emersi contrasti di
carattere, ed ecco che, nel momento in cui il colonnello
comandante chiede agli ufficiali di confermare la propria
decisione o di fare un passo in avanti, Manlio, mettendo in
opera il gesto, annuncia al mondo che non partirà per
sposare pochi mesi dopo Anna Maria. Un atto – la sofferenza
fu forte in particolare nell’istante in cui il superiore,
vedendolo avanzare di quel benedetto passo, ebbe d’istinto a
dirgli “Lei, tenente Raffo?”, esprimendo con tali parole
tutta la propria meraviglia – deciso in piena coscienza, ma
del quale, sono certo, non si darà mai pace (e, Dio non
voglia, la cui responsabilità vorrà a volte attribuire ad
Anna?)
Cinquant’anni e passa di litigi
feroci e di rappacificazioni altrettanto violente, tre figli
a distanza di anni e dopo un veloce passaggio a Napoli e un
secondo brevissimo momento a Catania, l’amata Varese.
1946
L’estate a Catania, dove il
consorte dirige l’ente turistico? Un caldo insopportabile.
Meglio, molto meglio partire per altri lidi.
È così che mia madre Anna Maria,
il sottoscritto in braccio, muove in aereo nientemeno che
verso Valmorea, sperduto paesello in provincia di Como,
peraltro non lontano da Varese.
Raggiunge colà i genitori e i
superstiti fratelli (Giami, l’amato maggiore, con Mussolini
fino all’ultimo o quasi, è scomparso in Germania e mai più
tornerà). Romani, romanissimi, come diavolo i della Porta
erano finiti nel comasco?
Due le ragioni: in primo luogo,
nel 1943/44, l’urgenza per nonna Giorgina di seguire da
vicino le vicissitudini dei figli (anche di Giovanni, preso
per strada durante un rastrellamento e portato a nord, per
lungo tratto non si era saputo più nulla) e in secondo luogo
il fatto che suo fratello, Federico Giorgi, vivesse da tempo
con la famiglia a Como, laddove teneva cattedra in un liceo.
Ecco, quindi, Anna Maria, in
bicicletta e con la sorella Teresa, percorrere in lungo e in
largo le strade di allora, in anni nei quali, se dio vuole,
le auto sono rarissime.
Ed eccola a Varese – dove il
redivivo Giovanni e Maurizio frequentano il classico –
scoprire che il posto di direttore dell’ente provinciale per
il turismo non è al momento ricoperto da alcuno. Bella la
cittadina, assolutamente migliore ai suoi occhi il clima.
Vicini, per di più, i familiari:
perché non invitare il marito Manlio a chiedere il
trasferimento da Catania?
Corre l’inverno 1946/47: ha
inizio la lunga avventura dei della Porta Raffo nella Città
Giardino.
*Dice di sé.
Mauro della Porta Raffo. Narratore e saggista, classe 1944,
svolti più o meno svogliatamente mille diversi mestieri, ha
intrapreso l’attività giornalistica nel 1996 su
sollecitazione di Giuliano Ferrara, che lo ha ribattezzato
“il Gran Pignolo” per la sua curiosità onnivora, per la
propensione alla cultura erudita e la precisione dimostrata.
Per lo stile asciutto al servizio di un’informazione che di
una notizia premia l’originalità e l’inedito, della Porta
Raffo è collaboratore passato e presente di tutte le
principali testate nazionali.
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SCARLETT
JOHANSSON
Credo di essere in
quella fase della vita in cui si entra a
proprio agio con la propria sessualità,
però non la porterei mai sullo schermo.
Non girerei mai un nudo integrale e mi
imbarazza quando le riviste si inventano
i miei flirt.
(Da “Reflections-Interviste”,
2004)
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