COSTUME
PENSIERI SEMPLICI SULLA COMPLESSITÀ
La teoria del caos in cinque
disegnini, nel tentativo impertinente di semplificare la
complessità
Giancarlo Livraghi*
Questo articolo continua e completa
il ragionamento
sul tema della semplicità,
iniziato nel
numero di maggio(1),
partendo da una
nuova e diversa prospettiva.
Da trent’anni sto cercando di
capire che cosa si possa imparare dalla Teoria del Caos e da
tutte le analisi che ne derivano in fatto di complessità,
sistemi turbolenti, eccetera. Non è facile, ma è
affascinante. Perché si tratta di capire come quelle cose
che chiamiamo “caos” non siano affatto caotiche, ma seguano
leggi che non sempre riusciamo a definire – e come la
“complessità” in realtà sia semplice, ma il nostro modo di
pensare la faccia sembrare complicata.
Nel suo libro “Complexity”
(1992) Mitchell Waldrop lo spiegava così: «L’orlo del caos è
dove la vita ha trovato abbastanza stabilità per sostenersi
e abbastanza creatività per meritare il nome di vita. L’orlo
del caos è dove nuove idee e genotipi innovativi rosicchiano
continuamente il bordo dello status quo; e dove anche la più
radicata vecchia guardia sarà, presto o tardi, rovesciata».
L’orlo del caos è la
situazione in cui stiamo vivendo. Ma in pratica che cosa
vuol dire?
Un giorno, nel
1997, mi venne un’idea bizzarra. Come
spiegare alcuni aspetti della complessità in modo
estremamente semplice? Dopo avere scritto questo testo,
l’avevo fatto leggere a varie persone che avevano
approfondito seriamente il tema del caos e della
complessità, chiedendo se c’erano errori o se l’eccessiva
semplificazione era sciocca.
Benché un po’ imbarazzati, mi
avevano detto che il ragionamento regge. “Sarà vero?” A
distanza di tre anni, non ne ero del tutto sicuro.
Nel 2000 lo pubblicai in un
piccolo libriccino, in poche copie, che regalai ad alcuni
amici. I loro commenti mi incoraggiarono a renderlo un po’
più largamente disponibile, qualche anno dopo, come
appendice a Il potere della stupidità.
So che molti lettori trascurano le “appendici”, ma più che
proporre questi ragionamenti “a tutti” mi interessava
conoscere l’opinione dei più attenti. Di nuovo ebbi commenti
favorevoli – e, con mia rinnovata sorpresa, nessuno che
considerasse il ragionamento superficiale, irreale,
insensato o insostenibile.
Eccomi anche qui con il
tentativo impertinente di interpretare la complessità senza
complicazioni (che è un altro modo di ragionare sulla
semplicità, oltre a quelli che avevo proposto nel numero di
maggio). Con la speranza che non sembri troppo banale – e
che qualcuno lo trovi utile.
Se fra chi legge queste paginette
ci sono persone esperte in matematica, fisica, statistica,
ecologia, biologia o teoria della gestione, vorrei scusarmi
con loro per la puerilità dei ragionamenti che seguono e dei
“percorsi” che cerco di tracciare. Non sto tentando di
proporre modelli scientificamente corretti, ma solo stimoli
(anche visivi) per un ragionamento.
Non intendo entrare qui nelle
analisi, profonde e impegnative, che riguardano la “teoria
del caos”, i sistemi turbolenti e la complessità. C’è una
vasta letteratura su questo argomento – e da molti anni è
chiaro (almeno per i teorici) che il fenomeno non riguarda
solo la fisica, la meteorologia o l’ingegneria, ma anche i
comportamenti umani – e, di conseguenza, le organizzazioni,
la società, l’economia, la politica e la cultura.
Comincio con un ragionamento che
può sembrare banale. Ma spesso le cose “lapalissiane” sono i
migliori punti di partenza.
Se il nostro obiettivo è andare da A a B,
nella nostra mente si profila un percorso lineare:

Nel mondo reale, le linee rette
non esistono. Fra A e B ci sono
necessariamente ostacoli, interferenze, percorsi indiretti –
perciò anche se l’operazione che intendiamo svolgere è
estremamente semplice, come andare al bar a prendere un
caffè, è probabile che il percorso assuma un aspetto come
questo:

In un’operazione così semplice, e
che dura pochi minuti, sarà difficile che nel frattempo
dimentichiamo dove stavamo andando e perché. Ma il problema
diventa assai diverso quando entra in gioco
un’organizzazione, con percorsi enormemente più complessi,
eventi imprevisti, continui cambiamenti della situazione in
cui ci si muove, eccetera.
Qualsiasi gruppo di persone che
fanno qualcosa insieme è, di fatto, un’organizzazione. Anche
quattro o cinque persone che vanno al bar. E anche nel caso
più semplice la realtà è più complessa di come è
rappresentata in questi schemini5.
Diventa così possibile (anzi
accade molto spesso) che alcune parti dell’organizzazione
dimentichino la direzione originaria…

… e anche che l’intero sistema
perda di vista l’obiettivo – con la complicazione aggiunta
che diverse parti dell’organizzazione credano di essere
dirette verso C, D, E o F e
quindi lavorino in disarmonia fra loro.
Questo è comunque un problema –
ma è da notare che se chi si dirige verso C o F
si sta spostando, sia pure con un percorso laterale, in modo
da avvicinarsi a B, chi si dirige verso D o
E sta andando nella direzione contraria e per tornare
sulla strada che porta a B dovrebbe fare una
complessa, faticosa (e spesso costosa) inversione di marcia.
Non è difficile, osservando il
comportamento delle organizzazioni, constatare fenomeni di
questo genere.
In un ambiente stabile, o in fasi
di evoluzione prevedibili e controllabili, la soluzione
(almeno in teoria) è semplice.
Basta che le componenti del
sistema abbiano una bussola. Cioè che non ci sia troppa
“parcellizzazione” del lavoro e delle responsabilità, che ci
sia una conoscenza condivisa del fatto che la rotta è verso
B – e il processo sia governato da una sistematica
verifica dei percorsi così che le (inevitabili) deviazioni
riconvergano nella direzione giusta.
Di conseguenza il sistema
dovrebbe comportarsi così:

Ma in un ambiente complesso e
turbolento (come è quasi sempre la realtà) il processo si
può evolvere in tutt’altro modo. La situazione è mutevole e
imprevedibile.
Proseguire ostinatamente solo
verso l’obiettivo B può rivelarsi un errore.
Se osserviamo lo schema della
dispersione in direzioni diverse vediamo che (per esempio)
due deviazioni “casuali e spontanee” (C e D)
convergono verso una direzione imprevista.
Ci conviene essere curiosi – e
cercare di capire perché. Potremmo scoprire una situazione
come quella che vediamo nel prossimo (e ultimo)
“impertinente e approssimato disegnino”.

Cioè l’evoluzione “turbolenta”
del sistema potrebbe farci scoprire un nuovo obiettivo N,
sul quale dovremmo far convergere le nostre energie – ma
senza tagliare i rami che vanno esplorando altre, e
impreviste, possibilità.
Notiamo che alcuni di questi
“rami esplorativi” hanno direzioni simili al “vecchio”
obiettivo B, altri non divergono molto dal “nuovo”
obiettivo N, altri ancora si dirigono in territori
meno conosciuti – e che l’intero sistema ha una struttura
forse poco “logica”, ma più semplice delle situazioni in cui
ci si invischia se si tenta di seguire un modello “lineare”.
Infatti la cosiddetta
“complessità” non è intrinsecamente più complessa dei
sistemi apparentemente “ordinati” – e tende a sintesi
sostanzialmente più semplici. La difficoltà sta nel fatto
che non siamo preparati a capirla.
Tutto questo somiglia molto più
alla crescita di una pianta che al funzionamento di una
macchina o alla fabbricazione di un oggetto. Infatti, sembra
quasi inevitabile che le analisi dei sistemi complessi
portino ad analogie biologiche.
Sarebbe complicato approfondire
le considerazioni, più o meno elaborate, che per molti
percorsi diversi convergono su questa (abbastanza ovvia)
conclusione.
Ma credo che la semplice
comprensione intuitiva di questo fatto possa aiutarci a
capire come muoverci in un mondo dominato dalla turbolenza e
dalla complessità, in cui è spesso vincente il pensiero “non
lineare”.
(1) Vedi “Lev Tolstoj: “Non c’è grandezza dove non
c’è semplicità”, in
“L’attimo fuggente”, n. 11, maggio
2009
*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille
mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua
attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura
umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, ha
anche scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere
della stupidità”). Il suo sito online è
http://gandalf.it
|
HUGH JACKMAN
Una notte mi
sono svegliato di soprassalto: mia figlia
piangeva a dirotto. Mi sono precipitato
in camera sua, l’ho presa in braccio.
C’era la tata. Le ho chiesto: “È molto che
piange?”. E le ho fatto il terzo grado.
Sono andato avanti un pezzo. Poi mi sono
accorto che mi guardava sconcertata dalla
vita in giù. Ho abbassato gli occhi: ero
completamente nudo.
|
|
ALFRED NOBEL
La speranza è quel velo
della natura che nasconde le nudità della
verità
|
|