CINEMA

I MOLTEPLICI COLORI
DE “LA PERFEZIONISTA”


Il rosso dell’amore, l’azzurro della gioia, il bianco della purezza,
diventano un arcobaleno di istanti ritrovati nello scrigno della memoria,
in una delicata analisi dell’opera prima di Cesare Lanza


 

Enrica Coscia Cavagna*

 

E’ un film di cuore, questo di Cesare Lanza. Uno di quei film che, mentre li guardi, sei rapito dalle immagini, che scorrono sullo schermo e ti trovi a parlare con i personaggi, perché ad un tratto essi sono “uno, nessuno o centomila” di pirandelliana memoria e tu diventi appunto, uno di loro, perso a cercare risposte alle grandi verità della vita, frammentato e diviso tra mille decisioni da prendere ogni giorno, le piccole più difficili delle grandi, senza riuscire a scegliere l’unica, che corrisponde alla tua più profonda coscienza.

Tutti eroi del quotidiano siamo noi esseri mortali, tutti a combattere la paura della banalità di un vivere annoiato ed annoiante, che intorpidisce le membra e rattrappisce il cuore in atti ripetuti all’infinito, solo uno sprazzo di luce ogni tanto, ma abbiamo timore soprattutto della felicità e confondiamo un’opaca monotonia, con la pace del cuore.

Così è Giselda, la protagonista, giovane donna dal fascino sensuale e dalla raffinata intelligenza, tutta protesa a ritrovare nel proprio suo “tempo perduto” un’eco di emozione, abbastanza forte da potersi ricordare.

Protegge se stessa dalla vita “perfezionando” ogni gesto del lento susseguirsi delle sue giornate in un ossessivo quanto innocente rito magico, spezzettato in frammenti d’abitudini, che proteggono il suo cuore come una grande quercia, sotto la pioggia.

Ogni giorno, ad un’ora precisa, mentre è al lavoro mangia una mela verde, dopo averne acquistate tre – simbolo di perfezione e purificazione – tagliata in spicchi e se ne ciba non ghiotta o avida, bensì malinconicamente appagata dal ritornare di quel gesto.

Ogni giorno ancora ed ancora, si siede ad un tavolino del bar vicino a casa, sempre il medesimo e con gesti misurati porta una tazza alle labbra, inconsapevole della drammatica sensualità del suo atto. Lei stessa dirà al suo amato: “io non ho mai scelto nella mia vita, io ho solo abitudini nella mia vita….”.

Una breccia, tuttavia, nel suo animo, che non conosce primavere, si fa strada: la nostra Giselda ama riamata di un amore leggero un giovane pianista, dall’anima gitana, che la ricambia di un sentimento fatto di fuoco e stelle, sorrisi alla luna e luce di candele, petali di fiori vibranti al tramonto di una sera d’estate.

Mirabile la scena dei baci appassionati in un giardino, avvolto nel profumo di una notte silenziosa e complice, in cui un capo di lingerie se ne vola sul ramo più alto, quasi al cielo, testimone di un’estasi d’amore appena sussurrata e poi gridata al vento, in una gioia fatta di blu.

Gli dei, lo sappiamo, non amano vedere gli esseri umani più felici di loro e così, inesorabilmente, il bel concertista si ammala di un male fatale ed è un addio percepito ancor prima della diagnosi, che si protrae come un canto di sirena, sino all’ultimo istante.

Ed è a questo punto della narrazione che il ritmo del film si fa da fluido ad energico, da carezza a pugno, che non fa male però ti fa solo pensare. Il compagno chiede a Giselda il sacrificio più grande e lo fa con poche parole, perché le parole spesso non dialogano con l’anima, lo fa con lo sguardo simile a lago alpino: “dato che tu m’ami, aiutami ad andare….”.

Il tema dell’eutanasia è trattato con forza delicata e si lega a quello dell’amore e a quello del dolore provocato da un distacco lacerante nel rispetto della dignità e della libertà morale di colui il quale si vede condannato a trascinare la propria vita in giorni inerti, gusci vuoti di un’esistenza fatta solo di rimpianti.

E lei, riportata alla vita vera da una disperazione accecante, in un misericordioso atto d’amore, per la prima volta “sceglie” non se stessa, ma il volere del suo amore e si condanna, proprio ora che non ha più paura di vivere, a morire a sua volta.

Ho vivida nella memoria l’immagine delle lacrime di doloroso stupore di Giselda, mentre con un’ultima carezza regala a lui la tenerezza prima del grande viaggio poi lo stringe al collo solo un poco… ecco il rantolo di lui, simile al lamento di un usignolo in gabbia.

Ricordo lo sguardo della nostra. Dopo: non più un singhiozzo, il destino è compiuto, solo un’attenzione lucida alla gardenia nel vaso, che proprio non vuole sfiorire, metafora di un sentimento, che neppure la morte può toccare con le sue livide dita.

Giselda è stata riportata alla vita dalla morte e resa umana dal dolore, non riesce più a perfezionare il suo tempo: la vediamo a tratti sbadata, persino disordinata, il suo incedere non è più d’antica vestale, ora è sbarazzino e quasi allegro, mentre osserva il mondo intorno a sé: un riverbero del sole sui tetti, il bagliore di un vetro colpito dalla luce, la brezza che sfiora due innamorati ai giardini e una bella signora che a volte le ammicca, ma poi scompare in un luogo dove non vive la ragione. Adesso lei può leggere nelle cose e può ricordare, nella nuova dimensione del suo “tempo ritrovato”.

Una parola sugli attori, protagonisti e non: sono mani e volti e sguardi, che hanno saputo divenire altre mani, altri volti ed altri sguardi oltrepassando la loro storia personale. Essi non recitavano, dato che essi erano.

La storia di Giselda e del suo compagno, si snoda inoltre attraverso simboli volutamente ripetuti, che scandiscono i contenuti e calmano l’anima, dopo le scene più crude, togliendo ad esse ogni sorta di violenza o saturazione visiva.

Vorrei porre l’accento sull’allegoria, che avvolge tutto il film come un velo, e riguarda i fiori.

Essi sono presenti lungo tutta la storia con immagini poetiche e si inframmezzano qua e là, trasfigurando la realtà col rosso colore dell’amore, con l’azzurro colore della gioia, con il bianco colore della purezza, in un arcobaleno di istanti ritrovati nello scrigno della memoria, poiché tutti siamo ciò che ricordiamo di essere stati.

Giselda si innamora del bel pianista, proprio perché egli la paragona al fiore più bello…

Ed è nella caduca bellezza dei fiori che Lanza ci svela il suo sentire: la vita è bella come un bocciolo e come esso al suo fiorire eccolo svanire al di fuori degli orizzonti terreni, dove non esiste il tempo.

La protagonista ha trasceso la mera dimensione dell’ego, ha sfidato le squallide convinzioni sociali e l’ambigua morale comune, per udire ciò che le andava narrando il suo cuore e, paradossalmente, uccidendo il suo amore gli ha dato la vita.

Il tempo da ritrovare è il tempo del perdono ed è anche il tempo del suo commiato, dolce ragazza che si consegnerà all’immortalità.

Infine Giselda, sciolta dalle catene di una vita immobile ed indifferente, trasfigurata da un amore grande quanto l’atto estremo da lei compiuto, sale le scale che conducono a quell’appartamento icona del suo sacrificio – solo uno sguardo di piuma alla gentile oscura signora che l’osserva salire per l’ultima volta – esce sul terrazzo profumato di colori, guarda il cielo di un celeste accecante – solo qualche leggera nuvola, che non turba il suo cuore – sorride finalmente felice e con dolcezza garbata si lascia cadere non nel vuoto, bensì nel grembo del suo amore, che l’attende per condurla nel luogo dell’altrove dove vivere insieme per sempre.

In un finale ad un tempo forte e struggente, ecco apparire una fanciulla bella d’una bellezza arcana, ignara dell’accaduto, che innocentemente domanda: “cosa è successo qui?”. Eh si, perché la vita torna, torna sempre a cantare la sua canzone.

Che dire di Cesare Lanza, questo poeta, che si cela, dietro la macchina da presa?

Grazie Cesare e lo dico in sordina, perché so che ami le parole appena sussurrate e quelle gridate ti intimidiscono, grazie perché il tuo film è un balsamo per i nostri cuori, smarriti lungo sentieri che non portano all’essere, ma solo all’apparire e Dio sa quanto abbiamo tutti bisogno di custodire nel cuore un nocciolo di preziosa eternità. Ricorderemo Giselda e ancor di più ricorderemo te, moderno cantore dell’amore vero e della suprema libertà.



*Dice di sé.
Enrica Coscia Cavagna. Ama la letteratura il cinema ed il teatro come libere espressioni del pensiero in volo. Scrive poesie, in modo testardo e lieve, da quando è bambina e reputa la parola il suo mezzo per condividere emozioni. Collabora con le edizioni Bacherontius di Marco Delpino.





 

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