CINEMA

IL MERCATO DELLA SETTIMA ARTE
TRA BOTTEGHINO E NICCHIA


Un viaggio nella distribuzione cinematografica italiana
in compagnia di Giampaolo Letta della Medusa film e
Stefano Ricci della Minerva international


 

Roberta Bottino*

 

Le luci si spengono. Silenzio. Le prime immagini che compaiono sullo schermo catalizzano l’attenzione degli spettatori. Dalla sala, che fino a quel momento sonnecchiava in una penombra carica d’attesa, salgono le note della colonna sonora. I titoli di testa iniziano a scorrere, ed è in questo preciso momento che scatta la magia del cinema. Un universo di immagini, parole e suoni s’impone allo spettatore con tutta la sua forza comunicativa.

“L’arte è una bugia che insegna a vedere la verità” sostenne Pablo Picasso. La meraviglia del cinema risiede proprio in questo confine confuso e ambivalente, sospeso tra la realtà e la finzione. Ma se da un lato il grande schermo è fonte di emozioni, dall’altro nasconde in sé un mondo complesso e non propriamente poetico, popolato dal denaro, tra interessi e regole di mercato che rischiano di penalizzare la qualità del prodotto cinematografico. La settima arte diventa così un mero strumento per far soldi, o meglio cassa, al botteghino.

“Le sale italiane sono gestite dalla distribuzione delle multinazionali – sostiene Natale Antonio Rossi, presidente dell’Unsa, Unione nazionale scrittori e artisti della Uil – Se si vanno a controllare le statistiche alla fine dell’anno, vediamo che solamente il dieci per cento dei proventi arriva dal cinema italiano, mentre tutto il resto è straniero, in gran parte statunitense”. L’equazione a questo punto è presto fatta: pochi finanziamenti uguale poca visibilità.

Le grandi case di distribuzione hanno acquisito nel corso del tempo un potere decisivo anche sulla produzione, diventando quasi sempre coproduttori dei progetti su cui intervengono. Il cinema è sostanzialmente una caleidoscopica macchina che racchiude in sé arte e industria. Oltre ai produttori, al regista, agli autori, al cast, ai tecnici, il successo di un film dipende anche e soprattutto dalla sua commercializzazione.

La conoscenza del mercato, delle sue spesso incomprensibili dinamiche, l’attenzione allo scenario competitivo, la capacità di cogliere le mode e la sensibilità del pubblico diventano elementi cruciali per l’affermazione commerciale; ancor di più se di tratta di vendere film europei all’estero, in un contesto altamente competitivo, in cui le produzioni provenienti dai paesi europei assumono, il più delle volte, il carattere di prodotto di nicchia.

Osservando i dati forniti da Anica, l’associazione nazionale delle industrie cinematografiche audiovisive e multimediali, si scopre che il cinema italiano in realtà gode di buona salute. Nel 2008 è aumentato in modo rilevante il numero dei film prodotti: 154 titoli (comprese le coproduzioni), rispetto ai 121 del 2007 e ai 116 del 2006. Nel dato totale è compreso un numero di film low budget, cioè con un costo industriale inferiore a 200mila euro, nettamente superiore all’anno precedente (29 film contro 5), ma aumentano anche quelli di fascia intermedia (44 rispetto ai 40) e superiore a 1,5 milioni di costo industriale (50 contro 25).

“Con l’avvio degli incentivi fiscali – precisa Riccardo Tozzi, presidente dei produttori di Cattleya, film and tv production – contiamo nell’ultimo anno su almeno 100/150 milioni di euro di maggiori investimenti da parte dei privati”. Rispetto al resto d’Europa, in Italia esiste il più alto numero di esordienti alla regia, con l’età media più alta, attorno ai trentotto anni. Sarà anche per questo motivo che i nuovi film usciti nel 2008 sono stati in totale 376 sugli 845 titoli complessivamente in programmazione nelle sale, 130 dei quali di nazionalità italiana. Venti titoli in più rispetto al 2007. Un risultato positivo, che attestandosi complessivamente al 29 per cento, conferma il trend positivo degli ultimi anni.

Purtroppo però, quando si parla di cinema, non sempre la “favola tra realtà e finzione” si conclude con un lieto fine. Gli incassi in sala infatti sono scesi dai 617 milioni del 2007 ai 593 milioni del 2008 e i biglietti sono finiti sotto la quota dei 100 milioni, anche se, nel complesso, i film natalizi hanno avuto il consueto successo di pubblico. Basti pensare che “Natale a Rio” di Neri Parenti si è aggiudicato la medaglia d’oro degli incassi con la bellezza di 17,6 milioni, seguito da “Grande, grosso e…Verdone” e “Scusa ma ti chiamo amore” di Federico Moccia con quasi 13 milioni, e “Gomorra” di Matteo Garrone sui 10 milioni. Questi dati però riportano alla luce un annoso problema: conviene produrre e distribuire film da botteghino o di nicchia?

La top 20 delle società di distribuzione del 2008 vede la “Universal” al primo posto con 49 film e 117 milioni d’incasso Cinetel, pari a circa il 20 per cento del totale annuo. “Medusa film” conquista il secondo posto (17%), seguita da “01 Distribution” (11%), “Warner Bros” (10%) e “FilmMauro” (8%).

“La rete di distribuzione italiana – sottolinea Rossi dell’Unsa – è internazionale ed è afferente alle multinazionali del cinema. Tant’è vero che un regista famoso come Gabriele Muccino, sostenuto dalla “Miramax”, in occasione del suo penultimo film, ha avuto un incredibile successo perché la sua casa di distribuzione ha pianificato l’uscita nelle sale, oltre 600, durante un fine settima di febbraio, dopo aver consultato le previsioni meteorologiche. Non sto scherzando, sembra assurdo, ma è accaduto davvero. La gente in quel week end è andata al cinema perché pioveva e cosa si è trovata sugli schermi? La prima visione del nuovo film di Muccino.

È ovvio che in questo modo sono stati penalizzati tutti gli altri film in programmazione. Questo è il vero problema. In Italia purtroppo, le sale cinematografiche rimangono gestite dalle multinazionali e se una di esse inserisce nel cartellone delle proiezioni un suo film, cancella automaticamente da oltre seicento sale gli altri, imponendo il proprio”.

Si apre un bivio, l’aut-aut che impone ai registi e ai produttori una scelta precisa: cinema commerciale o cinema indipendente? “Per determinati film non propriamente da botteghino – aggiunge Rossi – esistono circuiti particolari di distribuzione come il cinema d’essai o le sale parrocchiali”.

Per quale motivo in Italia un certo tipo di prodotto cinematografico non riesce a trovare uno spazio di visibilità? Negli ultimi tempi ci hanno provato in molti a scardinare il sistema. È il caso de “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Donetti, film vincitore di molti premi in tutto il mondo, ma incomprensibilmente ignorato dagli operatori della distribuzione.

La crisi si sente e si vede: i piccoli cinema di quartiere chiudono i battenti strozzati dalla forza delle multisale e dalla piaga della pirateria. I risultati d’incasso nel 2008 si diversificano in base alle strutture: negativi per le monosale, le piccole e medie multisale, e leggermente positivi per le sole strutture multiplex che continuano a sostenere il mercato. Sul totale dei film si va dal -18 per cento di presenze nelle monosale al +1,3 per cento di presenze nei multiplex. Il mercato conferma però il rallentamento generale dello sviluppo di nuove strutture e una sempre più marcata difficoltà per quelle con un minor numero di schermi.

Un film esce nelle sale per poi passare alla vendita, al noleggio e alla programmazione televisiva. Le reti generaliste italiane nel 2008 hanno programmato 3.995 film, il 35 per cento dei quali italiani, l’8 per cento europei. Rispetto agli anni precedenti si è registrata una lieve flessione nel numero di titoli trasmessi e un calo nello share medio (9,6 per cento contro il 10,25 del 2007). Rete 4 e Rai2, passate al digitale terrestre, sono in assoluto le reti che programmano più cinema italiano nell’intera giornata, seguite da La7 e Italia 1. I canali satellitari invece hanno trasmesso lo scorso anno 34.386 film che corrispondono a solo 3.853 titoli diversi, confermando la media dell’anno precedente di circa 9 passaggi per ogni titolo. Ben il 24 per cento della programmazione di film, però, pari a 8.226 unità, ha riguardato il cinema italiano, con un numero di passaggi molto superiore a quello del 2007, (era il 18 per cento), e circa il doppio del cinema europeo. Il film di casa nostra è rappresentato in proporzione di più su canali come RaiSat che su Sky Cinema.

A fronte di questi dati quindi, che futuro si prospetta per il cinema? “L’introduzione del tax credit (un sistema di credito d’imposta) – spiega Tozzi –, favorirà sempre di più l’apporto del capitale privato, con incrementi stimabili intorno al 15 per cento, ma il problema rimane quello dei tagli al Fondo unico per lo spettacolo, che non garantiscono più al cinema il 25 per cento dei finanziamenti pubblici”. Adesso però è giunto il momento di abbandonare i numeri e di tornare alla magia del film. Passano i titoli di coda. Le luci nella sala si accendono. Gli spettatori si alzano dalle poltrone. The end.

 

 

Medusa Film

Giampaolo Letta, amministratore delegato

 

Il cinema non sia più artigianato di lusso

 

Medusa film, nata nel 1995, è una tra le case di distribuzione italiane ai vertici del panorama cinematografico. Grazie ad una linea editoriale che si focalizza sul made in Italy, riesce ad ottenere ogni anno ottimi risultati di mercato.

Ha più volte dichiarato che il cinema italiano assomiglia sempre di più ad un comparto industriale. Cosa intende dire?

 

“A livello organizzativo e produttivo le società si sono lentamente e col tempo trasformate, e da piccole organizzazioni famigliari sono diventate più grandi, sempre più simili a vere e proprie industrie”.

 

Quanto investe Medusa nel cinema italiano?

 

“Ogni anno circa 60 milioni di euro. Seguiamo una linea editoriale che vuole spaziare dai blockbuster americani ai film d’autore o di nicchia. Produciamo così i campioni d’incasso natalizi come Aldo, Giovanni e Giacomo, ma non chiudiamo le porte alla voglia di sperimentare anche nuovi generi. Amiamo gli autori di qualità come Ozpetek , Muccino, Pupi Avati.

Si è ritrovato un clima di fiducia reciproca tra il mondo autorale e produttivo da un lato e il pubblico dall’altro. Non mi sorprendono quindi gli ottimi risultati ottenuti a Cannes da film come “Gomorra” e “Il divo”. D’altronde, che il cinema italiano sia vitale lo dimostrano i numeri”.

 

Medusa può vantarsi di un vero e proprio primato nella distribuzione, ma non pensa che le grandi case come la vostra soffochino le piccole realtà?

 

“Il metro e la proporzione la offre sempre il mercato. Bisogna fare una distinzione tra chi produce e chi distribuisce. Le grandi case spesso lavorano con una pluralità di produttori più o meno piccoli. L’aspetto industriale è importante per noi, alla fine ciò che comanda è il prodotto”.

 

I festival del cinema sono la prova del nove per i film e per le case di distribuzione. Bilanci e previsioni?

 

“Il bilancio è positivo, a parte l’ultimo festival di Cannes. A Venezia con il film di Pupi Avati e la Coppa Volpi a Silvio Orlando, abbiamo ottenuto grandi soddisfazioni. Siamo fiduciosi e ci aspettiamo grandi cose con “Baaria – la porta del vento” di Giuseppe Tornatore, un kolossal che aprirà il prossimo festival di Venezia”.

Purtroppo la pirateria è diventata una piaga per tutta l’industria cinematografica.

 

“È un danno per ogni comparto del cinema e non solo per chi produce i film e li distribuisce, ma anche per tutti coloro che ci lavorano. È un danno stimato tra i 500 e i 600 milioni di euro tra video e sale; più di un terzo del fatturato viene letteralmente mangiato dalla pirateria. È un problema che deve essere affrontato al più presto, con forza e vigore perché rischia di mettere a repentaglio l’industria dell’audiovisivo”.

 

I film di Natale, quelli cioè da botteghino, fanno grandi incassi a discapito della qualità?

 

“Non bisogna essere netti quando si parla d’incassi e qualità. Si possono fare bei film che fanno anche botteghino come possono esistere quelli d’autore di pessima qualità. Ogni progetto ha una storia a sé. A me piacciono sia i lungometraggi di Aldo, Giovanni e Giacomo sia “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli”.

 

Cosa consiglierebbe ad un regista di film non propriamente da botteghino. Quali strade dovrebbe intraprendere per avere visibilità?

 

“Non deve sicuramente lasciar perdere. Noi rivolgiamo la nostra attenzione a tutti, è però naturale che la qualità paghi sempre”.

 

 

Minerva International

Stefano Ricci, responsabile marketing

 

L’ultimo anello della catena: l’entertainment e l’audiovisivo

 

La Minerva si è affermata nel settore dell’entertainment e dell’audiovisivo a livello nazionale ed internazionale distribuendo e commercializzando diritti filmistici; nell’ultimo anno avete registrato dati positivi?

 

“Siamo contenti dei risultati del primo semestre 2009. Calcolando una flessione congiunturale generale, il nostro fatturato di quest’area ha tenuto bene: sia il catalogo, sia le ultime acquisizioni. Ci aspettiamo una crescita nel secondo semestre, vista anche l’affermazione del digitale terrestre in Italia che moltiplicherà i canali televisivi e quindi l’offerta.

 

Film da botteghino o di nicchia; un’eterna diatriba. Quali film distribuite più facilmente?

 

“Sicuramente i film d’autore sono l’asset principale del nostro catalogo e il cuore del nostro business. La “Minerva pictures” tuttavia è attenta anche alle produzioni più strettamente commerciali sia italiane sia straniere: le acquisizioni di “Meet Bill” con Aaron Eckhart, “Personal effects” con Michelle Pfeiffer e Aston Kutcher e “While she was out” con Kim Basinger, solo per citarne alcuni, testimoniano che il nostro interesse è rivolto ai film di qualità anche con un cast da blockbuster.

Riguardo ai film italiani crediamo nelle potenzialità del nostro cinema, dopo aver lanciato un regista promettente come Gabriele Albanesi, considerato l’erede di Dario Argento, producendo il film “Il bosco fuori”, abbiamo coprodotto con Bibi film e Rai cinema “Fortapàsc” di Marco Risi, che ha avuto un buon successo al botteghino. Ci piace inoltre segnalare che è in postproduzione “Napoli Napoli Napoli”, ultimo lungometraggio di Abel Ferrara, una produzione italiana girata interamente in Italia che crediamo sarà la sorpresa dei prossimi mesi”.

 

Cosa pensa del problema legato alla pirateria?

 

“La pirateria per chi fa della proprietà intellettuale il proprio business è il nemico da combattere. Non solo inasprendo le pene previste da una legislazione a oggi troppo permissiva, ma anche moltiplicando l’offerta per intercettare quel pubblico che fa del digitale, attraverso internet, la forma principale di fruizione del mercato cinematografico. Bisogna dare loro un’offerta legale a un prezzo contenuto. È su questi due fronti che si deve vincere la lotta alla pirateria”.

 

Il cinema che momento sta attraversando, e quale sarà il suo futuro?

 

“Siamo sicuramente prossimi a una svolta epocale. Le tecnologie cambiano rapidamente e influenzano altrettanto rapidamente le abitudini dei consumatori: sala, home video, internet sono tre attori che reciteranno una parte importante nei prossimi anni nel panorama cinematografico mondiale. Seguiamo le evoluzioni del mercato per cogliere i segnali degli scenari del futuro, consapevoli che chi come noi è un fornitore di contenuti, deve soprattutto pensare a fornire film di qualità”.



*Dice di sé.
Roberta Bottino. Giornalista, musicista e scrittrice genovese, diplomata in pianoforte, laureata... ma quanto è imbarazzante parlare di sé, soprattutto se si è vivi e vegeti e si hanno ancora tanti sogni nel cassetto da realizzare. Preferisco lasciarvi un pizzico di curiosità e di mistero, almeno fino al prossimo numero. Ai posteri l’ardua sentenza.









CARLO DOSSI

Il pudore inventò il vestito per maggiormente godere la nudità.
(Da “Note azzurre”, 1912)








 

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