CINEMA
CINEMA, TV, SPETTACOLO, INTERNET: UN CAMPO GIOCHI
INFINITO
Lo scrittore e sceneggiatore
Italo Moscati rende omaggio al grande regista Sergio
Leone
Gianluca Ferrara*
Apprezzabile tributo quello dedicato dalla Casa del cinema
di villa Borghese, a Roma, al regista Sergio Leone, in
occasione del ventennale della sua morte. Il meeting che ha
visto la partecipazione, tra gli altri, di personaggi quali
Ennio Morricone e Gianni Minà, è stato condotto da Italo
Moscati, autore del libro: “Sergio Leone – Quando il cinema
era grande”, in cui vengono ripercorsi gli scenari
personali, familiari e professionali del regista irpino.
Un’occasione di confronto e dibattito che mi ha permesso di
approfondire con lo scrittore milanese alcuni argomenti
legati sia al grande che al piccolo schermo.
L’omaggio a Leone è poi
proseguito nelle giornate successive, con la proiezione di
una serie di contributi audiovisivi e la presentazione della
rassegna completa dei sette film del regista.
Perché un libro su Sergio Leone?
“Ho deciso di scrivere il libro
con l’intenzione di progredire con la mia (implicita) storia
del cinema, per il momento italiano, cominciata con le
storie di Clara Calamai, Anna Magnani, Vittorio De Sica,
Eduardo De Filippo, Sophia Loren, Pier Paolo Pasolini e,
infine, per adesso, Sergio Leone. Con gli altri
personaggi-attori, scrittori, registi, ho cercato di
ricostruire tanti percorsi, come se fossero strade o
affluenti, per sfociare in una autostrada o in un fiume: il
cinema italiano. Lo sto facendo perché, senza impancarmi
rispetto ad altri prestigiosi studiosi, penso che le vicende
del nostro cinema stiano sfuggendo a molti e che su
molti registi, per restare a Leone, ci siano pesanti
equivoci. Leone ha dovuto fare grande fatica per vedere
riconosciuti il suo valore, i suoi meriti.
I suoi film – pochi – sono non
dico gli unici lavori italiani, ma quasi, che sono
apprezzati in tutto il mondo in modo crescente. Oggi gli si
dedicano retrospettive, documenti filmati, recuperi di
scritti e di testimonianze. Che cosa vuol dire? Un fatto
prima di tanti altri.
Il cinema vero, quello capace di
proporre idee e di farne spettacolo inteso come valore
estetico, non è sempre stato quello cosiddetto “d’autore” ma
è, Leone lo dimostra, quello che conquista stima e consensi
perché i suoi western, che sono western fino ad un certo
punto considerato il loro respiro, e l’ultimo “C’era una
volta in America” sono opere capaci di sprigionare una forza
complessiva che non finisce di stupire e far riflettere,
opere nemiche di ogni forma di provincialismo in celluloide
e nei progetti produttivi”.
Come descriverebbe Sergio Leone
dal punto di vista personale e professionale?
“Leone è stato un artigiano
cresciuto in una famiglia e in un ambito artistico del
cinema muto (il padre regista, la madre attrice) ed è
diventato, a poco a poco, un grande artista, forse scoprendo
egli stesso il talento.
E ciò dopo aver fatto il garzone
sul set, la comparsa, l’aiuto regista, lo sceneggiatore
avventizio. Non ha preso corse velleitarie, ha imparato,
anzi ha affinato le sue qualità. Davvero un’avventura
abbastanza unica nel nostro Paese, dove da qualche tempo il
mestiere del cinema e in particolare quello del regista
corrisponde più alla logica dello status-symbol sociale che
ad una ricerca paziente (o veloce non importa, ma senza
salti) come del resto è avvenuto per un’attrice come la Magnani o per un
regista-attore come De Sica”.
Qual è il destino del cinema in
Italia?
“Quello di continuare sulla
strada su cui si è incamminato, anche per ragioni di
sostanza. Il mercato dei film non esiste più. Un tempo (fino
agli anni Settanta inoltrati) i grandi registi-autori si
mescolavano ai grandi registi, ad esempio, della “commedia
all’italiana” (in realtà il racconto in anticipo delle caste
e delle varie derive italiane). C’era il pubblico. Poi la
televisione ha ridotto il mercato delle sale e i produttori
hanno preferito farsi finanziare dalle televisioni, e dal
ministero, piuttosto che investire.
Nessuno, o pochissimi, vogliono
rischiare. Nessuno ha una strategia produttiva a lunga
prospettiva. I giovani debuttano (un numero altissimo e
senza risultati), ma non riescono a fare il secondo o il
terzo film.
Sono spremuti e abbandonati. Gli
stessi giovani non sempre hanno le idee chiare su cosa e
come fare proprio nell’individuare storie capaci di
interessare e finiscono spesso per precipitare nella
banalità o nell’autoreferenzialità autoriale”.
Cosa pensa della fiction
italiana?
“Ha modelli antichi (i
fotoromanzi, gli sceneggiati, i film di Matarazzo) e tende a
ripetersi, togliendo possibilità ad illuminati dirigenti tv,
ai produttori e agli sceneggiatori o registi meno
conformisti, di migliorare scelte e qualità.
La fiction ha una storia
abbastanza breve, circa quindici anni, da quando Rai e poi
Mediaset hanno deciso di investire molti capitali nel
genere, finalizzando un pubblico, avendo anche alti indici
di ascolto. Ma bisogna andare avanti, rompere paure (nei
contenuti), convenzioni (i linguaggi sono troppo omogenei e
asfittici), incrostazioni e abitudini parassitarie nelle
proposte (santi, mafia, buoni sentimenti, lacrime, toni e
temi da soap opera). Lo devono fare coloro che
lavorano nelle tv e gli autori più bravi e più coraggiosi”.
Lei si occupa, tra le altre cose,
anche di tv. Quali sono i programmi che preferisce e quali,
invece, quelli che detesta?
“Vedo un po’ tutto in tv, con
moderazione. Cerco di spiare anche dentro i reality (che mi
piacciono poco) o dentro le fiction (talune sono riuscite) o
dentro i talk show, i documentari. Il risultato di
questa attenzione sono i tre cicli di “Viziati” (a giugno
andrà in onda il terzo ciclo): uno spettacolo, un’inchiesta,
una guida nella tv trash, il trash come humus
che possiede spunti e soluzioni valide, e invece come
speculazione tremendamente dilettante e inqualificabile.
I tre cicli di “Viziati”
(complessivamente 30 puntate di 50’) sono il mio tentativo di azionare una sorta
di termovalorizzatore, salvando ciò che merita di essere
salvato. Non dimentico che il grande varietà teatrale e
musicale ha fatto per decenni da humus al cinema e
alla tv: da Totò agli spettacoli tv, molti hanno trovato in
un trash spontaneo, intelligente (inteso come
campionario di futilità divertenti e demenziali) gli
ingredienti e le risorse per colloquiare con il pubblico,
intrattenerlo e persino stimolarlo. Si veda il prossimo
“Viziati 3”.
Chiambretti va su Italia 1,
Fiorello, Cuccarini e Panariello su Sky. Come giudica questi
cambiamenti nel panorama televisivo italiano?
“Oggi le tv, comprese quelle
satellitari, non stanno mai ferme. Non possono. La
pubblicità che finanzia tutti o completa i finanziamenti
(canoni di abbonamenti, pay tv) pretende una mobilità
continua e intensa. Si ha molta fretta nelle tv.
Non c’è tempo di preparare
nessuno. Serve “carne da cannone”, come si dice in guerra,
da buttare sul video: le veline sono appunto questo.
E poi i pochi nomi che fanno
ascolti vengono disputati dalle tv. Ma non è una soluzione.
Sono maggiori le delusioni. Le campagne acquisti significano
spesso poco o nulla.
Mi cita i nomi di qualche autore
(per la tv) e regista (per il cinema) che apprezza
particolarmente?
“Senza tornare troppo indietro,
faccio alcuni nomi, lasciando stare i personaggi che
lavorano poco e sono ormai da anni in pensione: Gregoretti
(vecchia guardia di cui bisogna ricordare lo spirito
ironico), Piero Angela (vecchia guardia che continua a fare
programmi con pulizia e chiarezza), Minoli (in attività da
anni e coerente nei suoi racconti e documentari); e, fra i
più giovani, Floris, Santoro (quando non si autocita, ossia
si lascia tradire dai suoi schemi), la Gabanelli, Antonio Ricci,
la Littizetto. Nel cinema, oggi, scelgo
Sorrentino, Garrone, Virzì”.
Quali consigli si sente di dare
ai giovani che vogliono lavorare nel cinema e nella tv?
“Non pensare, come va di moda,
che le raccomandazioni servono sempre e comunque. È vero, il
sistema è negativo e non premia i meriti, ma basarsi sulla
speranza delle raccomandazioni può essere tossico. Laurearsi
non basta. Non bastano i corsi qua o là per la regia,
sceneggiature o altro. Bisogna sapere, ma bisogna
attrezzarsi, avere pazienza, cercare le occasioni (senza
arrendersi subito). Bisogna insistere, insistere, insistere.
Con se stessi, guai a staccare; e con gli altri
(committenti). Da una cosa nasce l’altra. Così fece Leone
(che arrivò alla regia a 30 anni!). Così si è sempre fatto.
Scegliere i tram giusti, ovvero
avvicinare le persone che si stimano, far leggere i propri
lavori, rendersi disponibili. La situazione non è facile,
anzi è difficile. Ma è una prova di forza e non solo di
talento. Il talento magari vien fuori se si è forti dentro,
e si cerca di vedere cinema e tv come imprese e non come
leggende che vivono della luce del passato o dei bagliori
morti del presenzialismo specialmente televisivo. Allora, in
bocca al lupo. Diffidate di chi fa le cose facili.
D’altronde, la tv, lo spettacolo,
il cinema, internet sono un campo giochi infinito, meglio
della città dei balocchi. C’è chi finisce con le orecchie da
somaro e chi sa approfittarne nel senso di usare i media
secondo talento e secondo intelligenza, fidandosi poco di
certi guru. I maestri veri ci sono. Basta cercarli”.
E lei, di se stesso, cosa
direbbe?
“Non mi piace descrivermi, ci
sono i miei lavori a farlo (sceneggiature, regie, libri,
radio, tv): basta cercare anche su internet le orme di
questi percorsi e andare a verificare. Sono anche quello che
gli altri scoprono…”.
*Dice di sé.
Gianluca Ferrara. Sociologo con la passione per la
scrittura. Considera importanti tre cose: obiettività,
coerenza, capacità di riconoscere i propri limiti.
Intuitivo, si lascia guidare spesso dall’istinto. Il suo
motto: “Ascolta, pensa e sorridi”
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CLAUDIA GERINI
Il corpo, vestito o
nudo, è uno strumento dell’attore che deve
continuamente comunicare, l’attore trasmette
le emozioni attraverso la voce, il viso e
il corpo.
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CARLOS RUIZ ZAFÓN
Un racconto è la
lettera che un autore scrive a se stesso per
mettere a nudo la propria anima.
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