BELPAESE
GLI ALPINI, SIMBOLO E MEMORIA DELL’ITALIA
La storia di un’amicizia
personale diviene lo spunto per un omaggio ad uno dei
corpi militari più longevi ed amati del Paese
Domenico Mazzullo*
Sul
cappello, sul cappello che noi portiamo
c’è una lunga,
c’è una lunga penna nera…
Sono le parole con cui si apre
una delle più celebri e amate canzoni degli Alpini, nota in
tutto il mondo. Con queste stesse parole si schiude questo
articolo, meglio detto racconto, che vede come protagonista
proprio un cappello, un cappello da Alpino, con una lunga,
lunga penna nera…
Se fossero stati ancora in vita,
questo racconto sarebbe stato certamente scritto da loro,
Salvator Gotta, celebre autore de “Il piccolo Alpino”, o
Edmondo De Amicis, autore del non più così celebre e letto
“Libro Cuore”, ma purtroppo non sono più tra noi e allora
chiedo umilmente loro in prestito la penna, la intingo
nell’inchiostro e con mano tremante, questa storia la scrivo
io, chiedendo fin d’ora scusa per la mia inadeguatezza, per
la mia incompetenza a scrivere e descrivere quanto è
avvenuto e quanto ho provato sulla mia persona.
Non sono un alpino, non ho
servito negli alpini, durante il servizio militare, ma ho
avuto l’onore e il piacere di conoscere gli alpini, di
essere con loro, in loro compagnia e al loro fianco, di
averne provato e toccato con mano, il sentimento di
abnegazione, umiltà, attaccamento al dovere, lo spirito di
corpo, la grande umanità, l’orgoglio e la gioia di
appartenere a questo mirabile corpo.
Alpini non lo si è per un periodo
limitato della propria vita, solo quando si indossa la
divisa, smessa la quale si torna ad essere persone normali.
Alpini lo si è per sempre, per tutta la vita, anche quando
questa è finita, perché gli alpini, a differenza dei comuni
mortali, non muoiono mai… ma “vanno avanti”, per
indicarci la strada, per precederci e proteggerci, ancora
una volta, per prenderci per mano quando toccherà a noi,
accompagnandoci in questo ultimo, periglioso viaggio verso
l’ignoto.
La storia, come tutte le storie
che si rispettano, comincia da lontano, lontano nel tempo,
circa tre anni fa, quando, con mia moglie a Venezia, in una
breve pausa estiva, dopo aver visitato il ghetto della
città, con le sue meraviglie, decidemmo di sostare in un
bar, approfittando di un tavolo all’aperto per gustare un
gelato. Terminato questo e recatomi alla cassa per pagare,
ad una gentile signora, che successivamente si rivelò come
la proprietaria, mi sentii rifiutare il denaro con delle
semplici, decise, determinate parole, che non ammettevano
repliche o opposizioni di sorta:”No, signore.
Lei non paga. L’ho sempre vista
per due anni, tutti i pomeriggi in televisione. Mi piace
come parla. Sono sempre stata d’accordo con i suoi pareri.
Il gelato lo offro io”.
Non ebbi il coraggio di ribattere
nulla di fronte a tale decisa e ferma determinazione.
Lusingato e ammirato, chiamai mia moglie per presentarla
alla signora che così gentilmente mi aveva apostrofato… e
trascorremmo il resto del pomeriggio al bar, parlando di
Venezia, della sua storia, dei ricordi del passato, di noi.
A sera eravamo amici.
La sera successiva eravamo ospiti
a cena a casa sua, ove conoscemmo il suo “compagno”: odio
questa parola, ma non trovo un equivalente. Marito? Non è
esatto. Fidanzato? Sembra ridicolo tra persone adulte.
Amante? Offensivo e riduttivo.
Roberto era una persona che mi
suscitò un’immediata, intensa, spontanea, inspiegabile
simpatia, forse per la sua semplicità, la sua schiettezza,
il suo viso sincero e riservato, la sua voce seria e pacata,
il tono basso e disteso, gli occhi onesti e dialoganti con i
miei, la semplice, profonda bontà che essi esprimevano.
In un battibaleno diventammo
amici e ignorando le signore che parlavano di cucina, ci
lasciammo trascinare dal discorso in confidenze personali di
vita, fino a che, come se entrambi fossimo arrivati ad un
appuntamento predestinato, il discorso scivolò
impercettibilmente, approdò, (per caso?) alla Prima guerra
mondiale, una delle mie molteplici passioni e della quale
Roberto si rivelò essere un profondo e acuto conoscitore.
Parlammo del Grappa, di trincee,
di filo spinato, di elmetti italiani Adrian, di corazze
Farina, del Carso, del Ponte di Bassano, del Piave, fiume
sacro alla Patria, dell’Ortigara, dei generali che mandavano
gli uomini allo sbaraglio in ondate di attacchi ripetuti,
per conquistare solo pochi metri di terreno al nemico.
Come sullo schermo di un
fantastico, immaginario cinematografo, passavano, scorrevano
davanti ai nostri occhi le scene di guerra, di assalti alla
baionetta, di trincee ricolme di fango, di soldati
abbarbicati sulle montagne in avamposti impossibili, di
mitragliatrici, di granate, di obici e mortai, di attacchi
con i gas asfissianti, di orrore e di eroismi, di giovani e
giovanissimi caduti, dei “Ragazzi del ’99”, in guerra a soli
18 anni, di ardimenti quotidiani e non conosciuti, di
immensa sofferenza, di immane catastrofe.
Roberto era un alpino, aveva
compiuto il servizio militare negli alpini, anni addietro e
seppure ora vestisse abiti civili, rimaneva un Alpino, per
quel discorso cui accennavo prima.
Fu lui a dirmi, per primo, che
alpini lo si è per sempre, lo si rimane sempre, perché il
cappello e la penna nera che lo sovrasta, rimangono a vita
nel cuore… e mentre mi diceva questo gli brillavano gli
occhi per l’emozione e la commozione, che coinvolsero anche
me, suggellando in un attimo la nostra simpatia e sintonia.
Mi mostrò i libri che aveva e le foto, che mai avevo visto
prima d’allora, delle trincee, restaurate e conservate,
custodite dagli alpini, come una reliquia, come una memoria
sacra, di un passato che appartiene a tutti noi italiani.
La serata trascorse così, tra
ricordi di guerra, storie recenti, racconti inediti, canti
degli alpini e grappa, che a me astemio, fece girare
immediatamente la testa, accentuando ancor più quello stato
sognante, quello stato crepuscolare nel quale ero ormai
piombato e nel quale i canti degli alpini, le voci delle
mitragliatrici, i boati dei cannoni e gli scoppi di granate,
si mescolavano mirabilmente e con le immagini di trincee
fangose, filo spinato, camminamenti scavati nella roccia,
urla di feriti e immagini di ufficiali che al grido di
“Avanti Savoia”, incitavano i soldati in grigio-verde, a
saltar fuori dalle protettive trincee e andare all’attacco.
Ad ora tarda ci salutammo, con la
promessa, sulla porta, da parte di Roberto, di organizzare
per me, una visita alle trincee e ai campi di battaglia.
Tornai a Roma, con questa promessa nel cuore, ma con una
certa pessimistica sfiducia che mai si sarebbe potuta
verificare e realizzare la promessa fatta e che forse
Roberto l’avrebbe presto dimenticata.
Ma Roberto non dimenticò e
qualche mese dopo giunse puntuale la telefonata, con
l’invito, a recarmi di nuovo a Venezia, perché saremmo
andati in trincea.
Roberto non dimenticò la
promessa. Avevo sottovalutato la promessa di un alpino. Gli
alpini non dimenticano e mantengono la parola data.
Tralascio i dettagli della visita
alle trincee, non perché non siano interessanti, ma perché
sono irripetibili e indescrivibili, non comunicabili, le
emozioni che essi suscitarono entro di me, che fino ad
allora avevo solamente letto, visto in fotografia,
immaginato quei luoghi, quei campi di battaglia, che ora mi
trovavo a visitare personalmente, quei terreni dove si era
combattuto e in tantissimi erano morti e sui quali, ora io
posavo i miei piedi, quelle trincee nelle quali
istintivamente abbassavo il capo, per non essere colpito dai
cecchini nemici.
Fu una giornata indimenticabile,
commovente, emozionante, gravida di significati e di
sensazioni nuove e mai provate, di gioia profonda, ma anche
di struggente malinconia, per trovarmi in luoghi così
carichi di storia, di dolore, di eroismi passati, ma ancora
così presenti e pregnanti.
Ma se gli eroismi passati,
trascorsi, mai dimenticati, erano presenti e tangibili,
nell’aria, nel terreno, nelle trincee e nei camminamenti,
nei loculi ricavati nella roccia, per dormire qualche ora
tra un attacco e l’altro, in un momento di pausa del
combattimento, negli oggetti di uso quotidiano rinvenuti e
conservati gelosamente, nelle schegge di granata e nei
proiettili inesplosi, un altro eroismo, singolo, privato,
solitario, unico, personale, si stava verificando in quel
momento e io ne ero testimone e partecipe, consapevole, ma
inerme e impossibilitato a fare qualcosa per essere di
aiuto.
Roberto, infatti, la mia guida,
il mio mentore, il cicerone di questo museo all’aria aperta,
di questa galleria di ardimenti quotidiani e di quotidiane
sofferenze, inerpicandosi sul terreno scosceso del Grappa,
calcando i gradini di pietra, dei camminamenti, procedendo
nelle strettoie delle trincee, era sempre più visibilmente,
sofferente, il suo viso era contratto da un dolore che non
proveniva, come per me, da un passato e dalla memoria di
questo, ma da un disperato, maledetto, crudele presente.
Il presente di una malattia molto
grave, cattiva, crudele che lo affligge da quando aveva da
poco superato i venti anni di età, quando era giovanissimo e
aveva tutta la vita davanti con tutti i sogni e le
aspirazioni che un giovane può avere. Sogni e aspirazioni
interrotti, bloccati, chiusi, negati da una diagnosi
orribile, senza speranza, che Roberto, senza essere medico,
aveva già formulato da solo, ma che poi venne
irrimediabilmente e senza appello confermata dai medici.
“Morbo di Burger”.
Detto così non significa niente,
ma per noi medici significa tantissimo, purtroppo.
Significa una malattia
gravissima, che dopo anni di acutissime, insopportabili
sofferenze, conduce inevitabilmente alla morte.
Significa una malattia per cui
progressivamente le arterie, quei tubi che attraversano
tutto il corpo e che veicolano il preziosissimo sangue dal
cuore in tutti gli organi, gradualmente si ostruiscono, si
chiudono e il sangue non arriva più dove deve arrivare, con
tutte le conseguenze drammatiche, che è facile immaginare.
Sarà capitato a tutti, avendo
accavallato una gamba sull’altra e avendo con questo
semplice gesto compresso una arteria, al momento di porci di
nuovo in piedi, sentire la gamba come morta, non più
rispondente ai comandi provenienti dal cervello, e se
malauguratamente la compressione è durata solo un poco di
più nel tempo, essere colpiti da dolori lancinanti,
insopportabili, insostenibili, provocati dal temporaneo
venir meno dell’afflusso di sangue all’arto.
Per nostra fortuna, basta
ristabilire la circolazione, eliminare la compressione e
tutto torna come prima, il dolore cessa in breve tempo.
Ma se quel venir meno
dell’afflusso di sangue, non è come a noi accade,
temporaneo, ma permanente, definitivo, progressivamente
ingravescente, allora i dolori non cessano, ma divengono
perenni e sempre più acuti, intensi, insopportabili,
insostenibili. E naturalmente ogni movimento acuisce ancora
di più il dolore, a dismisura, aumentando il bisogno di
sangue da parte dei muscoli; ma tale bisogno non è possibile
soddisfarlo, perché il sangue non arriva più.
Naturalmente i primi a soffrire
sono gli arti inferiori, i piedi, le estremità, più lontane
dal cuore e quando il flusso di sangue diviene così scarso,
da non riuscire a nutrire nemmeno un poco i tessuti, questi
muoiono e subentra la gangrena. Allora per cercare di
salvare la vita al paziente bisogna amputare.
La dinamica, la logica di questa
malattia è semplice e crudele, e come un albero in inverno
perde le foglie, così un uomo, nell’inverno della sua
esistenza, perde parti di se stesso, prima le dita dei
piedi, poi i piedi, poi le gambe e infine la vita stessa.
Il mio amico Roberto si era
incamminato per questa via, quando aveva venti anni e già
allora conosceva bene il percorso a lui riservato, avendo
perso il padre, per la stessa malattia, quando era ancora
bambino.
Oggi, ogni passo, ogni metro da
percorrere a piedi era per lui un supplizio, per i dolori
che gli provocava, e ciononostante aveva voluto farmi da
guida lo stesso, nelle sue trincee, per insegnarmi, per
illustrarmi, per scoprire, nei miei occhi e nel mio viso, lo
stupore e la meraviglia di quella giornata fantastica sul
Monte Grappa.
Avevo assistito all’ennesimo
eroismo di un alpino. La giornata si concluse con una cena
indimenticabile, assieme agli alpini del gruppo di Ramon,
che mi avevano accolto nella loro sede, con canti di
montagna e grappa, costringendomi, per quella volta, a non
essere più astemio e a cantare con loro.
Tornai a Roma, portando negli
occhi e nelle orecchie le immagini dei loro volti, delle
loro voci, dei loro canti e nelle mani una cassettina di
legno, da loro confezionata, avvolta in un nastro tricolore
e contenente per me, oggetti raccolti in trincea, reliquie,
per loro e per me, e che mi avevano donato. La promessa
reciproca di rivederci tutti alla successiva adunata
nazionale, nel
2009, a Latina, il 10 maggio.
Chi non conosce gli alpini non
sa, non può comprendere, quanto per loro sia importante,
fondamentale, indispensabile partecipare all’adunata
annuale, alla quale accorrono tutti, da tutta l’Italia e
anche dai paesi esteri più lontani. Per Roberto in
particolare è, ed è sempre stata, un’occasione, una ragione
per sentirsi ancora vivo e presente.
Mancavano pochi giorni alla data
fatidica, che attendevo con ansia e trepidazione; tutto era
pronto per il grande evento, quando, una sera ricevetti una
telefonata, improvvisa e inaspettata: la telefonata di
Roberto, che con voce emozionata, nella quale non mi fu
difficile riconoscere i segni della commozione, mi
annunciava la sua impossibilità a partecipare all’adunata:
“Domenico, sono ricoverato in ospedale. I dolori sono
diventati insostenibili e forse dovranno amputarmi un piede.
Non posso venire. Non potrò
sfilare assieme agli altri, ma voglio che almeno sfili il
mio cappello da alpino. Voglio che sia tu a portarlo in
capo, così assieme a te e al mio cappello, sarò anche io,
idealmente, con voi. Lo porteranno giù gli alpini e tu lo
indosserai per me, al posto mio”.
La telefonata terminò qui, perchè
né Lui, né io, avevamo voglia, desiderio, o bisogno di
aggiungere altro. La mattina del 10 maggio, alle prime luci
del sole, a Latina, gli alpini mi consegnarono il cappello
di Roberto con la penna nera.
Assieme al cappello, una piccola
busta stropicciata dal viaggio, sulla quale erano scritte
solo due parole, ma nelle quali lessi e riconobbi
immediatamente la grafia della “compagna di Roberto”, la
signora veneziana conosciuta al bar: “Per Domenico”:
“Caro Domenico, scusa se non ti
scrivo su qualcosa di più decente che su questi foglietti da
appunti, ma, in realtà sto usando quello che ho sottomano.
Sono poche parole scritte di getto e sono dedicate a due
“tipi” alquanto speciali che conosco e amo. Sono a casa di
Roberto. Sono le 15,30.
Questa sera il copricapo di
Roberto partirà con Marilena alla volta di Latina perchè,
per suo espresso desiderio, tu abbia a sfilare,
indossandolo, nel giorno più importante di tutte le adunate
alpine. Il suo desiderio è questo ed io non posso che
avvallarlo con immensa gioia. Non conosco nessuno che più di
te sia degno di rappresentare l’uomo che amo in un momento
simile. Consegno a te, attraverso il suo cappello, anche il
suo spirito, la sua lealtà alla sua terra e la sua onestà
verso essa e verso gli amici che lo circondano.
Ti prego porta tutto questo con
te in quella parata. Portalo nel tuo spirito e nel tuo
grande cuore. So che la tua essenza intrecciata a quella di
Roberto renderanno quella penna nera la più lucida, la più
forte, la più alta di tutte le altre e ti farà incontrare
anche solo per un secondo con il Signore delle cime.
Con immenso affetto
Kika”
E così, con queste parole nel
cuore e con il cappello di Roberto sul capo, ho sfilato,
assieme a tantissimi alpini, per le vie di Latina, in quel
meraviglioso 10 maggio 2009.
Mi correggo, il cappello di
Roberto ha sfilato per le vie di Latina, recato, portato,
sorretto indegnamente da me, ma sotto quel cappello non
c’ero io. C’era lui, c’era Roberto e per questo la penna
nera sul cappello era la più lucida, la più forte, la più
alta di tutte, come certamente ha voluto e desiderato il
Signore delle cime.
Dicono che quando si muore ci
passino in un battibaleno, davanti agli occhi, le immagini
dei momenti più significativi e importanti della nostra
vita. Sono certo che quando toccherà a me di “andare avanti”
una delle poche immagini sarà rappresentata da quel cappello
con la lunga penna nera, la più lucida, la più forte, la più
alta di tutte le altre.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
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FERRUCCIO DE
BORTOLI
Credo che
qualche volta il raccontare i retroscena
di quelli che sono gli avvenimenti politici,
aiuti moltissimo a comprenderli. Anche se
spesso, quelle sono ricostruzioni che i
politici non gradiscono, perché non sono
ricostruzioni ufficiali, sono
ricostruzioni nelle quali spesso si va a
rimettere a nudo l’uomo, piuttosto che il
politico, il personaggio privato
piuttosto che il personaggio pubblico.
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