BELPAESE
UNA VITA DA GENOANO
L’argentino Milito ha
lasciato il Genoa per l’Inter piangendo come un vitello
che sa di finire al mattatoio. Lacrime che fanno capire
che seppur i soldi siano tutto un piccolo spazio per i
sentimenti si trova sempre
Danilo D’Anna*
Se avete letto “Febbre a 90°” di Nick Hornby potete capire
come mi sentivo nell’estate del 2005: il Genoa veniva
retrocesso dalla giustizia sportiva in serie C, due
settimane dopo la storica promozione in serie A attesa per
dieci anni, e io per motivi di lavoro dovevo trasferirmi a
Pontedera, piccola cittadina in provincia di Pisa; un posto
impermeabile a ogni forma di divertimento diversa dal
raccontare agli amici al bar una trombata con la vicina di
casa o con la commessa del negozio più costoso del corso
principale. Il Vecchio Balordo rischiava l’estinzione, io mi
rompevo le palle. In quei giorni giuravo a me stesso che non
avrei mai più visto una partita di calcio e che da quel
luogo sarei venuto via alla velocità della luce. Ho
mantenuto solo l’ultima parte della promessa.
Con questa voglia di rivalsa
calcistico-sociale ascoltavo pazientemente gli amici con la
mia stessa passione per i colori rossoblù mentre mi
snocciolavano i nuovi acquisti: “Guarda che Zaniolo sotto
rete è bravo, stai tranquillo ti dico che Grabbi è ancora
forte”.
Volevo tagliarmi le vene e
maledivo quel giorno che decisi che il calcio sarebbe stata
la mia passione più grande. Anzi, la seconda: la prima
inizia con effe e non è la filosofia. E mi interrogai –
senza darmi risposta – perché tra tante squadre scelsi il
Genoa Cfc 1893.
Quando presi quella storica
decisione avevo sei anni, mio padre da buon meridionale
faceva il tifo per la compagine di Sampierdarena (sì proprio
quelli con la maglietta d’Arlecchino) e così anche la
maggior parte dei miei amichetti. A me piaceva il Genoa,
nonostante le persone che mi circondavano, nonostante la
domenica Paolo Valenti mi facesse venire il magone
annunciando la sconfitta dei miei eroi a Novantesimo.
Nonostante tutto. Più mi faceva male, più mi stringevo al
Grifone.
Nel 2005 però la botta fu davvero
brutta. Pizzighettone, San Marino, Teramo, Pro Sesto, Pro
Patria e La Spezia… non volevo neppure pensarci. Pareva di
leggere una pagina di “Febbre a 90°”: la vita mi aveva
portato in un posto insignificante e la mia squadra era
piombata in un campionato insignificante. Odiavo il mondo.
Ora sia la serie C sia Pontedera
sono dei ricordi sbiaditi. Il mio Genoa ha riconquistato
perfino l’Europa, diciassette anni dopo la prima volta.
Quella dei miei vent’anni, quella
del mio mito di sempre: Pato Aguilera. E io mi sento come
Hornby, che ha visto il suo Arsenal vincere la Premier
league.
Certo non ho ancora brindato allo
scudetto – sarebbe il decimo, quello della stella – ma
festeggiare in piazza De Ferrari in una domenica di fine
maggio con un bimbo di un anno e mezzo, mio figlio Davide,
sulle spalle è stata un’emozione che non avrei mai neppure
immaginato di poter sfiorare. Io con la maglietta numero 77
di Milanetto, del quale mi definisco frocio impippandomene
del politically correct; lui con quella numero 22 del
principe Milito.
L’argentino che se ne è andato
all’Inter piangendo come un vitello che sa di finire al
mattatoio. Lacrime che fanno capire che seppur i soldi siano
tutto – e, infatti, Diego vestirà nerazzurro -, un piccolo
spazio per i sentimenti in fondo si trova sempre.
Proprio le lacrime di Milito sono
lo spot più vero di questo Grifone e dei suoi tifosi. Gente
che si alza in piedi per salutare l’uscita del
centrocampista più forte visto all’ombra della Lanterna –
Thiago Motta – con la stessa dignità con cui esultava per
una rete di Boisfer, nonostante la retrocessione in serie C
fosse già matematica da tempo.
Non si può spiegare cosa muova
chi ama il Grifone. E non è una frase fatta: tre anni fa un
settantenne fu colto da infarto a Marassi dopo un gol
decisivo allo scadere.
Fu portato all’ospedale con poche
speranze di riprendersi. A tenergli la mano la moglie, che
lo aveva visto cambiare colore, toccarsi il petto e
stramazzare mentre tutto intorno a loro si faceva festa. I
medici gli salvarono la vita, lui aprì gli occhi e seppur
intontito dai farmaci guardò la donna, che non si era mai
staccata un secondo dal suo letto. Le chiese soltanto una
cosa: “Abbiamo vinto?”. Inutile specificare dove fu mandato.
Un piccolo aneddoto di una storia
infinita che ti coinvolge già dalle prime righe: un medico
inglese, sir Spensley, mandato a Genova a curare i marinai
della regina, aveva tanta nostalgia del gioco del soccer che
si inventò il Genoa. Era il 7 settembre del 1893. Siamo
sopravvissuti a tutto e a tutti. Più rabbia che felicità,
più sconfitte che vittorie. Eppure la camiseta
rossoblù resta tatuata sulla pelle di uomini e donne di ogni
ceto sociale, dal bambino di un anno e mezzo che sorride
sulle spalle del papà al settantenne che pur di vedere
quelle maglie è pronto a mettere a rischio le coronarie.
“Yes we go”, è la frase che
scimmiotta lo slogan di Obama nella campagna elettorale
americana che la dirigenza rossoblù ha scelto per celebrare
la qualificazione in Europa.
Il popolo preferisce il dialetto:
“Ghe l’emmu feta”, sospira. Ma Pizzighettone e Pro Patria
non si possono dimenticare: da quei campi di periferia, tra
un assaggio di pecorino e novanta minuti di adrenalina, il
Grifone è rinato dalle sue ceneri. Io come Nick Hornby
quando qualcosa non gira per il verso giusto nella mia vita
privata penso sempre al Genoa. Ma questa simbiosi con la mia
squadra di pallone mi piace sempre di più. Forse non
vinceremo mai la Champion’s league, ma ci vorremo
sempre bene, finché una rete a tempo scaduto non mi farà
capire che anche per me è arrivato il triplice fischio . E
pazienza se per quella volta non potrò prendere in giro i
doriani per la vittoria della squadra do mae coe (per
i non genovesi vuol dire del mio cuore). Ci sarà sempre quel
bimbo che adesso ha un anno e mezzo a far sorridere il suo
papà.
*Dice di sé.
Danilo D’Anna. Cronista di provincia quarantenne, da qualche
anno gira per l’Italia come la merda nei tubi. Disincantato
da tutto ciò non sia Genoa. Con un incubo: i treni.
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ANTONIO CANOVA
Ho letto che gli
antichi una volta prodotto un suono erano
soliti modularlo, alzando e abbassando il
tono senza allontanarsi dalle regole
dell’armonia. Così deve fare l’artista
che lavora ad un nudo.
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