BELPAESE

COSA METTO NEL MIO I-POD?


Da Renato Zero e Claudio Baglioni a Giusy Ferreri ed Arisa,
una rapida carrellata sull’attuale panorama musicale italiano,
tra vecchie glorie e incoraggianti promesse


 

Gianfabio Florio*

 

Come da tradizione, la stagione estiva porta con sé orecchiabili motivetti mordi e fuggi dal sapore esotico, tanto rapidi ad inculcarsi nel cervello dell’uomo della strada quanto a passare nel dimenticatoio non appena si ripongono costumi e creme abbronzanti nell’armadio.

Quest’anno è quantomeno singolare che l’arrivo dell’estate sia stato preceduto da un mega concerto degli artisti per l’Abruzzo, dal nobile intento benefico, in programma allo stadio Olimpico lo scorso 20 giugno, proprio l’ultimo giorno di primavera, quasi come per dare un segnale alle popolazioni terremotate. La stagione, notoriamente frivola e spensierata, porterà anche a loro un pizzico di serenità in più. Almeno questo – oltre alla raccolta di fondi, ovvio – speriamo sia stato l’intento di, tra gli altri, Renato Zero, Gianni Morandi, Gigi D’Alessio, Fiorella Mannoia, Antonello Venditti, Pino Daniele e Claudio Baglioni.

Fatta questa doverosa premessa, cos’altro offre il panorama musicale italiano, notoriamente ancorato alla tradizione? Claudio Baglioni partirà con l’ennesimo tour il prossimo ottobre, giusto il tempo di rinvigorire l’abbronzatura d’ordinanza in questi tre mesi che precedono il via. Teddy Reno si sta riprendendo da un delicato intervento: auguri. In forma ci sembra un altro mostro sacro, Renato Zero, 30 album per lui, di cui l’ultimo per ricordare a tutti che è ancora Presente”, e i suoi sorcini non se ne sono certo dimenticati, regalandogli fino ad oggi 300 mila gioie. Nel disco anche spunti originali, come il duetto con Mario Biondi, che quando canta in italiano sembra quasi un altro. Sulle note del testo biografico di Renato, Biondi gli dedica più volte l’appellativo “poeta”. Gli chiede: Dimmi come ti va poeta – quella musica il bene che fa – è’ ancora la tua dignità il tuo pane.

In questi giorni è comparsa in libreria un’opera dedicata ad un altro poeta, il grande Paolo Conte, dal titolo “Prima la musica, in cui l’artista ha dichiarato di comporre partendo dalle note, per poi completare il tutto con il testo. Pertanto, prima la musica. Probabilmente non è il solo a pensarla così, perché se diamo un’occhiata in giro ci accorgiamo che non viene sempre dedicata ai testi la giusta attenzione. Se nel suo nuovo lavoro che, siamo certi, venderà moltissimo, Tiziano Ferro canta per rivelarci che “notizia” è l’anagramma del suo nome, non si intravedono all’orizzonte grandissime novità. Cosa che non può dirsi neanche di un altro mostro sacro, quell’Eros Ramazzotti che dalla fine del suo matrimonio ha scelto di continuare a mandare messaggi alla sua amata Michelle, e per farlo utilizza le note e lo spartito. In ogni album c’è almeno una mezza dozzina di tracce che sembra strizzarle l’occhiolino.

D’accordo, non è solo un paese per vecchi – non ce ne vogliano Claudio, Teddy o Renato, il termine “vecchio” viene usato nell’accezione più nobile, come a dire “esperto”, “sapiente” – e i giovani ascoltano anche le nuove tendenze. E nuove tendenze al momento si chiamano reality, anche se un altro ex ragazzo, Mogol, uno che ha fatto la fortuna di un certo Lucio Battisti, non usa parole troppo dolci per definire questa nuova scena musicale figlia della tv. A suo avviso i nuovi format non hanno prodotto nulla di buono, ma le vendite sembrerebbero contraddirlo. A Sanremo ha trionfato Marco Carta, uno dei tanti prodotti di Maria De Filippi, che con la sua storia ha commosso il pubblico e venduto in quantità. A me per certi versi ricorda Pago, una delle tante meteore estive del passato, ma un tempo si diceva: de gustibus ecc.… Con “La forza mia”, scritta dal chitarrista di Laura Pausini, ha scalzato nelle classifiche un’altra creatura tv, Giusy Ferreri, che qualcosa di originale in fondo l’ha mostrata, e che grazie al suo timbro di voce inconfondibile è assurta al ruolo di eroina di tutte le commesse che in lei identificano il nuovo Italian dream.

Programmi come “X-Factor”, da un lato, permettono a tanta gente di saltare la gavetta e affacciarsi al successo passando direttamente per il portone principale. A volte, dobbiamo ammetterlo, il risultato non è così cattivo. Giusy si ispira senza negarlo ad Amy Winehouse, almeno nella voce, ma senza avere la pretesa di avvicinarsi alle potenzialità della ribelle inglese. I Bastard sons of Dioniso di inglese hanno il nome, ma vengono dalla Valsugana, dove hanno tirato su una band che si diletta a comporre testi diretti, ma originali, che compensano in parte i loro limiti di melodie non del tutto orecchiabili che evidentemente non hanno condizionato più di tanto il giudizio di Morgan & Co., da cui hanno ricevuto lo scettro di vincitori del programma “X-Factor”.

L’originalità si può appalesare anche con una voce straordinaria dal timbro mai monotono, e con dei testi di alto spessore che raccontano storie, vere o finte che esse siano. E in questo caso ci si riferisce ai Baustelle, e al frontman Francesco Bianconi, che ha azzardato perfino un duetto con Valeria Golino in “Piangi Roma”. Splendido il risultato, com’era logico prevedere per una band il cui nome in italiano significa più o meno “cantiere”, evocando quindi l’immagine di un laboratorio in cui si produce sempre qualcosa di nuovo. Roma, tra l’altro, piange davvero. Perché dopo i fasti degli anni ’90, in cui i figli de “Il Locale”, Niccolò Fabi, Max Gazzè, Federico Zampaglione avevano monopolizzato la scena musicale nazionale, almeno per quanto riguarda la nicchia più colta e mainstream, adesso la capitale ha perso un po’ di posti in classifica.

Ci sono i soliti Vasco (quasi 500 mila copie con Il mondo che vorrei. Lui ha voluto Slash alla chitarra, mica male), Zucchero e Ligabue – che promette un nuovo album per il 2010, sperando che non si tratti dell’ennesimo clone di Certe notti – emiliani doc, sul podio delle regioni più rappresentate, ma il nord in generale si è avviato ad una rapida ascesa in classifica. A Roma c’è Cristicchi, certo, uno che da semi sconosciuto al grande pubblico è riuscito a vincere Sanremo. Roba da matti. Matti, appunto, come quelli di cui cantava il Crispino del rione Monti nella sua canzone festivaliera, in un’annata straordinaria che ha visto tra le nuove proposte trionfare il talentuoso – e coraggioso: cantare contro la mafia non è da tutti – Fabrizio Moro, anch’egli romano e con un nuovo EP fresco di pubblicazione: Barabba, ennesima accusa ad un immobilismo del sistema italiano. Per il resto tra i fan più chic crescono le quotazioni di Tricarico, ad avviso di chi scrive un vero genio, tanto schernito e deriso come fu anche il Rino Gaetano degli esordi.

Che altro? Ci sono I Negramaro, un successo strepitoso in soli tre anni. La band pugliese di Sangiorgi in alcuni passaggi riesce a ricordare perfino l’eclettico Moltheni (dieci anni di carriera per lui, auguroni, anche per il suo meraviglioso “I segreti del corallo”, pubblicato lo scorso autunno). Ma si tratta solo di spunti, di idee, perché il risultato finale è piuttosto differente e forse ciò che più di tutti conquista i fan dei Negramaro non è tanto la metrica delle canzoni, ma la voce inconfondibile del loro pelato leader. Che ha anche duettato con un sempreverde Jovanotti in “Safari”, omonimo brano che nell’incipit sembra ricordare “Splendido splendente” della Rettore, ma che presenta un intermezzo orchestrale in grande stile, estratto dal fortunatissimo album che ha venduto 700 mila copie e vede tra i contributi quello, straordinario, di Ben Harper.

Peraltro, sarà per le recenti elezioni, sarà per i tempi che cambiano, ma gli artisti italiani cominciano sempre più a guardare oltre confine. Le collaborazioni con artisti stranieri sembrano essere di gran moda al momento, e i vicentini Lost, affermatisi ad un pubblico minore con il loro Sospeso, riescono a far cantare nell’album il vocalist dei Good Charlotte. Anche una voce come quella di Francesco Renga si affida ad un disco di cover – in uscita il prossimo autunno – per raggiungere cosi un pubblico più internazionale.

Il suo vecchio sodale Omar Pedrini, dopo lo straordinario “Pane burro e medicine” del 2006, si appresta a pubblicare un “best of” e darsi alla tv (avrà preso in dote la passione per il tubo catodico dalla bellissima Elenoire Casalegno?). Inoltre, nell’anno in cui si separano i Pooh dopo decenni di gloriosa carriera, occorre spendere qualche parola per i loro discendenti. Alcuni delle vere e proprie meteore, come DJ Francesco, figlio di Roby Facchinetti, che del singolo estivo aveva costruito la sua fortuna, è stato inghiottito da altre realtà, forse più remunerative, come quella televisiva. Invece il figlio di Dodi, Daniele Battaglia, esce con un EP anticipato dal singolo Parole impreviste”, opera dello straordinario Paolo Nutini che, purtroppo, di italiano ha solo il nome e le origini, perché cresciuto nella fredda Scozia.

E se gli artisti italiani sono sempre più parte del grande melting pot paneuropeo, come non segnalare l’ultima svolta di Syria, per l’occasione trasformatasi in “Airys” (nient’altro che il suo nome al contrario), che esce con un album sperimentale definibile elettropop, anche se la bella Cecilia – il suo nome all’anagrafe – non ama racchiudere il suo progetto sotto un’etichetta. D’altra parte in un passato ormai lontano anche gente del calibro di Ivana Spagna, Raf e – addirittura – Sabrina Salerno, aveva raggiunto popolarità e vetta delle charts in Europa con brani dal sapore danzereccio, così adatti ad essere suonati in spiaggia.

In spiaggia, ne siamo certi, saranno in molti ad ascoltare nel loro i-pod l’ultimo lavoro di J-Ax, Rap ‘n’ Roll, anticipato dal singolo “Decadance, probabile tormentone estivo. Così come la Sincerità di Arisa, freschezza tipica della sonorità della musica leggera iberica, che nessuno ancora riesce a togliersi dalla testa. Basteranno i primi falò notturni ed i primi amori estivi a scalzare il simpatico fumetto vivente dall’overplay radiofonico? E, in effetti, la sincerità, elemento imprescindibile di una storia, contrasta un po’ con i pensieri di trasgressione che accompagnano l’arrivo del grande caldo.

Per il resto, nulla di nuovo sotto il fronte musicale. Per chi volesse “far qualcosa che serva” il consiglio è di seguire in tour gli Afterhours reduci dalla – scontata – bocciatura sanremese, accompagnati spesso nelle esibizioni live da un interessante Marco Parente. E come in mare aperto, anche in un negozio di dischi si possono trovare delle perle rare, come Ginevra di Marco, che con il suo Donna Ginevra mischia sonorità della tradizione locale regionale italiana con le esperienze maturate nei Csi con una delle costole dei Bandabardò.

Tra i nomi nuovi si possono azzardare un paio di scommesse. La prima è Giulia Villari, 25 anni, gran voce e presenza scenica forte, fortissima. La ragazza ha già prestato le proprie corde vocali ai Marlene Kuntz, che l’hanno voluta in passato come corista, e comincia a sentirsi sempre più spesso circolare in giro il suo nome. Siamo certi che farà strada. Un po’ PJ Harvey, un po’ Courtney Love, un po’ sé stessa. Quando si limiterà ad essere sé stessa il salto nell’olimpo dei più grandi sarà possibile.

Altro nome da tener d’occhio è quello di Andrea di Donna, uno che, per dire, ha fatto fare brutta figura ad un certo Adam Ficek, già bassista del tormentato Pete Doherty. Lo scorso marzo, al Piper club di Roma, il giovane Di Donna – appena 20 anni portati troppo bene – ha oscurato la scena a quella che doveva essere la guest star britannica. D’altronde, voce suadente, testi in inglese e pronuncia perfetta, e via sul palco armato solo di chitarra, a ricordare un po’ le sonorità dei Radiohead e a volte quelle più datate di Simon & Garfunkel. Roba forte, ragazzi. Per cui andiamoci piano, ma se fossi uno scommettitore, il mio euro sul ragazzo ce lo punterei.

Ad ogni buon conto: ognuno inserisca sul proprio i-pod ciò che preferisce. La musica, si sa, è emozione, e la scelta è vasta, ce n’è per tutti i gusti. Se poi qualche temerario decidesse di prendere una chitarra in mano e sfidare il giudizio altrui, beh, un po’ di spazio lo troveremo anche per lui.



*Dice di sé.
Gianfabio Florio. Avvocato, 30 anni, olandese per metà. Per combattere la violenza contemporanea si affida all’ironia. Fumatore a intermittenza e tifoso della Roma (in pianta stabile). Il suo primo romanzo verrà pubblicato a luglio. Da bambino sognava di diventare grande e adesso se ne pente amaramente. Sogno nel cassetto: un’isola deserta, Belen Rodriguez e... chissà perchè queste parole mi sembra di averle già lette sulla Gazzetta dello Sport.









CLEMENTE MASTELLA

I calzini sono utili. Il fatto di indossare un indumento
che copre una nudità che potrebbe anche rimanere scoperta
mi dà un senso di sicurezza.

(Da “A Natale regalate calzini”, 2007)








 

Copyright © 2007-2009

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer