LETTURE

PHILIP ROTH, UNA NON INTERVISTA


L’articolo della vita compromesso.
Sullo sfondo l’elezione di Barak Obama e una guerra civile inattesa.
Ma nulla è mai del tutto perduto...


 

Giorgio Specioso*

 

Prima parte

 

Da: Giorgio Specioso [g.specioso@gmail.com]
Inviato: 05 novembre 2008
A: Redazione [redazione@redazione.it]
Oggetto: Cari colleghi

 

 

Ho rispettato una fila di quasi otto ore e adesso è il mio turno. Ho soltanto pochi minuti e questa è la cronaca delle mie ultime quarantotto ore e dell’intervista allo scrittore Philip Roth che non ho potuto realizzare.

Scrivo da un affollato Internet point ubicato nella zona “Intercontinental arrivals and departures area” dell’aeroporto di Newark, New Jersey.

All’alba di ieri mi sono imbarcato sul volo AZ 972. Nonostante la levataccia ero piuttosto lucido. La stanchezza era stata spazzata via dall’orgoglio: come ben sapete, dopo settimane di corteggiamento, John Doe, l’agente dello scrittore americano Philip Roth, aveva dato il suo benestare e il nostro capo aveva scelto me per l’intervista.

 Avrei dovuto incontrare Roth nella mattinata di oggi proprio qui a Newark. Lo avrei invitato a rispondere alle mie domande, passeggiando lungo le malandate strade della città così ben descritta nel suo “Pastorale americana”. Forse il capo aveva scelto me perchè adoro Roth, ma se sperava in un’intervista in ginocchio era fuori strada. Ultimamente, la mia ammirazione per Roth aveva preso a vacillare a causa un articolo di un suo collega, il compianto David Foster Wallace.

Roth stesso è il protagonista di ogni suo romanzo ed io avevo sempre attribuito a questa costante l’etichetta di espediente narrativo: partendo da se stesso, Roth ci racconta tutti, racconta l’uomo. Foster Wallace, invece, nel suo articolo definisce Roth Il grande narcisista: Roth parlerebbe di Roth perchè è di Roth che vuole raccontare. Il grande scrittore che avrei dovuto intervistare sarebbe quindi un piccolo uomo incapace di andare oltre il proprio ombelico. È ciò possibile? Forse.

In effetti, nella produzione rothiana, gli ingredienti sono sempre gli stessi: Newark, la sua famiglia di origine, la sua infanzia, il periodo post bellico, l’ebraismo, sua madre, il suo rapporto con il sesso, l’attesa della propria morte. Per non tacere del suo doppio letterario, Nathan Zuckerman: beh, ecco servito un altro se stesso. Insomma, il celebrato Philip Roth è un autentico scrittore oppure da trent’anni a questa parte non fa che blaterare di se stesso?

È con questo interrogativo che mi preparavo all’intervista più importante della mia vita, ma quando il volo è atterrato a Newark le cose si sono messe subito male. La polizia aeroportuale ha bloccato tutti i passeggeri in arrivo e in partenza. Tutti chiusi all’interno dell’aeroporto senza uno straccio di spiegazione, se non uno scarno comunicato ufficiale diffuso a mezzo altoparlanti: per questioni di sicurezza, i signori passeggeri verranno trattenuti all’interno dell’aeroporto.            Come tutti gli altri ho pensato ad un possibile attentato, un nuovo undici settembre, ma quel che abbiamo saputo in un secondo momento è stato ancor più spiazzante: l’elezione di Barack Obama ha scatenato un violento movimento reazionario e gli Stati uniti d’America rischiano una seconda guerra civile. Ecco il motivo per il quale la mia intervista con Roth è saltata. Invio comunque le domande che avevo preparato, domande che per forza di cose non avranno risposta.

 

Foster Wallace l’ha definita il grande narcisista, perchè secondo lei?

Parlare di se stesso nei suoi romanzi non rischia di sovraesporla?

Scrivere di se stesso e’ una forma di autoanalisi?

Perchè nei suoi lavori sceglie di parlare tramite un doppio letterario?

In un ulteriore ribaltamento fra realtà e finzione, uscirà mai un libro di Nathan Zuckerman il cui protagonista è Philip Roth?

Foster Wallace, sosteneva che bisogna uccidere i personaggi dei propri libri per poterne scrivere di nuovi, lei non ha mai ucciso i suoi personaggi, è forse per questo che ripropone sempre il solito personaggio ovvero se stesso?

In molti suoi romanzi il protagonista è ossessionato dalla figura materna, che rapporto ha avuto con sua madre?

È stato un bambino felice?

Ci racconterebbe un episodio della sua gioventù di cui non è orgoglioso?

C’è stata un’occasione in cui non è stato completamente onesto con i suoi lettori?

Lei pensa di influenzare i suoi lettori? E se sì, ne sente la responsabilità?

Ernest Hemingway il secolo scorso, David Foster Wallace il dodici settembre duemilaotto. Due nomi fra quelli degli scrittori che si sono tolti la vita. C’è una relazione fra la scrittura e il suicidio?

Mr. Roth, cosa si aspetta dal futuro?

 

Giorgio, Newark, 05 novembre 2008

 

Seconda Parte

 

 

Da: Giorgio Specioso [g.specioso@gmail.com]
Inviato: 10 novembre 2008
A: Redazione [redazione@redazione.it]
Cc Philip Roth; John Doe
[roth@roth.ny; doe@litterature_agency.ny]
Oggetto: Alla ricerca del senso perduto

 

Cari colleghi, quando una hostess della Continental airlines si è avvicinata e ci ha detto di seguirla per poter espletare le procedure di imbarco, il mio corpo si è messo a tremare. Tornavo a casa, finalmente. Non ne potevo più. Come tutti gli altri, dormivo da tre giorni sul freddo pavimento di una sala d’attesa e da mangiare non mi era rimasto che un tubetto di caramelle al limone senza zucchero. Ho raccolto le mie cose e ho seguito l’hostess della Continental, il messaggero della nostra salvezza, fino al gate 131. Prima che sparisse di nuovo, le ho sorriso e le ho sussurrato thank you. Lei mi ha guardato con gli occhi fissamente spalancati e ha annuito prima di incamminarsi nuovamente nell’inferno delle sale d’attesa, dove migliaia di passeggeri attendevano da troppo tempo il permesso di volar via.

Quando l’aereo è decollato, c’è stato un applauso spontaneo, fragoroso. L’eccitazione è durata fin quando non ho guardato fuori dal finestrino: proprio sotto la pancia dell’aereo, Newark bruciava. Ho mandato giù due compresse di Tavor e mi sono addormentato.

Signore? Signore? Stiamo atterrando. Signore? Mi sono svegliato con una hostess che mi tirava per la manica della camicia. Intorno a me soltanto altre facce da fantasma. Mi sentivo in pezzi. Ho allacciato le cinture incapace di godere del ritorno a casa, piuttosto mi sono chiesto se la furia della guerra civile avesse oramai cambiato per sempre la faccia degli Stati uniti.

Una volta fuori dall’aeroporto ho evitato il solito impasto di giornalisti, parenti sollevati e curiosi e mi sono messo in fila per un taxi. Rientrato a casa ho mangiato un boccone e subito ho messo mano al computer per scrivere questa e-mail nella quale cercherò di rispondere, come forse avrebbe fatto Roth, alle domande che gli avrei posto. Proverò così a dare una parvenza di compiutezza alla mia ultima settimana, al mio lavoro di intervistatore, all’esclusiva che il capo ha promesso ai lettori della nostra rivista. Cari colleghi, nel caso valuterete la mia non una soluzione, ma un patetico espediente, allora, vi prego, cestinate le mie risposte senza neanche sottoporle all’esame del capo. Vi ringrazio e sappiate che ho totale fiducia nel vostro giudizio: io sono troppo scosso per valutare con lucidità quanto mi accingo a fare. E adesso ecco le mie domande e le mie risposte.

 

David Foster Wallace l’ha definita il grande narcisista, perché secondo lei?

 

“Sia io che altri scrittori della mia generazione siamo stati spesso accusati di guardarci l’ombelico. In verità, soltanto io e il mio amico John Updike (ride ndr). Ricordo bene l’articolo in cui Foster Wallace ci critica aspramente. Updike, in particolare, era accusato di aver speso circa trenta pagine di un suo libro di centocinquanta per parlare della sua prostata. Ma che dire? Oggi chiunque a problemi di prostata, Nathan Zuckerman per primo, come lei certo saprà se ha davvero letto i miei libri. Credo di poter parlare anche per Updike, ma di certo ciò di cui io mi occupo nei miei romanzi sono la vita e la morte. Niente di più, e non vedo cosa ci sia di narcisistico in questo: la vita e la morte sono di tutti”.

 

Parlare di se stesso nei suoi romanzi non rischia di sovresporla?

 

“No, il contrario. Sa, in letteratura la cosa più difficile è decidere quanto scavare, se andare fino in fondo oppure mantenere comunque un filtro. Io credo di scavare molto, ma scavo dove dico io. Spero di esser stato chiaro”.

 

Scrivere di se stesso è una forma di autoanalisi?

 

“Non per me. Io scrivo per rappresentare me stesso agli altri, per mettere gli altri nelle condizioni di accedere al mio immaginario”.

 

 Perché nei suoi lavori sceglie di parlare tramite un doppio letterario?

 

“Il doppio letterario è soltanto uno strumento dello scrittore, come potrebbe essere una penna. Sarebbe come chiedere ad un trombettista perché suona scegliendo di utilizzare la tromba”.

 

In un ulteriore ribaltamento fra realtà e finzione, uscirà mai un libro di Nathan Zuckerman il cui protagonista è Philip Roth?

 

“Gli piacerebbe di vendicarsi a quello lì (ride ndr). No, è impossibile. Come le dicevo prima, Zuckerman è soltanto un mezzo e un mezzo non può ergersi a principio creatore, ad autore”.

 

Foster Wallace sosteneva che bisogna uccidere i personaggi dei propri libri per poterne scrivere di nuovi; lei non ha mai ucciso i suoi personaggi, è forse per questo che ripropone sempre il solito personaggio ovvero sé stesso?

 

“Può darsi Foster Wallace non sbagli, ma lei di certo sì (sembra un po’ piccato ndr). Si legga “Everyman”, che si apre con la scena del funerale del protagonista. E comunque, i miei personaggi, anche se vivi, non se la passano certo bene: chieda a Zuckerman della sua prostata”.

 

In molti suoi romanzi il protagonista è ossessionato dalla figura materna, che rapporto ha avuto con sua madre?

 

“Un rapporto conflittuale. Per lei era importante avere tutto sotto controllo, anche il minimo particolare. Era una donna intelligente, che però non riusciva a tagliare il cordone ombelicale con me ed i miei fratelli. Anche in età adulta continuava a assillarci: attenti che fa freddo! Sicuri di essere sazi? Mio padre la prendeva in giro dicendo che lei manifestava il suo amore con le due c: caldo e calorie. Fosse stato per lei saremmo dovuti vivere sotto una campana di vetro e guardare tutto da una posizione comoda, sicura”.

 

È stato un bambino felice?

 

“Sì, lo sono stato. Sono cresciuto attaccato a mio fratello Sandy. Mi ha insegnato tutto quello che c’era da sapere prima di morire in guerra. Partì volontario. Era un pilota, fu abbattuto dai nazisti”.

 

Ci racconterebbe un episodio della sua gioventù di cui non è orgoglioso?

 

“Con un mio amichetto dell’epoca, sotto le feste di Natale, ci siamo divertiti a seguire le donne dal supermercato fino a casa; beh, una volta ci siamo spinti fin dentro il salone di una di loro. Quando la donna ci scoprì, io ebbi molta più paura di lei”.

C’è stata un’occasione in cui non è stato completamente onesto con i suoi lettori?

“Non sono mai onesto con i miei lettori. Come le ho detto, nei miei romanzi parlo della vita e della morte, ma in fondo è sempre di romanzi che si tratta. Nulla è come sembra (ride ndr). Piuttosto mi può succedere di non essere onesto con la mia scrittura e allora capita che non ho tanta voglia di lavorare e magari tiro via un paragrafo così, senza starci tanto a pensare, ma il mio amico ed agente John Doe, in sede di editing, subito se ne accorge e mi chiama per bacchettarmi”.

Lei pensa di influenzare i suoi lettori? E se sì, ne sente la responsabilità?

“Beh, non scrivo mica di messe nere! Non lo so, mi sembra si sia sempre discusso troppo di etica della scrittura. In fondo siamo tutti scrittori: autori, giornalisti, blogger… c’è chi fa un buon lavoro e chi no, tutto qui. Vale per noi così come vale per qualunque altro tipo di lavoro, smettiamola di considerare lo scrittore come uno stregone”.

Ernest Hemingway il secolo scorso, David Foster Wallace il dodici settembre duemilaotto. Due nomi fra quelli degli scrittori che si sono tolti la vita. C’è una relazione fra la scrittura e il suicidio?

“Vede, non io, ma alcuni di noi diventano scrittori perché il mondo che abitano proprio non gli piace. Da scrittori, invece, è loro possibile creare un mondo diverso, nuovo, che magari avrà maggiori criticità di quello dove vivono, ma che al contrario di esso sarà loro comprensibile e quindi accettabile. Insomma, non è la scrittura ad uccidere, ma è chi ha una tensione alla scrittura che può essere un potenziale depresso e quindi un possibile suicida”.

Mr. Roth, cosa si aspetta dal futuro?

“Di morire; per il resto può succedere di tutto”.


Giorgio



*Dice di sé.
Giorgio Specioso. Sono nato a Roma il 28 ottobre del 1972 e questo tutto ciò che so di me.









JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

La rosa: la tua nudità fatta grazia.
La fonte: la tua nudità fatta acqua.
La stella: la tua nudità fatta anima.

(Da “Antologia poetica”, 1985)








 

Copyright © 2007-2009

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer