SCIENZA
PANICO! UNA BUGIA DEL CERVELLO CHE PUÒ ROVINARCI LA VITA
Circa due milioni di italiani
soffrono di attacchi di panico: una sindrome destinata a
diventare uno dei disturbi psichici più diffusi fra la
popolazione mondiale. Ma si può guarire (1)
Rosario Sorrentino*, Cinzia Tani*
La
bugia del cervello
Perché definisce l’attacco di
panico una bugia del cervello?
Perché il problema non c’è, ma in
realtà c’è. E crea quella netta linea di demarcazione e
incomprensione tra chi soffre di attacchi di panico e chi
non ne soffre. È vero che il pericolo non esiste, ma è
altrettanto vero che chi prova un attacco di panico
percepisce le stesse terribili sensazioni di chi si trova a
combattere nel mezzo di una terribile emergenza. Il fatto è
che tutto ciò non traspare all’esterno, ma purtroppo per il
malcapitato, è confinato soltanto nella sua mente.
È lì che si accende rapidamente
il codice rosso, la madre di tutte le emergenze e le paure,
che non consente di riflettere ma soltanto di agire. Appare
come una bugia perfetta, molto credibile, che lascia ben
poco spazio ai dubbi. Una bugia che vive di trappole, di
tranelli molto ben congegnati, che farebbero capitolare
chiunque, proprio perché assai convincenti.
Ma allora l’attacco di panico
è una malattia del cervello?
È una malattia che fa parte dei
disturbi di ansia. Ne conosciamo ormai l’identikit e ha un
profilo di sintomi di tutto rispetto. È difficile non
riconoscerla. Come dicevo, negli anni ottanta è stata
inclusa nel Dsm. Fino ad allora le definizioni erano molto
più vaghe e a volte distorte. Si parlava di “reazione di
allarme”, “reazione di ansia”, “sindrome del cuore
irritabile”, ecc. Ora, invece, viene riconosciuta come
malattia vera e propria, come “disturbo da attacco di
panico” (Dap).
Come si presenta l’attacco di
panico e come è riconoscibile la prima volta?
Il primo attacco di panico è
un’esperienza sconvolgente. La partecipazione emotiva con
cui lo descrivono i pazienti è quella di “un incontro
ravvicinato con un profondo senso di morte”. Alcuni lo
descrivono come qualcosa di devastante perché irrompe
improvvisamente, “a freddo”, spesso in una situazione di
totale benessere, senza alcun tipo di circostanza che possa
giustificarne l’insorgenza.
I racconti sono vari. Molti
parlano di una crescente difficoltà respiratoria che,
progressivamente, porta a un vero e proprio senso di
soffocamento. Il paziente cerca di liberare il respiro con
dei colpi di tosse, quasi per eliminare un corpo estraneo
che gli impedisce di respirare. Subentra l’idea di essere
sul punto di morire, di avere un infarto, a causa
dell’accelerazione improvvisa della frequenza cardiaca, con
sensazioni di tuffo al cuore, di aritmia. Il battito
cardiaco rimbomba in tutto il corpo, tanto che il paziente
può contare i propri battiti senza mettere le dita sul
polso.
E poi brividi, sudorazione,
oppure la sensazione sgradevolissima di qualcosa che nasce
in prossimità dello stomaco e che poi velocemente sale verso
l’alto. E, inoltre, un senso di confusione, di stordimento,
la sensazione di poter impazzire, di perdere il controllo e
il contatto con la realtà. Sono sintomi che durano pochi
minuti, anche se il paziente ha una percezione dilatata del
tempo, infinita. La prima cosa che fa, appena è in grado di
muoversi, è di correre al pronto soccorso a chiedere aiuto.
Quello che prova in quel momento
è una vera e propria tempesta chimica, biologica,
neurovegetativa, che lo porta ad attivare tutti gli organi
facendo appello alle sue migliori energie. È consapevole che
sta affrontando qualcosa di veramente straordinario, perciò
si reca al pronto soccorso, dove però non è infrequente che
i suoi sintomi vengano erroneamente ricondotti ad una
sindrome ipertensiva o cerebrale.
Perché al pronto soccorso,
ancora oggi, non si riconosce un attacco di panico?
Perché si tende spesso a rilevare
solo l’aspetto fisico del panico, senza però rendersi conto
che l’epicentro di tutti quei sintomi è nel cervello, ed è
da lì che bisogna partire, immediatamente. È, infatti, il
cervello che scarica la maggior parte di quelle sostanze che
poi si abbattono sul nostro organismo. Molto spesso questa
tempesta viene interpretata e archiviata come una semplice
crisi ipertensiva, o come una banale tachicardia.
Che cosa succede realmente
nella nostra mente? Abbiamo parlato di una sentinella,
l’amigdala. Perché viene allarmata?
Il primo attacco di panico può
insorgere, per esempio, in un soggetto geneticamente
predisposto, dopo uno stress prolungato o in seguito alla
perdita di una persona cara. Quel sensore importante nel
nostro cervello che è l’amigdala, già allertata per le
ragioni sopra citate, interpreta una serie di segnali in
maniera anomala. Ecco così che nasce la “bugia” nel
cervello: in quel momento la persona è convinta che stia
succedendo qualcosa di straordinario, che può mettere a
rischio la sua incolumità, la sua vita. L’amigdala suona
l’allarme e comincia a coinvolgere altre regioni del
cervello: l’ippocampo, la corteccia prefrontale e la
corteccia occipitale, ma anche altre aree vicine,
informandole rapidamente che si sta verificando qualcosa di
anomalo.
Di anomalo?
Sì, di anomalo, perché qualcosa
di strano è accaduto urtando la sensibilità e la
suscettibilità, già alte, di alcuni centri nervosi. A questo
punto il cervello lancia un ordine esplicito: “combatti o
fuggi perché la tua vita è in pericolo”. Si assiste a una
grammatica conferma del nostro istinto di sopravvivenza, che
ci fa urlare il desiderio di vivere.
In alcuni pazienti e in certi
casi si verificano crisi ipertensive accompagnate
dall’incremento della frequenza cardiaca; in altri può
esservi un effetto opposto, fino a perdere i sensi.
Infatti, a volte, le emozioni
sono talmente forti da modificare drasticamente l’afflusso
di sangue al cervello, con conseguente transitorio
abbassamento della pressione e alterazioni dello stato di
coscienza, provocando la sensazione dello svenimento.
Quando, durante un attacco di panico, si verificano fenomeni
neurosensoriali di una certa intensità, può rendersi
necessario distinguere questo disturbo da una sindrome
comiziale, e in particolare da un’epilessia del lobo
temporale.
Ci sono delle parentele fra
gli attacchi di epilessia e gli attacchi di panico?
Dal punto di vista dei sintomi,
il Dap e le crisi epilettiche sono facilmente riconoscibile,
ed è perciò difficile confonderli. Tuttavia, alcuni disturbi
che si presentano durante un attacco di panico possono
riscontrarsi anche in qualche forma di epilessia, come
quella del lobo temporale. Sono i fenomeni di
depersonalizzazione che il paziente vive e riferisce come
un’alterata percezione del proprio corpo, che gli appare
improvvisamente estraneo, irreale, oppure che vede
trasformato in alcune sue parti.
Altre volte può avvertire un
forte senso di estraneità verso l’esterno, che gli fa
apparire la realtà circostante, gli ambienti consueti,
familiari come profondamente diversi se non addirittura
irreali. Limitatamente a questi sintomi, l’attacco di panico
si presenta come una sorta di ponte fra la neurologia e la
psichiatria. In questi casi (piuttosto rari) è utile
approfondire l’aspetto clinico e quello diagnostico,
sottoponendo i pazienti a un elettroencefalogramma che potrà
meglio chiarire la natura dei disturbi che vengono riferiti.
Lei ha detto che il primo
attacco di panico può arrivare all’improvviso e che chi lo
conosce teme di avere un infarto e corre al pronto soccorso.
Come mai però, anche dopo averne avuti parecchi, alcuni
continuano ad andare al pronto soccorso?
È vero, dall’esperto si arriva
dopo un lunghissimo, estenuante e spesso inutile accumulo di
esami diagnostici. Anche i medici di base, non riconoscendo
subito questo disturbo, tendono a perseverare nel cercare
una causa fisica, organica, che possa spiegare la comparsa
dei sintomi.
Va poi tenuto conto che,
culturalmente, il paziente è più propenso ad accettare una
malattia che riguarda il resto del corpo piuttosto che il
cervello, perché in questo caso dovrebbe prendere in
considerazione la possibilità di avere un problema di natura
mentale.
La persona che subisce un
attacco di panico ha paura di impazzire. È una paura
fondata?
Assolutamente no. Quello che
terrorizza il paziente è che, perdendo il controllo, possa
anche perdere il contatto con le persone più care, con i
suoi affetti, con l’esterno, con il mondo a lui familiare. È
angosciato dall’idea di essere abbandonato, di trovarsi da
solo, in balìa di quel profondo malessere che lo ha
travolto. Questo stato gli può dare la sensazione di aver
sfiorato la pazzia. Ovviamente, al di là dei fenomeni di
depersonalizzazione e di de realizzazione, più riconducibili
a crisi di panico con un denominatore psichico e sensoriale,
non esiste questo tipo di pericolo.
È mai capitato che una persona
abbia avuto un solo attacco di panico?
Per diagnosticare un disturbo da
attacchi di panico sono necessari attacchi che si ripetono
nel tempo, con frequenza giornaliera, settimanale o mensile.
Si possono avere anche crisi sporadiche, occasionali, che
per la loro intensità sono in grado di cambiare radicalmente
la vita di un individuo. E questo perché, anche a distanza
di tantissimi anni, ciò che ha provato rimarrà profondamente
impresso nella memoria. Ne sarà molto condizionato ed
eviterà tutte le situazioni che anche lontanamente
risveglino quel ricordo. Cercherà allora di garantirsi
sempre e comunque delle rapide vie di fuga. Per esempio, se
quell’unico attacco di panico lo avrà colpito mentre era in
macchina, da quel momento si rifiuterà di guidare da solo,
oppure si opterà per mezzi di trasporto alternativi.
C’è una tipologia di individui
più vulnerabili agli attacchi di panico?
Le donne sono colpite più degli
uomini in un rapporto di 2-3 a 1. Si va dalla giovane età
alla maturità piena, ma non si tratta di parametri rigidi.
Colpiscono anche i bambini?
I bambini possono presentare
precocemente segnali che preannunciano l’insorgere degli
attacchi di panico. Cambiano improvvisamente carattere,
diventando aggressivi e a volte violenti. Si rifiutano
ostinatamente di andare a scuola, e protestano con forza
quando devono separarsi dai genitori. Hanno una riuscita
scolastica inspiegabilmente cattiva.
Lamentano spesso la comparsa di
invalidanti disturbi fisici che compromettono il rendimento
nelle attività sportive, scolastiche e ricreative. Molti di
loro si rifiutando di giocare, di andare alle feste, di
uscire se non in presenza dei genitori.
Per quanto riguarda i bambini,
che cosa si può fare? Magari il genitore sottovaluta il
fatto che il figlio non voglia allontanarsi da lui, né
andare a scuola. Come si fa a distinguere un bambino che poi
potrà sviluppare crisi di panico da uno solo fragile e
ipersensibile?
Bisogna individuare innanzitutto
quei fattori che a livello familiare potrebbero, in un
bambino predisposto, favorire la precoce comparsa di
attacchi di panico: per esempio, le separazioni, i conflitti
tra i coniugi, la mancanza di uno dei due genitori, un lutto
in famiglia. Poi è necessario indagare nell’ambito
scolastico per verificare se qualcosa nel suo comportamento
sta effettivamente mutando e osservare come si pone con i
compagni, se partecipa alle attività di gruppo, se è
preoccupato, se è soggetto a bruschi cambiamenti di umore.
Può essere importante anche la comparsa improvvisa di
sintomi come nausea, vertigini, mal di testa, dolori alla
pancia, così come la frequenza di bruschi risvegli durante
la notte perché in preda all’angoscia di rimanere da solo o
di essere abbandonato.
Se poi il bambino ha degli
attacchi di panico che si ripetono, sarà utile iniziare una
cura con farmaci a bassi dosaggi per controllare le crisi,
ma anche garantire un supporto psicologico, utile a
monitorare il comportamento dei genitori.
Torniamo alle donne. Su dieci
pazienti che vengono da lei quante sono le donne?
I due terzi.
Perché?
Perché la donna è diventata il
ganglio terminale di una serie di stress psicosociali che la
sollecitano in modo eccessivo. Certamente, la maggiore
predisposizione genetica e il suo delicato profilo ormonale
incidono molto, ma è altrettanto evidente che mai come oggi
la donna è al centro di un delicato equilibrio tra l’ambito
lavorativo, quello familiare e quello sociale, nei quali è
impegnata in modo altamente competitivo. C’è anche da dire
che lei stessa pone una maggiore attenzione ai segnali
provenienti dal proprio corpo. Questo la spinge più
facilmente ad accettare di rivolgersi al medico se
preoccupata dal persistere di certi disturbi.
Educata nei secoli a rimanere
in casa, la donna è più portata a soffrire di agorafobia,
mentre l’uomo è abituato da sempre a lasciare la tana, per
esempio per andare a caccia.
La donna è molto più sensibile ai
cambiamenti del suo ruolo sociale, soprattutto nell’ambito
familiare. Pensiamo alla sindrome del “nido vuoto”, quando i
figli, ormai grandi, diventano autonomi. Una volta
indipendenti, si allontanano e, infine, decidono di vivere
da soli. È un momento spesso doloroso per la donna, perché
vede drasticamente ridimensionata la sua sfera di influenza
in famiglia e si ritrova con una qualità di vita e un
livello di gratificazione diminuiti.
Quando i figli escono di casa, le
donne provano un certo senso di colpa perché temono di non
riuscire più a svolgere un ruolo pedagogico ed educativo nei
loro riguardi. È un’emancipazione, quella femminile, pagata
a caro prezzo.
Quindi, uscire di casa,
abbandonare questo luogo di aggregazione che è la famiglia,
può portare la donna a soffrire di disturbi psichici.
Può essere la vittima di nuove
paure nel momento in cui si confronta con un modo di
comunicare e competere legato all’apparenza e alla fisicità.
Può sentirsi allora profondamente inadeguata se non riesce a
corrispondere a quei modelli estetici che vengono presentati
sempre più come l’unico importante biglietto da visita.
Oggi la magrezza è diventata,
insieme alla visibilità e alla popolarità, uno dei valori
più importanti per la donna. Uno dei disturbi in aumento è
quindi la dismorfofobia, come pure l’anoressia e la bulimia,
legate all’ossessione dell’immagine. Un fenomeno dilagante
anche tra gli uomini, che appaiono sempre più attratti dal
mito della bellezza. Sono, infatti, sempre di più gli uomini
che, inseguendo il sogno di avere un corpo perfetto, si
affidano ai bisturi. Si controllano spesso allo specchio,
per osservare la forma del naso, degli occhi, i lineamenti
del volto. Arrivano a spendere somme consistenti per creme e
massaggi e sono dominati dall’idea di essere fisicamente
irresistibili.
Abbiamo detto che il primo
attacco di panico arriva all’improvviso, ma per quanto
riguarda i successivi, che cosa percepisce la persona che ne
soffre?
L’attacco di panico si manifesta
quasi sempre con le stesse modalità. E questo in parte
rassicura il paziente perché l’ha già vissuto in passato.
Però, alcune volte può, in maniera più subdola, presentarsi
con sintomi inconsueti, diversi. A quel punto il paziente,
terrorizzato, si sente in pericolo, corre al pronto soccorso
perché convinto che qualcosa di nuovo stia per accadere.
Facciamo degli esempi?
Le prime volte possono esseri dei
sintomi respiratori, che danno la drammatica idea di essere
sul punto di soffocare. Altre volte l’attacco può
manifestarsi con un senso di pressione a livello toracico,
accompagnato da fitte e da un forte e improvviso dolore nel
braccio che fanno subito pensare ad un infarto. Oppure
un’angosciante e persistente sensazione di “anestesia” alle
braccia o alle gambe, che fa pensare a una “paralisi
muscolare” diffusa.
In alcuni casi le prime
avvisaglie possono essere piuttosto sfumate, un senso di
distacco, di estraneità verso l’esterno. La persona sente
che qualcosa nella sua percezione è profondamente cambiata,
al punto che è convinta di “non esistere più”. Tutto è
falsato, più ovattato, e poi all’improvviso c’è una
straordinaria accelerazione del pensiero. E allora i suoni,
le voci, i colori, la luce diventano ostili, insopportabili.
Si instaura una relazione drammatica tra sé e sé, dove tutto
viene ascoltato, monitorato, percepito e seguito in maniera
ossessiva fino a che poi il paziente non sopporta più queste
sensazioni e chiede aiuto, perché è certo di essere sul
punto di impazzire. Piange, si dispera e si aggrappa a chi
in quel momento si trova vicino a lui.
Chi subisce l’attacco di panico
spesso si vergogna delle proprie paure e a volte decide di
ritirarsi da tutte le occasioni sociali. Teme molto il
giudizio degli altri, ma anche di non essere compreso o di
trovarsi in situazioni da cui può risultare difficile
sfuggire.
E quanto dura un attacco di
panico? Ha una durata standard o dipende da persona a
persona?
L’attacco di panico può durare da
pochi minuti fino a un massimo di venti minuti, mezz’ora. Ma
le sensazioni sono talmente intense che il paziente ha la
certezza di aver vissuto un’angoscia lunghissima della quale
non riusciva a vedere la fine.
Quindi, finisce così,
all’improvviso come è iniziato? Il cuore riprende a battere
normalmente, si ricomincia a respirare…
Esaurita la fase acuta, subentra
la “fase post-critica”. Il paziente appare ancora
profondamente provato, esausto. Entra in uno stato di
prostrazione e di astenia fisica protratta, perché la crisi
appena trascorsa ha sollecitato in modo intenso tutto il suo
corpo. E questo ci fa capire quanto la dimensione fisica
partecipi durante l’attacco di panico, quanto il cervello
coinvolga ogni parte del corpo.
La persona sente un forte bisogno
di dormire, di recuperare forze ed energie perdute. Ma al
risveglio riaffiora quella sensazione angosciante di
insicurezza e di precarietà riguardo la propria vita e il
proprio futuro. Così compare anche la “fobofobia”, la paura
di avere paura.
Chi soffre di attacchi di
panico può arrivare fino al punto di non uscire più di casa?
Si arriva a sterilizzare in
maniera ossessiva la propria vita. Anche delle nuove
amicizie o degli amici troppo propositivi diventano
improvvisamente “pericolosi” perché possono contribuire a
sconvolgere quell’agenda quotidiana che chi soffre di panico
ha determinato in modo rigido e rigoroso per garantirsi la
sicurezza e il controllo totale.
Questo vale anche per un nuovo
amore, una nuova amicizia, un viaggio… Ecco allora che entra
in campo l’immaginazione, che è potentissima nelle persone
che soffrono di crisi di panico. L’immaginazione ti fa
ipotizzare tutto ciò che potrebbe ancora accadere con un
miglioramento professionale: già mi vedo nella riunione,
vedo gli sguardi giudicanti delle persone, sento di
arrossire, le gambe tremano…
È una “fiction esistenziale”
costante, perché la vita di queste persone è pianificata in
modo ossessivo. Prevalgono l’analisi e il monitoraggio
continuo che porta a un’interpretazione di tutto quello che
accade all’interno e all’esterno della propria vita.
L’obiettivo primario di queste persone è sempre quello di
prevedere e anticipare tutto ciò che può essere
potenzialmente pericoloso per loro. Tendono a simulare e a
immaginare circostanze catastrofiche che le riguardano. Se
sono costretti a recarsi in un luogo diverso dalla propria
città, che è già stata preventivamente mappata, alcuni
pazienti fanno fare dei sopralluoghi preventivi a qualcuno.
Fino a quando, dopo aver a lungo esitato, decidono e
partono.
Cercano delle garanzie?
Sì, ma non sono mai sufficienti
per loro. Si informano se in quel luogo c’è un presidio
ospedaliero, un servizio di pronto soccorso, se ci sono dei
bravi dottori. Prima di partire cercano di ottenere dei
numeri telefonici a cui poter ricorrere nell’eventualità di
una qualunque emergenza o di un attacco di panico. Sono
straordinari strateghi nel pensare e nel prevenire tutto
quanto potrebbe verificarsi, per non trovarsi impreparati ad
affrontare un eventuale pericolo.
1) Pubblichiamo per gentile
concessione dell’editore un estratto dal libro “! Panico.
Una ‘bugia’ del cervello che può rovinarci la vita”, di
Rosario Sorrentino e Cinzia Tani (Mondadori, 2008). Pagg.
64-73, 81-82. Riproduzione riservata
*Dice di sé.
Rosario Sorrentino. Neurologo, fondatore e direttore dell’Ircap,
l’istituto per la ricerca e la cura degli attacchi di panico
presso la casa di cura Pio XI di Roma.
www.rosariosorrentino.it
Cinzia Tani. Giornalista e scrittrice, è autrice e
conduttrice di programmi radiotelevisivi.
www.cinziatani.com
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