SCIENZA

PERCHÉ UN CIOCCOLATINO MI FA FELICE


L’attrazione dell’uomo verso i cibi che contengono carboidrati
e grassi ha una radice evolutiva. Questi contengono una quantità
elevata di energia e di calorie preziose per i processi vitali


 

Tiziana Stallone*

 

Qualche sera fa, in uno dei pochi momenti in cui riesco a guardare la televisione, mi sono soffermata davanti ad una puntata del noto programma “Porta a porta” condotto da Bruno Vespa, in cui si dibatteva di alimentazione, diete ed eccesso di peso, con la complicità dell’estate imminente e del conseguente desiderio di liberarsi dei chili di troppo.

Tra gli ospiti la splendida e statuaria Nina Moric, un modello non proprio confortante per i poveri obesi, che dichiarava di mangiare in abbondanza e di compensare in palestra, e la nostrana Lorena Bianchetti, che sosteneva di controllare il peso corporeo, rinunciando ai bucatini all’amatriciana.

C’erano anche esperti a confronto quali il singolare farmacista Alberico Lemme, rivoluzionario inventore della dieta della pasta a colazione, che si firma “il genio” e che ha liberato le diete dal monotono calcolo delle calorie, e il professor Giuseppe Calabrese, noto dietologo, che tentava di ricondurre alla scientificità il discorso e la stessa nutrizione. Come biologo nutrizionista, sono rimasta a guardare.

Chiamato a spiegare la sua dieta rivoluzionaria, Lemme sosteneva che il potere calorico degli alimenti non contava, importava invece il momento in cui questi alimenti erano assunti e con quali sostanze venivano associati. Nei primi giorni di dieta, è consentita una quantità di pasta a colazione che va da zero a infinito, ma senza sale, promuovendo quest’ultimo l’assorbimento degli zuccheri, compresi quelli contenuti nella pasta. Nei giorni successivi si continua con asparagi, sempre a colazione, e funghi di sera Lemme proseguiva inveendo contro la frutta, pericolosa alleata del grasso, per il suo alto contenuto di zuccheri, e lodando i grassi, incluse le fritture, che non entrano nel percorso biosintetico del grasso di riserva umano, e che, per questo, non promuoverebbero l’obesità.

Mentre l’alimentazione mediterranea veniva in quel contesto miseramente screditata, cresceva l’ira del professor Calabrese, la curiosità di alcuni ospiti, lo sgomento di altri e l’esaltazione del conduttore.

Occupandomi di diete, obesità e altri problemi inerenti all’alimentazione, e cercando da anni di assecondare i gusti delle persone in tema di cibo, mi piacerebbe domandare al dottor Lemme, cosa si possa mangiare qualora non si gradissero pasta sciapa e asparagi, assieme al caffè della mattina, ma suppongo che per lui conti di più il metodo, che le esigenze individuali.

Nei miei anni di lavoro nella nutrizione e sugli aspetti a questa correlati quali, sovrappeso, obesità, disturbi del comportamento alimentare, ho capito che conta più il sostegno che lo specialista offre al paziente, che a lui si rivolge per chiedere aiuto, rispetto alla prescrizione dietetica stessa.

La mole di materiale che in tema di diete è stato e viene ancora pubblicato dai giornali e su internet, trasmesso per radio e in televisione, sarebbe sufficiente a risolvere definitivamente il problema del peso corporeo. Tuttavia, l’obesità e le sue critiche conseguenze sullo stato di salute, quali ipertensione, cardiopatie, diabete, rimangono ancora un problema serio, aperto, tutt’altro che risolto ed in crescita.

La comprensione del perché si continui a mangiare troppo, nonostante si parli spesso di nutrizione, talvolta anche correttamente, e del perché si ingrassi e per questo ci si ammali, a dispetto dei numerosi metodi per dimagrire, dai più congrui ai più bizzarri -di cui quello del dottor.

Lemme, a mio parere, è solo l’ultimo di una lunga lista- è la base da cui partire per una possibile soluzione del problema. L’obesità non può essere limitata alla giusta collocazione dei pasti in termini di orario, agli alimenti buoni e cattivi, al sale, alle allergie, intolleranze e alle psudo-intolleranze.

Basterebbe recuperare un album di famiglia, guardare un documentario storico o sfogliare una rivista d’epoca acquistata in un mercatino, per realizzare come cinquanta anni fa di diete non si parlasse affatto e gli obesi fossero una limitata fascia della popolazione italiana, e non. Sarebbe sufficiente rileggere il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, per ricordarsi che nelle classi elementari bambini simili a Garrone per sovrappeso erano, dove ve ne fossero, solamente uno o due.

In quei periodi di dignitosa povertà, non ci si preoccupava dell’orario in cui mangiare, né di cosa mangiare, quanto piuttosto di riuscire a mangiare.

Per le grandi difficoltà che riscontro nei pazienti, quando riduco loro il cibo e ne riorganizzo l’alimentazione, per il continuo sostegno di cui percepisco il bisogno durante il loro dimagrimento, per gli sguardi di complicità che ricercano durante le visite, per le richieste di aiuto che manifestano tramite un’e-mail, un sms, o una telefonata, per tutto questo, e non solo per questo, credo che l’obesità vada affrontata non ricercando diete nuove e nuovi metodi, ma anche e soprattutto in termini di una dipendenza, più sottile e celata rispetto alle altre dipendenze quali l’alcol, la droga, il gioco d’azzardo, ma non meno pericolosa, se non altro poiché il cibo è più a portata di mano.

Il cibo, presente ora in abbondanza e in confezioni sempre più invitanti, rappresenta per molti, anche se non per tutti, una continua tentazione, un piacere al quale è difficile sottrarsi, un godimento a relativo basso costo e facilmente reperibile. Tra i tentatori, un posto d’elezione è rappresentato dai cibi che contengono zuccheri quali dolciumi, pasta, pane, pizza. Seguono i cibi dolci e grassi, come la cioccolata, e cibi grassi e salati quali patatine ed altri snack.

Perché la sola vista del cibo, o l’odore sono sufficienti per attivare la salivazione, per stimolare i succhi gastrici e far partire i morsi della fame? Perché ci piace la cioccolata, mentre l’odore del cavolo ci repelle? Perché il cibo ci attrae, ci seduce, ci tenta, ci appaga? Dal cibo si può dipendere?

L’attrazione dell’uomo verso i cibi che contengono carboidrati e grassi ha una radice squisitamente evolutiva. Questi cibi, infatti, contengono e concentrano una quantità elevata di energia, di calorie, preziose per i processi vitali.

È per questo che l’uomo ha sviluppato una naturale attrazione in primis verso zuccheri e grassi. Nel procurarsi il cibo, quando l’uomo primitivo non era ancora in grado di cacciare, era importante che prediligesse radici, frutta e semi oleosi, ricchi di grassi e carboidrati, il cui sapore nel tempo si è associato anche al piacere, piuttosto che i vegetali, ugualmente commestibili, ma poveri di energia e calorie (ad esempio il cavolo che in più, come difesa dall’aggressione degli animali, ha sviluppato un odore ripugnante).

L’associazione cibo e piacere, ha lo stesso significato evolutivo del legame che intercorre tra sesso ed orgasmo, poiché per la sopravvivenza della specie uomo, è importante il nutrirsi quanto il riprodursi. È questa la ragione per cui il mangiare e il riprodursi hanno un ritorno edonistico.

I secoli e l’acquisita tecnologia ci hanno fornito i mezzi per misurare e individuare gli artefici del piacere. I mezzi sono la genetica, la biochimica e la biologia molecolare, gli artefici del piacere sono i neurotrasmettitori del benessere, quali la serotonina e la dopamina, prodotti in specifiche aree del sistema nervoso legate ai circuiti emozionali, come il sistema mesolimbico.

Esperimenti di laboratorio condotti sui topi, hanno dimostrato che un’alimentazione a base di patatine fritte o di zucchero vanigliato, è in grado di far impennare i neurotrasmettitori del piacere nel sistema mesolimbico. Nel cervello dei topi la produzione di serotonina e dopamina, aumenta anche per la somministrazione di cocaina, verso cui è nota la possibilità di sviluppare dipendenza.

Pertanto, si può ricercare il piacere nel cibo, ma anche dipendere da tale piacere per compensare la tristezza, la depressione del tono dell’umore, per lenire l’ansia, per quietare le paure e la solitudine. Il cibo in questi casi agirebbe come un antidepressivo naturale, poiché i farmaci antidepressivi influenzano verso l’alto proprio i livelli di dopamina e/o di serotonina.

I dolci e le bevande zuccherine, ma anche pane, pasta, pizza, e tutte le altre forti di carboidrati, sono anche precursori delle molecole del benessere, poiché contengono triptofano, un amminoacido dal cui scheletro viene costruita la serotonina.

Mangiando alimenti ricchi di zuccheri, attiviamo a breve termine i circuiti cerebrali del piacere, ma alimentiamo e rafforziamo a lungo termine lo stato di benessere attraverso la produzione di nuova serotonina.

Il confine tra piacere del cibo e dipendenza dal cibo è legato ad un sottile equilibrio, influenzato dalla nostra struttura di personalità.

Potrei definire mangiatore edonista, chi nella continua ricerca del piacere nelle sue diverse forme, cede al cibo nella libera e consapevole ricerca di godimento, non curandosi né dell’obesità, né delle ripercussioni che il sovrappeso potrebbe avere sul suo stato di salute. Il mangiatore edonista sminuisce l’obesità e i suoi rischi, poiché la ricerca del piacere, anche culinario, diviene prioritaria.

Quella del mangiatore edonista non è una reale dipendenza dal cibo, poiché il cibo può essere sostituito ad altre fonti di piacere, poiché l’assenza di cibo non necessariamente genera malessere, e poiché l’abbuffata non scatena i sensi di colpa. La vista del cibo, rappresenta semplicemente una tentazione alla quale è molto difficile sottrarsi. Il mangiatore edonista è, a mio avviso, refrattario alle diete e alle costrizioni in genere.

Completamente diverso è colui che definirei mangiatore malinconico, il cui stato di depressione, in risposta ad esempio ad eventi esterni pressanti e spiacevoli, lo fa rifugiare nel cibo, ed in questo trovare conforto.

Tale godimento è transitorio, poiché dopo l’abbuffata subentra il disagio, l’alienazione, ci si pente delle proprie, presunte debolezze e dell’incapacità di riuscire a dimagrire e ci ripromette di smettere.

Tuttavia, nei momenti di sconforto e solitudine, il cibo rappresenta una tentazione subdola e costante. In questi casi, a mio avviso, si può parlare di dipendenza. In questo caso la somministrazione della dieta, deve tener conto dello stato psichico e delle esigenze specifiche.

Per ritornare alle diete e ai metodi per dimagrire, come quello della pasta a colazione, al di là della loro legittimità e scientificità, essi hanno tutti, nessuno escluso, un’incolmabile carenza, quella di precostituire un modello, che viene somministrato a persone completamente diverse, senza considerare il loro vissuto, i gusti e le preferenze, ma soprattutto i punti deboli. In questo modello precostituito, passato il primo naturale fermento, il rischio è di sentirsi prima ingabbiati e poi spacciati e convincersi di non avere vie di uscita per riuscire a dimagrire.

La dieta che funziona, non è legata al metodo, ma al buon senso. È quella che si sostiene, nella quale ci si riconosce, che ci viene cucita addosso, fugando gli sterili virtuosismi e gli inutili supplizi nel mangiare ciò che non gradiamo. La dieta che funziona è quella in cui ci si sente sostenuti, tenuti per mano in un percorso tutt’altro che semplice.

La dieta equilibrata lo è nei nutrienti, ma anche nella sua logica, che deve tener conto delle regole, come delle eccezioni, cioccolata inclusa, perché il corpo risponde, solo se è felice anche lo spirito.



*Dice di sé.
Tiziana Stallone. Biologo, specialista in scienza della nutrizione umana e dottore di ricerca in anatomia, svolge la libera professione di nutrizionista clinico. Le sue passioni: lavoro, musica, cinema, alberi e cimiteri.









ANIA

Ora che rimango sola grido fra le stelle.
Ti maledico luna!!!
Nuda... come la notte
nuda... sento la mia pelle
tra le tue braccia ancora....

(Da “Nuda”, 2008)








 

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