ATTUALITA’
DALLA BELLA ROSIN A NOEMI E PATRIZIA: MENO MALE CHE IL
MAGGIORITARIO NON C’È
Ci sono due poli, a destra e
a sinistra, ciascuno dei quali pudicamente premette la
magica parola “centro” perché anche il più estremista sa
che comunque, non solo in Italia, i voti si prendono al
centro
Marco Benedetto*
Ogni
giorno che passa si rende sempre più evidente una
caratteristica della politica italiana di oggi: non c’è
molto di diverso, nella struttura di quella che
francesizzando è stata definita seconda repubblica, rispetto
alla prima.
Sono cambiati i nomi dei partiti,
non c’è più la guerra fredda con pericolo comunista
incorporato, che calamitava e teneva assieme la massa di
voti democristiani, gran parte di chi fa politica oggi la
faceva anche prima, e meno male, molta gente nuova è
entrata, ex soubrette incluse, ed è bene perché un po’ di
ricambio ci vuole.
Ci sono i due “poli”, a destra e
a sinistra, ciascuno dei quali, pudicamente, premette la
magica parola “centro” perché anche il più estremista sa che
comunque, non solo in Italia, i voti si prendono al centro.
C’è soprattutto il fenomeno
Berlusconi, cui si potrebbe applicare una lunga serie di
aggettivi, che, sul piano politico, non sono tutti
necessariamente negativi.
Berlusconi ha sconvolto l’agenda
della politica, ha spostato le priorità, e paradossalmente,
con la violenza del conflitto che gli si è acceso attorno,
ha anestetizzato tutto il resto, cioè tutto quello che non
fosse riferito a lui.
Kabul ha fatto apparire in tutta
la sua evidenza la principale debolezza della politica
italiana e la sua principale somiglianza con il passato:
alla base del governo non c’è un partito, ma una
maggioranza, una coalizione, esattamente come accadeva ai
bei tempi andati.
Anche se è probabile che
Berlusconi sogni ancor oggi di essere incoronato Cesare,
anche se si atteggia, con perfetta coerenza di logica
aziendale, come il chief executive dell’Italia srl, quando
poi è costretto a svegliarsi di fronte alla dura realtà
quotidiana, si muove secondo le logiche dei vecchi capi di
governo democristiani.
Per mancanza di voti,
la DC non ha quasi mai potuto governare da
sola, ma sempre appoggiandosi a coalizioni disomogenee, che
andavano dai liberali (cioè l’unica destra vera) ai
socialisti.
Da qui gli equilibrismi,
l’instabilità, le contorsioni dell’azione di governo, che
doveva necessariamente tenere conto di tutte le spinte e di
tutte le esigenze elettorali di tutti i partiti della
coalizione, perché se uno di questi faceva venire meno
l’appoggio al governo, questo cadeva.
Con la fumosità del linguaggio
politico dell’epoca queste cose arrivavano di rado ai
cittadini che difficilmente riuscivano a capire il perché
delle crisi, delle verifiche, dei rimpasti.
Oggi, grazie alla ruvidezza dei
modi e al linguaggio diretto della Lega e di Umberto Bossi,
tutti gli altri sono costretti a adeguarsi e i termini del
contrasto politico sono più trasparenti, si capisce chi
vuole che cosa e ci si rende conto delle spinte in azione.
Magra consolazione, perché con
tutti i suoi soldi Berlusconi è costretto a subire da Bossi
le stesse angherie che subiva, vent’anni fa, Andreotti
dall’amico e protettore di Berlusconi, Craxi.
Berlusconi è sempre stato
consapevole della debolezza del sistema elettorale uscito
dalla stagione dei referendum e alla base della seconda
repubblica. Ha provato, da capo dell’opposizione, la strada
della grande riforma, attraverso la Bicamerale, che ci
avrebbe potuto consegnare un sistema elettorale più stabile
non fosse stato per la presunzione di D’Alema, che ha
ingenuamente sottovalutato l’avversario, combinata con
l’avidità di Berlusconi.
Berlusconi, sotto il tavolo della
Bicamerale, aveva ottenuto lo stravolgimento di un disegno
di legge, noto con il suo numero di registro al Senato, il
1138, che aveva lo scopo di limitare l’esorbitante afflusso
di risorse alla tv, di Stato e commerciale; gente degnissima
e perbenissimo fu costretta dalla disciplina di partito a
farsi guidare la mano dagli uomini di Berlusconi nella
riscrittura degli articoli di legge (che poi in ogni caso
abortì per la superiore capacità di azione di Berlusconi).
Non contento, Berlusconi rialzò
la posta: voleva la sottomissione del sistema giudiziario,
ma mentre mandare a morte i giornali e favorire la Tv non solo rientrava nel modo di pensare di
D’Alema ma trovava forte sponda nella maggioranza di
sinistra dell’epoca, dove il partito Rai era fortissimo,
andare contro i giudici, a loro volta influentissimi, per
D’Alema era impossibile.
Berlusconi fece saltare il tavolo
e fu persa l’occasione, a sinistra di convogliare dentro un
unico grande partito tutte le spinte, incluse quelle che
oggi si chiamano della sinistra radicale, a destra di
incorporare con quasi dieci anni di anticipo l’ex Msi e di
mettere fuori gioco la Lega.
Alla fine Berlusconi è riuscito a
assorbire An, anche se sembra venirne qualche sussulto post
mortem. Con la
Lega
la paga tutta.
Nel frattempo c’è anche da dire
che i limiti di un sistema maggioritario che non sia
rigidamente bilanciato da fortissimi contro-poteri sono
apparsi evidenti a tutti.
Il sistema maggioritario funziona
dove il parlamento è realmente portatore delle spinte degli
elettori e alla base c’è un federalismo radicato nel
territorio, come negli Usa.
In Italia, dove tutto scende dal
vertice e oggi il parlamento è predefinito al singolo nome
da scelte di vertice, un maggioritario tipo inglese o
americano lascia un po’ perplessi. Oggi, se fosse in vigore,
Berlusconi avrebbe la maggioranza parlamentare per farsi
incoronare re.
In Germania ricordano ancora come
Hitler diventò fuhrer per via elettorale e per stare
tranquilli preferiscono la coabitazione tra nemici (oggi
hanno un governo che da noi sarebbe Berlusconi –
Franceschini), pur imponendo dei livelli minimi di voti alla
rappresentanza in parlamento, che hanno consentito di
eliminare i partitini.
Ritornando in Italia, con un
brivido di sollievo, non si può che riconoscere che è meglio
qualche figuraccia in più col resto del mondo per colpa
delle prepotenze di Bossi che un ritorno alla monarchia.
Anche perché al posto della Bella Rosin avremmo Noemi e
Patrizia. E la bella Rosin, direbbe Calderoli, almeno era
piemontese.
*Dice di sé.
Marco Benedetto. (Genova, 26 gennaio 1945). È un giornalista
e dirigente d'azienda, ex amministratore delegato del gruppo
editoriale L'Espresso. Laureato in scienze politiche, inizia
la sua attività professionale come giornalista nell'agenzia
di informazione Ansa nelle sedi di Genova e Londra.
Successivamente ricopre l'incarico di capoufficio stampa
della Fiat e amministratore delegato dell'Editrice La Stampa. Entra a far parte del
Gruppo editoriale L'Espresso nel 1984 come amministratore
delegato dell'Editoriale L'Espresso e della Finegil
Editoriale. Dal 1992 al settembre 2008 ha guidato il gruppo. Nel
marzo del 2009, lancia un'iniziativa editoriale
completamente on-line: nasce Blitz quotidiano, un
aggregatore di news on-line.
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TONI
SERVILLO
Ho scoperto il teatro
vedendo una compagnia russa da
ragazzino a Napoli,
recitavano “I Bassifondi” di Gorky;
non capivo esattamente quello che
dicevano, ma rimasi
incantato dal loro modo di stare insieme,
di mangiare,
di innamorarsi, di odiare, di seguire le
ambizioni, di interpretare il
destino. E questo e’ quello che il teatro
racconta.
(Da “ America
oggi”, 2009)
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DISCORSO SUL TEATRO
Gli
attimi fuggenti, le preziose citazioni
che
punteggiano la nostra rivista,
propongono, in questo numero, come tema il
teatro.
Si
parte con il maestro Pirandello e si chiude
con l’eclettica Monica Guerritore.
Il Teatro non può
morire.
Forma della vita stessa, tutti ne siamo
attori;
e
aboliti o abbandonati i teatri, il teatro
seguiterebbe nella vita, insopprimibile; e
sarebbe sempre
spettacolo la natura stessa delle cose.
Parlare di morte del teatro in un tempo come
il
nostro così pieno di contrasti e dunque così
ricco di materia drammatica, tra tanto
fermento di
passioni e succedersi di casi che sommuovono
l’intera vita dei
popoli, urto d’eventi e instabilità di
situazioni e il bisogno sempre più da tutti
avvertito d’affermare alla fine qualche
certezza nuova in mezzo a un così angoscioso
ondeggiare di dubbi, è veramente un non
senso.
Luigi Pirandello
(
Da “Discorso al convegno Volta sul teatro
drammatico”, 1934)
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