TELEVISIONE

ANGELO GUGLIELMI,
IL PADRE DELLA TV VERITÀ


Dagli inizi nel piccolo schermo, alla rivoluzione di Rai 3, passando per il grande
cinema e la politica attiva. Ricordi e aneddoti di una lunga e prestigiosa carriera


 

Antonella Parmentola*

 

Angelo Guglielmi, classe 1929. Critico letterario è protagonista dell’esperienza del Gruppo ’63. Nel 1954 con concorso entra in Rai, lavorando ai programmi culturali. Successivamente passa al Centro di produzione Rai e alla sede regionale del Lazio. Dal 1987 al 1994 ricopre la carica di direttore di Raitre (una delle direzioni più longeve).

Sotto la sua direzione la terza rete della Rai non solo acquisisce un’identità ben specifica, ma moltiplica gli ascolti con programmi innovativi, che ancora oggi sono dei caposcuola: quelli cosiddetti di servizio come “Un giorno in pretura” (dal 1988), “Telefono giallo” (1987-1993), “Chi l’ha visto?” (dal 1989), “Samarcanda” (1987-1992), “Mi manda Lubrano” (1990-1997), di satira come “Avanzi” (1991-1993) e “Tunnel” (1994), che lanciano una nuova generazione di comici, di intrattenimento come “Quelli che il calcio” (1993) passato poi a Rai Due.

Dal 1995 al 2001 è presidente ed amministratore delegato dell’Istituto cinematografico Luce.

Nel 2004 il sindaco di Bologna Sergio Cofferati lo assolda nella sua giunga come assessore alla cultura.

Da giudice super partes valuta l’attuale spettacolo televisivo tendenzialmente brutto perchè slegato da qualsiasi contenuto significativo e di Mike Bongiorno dice: “È l’unico nome capace di racchiudere in sè la storia della tv italiana dagli inizi ad oggi”.

Televisione, cinema, politica: tutto questo rientrava nei suoi sogni di ragazzo? O c’era altro?

 

“No, da ragazzo non sognavo nulla di preciso, a meno che i giuochi solitari ai quali mi dedicavo non siano stati rivelatori. Giocavo a fare il re che passa in rassegna le truppe o il capostazione (mio padre era ferroviere) in continuo viaggio di servizio. Passavo ore sotto il letto dei miei genitori fingendomi in treno”.

 

Dopo la laurea, è entrato in Rai con un concorso nel 1954. Ricorda in cosa consisteva la prova del concorso?

 

“Di quel concorso ricordo che eravamo 8000 e fummo assunti in 60. L’esame scritto ci chiedeva di riflettere sul valore della parola oppure di sceneggiare un racconto (dagli esaminatori indicato) di Zola.

Ma il meglio fu agli orali: intanto tutti potevano partecipare al concorso, anche non in possesso di titolo di studio superiore e ciascuno veniva interrogato su quello che diceva di sapere: importante era accertare se e come poteva e sapeva trasformare quel che sapeva in programmi televisivi”.

 

Che idea aveva della televisione?

 

“Allora la televisione non aveva ancora cominciato il servizio regolare. Sarebbe stata inaugurata tra qualche mese. Della tv avevo l’idea di cosa straordinaria (mi affascinavano le interviste tra la gente) dove mi sarebbe piaciuto lavorare. Ma era il desiderio nascosto di tanti. Allora si diceva che al concorso aveva partecipato anche Pasolini”.

 

E quando si è trovato a lavorarci la sua idea è cambiata?

 

“Avrei voluto lavorare al telegiornale; fui invece destinato ai programmi. Ovviamente nel settore documentari e inchieste dove, dopo qualche anno, riuscii a fare cose di tutto rispetto come la serie “Teatro inchiesta.

Le vite sceneggiate”, “Specchio segreto” ecc., cioè programmi di carattere informativo, tuttavia trattati con il linguaggio dello spettacolo”.

Il 15 dicembre del 1979 partivano i programmi di Rai 3. Cosa ricorda di quell’anno? Che Italia era? E la televisione ne era lo specchio?

“Nel 1979, con il terrorismo ancora in atto, l’Italia viveva gli ultimi lampi del boom. In Rai nasceva appunto la terza rete e proseguiva l’esperienza felice della seconda rete di Fichera; io venni chiamato – ma già dall’anno prima – a dirigere la sede Lazio. Nel Paese ormai si avvertivano le prime scosse di quel terremoto che avrebbe portato all’abbattimento del muro di Berlino, alla fine della guerra fredda e, per noi, alla conclusione della prima repubblica. Dunque fu un anno interessante, come sono sempre gli anni che annunciano grandi novità”.

 

Avrebbe mai immaginato che un giorno si sarebbe ritrovato a dirigerla?

 

“Arrivai a dirigere Rai 3 quando cadde l’ostacolo del fattore K. (Il fattore K fu lanciato dal giornalista Ronchey e faceva riferimento alla conventio ad escludendum applicata a coloro che venivano considerati amici dei comunisti). A quel punto ero tra i pochi che sapesse di televisione (gli altri erano tutti da tempo impegnati nelle altre due reti e cioè la 1 e la 2) e quelli che allora comandavano, Veltroni e Agnes, non hanno avuto difficoltà di scelta”.

 

In questi 30 anni qual è stata l’innovazione più significativa della terza rete?

 

“Quando arrivai alla direzione della rete mi dissi che avrei dovuto cercare un nuovo pubblico e non rubacchiare pezzi di pubblico alle altre due reti.

Cioè mi dissi che non avrei mai adoperato autori e soprattutto conduttori già attivi sulla rete 1 e 2. Mi obbligai a utilizzare sempre e dappertutto facce nuove.

Facce nuove significava idee e format nuovi. Quelle facce nuove che per la prima volta apparivano in televisione erano Chiambretti, Fazio, Ferrara, la Dandini e socie, Raffai, Augias, Gad Lerner, Barbato, Riotta, Baricco, Lubrano e Santoro (questi ultimi due avevano lavorato precedentemente ai telegiornali, in ruoli minori) e alcuni altri. E forse non è per caso che firmano ancora oggi i programmi migliori”.

C’è uno dei suoi programmi che l’ha resa particolarmente fiero? Ed uno del quale si è pentito?

 

“I programmi migliori sono il “Rosso e Nero” di Santoro e “Blob”. Il peggiore non saprei indicarlo, anche perche quando un programma non funzionava non aspettavamo la seconda puntata per accorgerci che non aveva futuro”.

 

Come detto prima, un’intera generazione di presentatori e comici è nata sotto la sua direzione... Come gestiva il rapporto con loro? Da cosa erano ispirate le sue scelte? 

 

“Il rapporto con gli autori era molto buono, anche perchè grazie al mio ingaggio erano diventati, più o meno, tutti decisamente danarosi”.

 

Nei palinsesti di oggi cosa manca?

 

“Gli attuali palinsesti sono poverissimi. Si sono ridotti a trasmettere un solo programma per sera, preceduto da un preserale acchiappa pubblico. Rai3 solo nello spazio 20-20.30 trasmetteva: “Il portalettere” di Chiambretti, “Cinico Tv”, “Blob” e “La cartolina” di Barbato; seguiva il programma di prima sera (“Rosso e Nero”, “Chi l’ha visto”, “Mi manda Lubrano”, ecc.), l’edizione serale del Tg, “Milano-Italia” (quotidiano) – e, infine, “Pubblimania”. Erano tutti programmi degni della prima serata”.

 

Crede che l’introduzione del digitale terrestre costituisca un reale arricchimento dell’offerta per il telespettatore? Ci sarà modo di sperimentare o è solo un trucco o un pretesto per offrire frittate già preparate altrove?

 

“Il digitale è senz’altro una opportunità notevole; dubito che sarà usato per arricchire e sveltire la programmazione. Per questo c’è Sky”.

 

Per la presidenza Rai era circolato anche il suo nome. Che cosa avrebbe fatto, subito, per stabilire nuovi indirizzi?

 

“Come presidente avrei svolto il ruolo che spetta alla minoranza. Che non può imporsi alla maggioranza, ma impedirle di farla fuori dal vaso scoprendo le sue contraddizioni”.

Cosa hanno scritto di lei che le ha dato più fastidio?

 

“Non ha mai letto nulla su di me che mi abbia offeso o solo dispiaciuto”.

Di frequente si attribuiscono alla tv alcuni mali del cinema. Ritiene che ci sia un fondo di verità?

 

“Cinema e Tv si odiano e si amano; qualche volta si fanno male, ma l’uno non può vivere (sopravvivere) senza l’altro”.

 

Ci confida, infine, un suo ricordo o un aneddoto su Mike Bongiorno?

 

“Mi chiede di Mike Bongiorno? A chiunque si chiedesse di riassumere in una sola parola il tragitto della televisione italiana dagli inizi a oggi non potrebbe rispondere che Mike Bongiorno”.



*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza.








GIORGIO STREHLER



...io so e non so perché lo faccio il teatro, ma so che devo farlo,

che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto me

stesso, uomo politico e no, civile e no, ideologo, poeta, musicista,

attore, pagliaccio, amante, critico, me insomma, con quello

che sono e penso di essere e quello che penso e credo sia

vita. Poco so, ma quel poco lo dico...








DAVID LYNCH



Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le
luci. Non so perché. C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario
inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo.

(Da “In acque profonde”, 2006)





 

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