MUSICA
NON HO L’ETÀ
Maria Maionchi, uno dei tre
temibili giudici del talent show targato Rai 2, ripercorre i
momenti salienti della sua carriera. Suo il record di essere
stata la prima donna a ricoprire un ruolo importante nella
discografia italiana (1)
Mara Maionchi
Intro
La tensione è altissima.
Nonostante “X Factor” abbia ormai raggiunto la terza
edizione, la prima puntata della stagione continua a fare
paura, come il ritorno a scuola dopo le vacanze estive, come
un salto nel vuoto senza paracadute.
Per quanto mi riguarda,
l’agitazione è passata e ha lasciato il posto al “Facciamola
finita e cominciamo!”, più consono al mio carattere. Per il
secondo anno consecutivo mi sono stati affidati i gruppi, e
sono molto soddisfatta della mia squadra di artisti: quattro
formazioni diversissime, dal pop più classico di A&K al
rockabilly degli Horrible Porno Stuntmen, dalle atmosfere
nordiche delle Yavanna alla sonorità irresistibile dei Luana
Biz. I cantanti si aggirano dietro le quinte, provando abiti
e scambiandosi battute nervose, gettando sguardi curiosi ai
ragazzi delle altre categorie.
La competizione deve ancora
prendere ufficialmente il via, ma sono già pronti a salire
sul palco per dare il meglio. Per tutti loro sta per
cominciare un’avventura appassionante, un’esperienza che – a
prescindere da quelli che saranno i risultati finali –
sicuramente ricorderanno come qualcosa di eccezionale.
Certo, quando io avevo la loro età non c’era nulla di simile
a “X Factor”.
Tuttavia, non si può certo dire
che la mia vita non sia stata divertente e costellata di
imprevisti. Una vita fitta di incontri con persone ricche di
qualità, con uomini e donne che hanno fatto la storia della
musica leggera italiana. Perché alla fine, diciamolo, io non
ho mica scoperto nessuno: ho solo incontrato dei talenti. E
la storia della mia vita è la storia di questi incontri.
Bologna
Bologna, per come la ricordo io,
è la stessa di cui parla Guccini nella sua canzone: “una
vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano
padano ed il culo sui colli” – no, non sto parlando di me,
parlo di Bologna. Anche perché quando ci abitavo mica ero la
vecchia signora che sono ora: ero una ragazzina, sveglia e
un po’ turbolenta. Fin dalla mia nascita, nel 1941, nel
pieno della Seconda guerra mondiale: momento meno opportuno
non avrei potuto scegliere, considerando il bel casino che
si viveva in Italia all’epoca. Tanto più che il peggio
doveva ancora arrivare, con i bombardamenti alleati sulla
città nel 1943 e le sofferenze della lotta partigiana.
E poi, non è che i miei genitori
fossero lì tutti concentrati nel tentativo di avere un
figlio. Ma evidentemente non erano nemmeno così attenti a
evitare l’arrivo di un pargolo. Quando nacqui io in
famiglia c’era già una bambina, mia sorella maggiore, e alla
loro età papà e mamma non pensavano più di riprodursi:
avevano rispettivamente quarantasei e trentotto anni. Lei,
come la maggior parte delle donne dell’epoca, faceva la
casalinga; papà, originario di Lucca, aveva un buon lavoro
che gli permetteva di mantenere se stesso e le quattro donne
di famiglia, moglie, figlie e suocera.
Era un uomo perennemente in
movimento, che prendeva la vita di petto e non amava stare
con le mani in mano: al punto che quando morì, a ottantuno
anni, ancora lavorava. Metteva anima e corpo in tutto quello
a cui si dedicava, e lo stesso pretendeva da noi figlie.
Questo atteggiamento di certo non gli facilitò la vita negli
anni in cui io portavo avanti la mia carriera scolastica.
Sì, perché la scuola non mi piaceva, non mi interessava
minimamente, e di conseguenza i risultati erano tutt’altro
che brillanti.
Ma non intendo scaricare la colpa
sugli insegnanti o sul fato avverso. Certo, nessuno era in
grado di stimolare in me curiosità o interesse, però va
anche detto che gran parte degli altri ragazzini seduti ai
banchi questa curiosità e questo interesse da qualche parte
li trovavano. E allora evidentemente ero io che non riuscivo
a entrare nello spirito giusto per apprezzare la scuola.
Insomma, gli anni di studio furono una faticaccia. Ma non
per me, per gli altri. Io non facevo assolutamente nulla,
quindi fatica zero.
Erano quelli che mi stavano
intorno a impazzire per cercare di salvare il salvabile,
cacciandomi nella zucca refrattaria qualche misera nozione.
E dire che in famiglia non mancavano cugini geniali che
venivano ammessi alla Normale di Pisa per poi andarsene a
insegnare filologia romanza a Parigi, alla Sorbona, con la
stessa facilità e soddisfazione che io potevo trovare
nell’andare al bar a bermi un caffè. Beati loro! Fu così che
giunsi alla fine dell’ennesimo anno scolastico tribolato.
Una mattina del 1959, dopo l’intervallo di metà mattina, il
professore di matematica fece il suo ingresso in aula con
qualche decina di fogli protocollo a quadretti sottobraccio.
Non ci voleva un genio per capire
che si trattava dei compiti in classe della settimana prima,
corretti e valutati. Il professore seguiva sempre lo stesso
ordine nel consegnare i lavori, partendo da quelli che
avevano ottenuto i voti più alti per poi scendere
inesorabile verso gli abissi delle insufficienze gravi. Mi
misi comoda ad aspettare, visto che di solito le mie prove
si attestavano nelle ultime posizioni, insieme a quelle di
un gruppetto di irriducibili abbonati ai voti bassi come me.
Quando venne il momento il
professore mi chiamò alla cattedra e pronunciò una frase che
mai dimenticherò: “Maionchi, se è vero che con il passare
delle generazioni le famiglie migliorano, non vorrei mai
conoscere i suoi genitori!”. Lasciò cadere sul piano di
legno il mio foglio protocollo: rispetto a quello che
ricordavo di aver consegnato solo sette giorni prima
appariva stravolto e sfigurato da un mare di segni rossi.
L’insufficienza c’era. Pure grave. Alzando lo sguardo verso
il volto dell’insegnante rimasi colpita dalla sua
espressione.
Negli occhi di quel poveruomo si
leggeva uno sconforto estremo, la disfatta di chi le aveva
provate tutte per poi giungere alla conclusione che cercare
di ottenere da me risultati meno che disastrosi era impresa
disperata quanto lo spremere il famigerato sangue dalle
rape. A smuovere la mia coscienza, quindi, fu lo scoramento
del professore, ben più che il baratro che l’ennesima
insufficienza mi spalancava sotto i piedi.
Bastò un attimo per confessarmi
quella verità che avevo già letto chiara e netta negli occhi
dell’insegnante: la scuola non faceva per me. O forse, a
voler essere precisi, ero io a non essere adatta alla
scuola. Insomma, comunque stessero le cose, era certo che lo
studio e la sottoscritta appartenevano a due universi
paralleli, di quelli che non si incontrano mai. Ormai non
ero più una bambina, avevo diciotto anni e, giunta a questa
età, era meglio lasciare perdere piuttosto che insistere
senza costrutto.
Presi il coraggio a due mani e
discussi della questione con i miei genitori, stando ben
attenta a sottolineare che con quella decisione facevo un
favore immenso, più che a me stessa, ai professori:
poveracci, grazie a me si erano già guadagnati troppi
capelli bianchi. Mio padre forse se l’aspettava: sta di
fatto che non visse la decisione di abbandonare la scuola
come una tragedia.
Anzi, anche se non lo ammise mai
apertamente, sospetto che tirò un sospiro di sollievo
all’idea di risparmiare il denaro e la fatica necessari a
spingermi a calci verso il traguardo di una laurea
qualunque. Tutto ciò che disse in risposta al discorso in
cui annunciavo di voler mettere la parola fine alla mia
esperienza di studentessa fu: “Io a casa a far niente non ti
ci tengo. Nell’Ottocento le signorine di buona famiglia come
te se ne stavano tranquille a ricamare in salotto in attesa
di trovare marito. Ma l’Ottocento ce lo siamo lasciato alle
spalle e quindi, se non vuoi studiare, vedi di trovarti
un’occupazione”.
Mai frase suonò più dolce alle
mie orecchie. Mi avventai sulla pagina degli annunci del
“Resto del Carlino” passando in rassegna le offerte di
lavoro. La voglia di darmi da fare non mi mancava: anzi, non
vedevo l’ora di mettermi alla prova su qualcosa di pratico,
che mi consentisse di ottenere dei risultati concreti, di
guadagnare qualche soldo e di liberarmi almeno in parte
dalla dipendenza economica dai genitori. Per fortuna i tempi
erano propizi, e il mio spirito di iniziativa si sposava
perfettamente con un contesto sociale ed economico molto
favorevole.
A quindici anni dalla fine della
Seconda guerra mondiale l’Italia era fantastica, un Paese in
pieno fermento: il boom economico era sul punto di
manifestarsi in tutta la sua potenza e chiunque fosse
disposto a rimboccarsi le maniche trovava facilmente
un’occupazione, anche buona ed eccitante.
Non che mi fossi posta il
problema di cercare un lavoro che mi piacesse. In primo
luogo non mi era ancora chiarissimo quale fosse – se mai
c’era – la mia vocazione professionale. E poi era troppo
l’entusiasmo all’idea di abbandonare le costrizioni
scolastiche (grembiule compreso): ad attendermi là fuori
c’era il mondo degli adulti, ricco di opportunità da
cogliere e di sogni da realizzare. Mi ci buttai a capofitto.
1) Pubblichiamo
per gentile concessione dell’editore uno stralcio da “Non ho
l’età”, di Mara Maionchi (Rizzoli, 2009). Riproduzione
riservata.
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