INTERVISTE

UN TEATRO GIOIELLO IN UN PALAZZO DEL SEICENTO.
E GUSTAVO CUCCURULLO PROVA A CONQUISTARE IL CUORE DI ROMA


La missione dell’impresario napoletano è far diventare il Teatro dei Comici un
punto di riferimento per ogni tipo di evento: teatrale, musicale, culturale e privato


 

Barbara Leone*

 

"Napule è ’nu paese curioso: è ’nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca senza cuncierto scenne p’ ’e strate e sape recità. Nunn’è c’ ’o ffanno apposta; ma pe’ lloro o panurama è ‘na scenografia, o popolo è ’na bella cumpagnia, l’elettricista è Dio ch’ ’e fa campà”.

Soltanto chi conosce la più intima e recondita essenza di Napoli, può comprendere appieno queste parole di Eduardo. Napoli è una città complessa, multiforme e altrettanto sfaccettata è la sua lingua. Prendiamo il termine curioso: un bergamasco – così come un foggiano o un reatino – solitamente usa l’aggettivo curioso per indicare una persona che ha voglia di sapere, conoscere o che magari desidera farsi i fatti altrui. A Napoli, invece, curioso è quasi sempre sinonimo di bizzarria, eccentricità, è un vocabolo che rivela qualcosa di insolito, strano e finanche buffo.

Dietro ogni singola espressione napoletana, si celano quelle repentine e variegate sfumature che rendono questa lingua – perché di lingua si tratta e non di dialetto – uno straordinario “fritto misto” (come ci disse tempo fa lo scrittore partenopeo Ruggero Guarini), un pot-pourri che a noi piace ancora di più immaginare come un grande millefoglie, composto di stratificazioni latine, spagnole, francesi e addirittura slang americano. Il tutto insaporito da una forte dose di ritmo interno e melodiosità, che rende questa lingua particolarmente rotonda, vellutata, musicale ed armonica. Una lingua che rispecchia perfettamente la natura articolata, e spesso contorta, della terra che l’ha partorita.

Tutti conoscono le bellezze di questa città, in troppi blaterano dei suoi tanti problemi, ma sono pochi coloro i quali ne sanno cogliere la profonda essenza, che affonda le radici in un passato tanto ricco quanto tumultuoso. Del resto è sempre la storia che ci permette di decodificare usi e costumi di un popolo, e quello napoletano è davvero un popolo a parte, perché Napoli stessa è un mondo a parte, un universo nell’universo.

Perla del Mediterraneo, vivace e chiassoso porto di mare, crocevia di popoli, tradizioni, odori, sapori e suoni, Napoli evoca nel nostro immaginario i colori tenui del suo golfo, sul quale troneggia il severo Vesuvio, l’intenso profumo dei babà e delle pizze appena sfornate, il talento sublime dei suoi innumerevoli artisti, la struggente melanconia delle sue canzoni, la geniale comicità di Totò e il mistero di San Gennaro.

Chi visita i suoi monumenti e gode dei suoi panorami mozzafiato se ne torna a casa contento. Però, se tenta di spingersi oltre la superficie, i conti non tornano. E questo perché Napoli sfugge ad ogni interpretazione: è l’unica città al mondo dove l’appartenere ad essa non è solo uno status giuridico e territoriale, ma una condizione dello spirito, dell’anima. La napoletanità è qualcosa che non si può spiegare a parole. È un modo di essere, di approcciare ai problemi, agli imprevisti ed alle cose del mondo.

E al centro di tutto, la grande commedia della vita. Napoli è un teatro sempre aperto. E lo è da sempre, fa parte del suo codice genetico. Teatro ad ogni angolo di strada, teatro in ogni sua manifestazione. Basta un piccolo spunto, un fatterello nuovo e curioso, ed ecco che arriva qualcuno pronto a rappresentare pubblicamente, e molto spesso in chiave ironica, l’accaduto. Rappresentazioni improvvisate nei bassi come nelle pubbliche piazze, negli scantinati come nelle private abitazioni. E da lì fino ai palcoscenici veri e propri.

Uno dei primi teatri istituiti a Napoli nel ventesimo secolo, fu il teatro Trianon (con l’accento – e anche piuttosto marcato – rigorosamente sulla “o”), che sorse a piazza Vincenzo Calenda, nel quartiere Forcella, cuore antico della città, così chiamato per il suo caratteristico bivio a Y. Un dedalo di strade, grovigli di vicoli su cui si accalcano palazzi fatiscenti e altrettanti edifici dall’inestimabile valore artistico. Un rione delimitato dalla mole dell’ex Tribunale e da via Duomo, spartiacque naturale con l’altra metà dei Decumani dov’è fiorente il commercio dell’arte presepiale. Una città nella città.

La Forcella di ieri è il luogo che ospitò la vicenda raccontata nel primo episodio del film di Vittorio De Sica “Ieri, oggi e domani”, in cui Adelina (una venditrice abusiva di sigarette interpretata da una splendida Sophia Loren) si fa mettere ripetutamente incinta dal marito per evitare il carcere. Nella Forcella di oggi, purtroppo, c’è poco folclore e molto dramma, come testimoniano le sciagurate vicende di sangue che affollano le cronache degli ultimi anni. E qui, nella piazza intitolata al magistrato che si batté perché l’antica reggia rimanesse sede dei Tribunali, s’erge il teatro Trianon, inaugurato l’8 novembre 1911 dalla compagnia di Eduardo Scarpetta. Il teatro prende il suo nome dal luogo dove Luigi XIV di Francia fece costruire una casa per sfuggire all’etichetta della corte. Sin dal gennaio successivo all’inaugurazione diede vita a spettacoli di varietà nei cui programmi figuravano spesso, oltre a cantanti di primo piano, addirittura tre, ed anche quattro, vedette per volta.

Sul suo palcoscenico si susseguirono Pasquariello, Donnarumma, Gill, Fulvia Musette, Maldacea, Tecla Scarano, Diego Giannini, Gina De Chamery. Nel 1940, Gustavo Cuccurullo acquista il Teatro e nel 1947 lo trasforma in sala cinematografica. Cinquanta anni dopo, un pronipote omonimo del precedente, riporta la sala all’antica condizione di teatro, inaugurandola il 7 dicembre 2002. Un’eredità importante quella di Cuccurullo, il quale, dopo la felice gestione del Trianon (terminata nel 2006) ha deciso di approdare nella Capitale rilevando l’antico teatro Rossini, rimesso a nuovo nella veste e nei contenuti.

“Un progetto importante e ambizioso – ci dice l’impresario napoletano – a cominciare dalla denominazione: questo posto si chiama Teatro dei Comici Palazzo Santa Chiara, quando si occupa di attività teatrale. Viceversa si chiama Palazzo Santa Chiara Teatro dei Comici quando si parla delle altre iniziative. Questo perché idealmente la struttura vuole essere soprattutto un luogo di accoglienza: teatro sì, ma anche musica, meeting, convegni, riunioni e quant’altro. Questo perché il posto ha una particolarità, a parte l’ubicazione straordinaria: un foyer di particolare fascino e dimensioni idonee da poter accogliere un’ospitalità anche di catering. È difficile trovare un teatro che abbia questo rapporto felice tra teatro e dimensioni del foyer.

E questa è sicuramente una caratteristica che rende la struttura unica nel suo genere.

“Un’attività che stiamo sviluppando: quindi ci può essere sia lo spettacolo con l’aperitivo, sia il convegno, l’evento privato con un servizio di catering.

“Il complesso – prosegue Cuccurullo – è impreziosito non solo dal suo impianto architettonico, il cui punto di forza è sicuramente la cappella del Transito di Santa Caterina da Siena, ma anche dalla tipologia della nostra ristrutturazione, volta appunto, a rendere particolarmente apprezzabile e gradevole il momento dell’accoglienza. Questo spiega, ad esempio, la presenza di un cocktail bar molto ricco, che è una cosa un po’ inconsueta per un teatro.

Faremo aperitivi aperti al pubblico sia di giorno, a prescindere dall’attività teatrale, sia di sera, a ridosso degli spettacoli che, oltre al teatro in senso stretto, abbracceranno anche il mondo della musica. In più ospitiamo, permanentemente, delle mostre di artisti contemporanei e ci doteremo anche di un impianto di produzione video-satellitare, perché l’idea è anche quella di integrare con altre forme di spettacolo. Il nostro obiettivo è dunque far diventare questo luogo un punto di riferimento per ogni tipo di evento, teatrale, musicale, culturale e privato”.

Sito in una delle zone più belle del centro di Roma, piazza Santa Chiara (alle spalle del Pantheon), il Teatro dei Comici, che una volta si chiamava Teatro Rossini, è ospitato in un palazzo che risale alla metà del Seicento e fu costruito dove, al tempo, sorgevano case ospitanti le suore domenicane, in una delle quali morì nel 1380 Santa Caterina da Siena, oggi trasformata in cappella e visibile in Teatro.

La cappella – che deve il suo nome a Giuliana Cavallini, studiosa di fama internazionale della Senese e direttrice del Centro nazionale di studi cateriniani sino al marzo 2004 – è il luogo in cui la patrona d’Italia e compatrona d’Europa visse l’ultimo periodo della sua vita e dove morì il 29 aprile del 1380. Voluta a Roma da Papa Urbano VI, Santa Caterina vi arrivò nel 1378 seguita da numerosi discepoli. Lo stabile in cui questi furono accolti doveva essere ampio abbastanza da ospitare anche le terziarie domenicane ed i pellegrini senesi che arrivavano nella città santa. Il palazzo Santa Chiara è stato dimora delle discepole di Santa Caterina da Siena per più di due secoli, fino a quando queste non si trasferirono nel monastero di Santa Caterina a Magnanapoli.

Nel 1873 l’istituto proprietario dell’immobile, l’Arciconfraternita della Santissima Annunziata, concesse in affitto una parte del palazzo a degli impresari romani che ne fecero un teatro “per rappresentazioni diurne e notturne” e per il quale spesero “la gravissima somma di 100.000 lire”. La struttura – ricorda Renato Merlino ne “Il Teatro Rossini dalle origini ad oggi” – è opera di Virgilio Vespignani, aveva l’ingresso dove oggi è la hall dell’albergo “Santa Chiara” e venne inaugurato il 7 Febbraio 1874 alla presenza dei futuri reali d’Italia e delle massime autorità cittadine e nobiliari. I cronisti dell’epoca scrissero: ”È un teatrino elegantissimo”.

Il teatro disponeva di seicento posti: settanta in sala e i rimanenti nelle due file di palchi e del loggione. Nei primi tempi si alternavano opere liriche di Rossini, di Verdi e di Bellini, a spettacoli di arte varia, ma il 19 gennaio del 1879, per la prima volta, venne rappresentata l’operetta romanesca “Meo Petacca” interpretata da Filippo Tamburri, il più importante attore dialettale dell’epoca. Da allora il teatro divenne la culla del dialetto romanesco e, sostenuta da Gigi Zanazzo, commediografo e direttore del giornale “Rugantino”, la programmazione fu un susseguirsi di commedie e operette vernacolari romane, tra le quali anche “Er Marchese der Grillo” di Berardi-Mascetti.

In questi anni furono molti gli artisti di grido che calcarono le scene del Rossini, da Adelaide Ristori a Leopoldo Fregoli fino a Lina Cavalieri. Il 20 Aprile 1886 il teatro tornò alla Santissima Annunziata che, abbattute le file dei palchetti e del loggione, ne fece prima la sede della Libreria Declè e poi l’archivio dell’Arciconfraternita. Il 21 aprile 1950, come per incanto, riapre l’antico Teatro Rossini ad opera di Checco Durante, attore e poeta dialettale romano.

La maggior parte delle opere rappresentate dal nuovo capocomico erano scritte da romani veraci ed altre adattate al dialetto dal “Sor Checco”. Agli inizi del 1976 muore Checco Durante, e la direzione passa alla moglie Anita e al genero Enzo Liberti. Il gruppo diviene “Compagnia stabile del teatro di Roma Checco Durante”, e il cartellone si arricchisce di alcune bellissime commedie scritte da Liberti. Nel 1981 la famiglia Durante chiamò Emanuele Magnoni come capocomico, poi, nel 1990, Alfiero Alfieri con Anita Durante, regalò al pubblico momenti di sana euforia, grazie ad una colorita comicità creativa dei due.

Un teatro, dunque, fortemente caratterizzato dalla romanità. Una linea guida (ma in chiave napoletana) seguita anche da Cuccurullo nel suo primo anno di gestione, caratterizzato dalla presenza di una compagnia stabile guidata da Gianfranco e Massimiliano Gallo, due attori e registi partenopei “di razza” che hanno portato sulle tavole del Teatro dei Comici l’avanguardia della commedia napoletana. Una scelta coraggiosa che, tuttavia, non verrà ripetuta nella nuova stagione che sta per aprirsi.

“Quella passata – ci dice Cuccurullo – è stata una stagione che in qualche modo ci ha visto partecipi di un’attività comparabile a quella che si svolgeva a Napoli, perché abbiamo fatto una stagione con una compagnia stabile che si è dedicata esclusivamente al teatro napoletano, cosa che – per scelta artistica – non ripeteremo quest’anno. Il pubblico dello scorso anno era dunque un pubblico interessato al teatro napoletano per giunta non di repertorio, quindi come esperienza è stata un po’ limitativa. Adesso abbiamo deciso di orientarci verso un pubblico più eterogeneo. Quest’anno avremo, ad esempio, uno spettacolo di e con Alessandro De Carlo, avremo Gennaro Cannavacciuolo, avremo uno spettacolo, da noi prodotto, di Bruno Colella con Sebastiano Somma e Tosca D’Aquino e tanti altri nomi che da novembre animeranno le serate di questo teatro. Quello che vorremmo è creare una nuova identità di teatro comico, che sia quindi anche un teatro comico intelligente, che abbia comunque un pensiero… non è facile ma ci si può riuscire”.

Un artista che vorrebbe ospitare sulle tavole di questo teatro?

“Uno che mi viene in mente non solo per la sua straordinaria dimensione artistica ma anche per il piacere di averlo conosciuto e di essergli diventato amico è Antonio Calenda, che ho avuto la fortuna di produrre con uno spettacolo al Trianon con la sua regia e mi auguro che prima o poi possa tornare a lavorare con me”.

Un progetto, quello di Cuccurullo, certamente nuovo ed ambizioso, che si avvale, dunque, di alte professionalità e di una competenza maturata in una vita intera dedicata al teatro ed allo spettacolo.

“Io vengo dal cinema e dal teatro. Un mio prozio, di cui io sono omonimo, era uno dei principali esercenti cinematografici d’inizio secolo a Napoli, mio padre era distributore cinematografico, e io prima distributore ed esercente cinematografico e poi mi sono occupato di teatro attraverso un’operazione particolarmente complessa che mi ha dato moltissime soddisfazioni: ho ristrutturato un teatro, poi divenuto cinema, di inizio secolo che rappresenta un pezzo di storia napoletana, il Trianon. Quella è stata un’operazione estremamente complessa e articolata, stiamo parlando di 3.300 mq di superficie, e tuttavia siamo stati velocissimi.

Abbiamo cominciato i lavori di ristrutturazione nel 2000 e il teatro è stato inaugurato nel 2002. Un’enorme soddisfazione, se si tiene conto che, ad esempio, il comune di Napoli ha iniziato i lavori di ristrutturazione del Teatro San Ferdinando sei mesi prima di me e ha aperto l’anno scorso. Un’esperienza, quella del Trianon, veramente eccezionale. Quello che a me piace moltissimo – ci spiega Cuccurullo – è realizzare le cose, e devo dire che mi ha dato tantissima soddisfazione ridare vita a questo teatro, in un momento in cui magari i teatri ed i cinema chiudono per diventare garage o sale bingo. Restituire al patrimonio culturale una fetta di storia che è il teatro Trianon è stata un’esperienza straordinaria.

Basti pensare che noi durante i lavori di ristrutturazione abbiamo trovato in teatro un fortino di guardia della cinta muraria di Neapolis, che è il reperto archeologico del periodo ellenico più importante che esiste in Campania. Purtroppo siamo in Italia, e soprattutto in Campania, e quindi nessuno ha sottolineato una cosa tanto straordinaria. Abbiamo trovato dei ganci che servivano per tenere ferme le belve feroci quando al Trianon si faceva il circo, quindi la soddisfazione di restituire questo teatro completamente ristrutturato, messo a nuovo e averlo realizzato io personalmente (e a mie spese) è stata una soddisfazione incredibile. Quello che mi dà maggiore soddisfazione è questo: recuperare e far rivivere delle cose dimenticate”.

Un obiettivo che Gustavo Cuccurullo intende realizzare anche nell’ex Teatro Rossini, per troppo tempo caduto nell’oblio e abbandonato a se stesso.

“Questo teatro mi fu segnalato, c’era il vecchio gestore che cedeva questa azienda ed io, appassionato di cinema, di teatro e di spettacolo, in quel momento ero solamente produttore teatrale. Lo venni a vedere, mi colpì subito perché è una struttura veramente suggestiva e poi l’idea di un progetto in una città diversa dalla mia mi allettava molto ed eccomi qua. Questo teatro è stato interamente ristrutturato e messo a norma con energie e fondi privati, e in un momento di crisi economica è stata sicuramente un’operazione coraggiosa che abbiamo fatto con entusiasmo perché ci fa piacere investire nello spettacolo e nella cultura.

Mi fa piacere sottolineare la pluralità di attività della struttura, che non è soltanto teatro ma anche musica dal vivo ed eventi di ogni genere. E mi fa piacere sottolineare l’attenzione che noi desideriamo dare all’accoglienza. Uno dei complimenti più graditi che ho ricevuto al Trianon fu quando un ospite mi disse: finalmente un teatro che non è palcoscenico e botteghino. Le persone che vengono la sera io le accolgo tutte, mi fa piacere che si crei una relazione anche umana tra noi e chi frequenta la struttura. Oggi come oggi credo che sia importante anche questo e credo che la gente avverta la differenza nel momento in cui va in altri luoghi, dove magari non c’è nemmeno un sorriso, una frase verso il pubblico che non è un’entità a sé stante, ma un insieme di persone”.

Teatro, musica, mostre di arte contemporanea, convegni, cocktail bar: gli ingredienti ci sono tutti per far sì che il Teatro dei Comici diventi un nuovo, importante punto di riferimento per la cultura italiana. Anche se, a nostro avviso, ciò che fa davvero la differenza è una qualità che, forse, oggi non va molto di moda: la gentilezza, l’affabilità, la buona educazione. Può sembrare scontato, ma non lo è, in una società come la nostra in cui sorridere ed essere aperti al mondo appare quasi come un’impresa. E non ci meravigliamo che il deus ex machina di questa coraggiosa operazione culturale sia proprio un napoletano che, siamo certi, condurrà il Teatro dei Comici Palazzo Santa Chiara a rinnovati splendori.



*Dice di sé.
Barbara Leone. Faceva la violinista e si divertiva pure. Ma si diverte di più a scrivere. Ama gli autori russi e i poeti maledetti. Il suo compagno di vita e di avventure è un cane nero chiamato Maffino.



 

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