INTERVISTE
UNA VOCE POCO FA: POLITICA, COMUNICAZIONE E MEDIA NELLA
VICENDA DEL PSI
Nel saggio di Stefano Rolando
il tentativo di risvegliare gli storici da quel sonno
della memoria che ha impedito un’analisi serena della
storia italiana negli anni della leadership craxiana
Francesco Canino*
“Una
voce poco fa” è il titolo dell’ultimo libro di
Stefano Rolando, docente di politiche pubbliche per
le comunicazioni di teoria e tecniche della comunicazione
pubblica allo Iulm di Milano, dove dirige anche il master
universitario annuale in management della
comunicazione sociale, politica e istituzionale. Uomo di
stato, membro straordinario del Consiglio superiore delle
comunicazioni, è stato per dieci anni, dal 1985-1995,
direttore generale e capo del dipartimento informazione ed
editoria alla Presidenza del consiglio dei ministri
lavorando al fianco di Craxi, Fanfani, Goria, De Mita,
Andreotti, Amato, Ciampi, Berlusconi e Dini.
Perfetto conoscitore della
pubblica amministrazione, presiede tra l’altro il Consiglio
scientifico di forum P.A., Rolando ha accettato una sfida
tanto ardua quanto ben riuscita: riuscire a raccontare le
innovazioni e le intuizioni, apportate dal Partito
socialista italiano e da Bettino Craxi nell’ambito della
comunicazione politica e sociale.
Un saggio dinamico ed
incuriosente, edito da Marsilio e dalla Fondazione Craxi,
nel quale l’autore accompagna per mano il lettore attraverso
gli anni della segreteria Craxi, dal 1976 al 1994,
raccontando risvolti e retroscena di un’epoca che ha segnato
una svolta per la politica e la storia italiana e, al
contempo, analizzando quei cambiamenti i cui frutti ancora
oggi sono ben impressi sulla scena socio-politica del nostro
Paese.
L’analisi che trova spazio in un
volume non si segnala per essere una critica feroce al
partito del garofano rosso, ma nemmeno una stucchevole
agiografia, come troppo spesso è capitato nell’ultimo
quindicennio alle riflessioni attorno al Partito socialista
e a Craxi. È piuttosto un tentativo di risvegliare gli
storici e i contemporaneisti da quel “sonno della memoria”
che ha impedito un’analisi serena su fenomeni e rapporti i
cui riflessi si stagliano sulla realtà politica italiana.
Come nasce questo libro? Lei
parla di una sollecitazione da parte della Fondazione Craxi.
“Esatto. O forse è più preciso
dire che c’è stato un mio intento raccolto dalla Fondazione.
Raccolto giustamente, aggiungerei, perché è importante che
una fondazione promuova studi e analisi di aspetti che la
riguardano direttamente. Ma c’era soprattutto un mio
interesse personale”.
Interesse che parte dal suo
lavoro di docente legato alla comunicazione pubblica.
“Un’attenzione universitaria, che
sollecita molte chiavi di lettura partendo dall’osservazione
dell’esperienza, che mi fa pensare in primo luogo al
cambiamento.
C’è stato un ritorno alla
tematica della leadership, argomento di grande
attualità mi pare, che in Italia è stato sempre molto
depresso, come in tutti quei paesi che hanno conosciuto la
dittatura. E poi perché la presenza sul panorama politico
della Democrazia cristiana ha impedito, di fatto, che si
parlasse di leadership.
Non si può dire che il Psi non
abbia anticipato i tempi e un cambiamento che ha
pesantemente condizionato la futura scena politica
italiana”.
La genesi di questo libro sta
anche nella sua lunga partecipazione diretta agli eventi?
“Aver vissuto da testimone
privilegiato certe dinamiche mi ha regalato la possibilità
di tradurre lo stimolo tecnico-scientifico che deriva da
dieci anni di vita e di lavoro.
In più ho colto una personale, ma
non solo mia, reazione intellettuale”.
Si spieghi.
“Abbiamo vissuto quello che
potremmo definire il “sonno della memoria”. Negli ultimi
quindici anni ci si è ben guardati dal provare a raccontare
la storia del nostro Paese considerando anche l’apporto
fondamentale dato dal Partito socialista e dal suo leader.
Se da una parte il tentativo di riconoscerne i meriti del
grande ruolo svolto nello scenario della politica
internazionale, sul piano interno non si sono spese poche
parole, per di più connotate o da grande rancore o da
nostalgia. Ora che le cose iniziano a cambiare, si possono
scansare un po’ di equivoci e tentare di fare un po’ di
ricerca, certamente appassionata, ma seria”.
Il fatto che la committenza del
libro arrivi dalla Fondazione Craxi l’ha in qualche modo
influenzata o si è sentito libero di scrivere quello che
voleva?
“Ho ritrovato la stessa completa
libertà che ho sempre riscontrato lavorando con i socialisti
e con Craxi. Se non ne fossi stato più che sicuro non avrei
accettato, mi creda”.
Del resto poi “Una voce poco fa”
è il prodotto di una pluralità di riflessioni che lei ha
stimolato. Sono più di sessanta gli interlocutori che
animano quello che la storica Simona Colarizi ha definito
“un coro polifonico, dove appaiono voci contrastanti, ma mai
disarmoniche”. Lei appare come il direttore di questo coro.
“È una definizione che
la Colarizi
ha fatto alla presentazione del libro e che mi piace molto
perché ha colto una delle tre piste che ho seguito per
scrivere questo libro. La prima è stata quella di rileggere
la letteratura storiografica, molto povera per la verità, e
una parte dello sterminato archivio della Fondazione Craxi.
Poi mi sono potuto avvalere di
una risorsa preziosa, cioè la memoria personale, avendo
vissuto determinate fasi in prima persona. E poi, terzo
spunto, creare un “coro”, cioè un dibattito che irrobustisce
tema per tema l’analisi e gli argomenti di ogni capitolo,
con interventi dei protagonisti dell’epoca, dirigenti
socialisti, storici e giornalisti. Questo metodo di
dibattito non è usato a caso, visto che è espressione del
mondo socialista per creare un terreno di dialogo e
confronto nel quale si possono misurare e contrapporre
posizioni, anche molto distanti tra loro, come Martinotti e
Pini”.
Una pluralità di voci che spesso
stimolerebbe un’analisi nell’analisi, proprio perché dalle
risposte di questi sessanta interlocutori emergono sfumature
e visioni molto distanti. Cosa l’ha colpita di più dalla
lettura completa di queste testimonianze?
“Che si coglie un accordo sulle
ragioni dell’ascesa di Craxi e del successo della strategia
comunicativa del partito, e un sostanziale disaccordo su
quelle del declino: da una parte c’è chi dice che la colpa è
del “nemico” esterno, cioè i giudici, il Pci e via dicendo,
dall’altra invece chi pensa che molto dipenda anche dalle
divisioni e da una profonda crisi interna al partito. Queste
differenze appaiono sin dall’inizio e danno una risposta a
quanti ancora non si spiegano la cosiddetta diaspora dei
socialisti. L’ardimento era anche vedere se la riproposta di
lettura degli avvenimenti potesse portare ad una convergenza
tra questi due universi. Il risultato appare chiaro: per ora
resta un no”.
C’è qualcosa che però accomuna
questi due mondi: lo si capisce quando lei scrive che “il
dismesso gruppo dirigente dispone di poca inclinazione
autocritica” oppure quando Simona Colarizi parla di mancanza
di “scuola della sconfitta”. Vuol dire che Craxi non li
aveva preparati a perdere?
“Craxi aveva fatto delle proposte
dirompenti, quasi da utopia illuministica. Aveva sostenuto
che il riequilibrio a sinistra fosse possibile, che i
governi della Dc non potevano più governare senza l’apporto
dei socialisti: ha annunciato una vittoria possibile e il
gruppo dirigente ha accettato questa sfida seguendo il
leader, ma non ha saputo preparasi anche alla sconfitta, che
in politica è invece sempre dietro l’angolo. Così persino
quando la sconfitta finale era più che prevedibile anche i
più lucidi hanno barcollato e ne sono usciti con un senso di
stordimento molto forte”.
È stato facile ottenere le
risposte di questi 60 testimoni? Nell’introduzione racconta
che alcuni non hanno risposto, altri, come Piero Fassino,
hanno prima accettato, ma poi non hanno mandato le loro
opinioni, altri ancora si sono negati.
“Nel complesso è stato facile
perché mi sono rivolto a persone che conosco e con le quali
ho lavorato. Tutti sapevano che mi sono sempre posto al
servizio di quella che io chiamo una riflessione di qualità.
E questo non vale solo per “Una voce poco fa”. Il primo
libro in assoluto che ho pubblicato s’intitolava “Caro
Avanti”, edito da Marsilio, ed era un’analisi su mille
lettere arrivate al quotidiano socialista tra il ’76-’78,
che considero il biennio fondativo di una nuova era per il
Psi. Sto parlando di un libro pubblicato nel ’79”.
Si può parlare di un caso
Martelli? Perché il delfino di Craxi non ha risposto alle
sue domande?
“Forse perché non ho fatto tutto
quello che era necessario per cercarlo… ho provato
attraverso mail e telefonate, ma i tentativi sono stati
inutili. Amici comuni mi hanno riferito che in quel periodo
stava a Berlino”.
Pensa che abbia letto il suo
libro?
“Ci siamo incontrati poco tempo
fa in aeroporto e non mi ha detto nulla. Mi piace pensare
che un giorno lo farà e mi contatterà per dirmi le sue
impressioni e ciò che pensa. Del resto nel saggio gli viene
riconosciuto un ruolo molto importante e ci sono commenti
molto lusinghieri sul suo operato. Ma è una persona
complessa ed è difficile fare previsioni”.
Ci sono delle risposte che
l’hanno particolarmente toccata?
“Ci sono incontri che mi hanno
toccato, come quelli con Anna Maria Mammoliti, storica
socialista, giornalista e fondatrice del premio Minerva, che
nonostante fosse già gravemente malata ha voluto dire la
sua. Poi stupiscono le risposte di Giuliano Amato,
considerato una persona fredda e distaccata, che invece ha
espresso la sua chiave di lettura in maniera sofferta e
partecipata”.
“Craxi innovò più di Berlinguer”
hanno sintetizzato molti quotidiani parlando dell’intervento
di Walter Veltroni alla presentazione di “Una voce poco fa”.
Un discorso che ha spiazzato e ha creato la base per un
ampio dibattito nel Partito democratico. Si aspettava una
tale apertura da parte dell’ex segretario del Pd?
“No. Sapevo che Veltroni è aperto
alle riflessioni storiche e ai cambiamenti, ma non mi
aspettavo un ragionamento come il suo, che ribalta
completamente la visione delle cose. Ha dimostrato un’onestà
intellettuale fuori dal comune per un politico. Forse, una
volta dismesso il suo ruolo dirigenziale nel partito, si è
sentito più libero di dire ciò che pensa e medita da un po’
di tempo”.
Perché dice che Veltroni ribalta
la visione delle cose?
“Le ribalta rispetto a quello che
il Partito comunista ha sempre sostenuto e cioè che Craxi
non aveva saputo interpretare i bisogni e i cambiamenti
della società. Alcuni dei più importanti intellettuali
comunisti, penso a Giuseppe Vacca, facendo un’analisi della
disfatta del Psi hanno sempre sostenuto che il Partito
socialista aveva perso di vista la realtà e che il potere
non gli aveva permesso di comprendere i cambiamenti in atto.
Anche D’Alema portava avanti questi ragionamenti quando
parla del declino degli anni ’80. Veltroni ribalta questa
visione, smette di puntare il dito contro i socialisti,
torna a parlare del grande ruolo di Craxi “uomo politico che
meglio di ogni altro capì come la società italiana stava
cambiando”. Dà una testimonianza forte e dà un contributo al
dibattito su quegli anni”.
In questo cammino lungo diciotto
anni quali sono state le innovazioni più grandi apportate da
Craxi?
“Il porre al centro della
discussione politica la questione della leadership,
imponendosi nel panorama politico come decisionista e
pragmatico. Poi la grande rivoluzione simbolica, che passa
attraverso il simbolo del partito che perde la falce e il
martello, le grandi scenografie dei congressi e l’attenzione
alla grafica delle tessere e dei manifesti. E poi ancora
l’attenzione alla comunicazione intesa come accompagnamento
alla politica, cioè annuncio degli obiettivi del partito e
il loro raggiungimento.
E poi il rilancio competitivo del
paese Italia nonostante i grandi problemi che minavano la
vita dello Stato, dal debito pubblico al terrorismo”.
Partiamo dalla scelta di togliere
definitivamente la falce e il martello dal simbolo.
“È una decisione presa solo alla
fine degli anni ’80, dopo una lunga e attenta riflessione.
Craxi comprende che il partito vive da sempre una storia
bicefala, con i massimalisti contrapposti ai riformisti e,
benché pensasse da parecchio a cambiare il simbolo lo tiene
fino all’estremo perché sa che rappresenta una sintesi
importante. Non c’è insomma faciloneria nel cambiamento che
è figlio di lunghe riflessioni e non del marketing come
accade oggi”.
Nell’ultima parte del libro c’è
una lunga carrellata attraverso i simboli del partito,
appunto, ma anche dei manifesti elettorali, delle tessere
del partito e delle varie pubblicazioni editate dal partito.
“L’ho voluta questa parte per far
capire, soprattutto ai più giovani, quanto Craxi sia stato
anticipatore da questo punto di vista: non a caso è il primo
ad introdurre una sorta di presidio della grafica e ad
intuire l’importanza del branding anche in politica”.
Pensando alla comunicazione molti
ricordano le scenografie dei congressi come punto di svolta,
molto criticato, ma poi molto copiato.
“Assolutamente. Le intuizioni di
Filippo Panseca venivano tartassate, salvo poi copiarle
qualche tempo dopo.
C’era chi le considerava
provocazioni al servizio del grande capo, ma erano invece
intuizioni moderne e di grande impatto comunicativo. Il
tempio a Rimini o la piramide a Milano sono scenografie che
ancora ci ricordiamo e questo dice quanto fossero riuscite”.
C’è un capitolo dedicato ad un
altro ambito dell’era craxiana sempre molto criticato e
discusso: quello dei rapporti con il mondo dello spettacolo.
“Perché ci si ferma spesso
all’apparenza dei rapporti, non capendo che Craxi aveva
immaginato che accanto all’impegno ci potesse essere anche
il disimpegno.
Che attraverso il rapporto con
artisti come Ornella Vanoni, Caterina Caselli o Lucio Dalla
si potessero cogliere degli strumenti più lievi per capire
la gente e per far capire alla gente che cosa si voleva
comunicare.
Era come avere un accesso
privilegiato al Paese, un rapporto più diretto. Come ha
detto anche Veltroni, Craxi intuì molto presto che bisognava
essere capaci di raccogliere anche ciò che non è omogeneo a
sé, ma che si unisce attorno a determinate idee: anche
questo ragionamento fa capire la modernità di un leader
attorno al quale possiamo cominciare a discutere più
serenamente, senza pregiudizi o ruffianerie”.
*Dice di sé.
Francesco Canino. Nato a Torino ventotto anni fa, laureato
in scienze politiche. Avrebbe voluto scrivere un libro su
Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella
comunicazione politica Italiana, ma c’è chi l’ha già fatto,
e meglio di come avrebbe potuto farlo lui. Pur non credendo
nella reincarnazione, nella vita precedente pensa di essere
stato un ozioso aristocratico nell’antica Roma morto
(continuando a mangiare) durante l’eruzione del Vesuvio del
79 d.C. Collabora con i settimanali della Mondadori “Tu”,
“Style” e “Confidenze”.
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CHRISTIAN DE SICA
Mio padre mi ha sempre insegnato a fare
tutto.
Quando gli ho detto che volevo fare
l’attore, mi ha detto
di studiare doppiaggio, perché secondo
lui era la scuola
migliore (…). “Gli attori di teatro – mi
diceva – parlano il ‘birignao’.
Invece bisogna parlare il dialetto, che è
il vero italiano”.
(Da
“Dizionario degli attori: gli attori del
nostro tempo”, 2005)
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CHARLOTTE RAMPLING
Quando entri in un
meccanismo come quello del cinema,
è estremamente difficile uscirne. Il
teatro rimane uno dei cardini
principali nel cinema, la mia esperienza
teatrale rimane un fatto
fondamentale. È stata la base.
(Da “ Non
voglio stare nella lista delle pizze”, 1974)
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