COSTUME

LA MORTE DIGITALE DI MICKAEL JACKSON


Quegli intellettuali, che venticinque anni fa ci insultavano perché ascoltavamo
il futuro re del pop, oggi fanno le prefiche su testate glamour e pseudorock


 

Tommaso Labranca*

 

Quando, una mattina di fine giugno, accesi il televisore e come prima immagine delle news delle sei del mattino vidi la foto di Michael Jackson che ballava (sicuramente Billie Jean, era il cappello a dirmelo), mi chiesi: “Cosa avrà combinato ancora?”. La risposta me la fornì subito la voce del lettore e fu una risposta definitiva: “Il cantante Michael Jackson si è spento a Los Angeles...”

In vita mia ho già visto tanti notiziari che davano la notizia della morte di un cantante famoso. Ma tutte le volte erano, appunto, notizie. Questo era un telegramma. La notizia è una comunicazione fatta al mondo. Il telegramma è qualcosa che ci riguarda personalmente. Il lettore delle news stava parlando solo a me per dirmi che era morto uno dei miei lontani idoli musicali.

Quando avevo saputo della scomparsa di Freddy Mercury, mi era dispiaciuto enormemente, ma i Queen erano qualcosa che apparteneva ai fratelli di qualche anno più grandi, quelli che si dichiaravano amanti del rock. Era un lutto da vicini di casa. Michael era qualcosa di più personale. Molti ricordano i musicisti che hanno amato attraverso le emozioni che hanno vissuto in un concerto dentro uno stadio, ascoltato su giradischi, che suonavano incessantemente nelle camerette, nelle ore passate a ricercare gli accordi dei loro pezzi più famosi con la chitarra.

Michael per me è stato l’artista del movimento urbano. Con la sua musica mi ha accompagnato in giro per la città ai tempi di Off the wall, quando ero uno dei pochi, orgogliosi possessori del primo modello di walkman Sony. Per questo i suoi video non mi sorprendevano più di tanto quando li vedevo in televisione. Perché già me li ero creati io, ritmando sulle sue canzoni angoli di città, figure di viaggiatori in metropolitana, scorci periferici desolati o improvvise aperture sulle Alpi in fondo alle grandi arterie che portavano fuori Milano.

Naturalmente, quando i patiti del rock si accorgevano che nel mio walkman avevo una cassetta di Michael Jackson, partivano i lazzi, i frizzi e gli insulti. Chissà quanti fra quegli esseri arroganti, magari diventati giornalisti o intellettuali, oggi hanno pianto calde lacrime per la scomparsa di Jackson, perché così ha chiesto loro di fare la rivista per cui lavorano.

Sono sempre più convinto che avesse ragione Eugenio Montale quando nel celebre saggio su Guido Gozzano del 1951 scriveva, sdegnato, di certi intellettuali che “si vergognano di Puccini e preferiscono il “Falstaff” al “Trovatore” (ma in cuor loro amano solo la musica negra)”.

Montale scriveva proprio negra, perché ai suoi tempi vigeva ancora una cultura classica e quindi negro discendeva da un nobile niger di un latino che ci appartiene e non da un offensivo nigger di un inglese gergale, che abbiamo solo orecchiato e che non ci appartiene, così come non ci appartiene il senso di insulto insito nel termine.

Ebbene quegli intellettuali, che venticinque anni fa ci insultavano perché ascoltavamo l’equivalente del Trovatore e fingevano di apprezzare solo l’equivalente del Falstaff (mentre in cuor loro amavano solo il peggio degli “Status Quo” e di Phil Collins), oggi fanno le prefiche su testate glamour o pseudorock e ricordano Michael come se fosse stato loro. Anziani oltranzisti gucciniani o i paladini più giovani (e più arroganti) di “Marta sui tubi” hanno preso la penna e scritto ogni genere di nota dolente senza un briciolo di vergogna.

La sorpresa maggiore, dopo quella del notiziario all’alba, è stato aprire il “Corriere della sera” di martedì 30 giugno e trovarvi un commento su Jackson scritto da Bernard-Henry Lévy, nouveau philosophe francese molto in auge negli anni Ottanta e, come tutti i nouveaux e tutti i philosophes, abbastanza fumoso per chi come me ha frequentato più Michael (Jackson) che Michel (Foucault).

La tesi dell’articolo di Lévy è che Michael detestasse il fatto di essere nato, il dover vivere in un corpo e dover addirittura avere rapporti fisici con il resto del mondo. Per questo aveva scelto di procreare affittando un utero, per esempio. Per questo aveva creato un filtro costante tra sé e il mondo delle cose reali, schermandosi dietro gli occhiali da sole, dormendo nelle bare di cristallo. E per questo si è impegnato in un’opera di cancellazione della propria persona, scolorendosi e, negli ultimi tempi, non mangiando fino a raggiungere un peso da cuscino di gommapiuma. Insomma, per Lévy dietro la maschera sempre più gommosa di Michael Jackson non c’è mai stato nessuno.

Gianluca Nicoletti, nell’ultima puntata di “Melog 2.0” andata in onda su Radio 24 proprio il giorno dopo la morte dell’artista, ha espresso un’idea simile, ma con una delimitazione temporanea. La maschera avrebbe nascosto un Jackson reale fino a una decina d’anni fa, fino a quel momento di calo della popolarità e di crescita dei guai giudiziari, che ne hanno determinato la morte civile. Per Nicoletti, Michael Jackson era già morto dieci anni fa e negli ultimi tempi quelle che giravano erano solo maschere sguarnite, indossate in attesa che la sempre meno carne che nascondevano si consumasse definitivamente.

Forse hanno ragione tutti e due. Però io ritengo che almeno un dieci per cento di un Michael Jackson genuino esistesse davvero dietro le maschere. Troppo poco per potersi vedere allo specchio, ma sufficiente a far sì che quel piccolo nucleo di personalità avesse sprazzi di coscienza e si rendesse addirittura conto di essere doppio.

C’era MJ1, quello reale, quello con troppi problemi dentro e fuori la sua testa che vedeva allo specchio MJ2, l’icona pop che anche noi vedevamo, l’involucro fatto di guanti di lamé, giacche militari, occhiali neri, carnagioni slavate. Ai tempi conoscevamo e amavamo solo MJ2. MJ1 è venuto fuori poco a poco e ci ha fatto capire che per anni l’uomo Jackson aveva vissuto solo di maschere allegre che si spegnevano appena sceso dal palco.

C’era un termine che si iniziava a diffondere e a usare, spesso a proposito, proprio negli anni in cui “Thriller” trionfava: virtuale. Insieme agli zombie ballerini che vedevamo su DJ Television (da noi MTV non c’era ancora), nelle nostre case entravano i primi personal computer della Commodore, alquanto rozzi, ma che ci facevano credere di essere terribilmente moderni e che la nostra mente, i nostri occhi, il nostro corpo fossero ormai virtuali almeno per metà, vista la quantità di tempo che passavamo imparando i comandi del Basic.

Michael Jackson è stato il primo artista virtuale. Non solo perché preferiva dichiaratamente il video perfetto e postprodotto alla dimensione live, che non riusciva a controllare. Non solo perché lui stesso ha mutato di immagine fino a diventare rarefatto, come se fosse stato l’incarnazione di quella tecnica chiamata morphing che proprio lui ci ha fatto conoscere con il video di “Black or white. Ma anche perché il Michael Jackson solista di successo, quello che non aveva quasi più nulla a che fare con l’energia funky dei fratelli, è nato con l’esplosione dei personal computer e se ne è andato, coerentemente, offrendoci la prima morte digitale nella storia dell’umanità. Nato virtuale, è morto digitale, per usare un termine che ha sostituito il primo.

Quante banalità si sono dette fino a oggi: Internet sostituirà i giornali. Le informazioni grazie alla Rete vengono diffuse immediatamente e in tutto il mondo. Il web è l’espressione della democrazia perché permette a tutti di accedere al dibattito e di far sentire la propria voce. Questa eccessiva democrazia però abbasserà il livello qualitativo del dibattito, che procederà per frasi stentate, errori d’ortografia che modificheranno la lingua e opinioni grossolane. Parole che annunciavano un mondo digitale che solo ora, con la morte di Michael, si è realizzato.

A causa di fastidi scolastici, tutti sappiamo che Napoleone Bonaparte morì il 5 maggio 1821. La notizia del suo decesso arrivò a Milano il 16 luglio. Alessandro Manzoni scrisse sul fatto l’ode “Il cinque maggio” in soli tre giorni, una specie di instant book poetico, che viene ancora studiato nelle scuole. All’annuncio della scomparsa, verseggia Manzoni, la terra stette “percossa e attonita” e il primo commento (non proprio a caldo, erano passati più di due mesi) che l’umanità espresse fu un interrogativo di quelli pesanti: quando la polvere del mondo sarà nuovamente calpestata da un uomo così grande?

Michael Jackson muore alle 14.26. La notizia viene data da tmz.com alle 14.44. Alle 16.35 la Terra, percossa e attonita, esprime il primo commento nella persona di tale Heather G. che passerà alla storia per aver inserito il seguente post: “His nose fell off!!!!!!!!!!!!” (i dodici punti esclamativi sono della stessa Heather). Ossia: gli è caduto il naso.

Heather dà la stura a una valanga di commenti più imbarazzanti delle battute del Bagaglino. “Forse avrà bisogno di una iniezione di globuli bianchi” (Yeddy-Bo alle 16:41, ispirandosi ai presunti tentativi di sbiancarsi attribuiti a Michael). “Un infarto? Forse avrà visto L’Uomo nello Specchio” (Mizzez alle 16:43, alludendo a un celebre pezzo di Jackson, Man in the mirror). “Sarà una scheccata isterica perché ha un gerbil stuck” (Ned alle 16:45. L’espressione gerbil stuck indica quei casi imbarazzanti di autoerotismo anale eseguito con criceti in cui non è più possibile recuperare l’animaletto. Per anni una leggenda urbana ha indicato Richard Gere vittima di un gerbil stuck).

Come definire questo atteggiamento? “Freddo approccio postmoderno al feticcio idolatrato che è parte integrante della società dello spettacolo” o semplicemente “pelo sullo stomaco”? Vada per la seconda.

Alla fine, siamo tutti coro greco. Quei tizi che commentavano le peggiori tragedie dell’umanità senza scomporre una sola piega del peplo. Invece che negli anfiteatri ora lo facciamo sui forum di Internet e invece di sottolineare gli orrori del mondo spariamo battute degne dei due vecchietti del Muppet Show.

Ma, come vuole il nostro mondo 2.0, la maggior parte delle persone si è incontrata a commentare la cosa nei ritrovi virtuali dei social network come Facebook o Twitter. Al punto che Charles Arthur, un commentatore del quotidiano inglese “The Guardian”, ha scritto: “Ci chiedono spesso: “Dov’eri quando hai saputo dell’assassino di J. F. Kennedy? Come hai saputo della morte di Lady Diana?”. Questa volta la domanda sarà: “Da quale social network hai saputo della scomparsa di Michael Jackson?”” Io l’ho appresa da un microtelevisore semirotto, alle sei del mattino, con un vasetto di yogurt in mano.

Michael è la prima vera grande star che si è spenta nell’era dei siti Internet. Quei siti che portano il nome stesso dell’artista, di cui naturalmente l’artista dedicatario non scrive una sola riga, ma che danno ai fan l’idea di essere più vicini ai loro idoli. Quei siti che, proprio per enfatizzare questa illusione di vicinanza, parlano in prima persona (“Sarò in concerto a...”, “Sto lavorando al mio nuovo disco...”) e si trovano ad annunciare quasi con la stessa prima persona la propria morte. Andando sul sito di Michael Jackson adesso è come se si leggesse “Ciao. Sono io e sono morto un paio d’ore fa...”. Questa necromanzia digitale per me è la cosa più inquietante di tutte.

Ma siamo poi sicuri che Michael Jackson sia davvero morto? Non mi riferisco ai soliti pazzoidi che dicono di vedere Elvis, Hitler o Giulio Cesare vivi e vegeti, che fanno shopping in centro. Jackson è stato al centro dell’attenzione più in questi tre mesi successivi al suo decesso che negli ultimi cinque anni di vita. Certo, ci sono state le disavventure processuali. Ma ora a tornare al centro dell’interesse è stata la musica di Michael. Ci si è accorti di quello che ci ha dato, di quella ampia manciata di brani che hanno arricchito il patrimonio artistico dell’umanità. Lo dico sapendo di non esagerare.

Una canzone di Michael Jackson riusciva a parlare a tutti con la sua melodiosità, con i trucchetti ammiccanti di una produzione scaltra, ma questa facilità non era che una maschera dietro cui si nascondeva la complessità, nata da un perfezionismo esasperato, dalle discendenze da generi come il rhythm and blues o lo spiritual, dal suo essere macchina da spettacolo al livello più alto. Non dissimile dalla facilità solo apparente di certa produzione mozartiana.

Questi risultati, forse, sono stati possibili solo grazie a una cosa: al grande amore e rispetto che Michael aveva per i suoi fan. Non è un elemento scontato. Madonna, per esempio, odia il suo pubblico. Non ama i suoi fan, li tratta male. Celebre l’episodio in cui al ritorno in albergo trova due bambine che l’aspettano e lei le caccia dicendo: “Chi siete voi? Nulla. Sono io che conto”. Altrettanto celebre l’episodio in cui Michael Jackson in Francia, chiuso in un’auto che non riusciva a passare in mezzo alla folla dei suoi ammiratori, abbassa il finestrino e prende una busta che un fan voleva dargli.

Ora l’artista non c’è più e chi lo ha amato ha bisogno di un capro espiatorio su cui gettare la colpa di questa mancanza prematura. Il capro c’è e si chiama Conrad Murray. Pessimo medico, molto diverso da quei dottori umani e lacrimosi di tanti serial americani, Murray sembra fosse pesantemente indebitato sia perché amava vivere da star, sia per cause legate a precedenti danni causati come medico.

Solo per denaro, quindi, avrebbe accettato di diventare medico di Jackson e di soddisfare tutte le richieste di farmaci pericolosi che il cantante gli faceva. In particolare il Propofol, un anestetico di ultima generazione somministrabile per endovena. Per evitare la fatica di andare ogni volta nella stanza del cantante, Murray lo aveva trasferito nel suo letto accanto al quale aveva messo direttamente una flebo. Le ultime illazioni dicono che la sera prima della morte di Jackson, Murray si fosse addormentato durante una di queste somministrazioni di Propofol, non accorgendosi quindi del raggiungimento della dose prevista. Secondo i poliziotti, al risveglio Murray trovò Michael già morto. Più di qualunque condanna penale sarà l’odio compatto dei fan a distruggere Murray. Il medico non è uno squilibrato, una figura quasi romantica nel suo furore inspiegabile, come Mark David Chapman che sparò a John Lennon. Murray è un essere mediocre, che non desta alcuna meraviglia nel fondo dell’orrore dei fan, ma solo disprezzo e odio. Con la sua imperizia, l’oscuro dottore americano ha scelto il modo peggiore per entrare nella storia.



*Dice di sé.
Tommaso Labranca. Dal 1994 a oggi ha scritto svariati libri. Eppure spesso i giornalisti gli domandano: “Come ti definisco?”. La risposta è spesso “Casalinga”. Loro ridono e poi scrivono “trashologo”. Ciò è causa di frequenti depressioni del Labranca, soprattutto quando vede quegli stessi giornalisti che definiscono “scrittori” conduttori radiofonici del mattino, vee-jay, buddiste ed ex sindaci.









ANNA PROCLEMER



Se (Albertazzi) continuerà ad essere se stesso, al di sopra delle

mode, degli sperimentalismi, dei modernismi stagionali, avrà

scritto un grande capitolo nella storia del nostro teatro.

(Da “Diario di Anna Proclemer”, 1968)










 

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