AMARCORD
ANNI CINQUANTA. LE COLONIE ESTIVE
Con la scusa delle
indigestioni d’acqua, morivamo di sete. Le mamme invitavano
i figli a respirare molto iodio. Contro i morsi della
fame c’era anche chi mangiava il dentifricio, dono degli Usa,
spalmandolo nel panino. Il bagno durava cinque minuti perché
c’era solo un bagnino
Pierluigi Magnaschi*
La
responsabile, a Piacenza, della Pontificia opera di
assistenza (Poa) che, fra l’altro, organizzava, a prezzi
risibili, già nei primi anni Cinquanta, le colonie per i
bambini piacentini che altrimenti non avrebbero mai potuto
andare in villeggiatura, al mare o in montagna, era la
signorina Cervini. Non ricordo il suo nome. Lo ricorderei se
il comune di Piacenza non fosse stato così irriconoscente
nei suoi confronti da non dedicarle una via importante della
città. Se la meriterebbe abbondantemente, visto che la
signorina Cervini, senza chiedere nulla a nessuno, si è così
adoperata per intere generazioni di piacentini.
La Cervini era una donna molto
alta, soprattutto a quei tempi. Con un niente di tacchi
arrivava agli uno e ottanta. O, almeno, sembrava così a me,
anche se potrei sbagliarmi, visto che la guardavo da molto
più in basso.
Aveva due spalle da nuotatrice ed
un petto imponente. In compenso, i suoi polpacci era
sottilissimi. Ma mi colpiva soprattutto il suo sguardo che
guardava diritto, negli occhi di tutti. Uno sguardo fermo,
il suo, quello di una donna che era abituata a comandare ed
essere ubbidita all’istante. Ma non era, nel contempo, uno
sguardo aggressivo. Anzi, direi che la signorina Cervini
aveva uno sguardo di mamma, autorevolmente dolce.
Ho voluto rendere omaggio alla
signorina Cervini e a tutte le persone che, con pochi soldi
e molto impegno, hanno lavorato, negli anni Cinquanta ed
oltre, per organizzare le colonie estive della Poa perché
non vorrei che le mie sofferenze in quelle colonie potessero
essere attribuite a chi, in quelle colonie, ha investito,
senza risparmi, in soldi del Vaticano e degli americani e in
dedizione personale.
Io ho sofferto nelle colonie
anche perché ho cominciato ad andarci da giovanissimo. La
prima volta, non avevo ancora compiuto cinque anni e mezzo.
Per di più, partii da casa con un enorme e devastante
foruncolo sul sedere. Quelli, del resto, non erano tempi in
cui si gettavano all’aria programmi lungamente meditati, per
cose di questo genere. E poi, allora, in base a conoscenze
mediche approssimative, ma accettate da tutti e da tutti
ripetute come se fossero un mantra, tutti i bambini avevano
“le ghiandole gonfie”.
L’accertamento, sempre positivo,
di queste ghiandole gonfie, derivava da una veloce
palpazione attorno al collo fatta dal medico condotto che
operava, chissà in che modo, come adesso opera un ospedale
intero: faceva, infatti, il ginecologo, il dentista,
l’internista, il chirurgo, lo psicologo, il dietista,
l’andrologo e cosi via. Io però, queste ghiandole, non le
sentivo poi così grosse. Anzi, a dire il vero, non le
sentivo affatto. Ma venni ugualmente diagnosticato in
gruppo, come bisognoso di cure elioterapiche e soprattutto
iodiche. Lo iodio era un elemento di cui non avevo mai
sentito parlare, ma di cui si diceva, ovunque, un gran bene.
A tutti noi cinque, ragazzi e
ragazze, la mamma suggeriva, infatti, di farne una
scorpacciata, cercando di respirarlo a pieni polmoni in riva
al mare. Dovevamo approfittarne specie quando il mare era
mosso perché, diceva mia madre, ovviamente in dialetto, le
onde, infrangendosi in quel momento, irradiavano nell’aria,
un sacco di iodio di cui bisognava giovarsi, a beneficio di
quelle benedette ghiandole che, se trascurate, anche se
erano beatamente nascoste nel collo, minacciavano la nostra
salute e forse, persino, la nostra esistenza.
Ci vuole poco, specie adesso, a
capire il trauma (che però da nessuno, allora, veniva messo
in conto) che era vissuto e sofferto da un bambino di cinque
anni e mezzo che veniva improvvisamente staccato dalla sua
famiglia, dalla quale non si era mai allontanato prima di
allora, per essere mandato in colonia tutto solo, sia pure
per il suo bene.
Certo, ad attenuare il distacco,
c’era il sorriso triste della mamma alla stazione di
Piacenza e il frenetico sventolio del suo fazzoletto al
momento della partenza del treno. Mentre il treno a vapore
per Finale Ligure (sei ore di viaggio), ansimando,
cominciava a sbuffare mandando in cielo delle zaffate di
fumo nero sempre più alte, la mamma diventava sempre più
piccola, mentre io cercavo di guardarla il più lungo
possibile, sopraffatto dai gomiti degli altri ragazzi che
erano più vecchi e vigorosi di me e che volevano sporgere
anche loro dai finestrini. Mia madre, man mano che il treno
accelerava, diventava sempre più piccola, fino a dissolversi
nel nulla. Ed io ero sicuro che, a quel punto, non più vista
da me, anche lei si sarebbe lasciata andare e avrebbe
cominciato a piangere.
Non è facile, ripeto, a cinque
anni e mezzo essere messo su un treno con una valigina di
cartone in mano e su dei sedili di legno che assomigliavano
a quelli di una tradotta militare, assieme a un sacco di
altri ragazzi vocianti, sconosciuti e ostili, che erano più
vecchi e che, spesso, avevano anche il doppio della mia età.
Non venivano nemmeno dal mio paese, ma provenivano da tutta
la provincia. Si dividevano perciò in vari gruppi locali fin
dalla partenza. Ma io non avevo nessuno gruppo di cui poter
far parte. Questi ragazzi, molti dei quali erano anche
veterani delle colonie, mi erano perciò estranei e, per
dirla chiara, mi facevano anche paura.
Le colonie estive duravano un
mese. A metà mese, mio padre partiva da casa per andare a
trovare figli e figlie nelle colonie dove essi erano sparsi.
Partiva in corriera da Carpaneto. A Piacenza prendeva il
treno. Nella città di destinazione, arrivava a piedi dalla
stazione alla colonia, visto che il taxi, allora, era un
oggetto sconosciuto o, comunque, inavvicinabile.
Siccome doveva dividersi in due o
tre colonie, mio padre veniva a trovarci, inevitabilmente,
anche quando non era la giornata di visita. Ma le regole
erano inflessibili. Le visite, lo dice la parola stessa,
direbbe oggi il comico Maurizio Ferrini di “Quelli della
notte”, si potevano fare solo il giorno della visita. Ma mio
padre veniva quando poteva.
Un giorno nella colonia Piaggio
di Chiavari (anch’essa per molti anni gestita dalla Poa) nel
primo pomeriggio di un giorno canicolare, seppi per caso,
grazie a un tam-tam che correva di bocca in bocca fra i
ragazzi ospiti della colonia, che mio padre mi aspettava al
cancello della colonia, che era molto lontano dal nostro
stanzone. Stupito, corsi da solo, a perdifiato, verso il
cancello. E vidi mio padre appoggiato all’inferriata, sotto
il sole battente, che aspettava pazientemente, con la giacca
risvoltata sull’unico braccio che aveva (l’altro braccio
l’aveva lasciato alla patria nella piana di Motta di Livenza
quando aveva 19 anni, durante una ritirata nella Prima
guerra mondiale).
Sulla testa, per ripararsi dal
sole, aveva un fazzoletto candido reso da lui aderente al
capo con quattro nodi fatti alle sue quattro estremità. Mi
resi subito conto quanto enorme fosse l’amore dei miei nei
nostri confronti e quanti silenziosi sacrifici facessero per
noi ragazzi e ragazze.
E mi ribellai, in silenzio,
anch’io, è ovvio, contro quelle regole che calpestavano gli
affetti, anche se mi rendevo conto che, forse, non si
potevano rendere possibili le visite spontanee, “alla
carta”. La colonia, infatti, non era un albergo. Aveva poco
personale e molte responsabilità. E poi che cos’è un mese,
dicevano le maestre? I genitori che non possono venire nella
giornata di visita, proseguivano le stesse, se ne stiano a
casa perché i loro figli li curiamo noi. In effetti, anche
questo, era un ragionamento possibile.
Mio padre, sotto il sole, con il
fazzoletto annodato in testa e la camicia a righe
sovrapposta da enormi bretelle (allora non si usava la
cintura), appoggiato laggiù, vicino al cancello chiuso della
colonia, sembrava un tarchiato spaventapasseri, il migliore
degli spaventapasseri che avessi mai visto. Correvo verso di
lui con la voglia di abbracciarlo. Ma non potevo perché il
cancello chiuso doveva restare chiuso. In effetti…
Mio padre mi porse subito,
facendolo scivolare attraverso le grate dell’immenso
cancello fuso nel sole e che interrompeva un vialone pieno
di polvere riarsa, un pacchetto che conteneva la spumiglia
da meringhe che era stata fatta dalla Jaja, espressamente
per me.
Le accolsi come se fossero dei
gioielli. Un po’ per la permanente crisi ipoglicemica dalla
quale ero afflitto in colonia e un po’ perché, quelle
meringhe, anche senza panna, avevano il sapore pieno e
intenso degli affetti di casa.
Il papà, a quel punto, mi
spiegava, in poche parole, come stavano le mie sorelle
nell’altra colonia, mi portava i saluti della mamma e della
Jaja, mi informava sull’ultimo morto in paese e mi passava
una carezza con la sua manona pelosa infilata tra due sbarre
del cancello sbarrato. Poi, avendo finito il suo repertorio
di informazioni, mi salutava per ritornarsene, dimesso e a
piedi, alla stazione ferroviaria dalla quale era arrivato.
Per me, quella visita di metà
mese, che pure agognavo, era straziante perché mi riattivava
acutamente la nostalgia di casa, proprio mentre cominciavo
ad abituarmi al tran-tran della colonia. Avrei voluto
ripartire subito con lui, ma non osavo dirglielo. E forse
anche lui avrebbe voluto portarmi a casa, ma non me lo
avrebbe mai detto. Né me lo ha mai fatto capire. Quelli, del
resto, erano tempi di poche parole. Solo quelle che
servivano. E, spesso, anche molte meno.
Un’altra sofferenza prodotta
dalle regole della colonia era la sete. Era diffuso il
convincimento che l’acqua bevuta mentre c’era caldo facesse
male, molto male. Le maestre vociferavano, con convinzione,
di fantomatiche, ma terribili “indigestioni d’acqua” delle
quali, per quanta acqua avessi poi bevuto, e ne ho bevuta
tanta, non ho mai sofferto. Sta di fatto che, specie al
pomeriggio, eravamo ridotti come dei dispersi nel deserto. I
più spericolati andavano a bere l’acqua delle docce nei
bagni privati accanto al nostro e che non era né inodore né
insapore. Ma, almeno, dissetava.
Poi c’era la fame che ci faceva
vedere panini dovunque. Io, quando divenni più grande,
coniai anche dei versi che poi tutti noi cantavamo a piena
voce e che, sarà stata un’impressione, ci tacitavano, per un
po’, i morsi delle fame. Siccome gran parte del cibo ci
veniva dagli aiuti alimentari americani del piano Marshall,
marchiati Unra, noi cantavamo: “Siamo morti, dalla fame /
aspet-tiamo, gli aiuti dell’Un-ra / un pani-no, col salaa-me
/ ci stare-ebbe proo-prio ben!”.
Purtroppo, di salame non c’era
nemmeno l’ombra e il formaggio dell’Unra era contenuto in
grosse scatole cilindriche e metalliche che si aprivano come
la Simmenthal sul lato più alto e
lasciavano uscire, dando un vigoroso colpo sull’altra parte
della scatola, un formaggio compatto, a forma di mortadella,
e con il colore del caciocavallo che si tagliava come si
fosse una mortadella e che, infilato in un ciupéi, un
panino rotondo, ci portava al settimo cielo.
Non che il formaggio dell’Unra
fosse una delizia, ma eravamo noi che, essendo affamati, lo
rendevamo tale. In colonia quasi tutti scoprivano per la
prima volta l’esistenza del dentifricio. Alcuni, incuranti
della carie incombente, se lo spalmavano sul pane e dicevano
che era buonissimo.
I bagni duravamo pochissimo, sui
cinque-sei minuti per gruppo. Eravamo autorizzati ad entrare
in acqua solo nella zona delimitata da una corda che
avanzava nel mare per non più di quattro metri, dato che la
maggior parte dei bambini non sapeva assolutamente nuotare e
di bagnini, addetti alla loro sicurezza, ce n’era solo uno
che tra l’altro, a bagni finiti, faceva ogni tipo di altro
lavoro.
Si entrava in acqua in gruppi di
15-20 per volta. La maestra ci preparava sulla riva del
mare. Puoi suonava un fischietto da arbitro (ah, come mi
sarebbe piaciuto possederne uno!). A quel punto, i ragazzi
si gettavano in acqua tutti assieme. E, cinque-sei minuti
dopo, il fischietto suonava ancora per cui tutti, senza
esitare, uscivano immediatamente dall’acqua per lasciar
spazio al gruppo successivo. Insomma, il bagno, nella
colonia marina, era una sorta di pediluvio. E anche se
veniva ripetuto sia la mattina che il pomeriggio, non si
poteva certo dire che i ragazzi della colonia indugiassero
nell’acqua. Non solo, quando c’erano i cavalloni, cosi
venivano chiamate le onde un poco superiori allo sciabordio,
e che, a luglio, non potevano certo essere oceanici, il rito
del bagno, “per motivi di sicurezza” (si issava subito anche
la bandiera rossa del pericolo) veniva immediatamente
sospeso fino a che il mare non si fosse placato.
Le colonie erano di due tipi. La
serie A (si fa per dire) delle colonie era rappresentata da
quelle della Poa, alle quali potevano permettersi di andare
solo coloro che potevano pagare le poche lire della retta.
Poi c’era la serie B che era rappresentata dalle colonie del
Patronato (ad esempio, quella, famosissima, di Misano
Marittima, sulla costa Adriatica) alle quali, a spese del
comune, potevano andare i figli degli ultra poveretti, che
non potevano pagare nulla.
E poi c’era la serie C, alla
quale apparteneva la grande maggioranza dei ragazzi che
restavano a casa, o perché non aveva la possibilità di
pagare la mini retta, o perché i posti delle colonie del
Patronato erano esauriti. Costoro erano cosi poveri che non
riuscivano nemmeno a comprarsi il costume da bagno e
facevano il bagno nei rii e nei torrenti senza mutande. Non
per offendere il pudore, ma per rispetto dei soldi che non
avevano proprio.
*Dice di sé.
Pierluigi Magnaschi, piacentino di nascita, milanese di
adozione, apolide di testa, è stato costretto dalla
circostanze ad organizzare il lavoro degli altri: redattore
capo di “Tempo illustrato”, direttore de “La Discussione”,
condirettore de “il Giorno”, vicedirettore de “La Notte”,
direttore della “Domenica del Corriere”, di “Italia Oggi”,
di “Milano Finanza” e infine, per sette anni, dell’“Ansa”.
Ora è vicepresidente operativo di “ClassEditori” e docente
al master di Giornalismo della Luiss. E può così dedicarsi
alla scrittura, che gli piace tanto.
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VINCENZO SALEMME
Non si può fare una
trasposizione diretta del teatro in
televisione:
noi usiamo tutto il repertorio teatrale e
mettiamo insieme delle
cose talmente finte da risultare vere.
Facciamo il contrario del
reality-show, che usano cose vere che
risultano finte... Sembra
un gioco di parole, ma a pensarci bene è
così!
(Da “ Rai
International on line”,
2006)
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