BELPAESE

IL GOLF IN ITALIA,
SNOBISMO FUORI TEMPO


C’è chi ne parla male per principio, c’è chi ne ha fatto una ragione di vita, c’è chi lo vede solo come affermazione sociale. In realtà è un’affascinante cartina di tornasole di ciò che siamo o che vorremmo essere


 

Dada Montarolo*

 

Il golf è praticato da milioni di persone di ogni ceto sociale e da molto tempo. A qualsiasi età e anche affrontando le peggiori condizioni atmosferiche. Dunque ci deve essere per forza qualcosa di straordinario nello spingere una pallina per farla entrare in un buco con il minor numero possibile di colpi.

Questo “qualcosa” entrò di prepotenza nella mia vita quando per lavoro cominciai a saltellare fra l’Australia, il Giappone e gli Stati Uniti. Durante la settimana tutto era tranquillo, svolgevo la mia attività di corrispondente e di addetta stampa frequentando i colleghi locali, di solito simpatici e impegnati a fare in modo che il mio tempo libero fosse riempito da inviti a barbecue casalinghi e cene spettegolanti.

Al venerdì la situazione cambiava. I miei ospiti sparivano. All’inizio ne ero quasi felice, potevo finalmente stare per conto mio, riposare e divertirmi a fare la turista curiosando in giro.

Durò pochino. Dopo una decina di sabati e domeniche passati da sola cominciai, il venerdì pomeriggio, a provare una sottile inquietudine. Così un giovedì sera lavorai d’anticipo. Seduta con Kevin, un collega australiano, di fronte all’ultima birra prima di cena, gli chiesi cosa avrebbe fatto nel weekend.

Lui mi guardò stupito:

“Gioco a golf, naturalmente.”

E dopo un momento aggiunse:

“Perché non vieni anche tu?”

Risposi che non avevo la minima idea di che cosa fosse.

Bluey (1), se non provi non lo saprai mai.”

Ho sempre sostenuto che se avessi uno stemma araldico personale sopra ci scriverei il motto “Io ci provo”. Fu inevitabile che il giorno dopo mi avventurassi lungo un sentiero che ancora oggi, pur con vicende altalenanti, mi attira con la forza di un incantesimo al quale non riesco a sfuggire.

 

Come in uno specchio

 

Fin dall’inizio capii alcune cose fondamentali: il golf è uno dei giochi più difficili e impegnativi del mondo, più di testa che di forza muscolare; ci vogliono nervi d’acciaio, nell’arco di neanche cinque minuti si può passare dal delirio di onnipotenza alla depressione più angosciante. Chi sostiene che è uno sport “solo per anziani” è meglio che provi a tirare una ventina di palline e poi ne riparliamo; per praticarlo bisogna avere la pazienza e la concentrazione di un amanuense, le distrazioni si pagano care e offrono poche occasioni di recupero; non c’è solo la pallina in gioco, ma anche e soprattutto il proprio senso dell’onore perché l’unico arbitro presente in campo è il giocatore stesso; la tentazione, più o meno consapevole, di concedersi qualche piccolo sconto privato sul numero dei colpi effettuati è forte, ma bisogna resistere; presuntuosi, millantatori e disonesti è meglio che stiano alla larga, non è roba per loro, e corrono anche il rischio di essere cacciati via coperti di ridicolo.

Detto così può sembrare vagamente inquietante e in parte lo è.

Il golf non concede alibi per gli errori commessi. I golfisti, essendo umani, cercano di inventarseli di continuo in modo talvolta così fantasioso e patetico da essere perfino commoventi:

“Ho un po’ di sciatica, oggi proprio non riesco a muovermi bene… quel tipo laggiù sull’altra buca ha starnutito mentre stavo per tirare e mi sono distratto… avevo un’ape sulla scarpa, non volevo disturbarla e ho sbagliato…”.

Un’altra inquietudine è rappresentata dalle regole di gioco. Sono tantissime e in grado di confondere anche i più esperti. Se la pallina finisce in un ruscelletto ci sono anche cinque modi, uno diverso dall’altro, per risolvere il problema e bisogna saper scegliere con buon senso il male minore. Un po’ come nella vita, insomma.

Forse è per questo che il golf ha così tanto fascino: la piccola sfera rotonda siamo noi, lì dentro ci sono tutte le debolezze, i sogni, le speranze e le frustrazioni che coviamo nel profondo. È lo specchio perfetto che riflette ciò che siamo realmente. C’è il tempo per guardare bene la palla, riflettere e decidere come colpirla e dove sperare di farla atterrare. Tutto il meglio e il peggio della nostra anima sono a mezzo metro davanti a noi, appoggiati fra teneri fili d’erba o beffardamente annidati in un cespuglio arruffato e spinoso. È una vera sfida con se stessi che può durare parecchie ore. Meglio di un ciclo di sedute psicanalitiche. Più rivelatrice, sulle personalità degli eventuali compagni di gioco, di quanto possano esserlo innumerevoli incontri conviviali o riunioni di lavoro.

Altrettanto importante – se non più importante – del saper giocare e conoscere le regole infine è l’etichetta. Educazione e rispetto verso gli altri golfisti e verso il campo sono obbligatori: urla, intemperanze provocate dalla delusione o dall’esultanza, maltrattamenti all’erba o alle piante non sono ammessi neanche nei momenti più “critici”. Fra un’accademia militare e un campo da golf non c’è tanta differenza: entrambi, in ambiti e con finalità diversi, insegnano a vivere.

 

Pastori e saltimbanchi

 

In compenso il golf è generoso. Si può, infatti, cominciare a qualsiasi età senza controindicazioni particolari, addirittura ci sono giocatori molto bravi e non vedenti che riescono a “visualizzare” il percorso seguendo solo le indicazioni del caddie (v. nota n. 4). Per di più – grazie a un meccanismo di valutazione complicato, ma efficace – il neofita può sfidare il grande campione con le stesse possibilità di vittoria e con divertimento reciproco, cosa assai improbabile in ogni altro tipo di sport.

Del resto il golf è stato inventato dai pastori scozzesi, circa seicento anni fa, per ingannare il tempo mentre pascolavano le pecore, lungo le coste ondulate e ventose affacciate sull’ Atlantico. Intere famiglie dovevano pur trovare qualcosa di piacevole da fare, sassi rotondi e bastoni non mancavano di certo, bastava inventarsi qualche semplice regola e il gioco era fatto.

Muoversi e gareggiare fra prati, boschi e laghetti ben curati è un altro privilegio golfistico. Ogni stagione offre colori e suggestioni di tranquilla, seducente bellezza che in parte consolano dei misfatti commessi in campo.

Walter Hagen, un grande professionista statunitense nei primi decenni del secolo scorso, diceva: “Mai affrettarsi, mai preoccuparsi e ricordarsi sempre di annusare i fiori lungo il cammino”.

Diventato ricchissimo con le scommesse vinte sui suoi risultati di gioco, era un personaggio bizzarro e pittoresco. Arrivava in campo, a un metro dalla prima buca, mollemente adagiato sui sedili posteriori della sua lussuosa limousine guidata da uno chauffeur indiano. Si faceva versare una coppa di champagne da un domestico. Poi in giacca e cravatta, con l’immancabile pipa accesa stretta fra le labbra, cominciava a tirare. A quell’epoca i professionisti erano considerati originali, divertenti saltimbanchi e nient’altro. A loro era precluso perfino l’accesso alle sedi sociali dei circoli anche se in campo erano seguiti da centinaia di fan in adorazione. Talvolta Hagen interrompeva teatralmente la serie dei suoi fantastici colpi per chinarsi, raccogliere un fiore e annusarlo compiaciuto.

Ogni campo da golf è unico, non ce ne sono due uguali al mondo e neanche somiglianti, non basterebbero quattro vite golfistiche per provarli tutti. I progettisti che li disegnano si adeguano al territorio, cercando di mettere in evidenza ciò che di meglio offre la natura e dare al percorso un carattere preciso, una personalità ben definita. Così può succedere di giocare su scogliere spettacolari, fra cascate tumultuose, nella frescura di foreste simili a quella di Bambi o fra enormi cactus spinosi.

 

Le pecore colorate

 

Gli ecologisti, fino a qualche tempo fa, tuonavano contro i campi di golf denunciando l’uso disinvolto di erbicidi e veleni vari. In realtà un percorso di gioco è curato e mantenuto con la stessa attenzione che si dedica a una barriera corallina, nel pieno rispetto dell’equilibrio esistente.

Anche il “verde” più oltranzista alla fine ha dovuto ricredersi: libellule, ranocchi, rondini e un’infinità di animali vari, grandi e piccoli, considerano i campi da golf un rifugio sicuro e li occupano fino ai limiti del sovraffollamento.

Ci sono percorsi dove, per regola, bisogna aspettare che il fairway (2) o il green (3) si liberino dagli ingombranti inquilini stanziali, che hanno deciso di fare uno spuntino fra l’erba e i cespugli. Se poi, per esempio in Canada, un orso decide di prendere il sole proprio lì e la stessa idea viene a un serpente in Australia, si chiama un “addetto ai lavori” che con tutta la gentilezza del caso convince l’avente diritto a spostarsi per qualche momento.

Le pecore, che in qualche modo hanno contribuito alla nascita del golf, godono di un trattamento di riguardo, almeno nella terra di Albione. Sono loro, infatti, scavando buche profonde nella sabbia per proteggersi dai robusti venti atlantici, che hanno creato i bunker, vere trappole per ogni golfista. Ogni percorso è disseminato di bunker artificiali e vedere la propria pallina finirci dentro strappa gemiti di disperazione a qualsiasi giocatore.

Grazie a questo apporto storico, nei campi da gioco dove è probabile il transito pecorile esistono le campane. È stato calcolato che il tempo medio di reazione di una pecora è di circa cinque minuti: una volta avvistato il gregge sul percorso si suona la campana, le pecore si spostano, si gioca e le pecore ritornano a brucare dove erano prima. Se trovano una pallina mangiano pure quella e il giocatore che non l’ha tirata in tempo subisce anche penalità.

Per precauzione, comunque, i pastori – soprattutto scozzesi – di solito pitturano il vello di ogni animale con una grossa macchia di vernice rossa, blu, verde o gialla. Se disgraziatamente una pecora viene abbattuta da un colpo assassino, a fine gioco si va in segreteria per consultare una tabella: ogni colore corrisponde a un differente proprietario e si procede seduta stante al rimborso del danno causato.

 

La solitudine del golfista

 

Un’altra preziosa prerogativa del golf è che si può giocare da soli e sono pochi i giochi dinamici che lo consentono. Una partita con altri compagni può essere rilassante o impegnativa, ma nulla è paragonabile all’ emozione di trovarsi nel silenzio, nella pace e di fronte all’unico arbitro che non si può ingannare, quello che bisbiglia “dentro”.

Una volta ho visto un giocatore tornare verso la sede del circolo dopo un giro del campo in solitudine. Era uno bravo, di quelli che non perdono mai la testa. Anziché lasciare la sacca dei ferri davanti al deposito, deviò deciso verso un laghetto lì vicino. Si fermò sulla riva, borbottò qualcosa e poi spinse la sacca in acqua. La guardò affondare senza un fremito. Quando anche le ultime bollicine d’aria smisero di affiorare girò su se stesso e andò a farsi una birra al bar. Nessuno osò chiedergli cosa era successo in campo.

Il giorno dopo il caddie master (4) spedì i suoi ragazzi a recuperare l’attrezzatura, la ripulì per bene e gliela fece trovare pronta. Il giocatore bravo evitò per un certo periodo di tempo di andare sul percorso, restava in campo pratica (5) a tirare centinaia di palline chiuso in un silenzio ostinato. Quando finalmente si sentì di nuovo pronto annunciò a un amico che “non voleva fare più brutte figure con se stesso”. Da quel giorno, a quanto mi risulta, la sacca è poi sempre ritornata indenne nel deposito.

 

Il golf italiano e i peperoni

 

In tutti questi anni nel golf si sono evoluti solo gli attrezzi (ferri e palline), le regole sono rimaste pressoché uguali – solo ampliate qua e là per essere più comprensibili – ma lo spirito è rimasto lo stesso: misurare le proprie capacità con lealtà e umiltà. Un principio che è diventato universale seguendo la divulgazione del golf con un sola eccezione: l’Italia.

Una buona parte dei golfisti nostrani è, infatti, un po’ diversa. Ha perso di vista l’obiettivo principale del gioco e si dedica ad altro.

Credo che pochi di loro abbiano davvero messo piede in qualche glorioso campo straniero su cui si è scritta la storia del golf. Probabilmente correrebbero dal direttore del circolo a lamentarsi vedendo arrivare sul percorso le signore del villaggio vicino con la borsa della spesa dove fra ciuffi di sedano e rapanelli spunta la testa di un ferro da gioco. O il postino che scende dalla bicicletta appena alleggerita dalla posta consegnata e si avvia verso il campo facendo oscillare tranquillamente il suo driver (6).

Per la maggior parte dei golfisti italiani il golf non è un gioco, è uno status symbol. Se sei golfista, sei qualcuno. Come minimo da qualche parte sei arrivato e con un certo successo, il tuo valore umano è misurato esclusivamente da quanto ti puoi permettere di pagare per essere iscritto in un circolo. Idea sbagliata, sbagliatissima e un vero affronto per il golf stesso che è e rimane popolare.

L’unica blanda scusante è che il gioco è arrivato in Italia per importazione, al seguito dei ricchi inglesi che scoprivano, alla fine del 1800, le meraviglie dei nostri laghi e delle città d’arte. Ma è una scusa che ormai non regge più. È fragile e polverosa come le ragnatele in soffitta.

I nostri circoli sono luoghi esclusivi, aperti a chiunque solo in teoria e nelle pubblicità. Provate a metterci un piede dentro, anche solo per curiosare con discrezione. Verrete squadrati da capo a piedi e anche con un certo sospetto, siete un potenziale invasore plebeo e non vi chiedono di esibire il vostro 740 solo perché non possono.

Se manifestate l’intenzione di giocare, apriti cielo!, vi rifilano l’orario di partenza più infame, alle prime luci dell’alba o quando già calano le ombre della sera. Un maso chiuso è più accogliente del meno pretenzioso dei circoli italiani...

I soci, di solito, non sono da meno: qualsiasi estraneo è un disturbo. Se poi osate presentarvi con l’abbigliamento classico del buon senso golfistico (pantaloni e maglie lievemente vissuti, chi ve lo fa fare di indossare capi costosi?, tanto dovrete infilarvi di sicuro fra i rovi e scarpinare nel fango) e non secondo le più recenti tendenze della moda da fairway, il vostro indice di gradimento precipiterà a livelli infimi e sarete accolti con silenziosa, ma palese sufficienza.

Ci si potrebbe consolare se almeno tutto questo fosse compensato da un eccellente livello di gioco. Poche volte è così. Spesso più il circolo è esclusivo, più si assiste a un vero scempio golfistico – di solito con buona pace di tutti i presenti – mentre le regole e la correttezza vengono triturati dalla presunzione.

Ecco perché il mio golf è altalenante. Mi rincresce ammetterlo, ma giocare in Italia non mi piace.

Ho un sogno: vedere tanti nuovi golfisti italiani di ogni età invadere gioiosamente i nostri campi per dimostrare che anche noi siamo capaci di capire e mettere in pratica l’autentico spirit of the game e non la sua caricatura. In fondo siamo un popolo fantasioso, intelligente e con grandi capacità di adattamento a ogni situazione. Sono le stesse doti che ogni golfista dovrebbe avere.

Se la smettessimo con queste stupide arroganze elitarie ci divertiremmo molto di più, come giocatori o semplici spettatori.

Non è che nel resto del mondo tutto sia perfetto e corretto, per carità. Ma almeno per ora mi devo accontentare, se all’estero incontro in campo una signora che ha dei bei peperoni nella sporta le faccio i complimenti. Oltre che per il suo gioco, di solito splendido, anche per il profumo delle solonacee e non per la sacca griffata.



1) Appellativo confidenziale nello slang australiano che si usa con una persona dai capelli rossi.

2) È la “pista” d’erba su cui bisogna far avanzare la pallina con colpi successivi. Parte dal punto in cui si tira il primo colpo e finisce davanti al green.

3) Piazzola finale di ogni buca dove l’erba è tagliata cortissima e liscia come un biliardo. Nel green viene collocata la bandiera dentro a una piccola fossa. Scopo finale del gioco è di mandare lì dentro la pallina.

4) Responsabile dei caddie (persone addette a portare la sacca dei giocatori in campo. Durante una gara sono anche autorizzati a dare consigli, perché di solito sono esperti conoscitori del percorso e bravi giocatori), della sala dove vengono custodite le sacche, della pulizia dei ferri e di altre attività.

5) Terreno del circolo adibito solo all’allenamento e all’insegnamento.

6) Il bastone per tirare il primo colpo che di solito è anche il più lungo.




*Dice di sé.
Dada Montarolo. Se fosse un albero sarebbe un tiglio. Se fosse un colore sarebbe giallo Van Gogh. Se potesse essere qualcun altro vorrebbe essere un artista. Poiché nessuna delle tre cose è possibile, cerca solo di essere se stessa.









GENE GNOCCHI


Il Teatro stabile di Bolzano ha chiesto alla Marini se quest’anno
se la sentiva di fare il “Natale in casa Cupiello”, e lei ha risposto
che il Natale lo passa a casa di Cecchi Gori.

(Da “Il mondo senza un filo di grasso”, 1997)








CARMELO BENE

Non ero (e non sono) ancora mai stato a teatro. Per me il teatro
era solo quello d’opera, il Margherita a Bari, l’Arena a Verona,
a Roma Caracalla, il Politeama di Lecce (…). Il teatro era
cantato. Lo vedevo e soprattutto lo ascoltavo in radio. Ignoravo
il teatro di prosa. E non ho mai più smesso di ignorarlo.

(Da “Vita di Carmelo Bene”, 2002)








 

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