ALMA ED ELISABET, DUE MASCHERE DELLA STESSA PERSONA
Nel capolavoro di Ingmar
Bergman, riproposto in teatro, il ritratto di due donne,
l’una perfetta antitesi dell’altra: un’infermiera, positiva
e appagata, un’attrice sempre più schiacciata
dall’angoscia di esistere
Alessandro Sanapo*
Nella
cornice romana del centro “Harmonia Mundi”, a pochi metri
dalle suggestioni del Colosseo, l’associazione culturale
“Come in uno specchio” ha di recente portato in scena
“Persona”, trasposizione teatrale dell’enigmatica opera
cinematografica di Ingmar Bergman. L’adattamento – curato,
insieme alla regia, da Rosario Tronnolone – riesce nel
difficile compito di mantenere il misterioso fascino della
pellicola originaria, finendo per attrarre lo spettatore in
un vorticoso viaggio psicologico e introspettivo.
L’intenzione è quella di
rispettare in modo piuttosto fedele l’impianto del celebre
autore, mettendosi con intelligenza al suo servizio. La
trama, apparentemente essenziale, nasconde complessità e
ambiguità difficilmente risolvibili in maniera univoca. Nel
testo emerge l’impronta tipica di Bergman: il chiaro intento
di spiazzare lo spettatore, il voler indurlo a riflessioni
ostiche, estreme, che mal si conciliano con delle verità
dogmatiche e preconfezionate. Attraverso il dipanarsi della
sceneggiatura viene svelato un puzzle psicanalitico
composito e controverso, la cui sottile e certosina
ricostruzione è necessaria al fine di tendere ad una visione
nitida del significato globale dell’opera. In quest’ottica,
ogni singola parola pronunciata diventa preziosa e
dirimente.
Alma è una giovane infermiera che
assume il compito di accudire Elisabet Vogler, una famosa
attrice che nel mezzo della rappresentazione dell’Elettra ha
smesso improvvisamente di parlare. All’inizio le due
protagoniste appaiono come perfetta antitesi l’una
dell’altra. Non è solo il profilo socioculturale e
professionale a dividerle. L’infermiera ostenta tranquillità
e appagamento, una positività un po’ ingenua, un senso di
pace ascrivibile a un progetto di vita lineare. Le sue
scelte sembrano forse precostituite, ma hanno il vantaggio
di evitarle turbamenti. Elisabet è al contrario una donna
ormai schiacciata dall’angoscia dell’esistere: quella che
per molti altri sarebbe una vita realizzata e desiderabile è
divenuta per lei una prigione asfissiante. Nemmeno il
rifugio della recitazione è più in grado di alleviare le sue
pene.
Di qui il mutismo pervicace.
Elisabet non è malata, né nel fisico, né nella psiche; ha
deciso deliberatamente di sottrarsi al mondo, finanche
rifiutandosi di comunicare con esso. Ella patisce uno
struggimento interiore che non trova soluzione: è vittima
dell’immagine di sé, che la morale le impone, di una
proiezione alla quale sente di non poter venir meno, di
un’apparenza che la costringe ad un ruolo costantemente
dissonante rispetto alla sua indole.
Quello dell’attrice è un sogno
disperato, il tormento di chi vuole essere e non sembrare di
essere, di chi si rende conto dell’abisso che separa
ciò che si è per gli altri da ciò che si è per se stessi. A
diventare insostenibile è proprio il peso della “maschera”
pirandelliana, alla quale fa riferimento lo stesso titolo
dell’opera attraverso il significato latino del termine
“persona”. È messa in scena la problematizzazione della
natura umana, eternamente divisa tra il bisogno viscerale di
trovare una forma autentica di espressione e la necessità di
rappresentarsi in maniera funzionale alle esigenze
contingenti. L’idea di mettersi a nudo, con le proprie
debolezze, è terrorizzante. E così ogni parola suona falsa,
ogni comportamento artefatto.
Stanca di fingere, in scena e
nella vita, il silenzio sembra l’unica arma che rimane ad
Elisabet per non mentire. Ma la realtà è prepotente. E non è
possibile evitare che dei suoi scampoli sfuggano al
controllo, s’insinuino e la destabilizzino. Beffardamente,
anche quell’ultimo tentativo di eludere qualsiasi ipocrisia,
si rivelerà solo una nuova parte da interpretare.
Esplicativo l’intervento della dottoressa che l’ha in cura:
“Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no,
sarebbe poco dignitoso. Meglio rifugiarsi nell’immobilità,
nel mutismo, così si evita di dover mentire. Oppure mettersi
al riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, di
mostrare un volto finto o fare gesti non voluti. Devi
continuare a recitare la tua parte fino in fondo, finché
essa non perda interesse, e abbandonarla, così come sei
abituata a fare, passando da un ruolo all’altro”.
Nel prosieguo della pièce
si fa sempre più chiaro il continuum esistente tra le
due donne, come se esse fossero due facce, ovvero due
maschere, della medesima persona. Da un lato un ostinato
ermetismo quale rifugio consapevole, dall’altro una
verbosità, per lungo tempo frenata, che trova finalmente
l’agognato ascolto. Si scopriranno essere due differenti
reazioni allo stesso mal di vivere. Pur partendo da
prospettive opposte, le protagoniste approdano ad un punto
di arrivo comune, inteso come profonda e reciproca
compenetrazione dei drammi che le accomunano.
Alma subisce in maniera crescente
il pericoloso fascino di Elisabet e – con incanto e
amorevolezza – si adopera per trovare il modo di inserirsi
nella sua estatica meccanicità. Il protervo mutismo
dell’attrice viene letto da Alma come tacita comprensione.
Da una serie di confessioni e confidenze, emerge una
versione inaspettata dell’infermiera: fragile, vulnerabile,
inquieta, passionale e combattuta. Una veste inedita che
apre definitivamente le porte ad un’istrionica inversione di
ruoli. Nella donna si riaffacciano le imperfezioni, i
segreti e gli angustianti dubbi repressi dalla razionalità.
Punto di snodo nello sviluppo drammaturgico, il momento in
cui Alma realizza che la fiducia accordata è stata tradita.
In realtà, la scorrettezza della Vogler, così come la sua
taciturna reticenza, non rappresenta null’altro che il
rifiuto di gettar via l’ennesima maschera, indispensabile ad
evitarle i temuti coinvolgimenti emozionali.
Ma quel silenzio è ormai
assordante e inaccettabile. Nel sovvertimento prodotto dagli
eventi, adesso è l’infermiera a portare su di sé tutto il
peso dell’incomunicabilità. In questo quadro rinnovato, dove
è lei a ritrovarsi sotto giudizio, s’innesca una chiusura di
rimando, resa ben visibile mediante l’espediente scenico
degli occhiali da sole: una simbolica forma di protezione,
un filtro utile a preservarla. L’attrazione morbosa si
tramuta in profonda disillusione e, più tardi, nel delirio e
nell’orrore di specchiarsi perfettamente nell’altra, fino ad
annullarvisi. Nella parte conclusiva del suo ossessivo
monologo, la metamorfosi di Alma diviene completa
trasfigurazione nell’alter ego. Un’osmosi significativa, in
cui la donna, calandosi integralmente nei panni
dell’attrice, riporta quest’ultima alle sue responsabilità,
ripercorrendo in parallelo anche le proprie. Sono ora del
tutto chiari i rischi e le insidie di quel rapporto, fonte
di un amore impossibile, disumano, capace persino di
annichilire.
In maniera simmetrica, Elisabet –
che in prima battuta ha studiato quella creatura genuina con
un distacco e un’irrisione più simulati che reali – si ciba,
suo malgrado, della spontaneità di Alma come di una linfa
vitale. Un nutrimento di cui diventa cosciente e di cui
afferra l’importanza solo sul finale, quando il “vampirismo”
da figurato diventa addirittura manifesto. Vittima e
carnefice, dopo essersi confuse e mescolate, combaciano fino
a non distinguersi più. Emblematica l’unione dei due volti
messa in scena dal regista, fedelmente ripresa dalla
memorabile sequenza cinematografica.
La riduzione teatrale conserva i
tratti della sperimentalità e dell’innovazione che furono
propri del film. La regia dimostra di saper calibrare, con
coraggio e padronanza stilistica, sapori drammatici,
surreali e meta-teatrali. Il sapiente uso delle luci, curate
da Luisa Monnet, sottolinea abilmente le oscillazioni e
l’evoluzione interiore delle protagoniste. È un iter
sofferto quello delle due donne, che vede via via
“illuminarsi” le zone più recondite della loro personalità.
Sfaccettature conflittuali – e perciò soffocate – ma che
affiorano inevitabilmente come parte integrante della loro
realtà. Contrasti dell’anima, amplificati – attraverso lo
stridore disarmonico degli archi – dalle evocative musiche
di Alfred Di Rocco. Il palcoscenico, volutamente scarno,
permette di eliminare ogni artificio superfluo e di
focalizzarsi primariamente sui personaggi e le relative
dinamiche: l’individuo è al centro dell’opera. La coerenza
narrativa di scene e costumi (rispettivamente di Serena
Clementini e Lucia Costanzo) sembra riprendere i toni del
chiaroscuro di Bergman e accompagnare allegoricamente il
racconto. Il bianco, metafora del candore di Alma, nella
prima parte si distingue con nettezza dal mondo tenebroso
dell’attrice. Successivamente si dissolve invece nelle tinte
buie e scabrose di quell’intimo universo che l’infermiera –
impaurita e sconvolta – ritrova dentro di sé. Ancora una
volta la sovrapposizione dei due vissuti si dimostra totale.
Cristina Del Sordo, intensa ed
espressiva nella parte di Elisabet, riesce a “toccare
segreti, senza parole”, cogliendo il senso intrinseco della
sceneggiatura affrontata. Così come Miriam Spera, che – nel
ruolo di Alma – mantiene costante la tensione scenica,
portando avanti un inarrestabile monologo in cui ha modo di
mostrare tutto il suo straordinario talento. Convincente,
nelle vesti della dottoressa, Carolina Zaccarini, la quale
funge quasi da deus ex machina, come fosse un
narratore esterno che aiuta lo spettatore a districarsi nei
misteri dell’anima.
E proprio della dottoressa è la
chiosa finale: “Penso sia necessario essere
profondamente infantili per avere la forza di essere artisti
in un’epoca come la nostra”. Un sigillo che conferma la
possibilità di leggere “Persona” anche come una
considerazione sulla funzione dell’arte. Una chiave
interpretativa meta-teatrale, alternativa a quella
universale, che – partendo dall’annoso dilemma del vivere la
vita o recitarla – ci parla della finzione come mera
sopravvivenza e rimanda alla purezza puerile come unico
lasciapassare per la vita vera. Alma, che all’inizio
riconosce l’importanza dell’arte recitativa – soprattutto
per chi non sa affrontare da solo i suoi problemi – finirà
invece, a causa di Elisabet, per diffidare di essa,
ritenendola distante dai comuni mortali, e quindi dalla
cruda realtà. Viene subito alla mente l’ammonimento di
Albert Camus che parlava della necessità per l’artista di
non astrarsi né dalla bellezza né dalla società. E di quanto
sia fondamentale il contatto con il pubblico e la materia. È
il teatro che parla del teatro. Il teatro come illusione e
inganno. Il teatro che si autoanalizza dall’esterno, come
risulta evidente quando la protagonista scende dal palco per
diventare lei stessa spettatrice.
Ma il teatro è anche un modo per
protendersi verso il trascendente. Come in molti dei suoi
lavori, Bergman non tralascia la problematica religiosa. Il
silenzio, che incombe perenne, sembrerebbe lasciare aperte
le porte sia alle ragioni del dubbio sia a quelle della
fede. Il tema del bambino respinto incarna però la difficile
relazione tra il divino e l’umano, ovvero un rapporto di
amore-odio dal quale scaturisce il drammatico isolamento
metempirico dell’individuo. Il travaglio e l’inquietudine
sono a questo punto conseguenze prevedibili.
La questione esistenziale rimane
il tema cardine dell’opera. Ad essa si ricollega la poetica
del nulla, una visione filosofica proposta in modo
ricorrente dal regista svedese. E che nella fattispecie si
materializza nel terrore dell’uomo quando egli scopre come
il vuoto alberghi inesorabilmente in sé. Sotto questo
profilo, si comprende meglio il concetto stesso di maschera:
il volto è la persona, ma al contempo la sua negazione, il
nulla. E non è casuale se, dopo che tutto è stato detto,
sarà proprio “nulla” la prima parola che Elisabet tornerà a
pronunciare. L’attrice ripartirà esattamente dalla vacuità
nella quale è sprofondata, da quell’azzeramento dell’etica
che ha costituito la premessa per la fuga dai suoi limiti.
L’affannosa ricerca della verità
non può avere l’esito sperato. All’infermiera, che ha
trovato la forza di mostrare senza veli la sua parte più
torbida, è affidato il compito di indicare una possibile via
d’uscita. A differenza della Vogler – che fa dello scherno e
dell’austerità una disperata barriera tra lei e lo spazio
circostante – Alma “vuole amare”, in primis la vita, venendo
a patti con le sue manchevolezze. L’accettazione
dell’imperfezione, del fallimento e del dolore si rivela una
scelta salvifica. In ogni caso, il ruolo rimane uno
strumento sociale ineluttabile, anche se non sarà mai in
grado di raccontarci integralmente. L’essenza intima del
testo rappresentato è allora rintracciabile nello sfogo più
lucido di Alma: “È veramente importante non mentire, dire la
verità e trovare sempre le parole giuste? Si può vivere
senza parlare per non dire nulla? Si può mentire trovando
delle spregevoli scuse? Non sarebbe meglio abbandonarsi alla
pigrizia, all’ipocrisia? Forse... si diventerebbe persino
migliori se ci si accontentasse di essere come si è”.
*Dice di sé.
Alessandro Sanapo. È in piena autoanalisi. Appena ne sarà
venuto a capo, vi farà sapere...
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GIGI PROIETTI
Ringraziamo
Iddio, noi attori, che abbiamo il privilegio
di poter continuare i nostri giochi
d’infanzia fino alla morte, che nel
teatro si replica tutte le sere.
(Da
“Dizionario degli attori: gli attori del
nostro tempo”,
2005)
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