I BISOGNI DI UN PAESE NORMALE E LA RESPONSABILITÀ DI FAR
RIDERE
Pasquale Plastino, autore di
molti film di successo, fa il punto sulla situazione
italiana, soprattutto sul cinema: racconta della sua
collaborazione con Carlo Verdone, della sua vita e di una
storia da portare sul grande schermo
Donato Moscati*
E'
uno degli sceneggiatori più affermati in Italia. Da regista
teatrale si ritrova, grazie all’incontro con Carlo Verdone,
nel mondo del cinema. Prima come aiuto regista, poi come
sceneggiatore.
Suoi film come “Sono pazzo di
Iris Blond” (1996), “Gallo Cedrone” (1998) “La cura del
gorilla” (2005), “Il mio miglior nemico” (2006) , “Grande,
grosso e Verdone” (2008) e “Io, loro e Lara” nelle sale a
gennaio 2010.
Nel suo curriculum anche
l’esperienza con Bernardo Bertolucci in “Io ballo da sola”
(1996) come aiuto regista. Nel
2003 ha avuto la candidatura come
miglior sceneggiatura ai David di Donatello e come miglior
soggetto ai Nastri d’argento per il film “Ma che colpa
abbiamo noi”.
Nel 2006 la nomination, sempre ai
David, come miglior sceneggiatura per “Il mio miglior
nemico”.
Dove sei nato e cresciuto?
“Sono nato a Rionero in Vulture,
lo stesso paese che ha dato i natali a Beniamino Placido.
Quindi sono lucano di origine. È una regione bellissima, che
gli italiani non conoscono e che spero conoscano il più
tardi possibile, perché nel momento in cui le cose belle
vengono scoperte vengono rovinate come hanno fatto in
Puglia, nel Salento”.
Non mi sembra tu abbia una buona
opinione degli italiani…
“Noi italiani siamo un popolo
meraviglioso. Molto creativi, molto bravi… siamo molto
tutto, ma abbiamo il problema che non riusciamo a darci e a
rispettare le regole, forse per la nostra storia. Il nostro
destino, credo, sia quello di rimanere regionalisti,
campanilisti. Tutto questo si riflette anche nella politica:
il problema non credo sia Berlusconi, quanto il sistema
Berlusconi, che ha formato una generazione e per “smaltire”
una generazione ci vorranno 25\50 anni. In questo momento
metà dell’Italia è come anestetizzata”.
Non credi che il problema è che
non ci siano alternative?
“Beh su questo mi trovi
d’accordo. L’alternativa dovrebbe essere rappresentata da un
pensiero spostato a sinistra, verso l’egualitarismo, verso i
diritti e i doveri per tutti, ma non ci sono personaggi
politici che riescono ad avere carisma. Non è un problema
solo italiano. Adesso il mondo si unifica solo pensando ad
Obama, che incarna il desiderio, non solo americano, di
avere un leader di quel genere, che faccia anche un po’
sognare. Lui riesce a rappresentare la voglia di cambiare”.
È dovuto anche a questo malessere
la scelta di trasferirsi da Roma a Berlino?
“Avevo bisogno di una città
normale. Non che Berlino sia straordinaria, ma quando dico
normale voglio dire che funziona. In Italia, a Roma
soprattutto, viviamo in uno stato di eccezionalità perenne.
Siamo anormali perché non riusciamo a far funzionare niente
con le regole.
Qualche esempio? Qui dovevo
aprire un conto in banca e già pensavo a chiedere qualche
raccomandazione, come avviene in Italia. Sono entrato nella
banca più vicina a casa, mi hanno fatto sedere ad una
scrivania, senza il bisogno di vetri come se fossimo triglie
in un acquario. Dopo un quarto d’ora sono uscito dalla banca
con il numero di conto e la carta di credito tedesca. È
bello anche uscire in bicicletta, non prendi la macchina e
di conseguenza la città non è inquinata… è tutto un circolo
virtuoso.
Il nazismo qui è una cosa seria.
Non si può nominare perché rischi la galera. Hanno
affrontato la questione del nazismo con un tale senso di
colpa ed una tale serietà che non ti puoi permettere di
scherzare su certe cose. Noi in Italia abbiamo i calendari
sul fascismo”.
Ti sento molto arrabbiato con il
nostro Paese…
“È una rabbia che ho anche con me
stesso, perché alla fine non siamo in grado di fare niente.
Ci avevamo provato con la protesta dei girotondi, però poi
l’abbiamo fatta svanire nel nulla perché ognuno, non so se
per alibi, doveva tornare alle proprie occupazioni. Nessuno
giustamente voleva fare il politico ed è finita così”.
Tutto questo come si ripercuote
nel tuo lavoro?
“Più che parlare nel mio lavoro
direi di come si ripercuote nel nostro cinema…”.
Anche di questo volevo parlare…
Nelle settimane passate molti artisti sono scesi in piazza
per protestare contro i tagli del Governo al Fus, Fondo
unico per lo spettacolo.
È emergenza spettacolo, come
diceva uno degli slogan della manifestazione?
“Più che spettacolo è emergenza
cultura. Perché il nostro è un Paese dove non si è mai dato
gran peso alla cultura, come avviene in Francia o in
Inghilterra. Poi con questo Governo conta meno di zero.
Tutto ciò che è cultura è la base su cui un Paese costruisce
il proprio futuro. Il nostro è un Paese per vecchi! Se sei
giovane è meglio che ti ammazzi subito”.
È un consiglio?
“No! Però capisco quanto tutto
possa essere scoraggiante per un giovane. Ricordo che era
così quando avevo 20 anni, allora c’erano i socialisti. Se
hai un reale talento e la voglia di arrivare la strada la
trovi, anche se è molto difficile.
Dicevamo… come tutto ciò si
ripercuote nel mio lavoro? Ho la fortuna di lavorare con un
comico abbastanza particolare, che amo definire realista.
Uno che osserva la realtà e la riporta al cinema mostrandone
i tic e i piccoli difetti. Il lavoro che cerchiamo di fare
con Carlo Verdone è di spostare la nostra rabbia o il nostro
disappunto su come vanno certe cose nei caratteri di alcuni
personaggi delle storie. Fermo restando che la commedia ha
delle strutture e delle regole ferree che non si possono
toccare altrimenti perderebbe di interesse”.
Molto spesso estremizzate
l’aspetto psicologico o terapeutico, come ad esempio nel
film “Ma che colpa abbiamo noi”.
“Ma che colpa abbiamo noi” nasce
da un mio fatto privato. Dalla mia crisi dei 40 anni. Io che
ho sempre detestato l’analisi, mi convinco di andare a
vedere se poteva aiutarmi. Avevo una sfilza di numeri di
telefono di analisti consigliati dai miei amici; prima di
affidarmi a qualcuno volevo parlarci per essere più sicuro
nella scelta.
Il primo che vidi, dietro
consiglio di un mio caro amico, era figlio di un grande
analista e non mi piacque per niente perché mi sembrava il
luogo comune dell’analista. Un mese e mezzo dopo su “Il
Messaggero” leggo che si era suicidato con un sacchetto di
plastica.
Quando ho letto la notizia sono
scoppiato a ridere, pensando che in quel momento sarei
potuto essere in cura da lui. Dicevo a Carlo: “…immagina i
pazienti! Magari gli dicono che l’appuntamento è saltato
perché l’analista si è suicidato…”. Da qui decidemmo di
affrontare il tema dell’analisi e di estremizzare il fatto
facendo morire l’analista all’inizio del film. Gli americani
ne vorrebbero fare il remake perché a loro piace
l’idea iniziale di questa terapia di gruppo con l’analista
morta e nessuno che se ne accorge”.
Abbiamo parlato molto di Carlo
Verdone, come nasce la collaborazione con lui?
“Sono stato un giovane regista
teatrale. Ad un certo punto della mia vita ho avuto una
forte crisi con il teatro ed ho conosciuto Carlo grazie alla
mia amica Francesca Marciano, l’altra sceneggiatrice
che con Verdone stava scrivendo “Maledetto il giorno che
t’ho incontrato”. A Carlo piacquero molto le osservazioni
che facevo a livello amichevole.
Successivamente mi chiese se
avevo voglia di fargli da aiuto regista nel film “Al lupo al
lupo”, accettai e da là nacque una bella intesa proseguita
anche in “Perdiamoci di vista” e “Viaggi di nozze”. Sul set
spesso con Carlo si aggiustavano anche i dialoghi, c’era una
grande sintonia e stima, allora mi propose di scrivere con
lui e Francesca “Sono pazzo di Iris Blond”, da quel momento
nasce la collaborazione come sceneggiatore. Con mia gioia
perché non sopportavo il set, mentre la scrittura è la cosa
che, dopo il teatro, mi entusiasma di più”.
Dell’esperienza di aiuto regista
di Bertolucci nel film “Io ballo da sola” che mi dici?
“Ti dico una cosa incredibile
della mia vita, di me ragazzo della Basilicata, di una
famiglia benestante di origine borghese, ma dove non
aleggiava l’alta cultura. Quando ero adolescente non puoi
immaginare l’impatto che ha avuto su di me “Ultimo tango a
Parigi”, un film che non avrei potuto vedere e se ti devo
dire la verità che allora neanche capii. Rimasi, però,
folgorato da Marlon Brando e da questo sesso strano.
Bertolucci è sempre stato un mio mito, lui e una serie di
altri personaggi sono stati il mio punto di riferimento.
La cosa incredibile è che tutti
questi personaggi che hanno animato le mie fantasie di
ragazzo meridionale li ho conosciuti, ho lavorato con loro e
sono diventati miei amici. Per questo dico sempre che, da
questo punto di vista, la mia vita è stata straordinaria.
Negli anni ’80 ho avuto il piacere di conoscere Leonard
Bernstein, il grande direttore d’orchestra, sono diventato
suo amico ed andando a casa sua sul suo pianoforte a coda ho
visto la mia foto accanto a quella di John Fitzgerald
Kennedy, sono quelle situazioni della vita singolari.
Con Bernardo Bertolucci c’è un
rapporto d’amicizia, lo conosco dai tempi in cui lavorava a
“Un tè nel deserto”. Anche con lui si è instaurato un
rapporto di stima nel corso degli anni. Mi chiese di fare
l’aiuto regista per “Io ballo da sola”. Grazie a lui ho
fatto casting a New York e Los Angeles e sono potuto entrare
nel circuito del cinema internazionale, un’esperienza
importante. Per me Bernardo rimane uno degli amici più cari,
ed è bello conservarne la stima e l’affetto. Ho notato che
le persone che hanno un certo tipo di successo sono quelle
più serie, come ad esempio l’amico Nanni Moretti”.
Ci si domanda spesso perché i
film italiani non abbiano più appeal sul mercato
estero. Monicelli ha anche affermato che spesso le trame
sono incomprensibili; qual è secondo te la ragione e c’è una
soluzione?
“In qualche modo quello che dice
Monicelli è giusto, sono incomprensibili perché forse non
vogliamo scrivere delle storie che necessitano di essere
lette. Dagli anni ’80 in poi ci siamo rifugiati in una
specie di professionismo da autore. I nostri registi sono
diventati tutti autori, ma non è vero che tutti sanno
scrivere. Ci siamo ritrovati con tutta una generazione di
registi che volevano raccontare i propri brufoli, e dei loro
brufoli non gliene frega a nessuno oltre l’orticello di casa
nostra.
Ecco che quando arriva un film
come “Gomorra” di Matteo Garrone si aprono le porte
dell’estero, perché quella storia, che è profondamente
legata all’Italia, acquista, attraverso il talento
visionario del regista e la grande inchiesta fatta da un
signore come Saviano, una dimensione internazionale. Si
ritorna finalmente a parlare di cose comprensibili nel
mondo, pur essendo un film in stretto napoletano che neanche
gli italiani capiscono. Dovremmo tornare a fare più film
motivati. Un altro esempio di un piccolo film, che con una
brutta distribuzione e poche copie ha avuto un buon successo
all’estero è “Cover Boy” di Carmine Amoroso”.
Quali talenti vedi nel futuro del
cinema?
“Mi piace l’idea che ci sia un
movimento che in America si chiamerebbe di “Indipendenti”,
che sfruttano la tecnica documentaristica, fanno dei film
con delle tematiche spesso scomode e a bassissimo costo.
Il problema è la distribuzione,
perché questi film non li vede nessuno e qui si ritorna ai
tagli. Senza soldi non si costruirà un futuro per i giovani
talenti che hanno anche bisogno di sbagliare e di
sperimentare, come succede in Francia dove si ha questa
possibilità. Con i tagli che ci saranno, sembra si
riusciranno a realizzare massimo 10 film che per un Paese
come il nostro sono niente. Anche in Portogallo credo ne
facciano di più”.
Se c’è, cosa ti ha dato e cosa ti
ha tolto questo lavoro?
“Non mi ha tolto nulla ed è un
lavoro bellissimo perché vieni pagato per inventare delle
storie in cui se ti va bene riesci ad aprire delle finestre
per entrare in un mondo di emozioni, di tematiche e di
realtà sconosciute. E per emozioni non intendo solo far
piangere, ma anche far ridere; strappare la lacrima è
facile, scrivere il copione di “A qualcuno piace caldo” è
una delle cose più difficili al mondo perché è un copione
perfetto.
Vedere la gente che ride, che si
distrae e che spesso si commuove anche ridendo è una delle
cose importanti che l’arte possa regalarti. Se vedo “Il
monello” di Charlie Chaplin piango come una fontana e sono
felice di piangere perché è una cosa che mi purifica. È una
bella responsabilità per chi scrive e anche una bella
soddisfazione”.
Un consiglio che vorresti dare ai
ragazzi che vogliono muovere i primi passi nel cinema?
“Studiare molto. Quando dico
studiare non intendo la cosa noiosa dei libri. Ne approfitto
per aprire una parentesi e lanciare un atto d’accusa anche
ai grandi registi: nel cinema italiano troppo spesso c’è una
totale ignoranza. Non c’è una preparazione a 360 gradi, non
si sa nulla di arte contemporanea, di architettura, di moda,
di design, di danza, di letteratura, di lirica…. L’artista
contemporaneo non deve essere settoriale, ma deve sapere
tutto. Quello che consiglio ad un giovane che adesso ha dei
mezzi illimitati, grazie anche ad internet, è di non
tralasciare nessun aspetto e di non fermarsi alla
superficie, ma di andare dentro le cose. Quindi lo studio
come approfondimento”.
La prossima storia che vorresti
raccontare?
“Ti racconto l’antefatto. Il
venerdì pomeriggio a casa mia viene la persona delle pulizie
che mi costringe ogni volta ad uscire perché deve pulire,
quindi ho l’abitudine di andare al cinema. Tre o quattro
anni fa c’era la riedizione di “Guerre Stellari”: decido di
andarlo a vedere al cinema Reale a Roma. Sala completamente
vuota. Si spegne la luce, durante i trailer vedo entrare le
sagome di un uomo, una donna ed una bambina che si vengono a
sedere accanto a me con una poltrona di distanza.
Inizia il film con le scritte che
narrano del conflitto tra le forze del bene e del male.
Sento, nel buio della sala, la voce di questo papà
meraviglioso che traduce e rende più comprensibile alla
bambina cosa sta vedendo. Rimango particolarmente colpito da
questo padre che spiega amorevolmente alla figlia il film.
Fine primo tempo. Si accendono le
luci e mi accorgo che seduti accanto a me c’erano Francesca
Mambro, Valerio Fioravanti e la loro bambina. Sono rimasto
tramortito sulla sedia.
Era meraviglioso lui mentre
parlava del bene e del male alla bambina. Ho pensato che
questa figlia lo adorerà questo padre perché sicuramente è
adorabile. Ma quando saprà chi sono i genitori e le dovranno
raccontare tutta la verità? Questa è la storia che mi
piacerebbe raccontare”.
*Dice di sé.
Donato Moscati. Semplicemente un cassiere di supermercato,
curioso per natura, che riesce a stupirsi delle storie
quotidiane che gli passano davanti... per questo decide di
raccontarle.
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ANNA
OXA
Se devo andare via
l’ora più giusta è adesso,
un filo di poesia
s’innalzerà lo stesso
nel teatro vuoto della
mente mia
leggo nei miei passi un
po’ di nostalgia, quante altre volte io ci
morirò quante altre volte
ci rinascerò
nel teatro vuoto della
mente mia.
(Da “ Se
devo andare via”,
di Fossati – Cini – De Natale)
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