LA GUERRA DEI SESSI
Uomini ridotti a zerbini,
mammi o viveur. Oggi, come non mai, risulta necessario
un risveglio dell’orgoglio maschile
Paolo Gambi*
Diciamolo
con chiarezza: alla fine le ideologie falliscono tutte.
Crollano sonoramente lasciando alla storia solo le proprie
rovine. Ma ce n’è una, fra le ideologie, che ha lasciato
scorie particolarmente radioattive incastrate fra le nostre
sinapsi: il femminismo. Quel sistema di pensiero che
violentando la realtà, la storia e pure il buon senso voleva
– o vuole – affermare che gli uomini e le donne sono o
almeno debbano diventare uguali, con tutto ciò che ne
consegue.
Grazie al cielo nonostante i fumi
di questa ideologia abbiano avvolto il mondo, l’uomo e la
donna hanno mantenuto ciascuno la propria anatomia, e, come
da millenni a questa parte, continuano a relazionarsi gli
uni con le altre.
Più o meno. Fallita però
l’ideologia femminista, crollati i suoi miti e profanati i
suoi tabù, resta un “ma” che segna il confine fra una
ipotetica società equilibrata del pre-femminismo ed un
effettivo schizofrenico disordine del post, un “ma” che
impedisce un equilibrato e sereno rapporto fra i sessi.
E questo “ma” sta nel fatto che
in molti, in troppi, non hanno capito che il femminismo è
fallito, e si trovano nella mente il suo dogma: gli uomini e
le donne sono uguali. E inutile è dire che quanto un uomo e
un donna siano diversi lo sa chiunque abbia avuto la ventura
di vederli nudi. Eppure proprio perché questa convinzione è
spesso inconsapevolmente radicata in molti di noi, vediamo
il suo riverbero luccicare nella superficie della società.
“Pari diritti!” si esclama fra il
volgo. “Pari opportunità” fa eco la politica. Ma questa
improbabile uguaglianza, le vacue parole sui pari diritti e
le pari opportunità, camuffano un’altra realtà: le donne
vogliono sostituirsi agli uomini. Guardiamoci intorno: le
persone non si sposano più, e quando lo fanno riescono a
sopportarsi a malapena per qualche breve luna. Perché? Molto
semplice: le donne vogliono fare gli uomini. Altro che
parità, le donne vogliono semplicemente comandare. Anche
perché chi ha mai visto una società in cui si comanda in
due?
Quando si fa una rivoluzione
altro non si fa che cambiare il nome –in questo caso il
sesso – del tiranno. Anche nella famiglia. Prima comandavano
i maschi. Ora comandano le femmine. Con uno stravolgimento
generale dell’intera società dato dal fatto che la
razionalità femminile, se così la si vuol chiamare, non è
quella maschile. E qui il discorso porterebbe lontano.
Volgiamolo invece su un altro punto: di fronte a questo
ritorno al potere femminile, al “matriarcato” delle ere
preistoriche, l’uomo sta lentamente maturando diversi
atteggiamenti.
1) Il primo, forse il più comune,
è un fenomeno che nessun sociologo ha ancora avuto il
coraggio di definire “zerbinizzazione”. Il maschio diventa
uno stuoino su cui la lunatica irrazionalità della femmina
può pulirsi i tacchi senza chiedere il permesso.
Maschi disinnescati, privati
della propria identità, subiscono innaturalmente
l’inversione dei ruoli nel contesto familiare e sociale.
Lasciano che sia la donna a fare carriera, con la
conseguenza che quando lei torna a casa la sera, stanca e
frustrata mille volte più di qualunque uomo in carriera –
chiunque l’ha provato lo sa molto bene – lui diventa
l’oggetto su cui sfogare le femminili frustrazioni.
Questi uomini che hanno in testa
l’illusione che “bisogna condividere le responsabilità”
finiscono per abbandonare la propria carriera – e la propria
natura di cacciatori – per cambiare i pannolini al pupo.
Mentre la moglie diventa direttrice di banca e se la spassa
con le amiche in giro per locali.
“Mammi” che spingono carrozzine e
donne che vomitano dalla bocca parolacce e fumo astioso: è
l’immagine dell’oggi. E dell’inversione dei ruoli questi
maschi sono vittime e complici insieme. Qualche femminista
obietterà: “una volta erano i maschi a fare questo!”. Sì. Ma
proprio perché sono diversi tutto assumeva altri
significati.
2) Il secondo atteggiamento che
l’uomo ha elaborato è quello dell’accontentarsi. Parliamo
dei viveur che non accettano l’universo femminile
contemporaneo e scelgono di viverlo solo nel suo aspetto più
immediato: non essendoci più donne formate ed educate per
essere mogli e madri, si accontentano di limitare il proprio
rapporto con le donne al mero aspetto dionisiaco. Nell’era
dei preservativi, di internet e del sesso libero si
concedono alle donne solo per performance sessuali o
erotiche, evitando in ogni modo di frequentarle fuori dal
letto, se non per portarcele. È una profonda forma di
misoginia diffusa, naturale conseguenza della
maschilizzazione delle donne, propria di chi non accetta di
sottomettersi al potere femminile. Una condanna alla
solitudine degli affetti. Anche se a pancia piena la si
sente meno.
3) L’altro atteggiamento che
l’uomo ha maturato di fronte alle donne è invece quello
del’orgoglio. Di fronte alla dissoluzione dell’”altra da sé”
l’uomo si è trovato costretto a ritornare alla primordialità,
ad esplorare la differenza che lo separa dalla donna e
comprenderla appieno. E così è l’uomo oggi – e non la donna
– a rendersi conto veramente della grandezza dell’identità
femminile quando si fonda sul suo immenso potere creativo,
il potere di partecipare alla creazione tramite la
maternità.
L’uomo che ritrovando l’orgoglio
della propria diversità vede il cuore pulsante dell’identità
femminile nella maternità fa due cose insieme: dà una
risposta alle nuove generazioni di ragazze che
consapevolmente o no vivono con disagio nella società
forgiata dal femminismo, ed insieme affermano con forza la
propria cifra identitaria: la razionalità. Quell’attitudine
prettamente maschile che nei millenni ha consentito di
creare il diritto per regolare i conflitti, il mercato per
regolare i rapporti economici, e la famiglia per contenere
gli affetti.
Tre istituti frutto della
razionalità maschile che rischiano di scomparire nella forma
in cui li abbiamo conosciuti, schiacciati dalla nuova
razionalità che sta prendendo le redini del mondo, quella
femminile, quella matriarcale.
Quella che l’uomo aveva superato
millenni e millenni fa, lasciandosi alle spalle una società
fondata sull’arbitrio. Ecco perché oggi come non mai questo
risveglio dell’orgoglio maschile risulta necessario.
Su tutto questo continua comunque
ad aleggiare la necessità di una presa di coscienza da parte
di entrambi i sessi della necessità di declinare la propria
identità nella contemporaneità, in un contesto cioè
postmodernamente “liquido”, che costringe una flessibilità
ed una attitudine al cambiamento senza eguali nella storia.
Ma questo non può non tenere
fermi i punti cardine delle identità sessuali intorno a cui
ruota la propria scoperta “di genere”: attitudine alla
creativa maternità da un lato, razionalità dall’altro.
*Dice di sé.
Paolo Gambi. Fa propria la definizione che ha partorito per
lui Cesare Lanza “tipica personalità provinciale dal nobile
stile felliniano”. Scrittore prestato al giornalismo (nove
libri all’attivo) e alla vita catodica nelle tv locali,
alterna momenti di razionalità nel bel vivere romagnolo con
attimi di follia in giro per il mondo. Penna del giornalismo
britannico (prima al “Financial Times”, ora a “The Catholic
Herald”) è da anni editorialista de “La Voce di Romagna”. In
perpetua attesa che un giornale nazionale lo chiami a
dirigere una redazione milanese o romana. Ma solo per il
gusto di poter rispondere: “No grazie”.
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PETER USTINOV
A teatro, di solito, il fascino sono
venti ballerine in fila che fanno tutte
la stessa cosa. Si presume che venti donne
siano più affascinanti che una.
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EDUARDO DE
FILIPPO
Quando sono in
palcoscenico a provare, quando ero in
palcoscenico a recitare... è stata tutta una
vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa
il teatro. Così ho fatto!
(Da “Taormina
in arte”, 1984)
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