LETTURE

GLI EXPLOIT E LE AVVENTURE
DEL BRIGADIERE GERARD


Un baldanzoso ufficiale di cavalleria agli ordini di Napoleone è il vanesio protagonista di una serie di storie comparse a puntate tra il 1894 e il 1903. Mai tradotte finora in italiano ci narrano dell’eroe più amato dalle donne che mai abbia servito nelle file dell’esercito di Francia (1)


 

Arthur Conan Doyle

 

Sono convinto che le storie di Sherlock Holmes

abbiano nuociuto alla parte migliore della mia opera.

Ma giustizia verrà!

A.C.D.

 

Come il brigadiere giocò per un regno

 

Mi è talvolta venuto in mente che alcuni di voi, dopo avermi sentito raccontare di queste mie piccole avventure, potrebbero essersene andati con l’impressione che fossi un vanesio. Non potrebbe esserci errore più grave, giacché ho sempre notato che i soldati migliori sono scevri da questa pecca. È vero che ho dovuto dipingermi talvolta come uomo valoroso, talaltra come pieno di risorse, sempre interessante; ma, d’altronde, era la verità, e ho dovuto raccontarvi le cose per come si sono svolte. Sarebbe un’indegna affettazione se fingessi che la mia carriera è stata meno che brillante.

L’incidente di cui vi narrerò stasera, tuttavia, è di quelli che come capirete solo un uomo modesto potrebbe descrivere. Dopotutto, chi ha conseguito una posizione pari alla mia, può permettersi di parlare di ciò che un uomo qualsiasi sarebbe tentato di celare. Dovete sapere, dunque, che dopo la campagna russa i resti del nostro povero esercito erano acquartierati lungo la sponda occidentale dell’Elba, dove potevano far scongelare il sangue e tentare, con l’ausilio della buona birra tedesca, di mettere un po’ di carne tra pelle e ossa.

C’erano cose che non potevamo sperare di riprendere, giacché oserei dire che tre grossi furgoni del commissariato non sarebbero stati sufficienti a trasportare le dita di mani e piedi che l’esercito aveva perso durante la ritirata. Eppure, scarni e storpi, avevamo ciò nondimeno molto di cui essere grati quando pensavamo ai nostri poveri commilitoni che ci eravamo lasciati indietro, e ai campi innevati – gli orribili, orribili campi innevati. Ancora oggi, miei amici, non sopporto di vedere il bianco e il rosso insieme. Persino il mio stesso cappello rosso gettato sul copriletto bianco mi ha fatto rivedere in sogno quelle mostruose pianure, l’esercito vacillante e torturato, e le chiazze cremisi che rilucevano sulla neve nella scia dei soldati. Non riuscirete mai a farmi parlare di quelle vicende, giacché il solo pensiero è sufficiente a mutare per me il vino in aceto e il tabacco in paglia.

Del mezzo milione che aveva attraversato l’Elba nell’autunno dell’anno ’12, erano rimasti circa quarantamila fanti nella primavera del ’13. Ma erano uomini formidabili, questi quarantamila: uomini di ferro, che avevano mangiato cavalli e dormito nella neve; ed erano anche pieni di rabbia e livore contro i russi. Avrebbero tenuto l’Elba finché la grande armata di coscritti che l’imperatore stava reclutando in Francia non fosse stata pronta ad aiutarli per riattraversarlo.

Ma la cavalleria era in condizioni deplorevoli. I miei ussari erano a Borna, e quando li disposi per passarli in rassegna scoppiai in lacrime per lo spettacolo. I miei uomini valorosi e i miei bei cavalli – mi si spezzò il cuore a vedere in che stato erano ridotti. “Ma coraggio – pensai – hanno perso molto, ma hanno ancora il loro colonnello”.

Mi misi quindi all’opera per rimediare alle loro disgrazie, e avevo già costruito due buoni squadroni quando giunse l’ordine che tutti i colonnelli di cavalleria dovevano riparare immediatamente ai depositi dei reggimenti in Francia e organizzare reclute e nuovi cavalli per la campagna imminente.

Senza dubbio penserete che fui sopraffatto dalla gioia per questa occasione di fare nuovamente visita a casa. Non negherò che fu per me un piacere sapere che avrei rivisto mia madre, e c’erano due o tre ragazze che si sarebbero rallegrate per la notizia; ma altri nell’esercito avevano maggiormente diritto a una tale opportunità.

Avrei voluto cedere il mio posto a chi aveva moglie e figli che rischiava di non rivedere mai più. Tuttavia, non ha senso discutere quando arriva il documento azzurro con il piccolo sigillo rosso, così nel volgere di un’ora mi avviai per il lungo viaggio dall’Elba ai Vosgi. Alla fine, avrei vissuto un momento di quiete. La guerra era dietro la coda della mia giumenta, la pace davanti alle sue narici. Così pensai, mentre il suono delle trombe si spegneva in lontananza e la lunga strada bianca si stendeva sinuosa di fronte a me passando per pianure, foreste e montagne, con la Francia da qualche parte di là dall’azzurra foschia sospesa all’orizzonte.

È interessante, ma anche faticoso, cavalcare nelle retrovie di un esercito. Nel tempo del raccolto i nostri soldati potevano fare a meno di provviste, giacché erano stati addestrati a prendere il grano dai campi nei quali si trovavano a passare, e a macinarlo da soli nei loro bivacchi. Era di conseguenza in quel periodo dell’anno che eseguivamo le marce veloci che furono meraviglia e disperazione dell’Europa. Ma ora gli uomini affamati dovevano tornare uomini robusti, e io ero continuamente costretto a trascinarmi nei fossati accanto alla strada quando le pecore Coburg e i buoi bavaresi sciamavano insieme ai carri carichi di birra di Berlino e buon cognac francese. Talvolta, udivo anche il secco rullo dei tamburi e l’acuto trillo dei pifferi, e le lunghe colonne dei nostri cari, piccoli fanti mi correvano accanto con spessi strati di polvere bianca sulle tuniche azzurre. Erano vecchi soldati presi dalle guarnigioni delle nostre fortezze tedesche, giacché solo a maggio i nuovi coscritti avrebbero cominciato ad arrivare dalla Francia.

Orbene, ero piuttosto stufo di questo eterno fermarmi e scartare, quindi non mi dispiacque, giunto a Altenburg, di scoprire che la strada si divideva e io potevo prendere la diramazione meridionale, più tranquilla. C’erano pochi viandanti da lì a Greiz, e la strada serpeggiava tra boschetti di querce e faggi che protendevano i rami sul sentiero. Vi parrà strano che un colonnello degli ussari potesse fermare più e più volte il cavallo per ammirare la bellezza dei rami leggeri e delle piccole foglie verdi appena germogliate, ma se aveste trascorso sei mesi tra gli abeti della Russia allora potreste capirmi. C’era qualcosa, tuttavia, che mi affascinava assai meno della bella foresta, ed erano le parole e gli sguardi delle persone che vivevano nei villaggi boschivi. Eravamo stati sempre ottimi amici dei tedeschi, e negli ultimi sei anni non era mai parso che questi ci serbassero qualche rancore per esserci presi qualche libertà con la loro terra. Avevamo mostrato gentilezza agli uomini e ne avevamo ricevuta dalle donne, tanto che la buona, accogliente Germania era una seconda patria per noi tutti. Ma ora nel comportamento di quelle genti c’era qualcosa che non riuscivo a comprendere. I viaggiatori non rispondevano ai miei saluti; le guardie forestali voltavano il capo per evitare di incontrare il mio sguardo; e nei villaggi le persone formavano dei capannelli lungo la strada e mi osservavano con fosco cipiglio mentre passavo. Persino le donne, ed era per me una novità a quei giorni vedere negli occhi di una donna qualcosa di diverso da un sorriso quando si volgevano su di me.

Fu nel borgo di Schmolin, ad appena dieci miglia da Altenburg, che la cosa si fece ancor più marcata. Mi ero fermato alla piccola locanda solo per bagnarmi i baffi e sciacquare la polvere dalla gola della povera Violette. Ero solito elargire qualche lieve complimento, o magari un bacio, alle cameriere che mi servivano; ma questa non volle né gli uni né l’altro, e mi scoccò invece un’occhiataccia che fu come l’affondo di una baionetta. Poi quando levai il bicchiere verso le persone che bevevano la loro birra accanto alla porta, queste mi diedero le spalle, tranne un uomo, che esclamò: “Eccolo un brindisi per voi, ragazzi! Alla lettera T!”. Al che tutti svuotarono il boccale e risero; ma non era una risata gioviale.

Stavo riflettendo sulla questione e mi chiedevo quale significato potesse avere questa loro condotta da villani, quando vidi, andando via dal villaggio, una grande T incisa su un albero. Ne avevo già vista più d’una nella cavalcata di quel mattino, ma non me n’ero dato pensiero finché le parole del bevitore di birra non vi avevano attribuito importanza. Caso volle che un individuo d’aspetto rispettabile mi stesse passando accanto in quel momento, così mi volsi a lui in cerca di informazioni.

“Potete spiegarmi, signore – dissi – cos’è questa lettera T?”.

Egli guardò l’incisione nell’albero e poi di nuovo me nella più singolare delle maniere. “Caro giovane – disse – non è la lettera N”. Poi, prima che potessi chiedere ancora, batté con gli speroni sui fianchi del cavallo e andò via, ventre a terra, per la sua strada.

Sulle prime le sue parole non evocarono nessun significato particolare alla mia mente, ma mentre avanzavamo al trotto Violette voltò per caso la testa altezzosa, e il bagliore della N d’ottone alla fine della briglia catturò il mio sguardo. Era il marchio dell’imperatore. E queste T significavano qualcosa a esso opposto. Era accaduto qualcosa in Germania, quindi, durante la nostra assenza, e il gigante addormentato aveva cominciato a destarsi. Pensai alle espressioni ribelli che avevo visto su quei volti, e sentii che se solo avessi potuto guardare nel cuore di quelle persone, avrei avuto strane notizie da riportare in Francia con me. E ciò mi rese ancor più ansioso di ottenere i miei nuovi cavalli e di vedere dieci forti squadroni di nuovo dietro ai miei tamburi.

Mentre per la testa mi passavano tali pensieri, avanzavo alternando il passo al trotto, come si conviene a chi abbia un lungo viaggio davanti a sé e un cavallo obbediente sotto. In quella zona i boschi erano molto radi, e accanto alla strada c’era una grossa catasta di fascine. Quando vi passai accanto ne udii provenire un suono brusco e, guardandomi intorno, vidi un volto che mi fissava – un volto accaldato, rosso, come di un uomo che è fuori di sé per l’agitazione e il nervosismo. Una seconda occhiata mi rivelò che era proprio la persona con la quale avevo parlato al villaggio un’ora addietro.

“Venite più vicino!”, sibilò. “Ancor più vicino! Ora, smontate di sella e fingete di riparare il cuoio della staffa. Forse ci sono delle spie che ci osservano, e se vedono che vi presto aiuto per me sarà la fine”.

“La fine!”, sussurrai. “Per mano di chi?”.

“Della Tugenbund. Dei cavalieri della notte di Lutzow. Voi francesi siete sopra una polveriera, e il fiammifero che la farà saltare è già stato acceso”.

“Ma tutto questo mi suona strano”, dissi, ancora armeggiando con i finimenti del mio cavallo. “Cos’è questa Tugenbund?”.

“È la società segreta che ha architettato la grande rivolta che dovrà cacciarvi via dalla Germania, proprio come siete stati cacciati via dalla Russia”.

“Ed è questo dunque il significato delle T?”.

“Sono il loro simbolo. Avrei dovuto spiegarvi tutto al villaggio, ma non osavo farmi vedere mentre parlavo con voi. Ho galoppato attraverso il bosco per precedervi, e mi sono nascosto insieme al mio cavallo”.

“Ho un grande debito con voi – dissi – ancor più poiché siete l’unico tedesco incontrato oggi che mi abbia trattato con un minimo di civiltà”.

“Tutto ciò che possiedo l’ho guadagnato facendo affari con le armate francesi”, mi rispose. “Il vostro imperatore è stato per me un buon amico. Ma vi supplico di andar via adesso, giacché abbiamo parlato abbastanza a lungo. State attento ai cavalieri della notte di Lutzow!”:

Banditti?”, chiesi.

“I migliori di tutta la Germania”, disse lui. “Ma, in nome di Dio, andate via, giacché ho rischiato la vita e messo a repentaglio il mio buon nome pur di recarvi questo avviso”

Orbene, se prima ero gravato dai pensieri, potete immaginare come mi sentissi dopo questa strana conversazione con l’uomo delle fascine. A colpirmi ancor più delle sue parole era stata la voce rotta e tremante, il volto contorto, gli occhi che guizzavano lesti a dritta e a manca e si sgranavano pieni di orrore a ogni scricchiolio di un ramoscello su un albero. Era evidente che provava il più estremo dei terrori, ed è possibile che quello che udii dopo averlo lasciato fosse uno sparo lontano e un grido da qualche parte alle mie spalle. Forse era un qualche cacciatore che chiamava i suoi cani, ma non sentii né vidi mai più l’uomo che mi aveva avvertito.

Tenni gli occhi ben aperti dopo quell’incontro, cavalcando di buona lena dove la via era sgombra e più lentamente nei punti in cui potevano tendermi un’imboscata. La situazione era grave, visto che davanti a me si stendevano almeno cinquecento miglia di suolo tedesco; ma in qualche modo non la presi troppo a cuore, giacché i tedeschi mi erano sempre parsi un popolo gentile e amichevole, le cui mani erano più pronte a chiudersi sul cannello di una pipa che intorno all’elsa di una spada – non per mancanza di valore, sia ben inteso, ma poiché sono anime aperte e gioviali, che preferiscono andare d’accordo con il prossimo. Non sapevo all’epoca che sotto quell’amabile superficie si nasconde una malvagità feroce quanto quella di castigliani e italiani, ma assai più persistente. E non ci volle molto prima che avessi modo di capire che la faccenda era ben più seria delle occhiatacce e le parole ostili. Ero giunto dove la strada risale attraverso un tratto di incolta brughiera e sparisce in un querceto. Ero all’incirca a metà di quel declivio quando, guardando avanti, vidi qualcosa che riluceva all’ombra degli alberi, e da lì venne fuori un uomo che aveva addosso tanto di quell’oro da splendere come fuoco alla luce del sole. Sembrava completamente ubriaco, giacché oscillava e barcollava quando venne verso di me. Con una mano levata verso l’orecchio stringeva un grosso fazzoletto rosso che portava annodato al collo. Io avevo tirato le redini della giumenta e lo osservavo con un certo disgusto, giacché mi pareva bizzarro che un uomo con una uniforme tanto splendida dovesse mostrarsi in un tale stato alla luce del giorno. Da parte sua, egli guardò a lungo nella mia direzione e venne lentamente avanti, fermandosi di tanto in tanto a vacillare mentre mi lanciava una nuova occhiata. A un tratto, quando io ripresi ad avanzare, egli urlò i propri ringraziamenti a Cristo e, balzato in avanti, si abbatté con uno schianto sulla strada polverosa. Nella caduta portò le mani in avanti, e vidi che quello che avevo scambiato per un panno rosso era una ferita mostruosa che gli aveva lasciato un grande squarcio nel collo, dal quale penzolava sulla spalla un grumo di sangue scuro a mo’ di spallina.

“Mio Dio!”, esclamai, e mi lanciai in suo aiuto. “E io che vi credevo ubriaco!”.

“Non ubriaco, ma moribondo”, mi disse. “Ma grazie al Cielo ho visto un ufficiale francese mentre ancora ho la forza di parlare”.

Lo feci stendere tra l’erica e gli versai un po’ di brandy in bocca. Tutto intorno a noi c’era l’aperta campagna, verde e pacifica, senza esseri viventi in vista tranne l’uomo mutilato che avevo accanto.

“Chi vi ha fatto questo? – chiesi – e chi siete? Siete francese, eppure la vostra uniforme mi è ignota”.

“È quella della nuova guardia d’onore dell’imperatore. Sono il marchese di Château Saint-Arnaud, il nono della mia stirpe che muore al servizio della Francia. Sono stato inseguito e ferito dai cavalieri della notte di Lutzow, ma mi sono nascosto tra quei cespugli laggiù e ho aspettato nella speranza che passasse un francese. Sulle prime non ero sicuro che foste amico o nemico, ma ho sentito la morte sempre più vicina e ho dovuto correre il rischio”.

“Fatevi forza, compagno – dissi – ho visto uomini con ferite peggiori vivere abbastanza da potersene vantare”.

“No, no”, sussurrò lui. “Me ne sto andando”. Poggiò una mano sulla mia mentre parlava, e vidi che le dita erano già bluastre.

“Ma ho dei documenti nella tunica che dovete portare subito al principe di Saxe-Felstein, nel suo castello di Hof. Egli ci è ancora fedele, ma la principessa è nostra nemica mortale. Sta facendo di tutto per spingerlo a dichiararsi contro di noi. Se ciò accade, tutti quelli che ancora tentennano lo seguiranno, giacché il re di Prussia gli è zio e il re di Baviera cugino. Queste carte lo terranno legato a noi se solo potranno giungergli prima che muova l’ultimo passo. Mettetele nelle sue mani entro stanotte, e forse avrete salvato tutta la Germania per l’imperatore. Se non avessero sparato al mio cavallo, nonostante le ferite avrei…”, tossì, e la sua fredda mano si strinse sulla mia rendendola parimenti esangue. Poi, con un gemito, gettò la testa all’indietro, e fu questa la sua fine.

Ecco un bell’inizio per il mio viaggio di ritorno a casa. Ero rimasto con una commissione da svolgere della quale capivo ben poco e che mi avrebbe portato a rimandare la cura dei pressanti bisogni dei miei ussari, e che al contempo era di una tale importanza da rendere impossibile un mio rifiuto. Aprii la tunica del marchese, la cui eleganza era stata pensata dall’imperatore come metodo per attrarre quei giovani aristocratici coi quali sperava di formare i nuovi reggimenti della sua guardia. Quello che ne estrassi era un piccolo involto di documenti, legato con la seta e indirizzato al principe di Saxe-Felstein. In un angolo, con una grafia larga e disordinata nella quale riconobbi quella dell’imperatore, c’era scritto: “Urgente e di massima importanza”. Quelle cinque parole furono per me un ordine – un ordine chiaro come se fosse uscito dritto da quelle labbra ferme mentre i freddi occhi grigi guardavano dritto nei miei. I miei soldati avrebbero dovuto aspettare per i cavalli, il marchese morto poteva giacere lì dove l’avevo steso tra i brughi, ma finché alla giumenta e al suo cavaliere fosse rimasto fiato per respirare, i documenti sarebbero arrivati al principe entro quella sera.

Non avrei avuto timore a seguire la strada che passava nel bosco, giacché ho appreso in Spagna che il momento più sicuro per attraversare un paese in guerriglia è dopo un fatto di sangue, e che il momento di maggior pericolo è quello in cui ovunque regna la pace. Quando finii per guardare la mia mappa, tuttavia, vidi che Hof era a sud e che l’avrei raggiunto prima restando nella brughiera. Partii, dunque, e non avevo percorso neppure cinquanta iarde che due carabine spararono dai cespugli e una pallottola mi ronzò accanto come un’ape. Era evidente che i cavalieri della notte erano più audaci dei briganti spagnoli, e che la mia missione sarebbe finita prima di cominciare se avessi scelto di seguire la strada. Fu una folle cavalcata – una cavalcata a briglia sciolta, con l’erica e il ginestrone alti fino al sottopancia della mia giumenta, e tuffi tra i cespugli, corse in discesa lungo i fianchi delle colline, e la mia vita alla mercé della cara, piccola Violette. Ma ella… mai scivolò, mai tentennò, rapida e sicura come se sapesse che il suo cavaliere recava sotto i bottoni del mantello i destini di tutta la Germania.

E io… mi ero da tempo guadagnato la nomea di miglior cavaliere di tutte e sei le brigate di cavalleggeri, ma mai ho cavalcato come cavalcai allora. Il mio amico baronetto mi parlò di come danno la caccia alla volpe in Inghilterra, ma quel giorno avrei catturato anche la più veloce delle volpi. I piccioni che volavano su in cielo non seguivano un percorso più dritto di quello tracciato da me e Violette sotto di loro. In quanto ufficiale, sono sempre stato pronto a sacrificarmi per i miei uomini, anche se l’imperatore non mi avrebbe certo ringraziato in tal caso, giacché egli aveva tanti uomini ma solo un… orbene, i condottieri di cavalleria di classe suprema sono cosa rara.

Ma ecco che avevo con me un oggetto invero degno di un sacrificio, e non mi importava della mia vita più che delle zolle di terreno che volavano dagli zoccoli della mia bella.

Tornammo sulla strada quando la luce cominciò a calare, ed entrammo al galoppo nel piccolo villaggio di Lobenstein. Ma eravamo appena arrivati all’acciottolato che ecco volar via uno zoccolo della giumenta, e dovetti così portarla dal maniscalco del posto.

Il fuoco nella fucina era basso, il lavoro della giornata già terminato, così sarebbe passata almeno un’ora prima che potessi sperare di rimettermi in viaggio per Hof. Imprecando contro il ritardo, andai alla taverna del villaggio e ordinai per la mia cena pollo freddo e un po’ di vino. Non mancava che qualche miglio a Hof, e nutrivo ogni fiducia di consegnare le carte al principe per quella stessa notte ed essere in viaggio per la Francia al mattino con in seno dei dispacci per l’imperatore. Ora vi dirò cosa mi accadde nella taverna di Lobenstein.

Il pollo era stato servito e il vino versato, e io mi ero gettato su entrambi come può un uomo che abbia cavalcato come io cavalcai, quando mi accorsi di un mormorio e un rumore di baruffa fuori dalla mia porta. Sulle prime pensai fosse una rissa d’ubriachi tra gli abitanti del posto, e li lasciai a sistemare da soli i propri affari. Ma a un tratto ecco prorompere dal basso e cupo ringhiare delle voci uno di quei suoni che farebbe balzare Etienne Gerard anche dal letto di morte. Era il pianto di dolore di una donna. Forchetta e coltello tintinnarono contro il tavolo, e in un istante fui tra la folla che si era raccolta fuori dalla mia porta.

Il locandiere col suo volto pesante era lì, e con lui la moglie dai capelli chiarissimi e due uomini delle stalle, una cameriera e altri due o tre del posto. Tutti, uomini e donne, erano paonazzi e furenti, mentre lì in mezzo a loro, pallida in viso e con le lacrime agli occhi, c’era la donna più incantevole su cui mai soldato desiderò di posare lo sguardo. Con il capo regale ben dritto, e una nota di sfida mista alla sua paura, pareva, mentre si guardava intorno, una creatura di una razza diversa da quella della marmaglia vile e dai rozzi lineamenti che la circondava. Non avevo mosso due passi dalla porta che già lei mi balzò incontro, poggiandomi una mano su un braccio mentre gli occhi azzurri rilucevano di gioia e tripudio.

“Un soldato e gentiluomo francese!”, esclamò. “Ora infine sono salva”.

“Sì, madame, siete salva”, dissi, e non potei resistere dal prenderle la mano così da poterla rassicurare. “Non avete che da darmi i vostri ordini”, aggiunsi, baciandole lamano perché capisse che facevo sul serio.

“Sono polacca”, esclamò lei. “Sono la contessa Palotta. Mi maltrattano perché adoro i francesi. Non so cosa mi avrebbero fatto se il Cielo non vi avesse mandato in mio soccorso”.

Le baciai ancora la mano affinché non dubitasse delle mie intenzioni. Poi mi volsi alla folla con una certa espressione che sono in grado di assumere. In un istante, il corridoio fu deserto.

“Contessa – dissi – ora siete sotto la mia protezione. Siete debole, e vi necessita un bicchiere di vino per riprendervi”. Le porsi il braccio e la accompagnai nella mia stanza, dove ella sedette al tavolo accanto a me e prese il ristoro che le offrii. Come sbocciò al mio cospetto, questa donna: un fiore alla luce del sole! Illuminò la stanza con la sua bellezza. Dovette scorgere nel mio sguardo l’ammirazione che le portavo, e mi parve di poter notare qualcosa di simile nel suo. Ah!, miei amici, il mio aspetto non era di certo ordinario quando avevo trent’anni. In tutta la cavalleria leggera sarebbe stato difficile trovare un paio di baffi più belli. Forse quelli di Murat erano appena un po’ più lunghi, ma i migliori giudici erano d’accordo nel dire che quelli di Murat erano appena un po’ troppo lunghi. E poi avevo le mie maniere. Alcune donne bisogna accostarle in un modo, e altre in un altro modo, proprio come un assedio è faccenda di gabbioni e fascine per le fortificazioni col maltempo e di trincee col clima più mite. Ma l’uomo capace di mescolare audacia e timidezza, capace di essere oltraggioso con un’aria d’umiltà e presuntuoso con toni di deferenza, questo è l’uomo che le madri devono temere. Quanto a me, sentivo di essere il guardiano di questa solitaria gentildonna, e sapendo con quale uomo pericoloso avessi a che fare tenni un’attenta guardia su me stesso. Eppure, persino un guardiano ha i suoi privilegi, e io non trascurai di coglierli.

Ma la sua favella era affascinante quanto il viso. In poche parole mi spiegò che era in viaggio per la Polonia, e che il fratello che le faceva da scorta si era ammalato lungo la via. In più di una occasione si era scontrata con i maltrattamenti della gente di campagna poiché non era capace di nascondere la propria predilezione per i francesi. Poi, distogliendosi dai propri affari, mi chiese dell’esercito, e da lì passò a chiedermi di me e delle mie imprese. Le erano note, come disse, giacché conosceva diversi ufficiali di Poniatowski, e questi le avevano narrato le mie gesta. Eppure sarebbe stata lieta di sentirle dalle mie labbra. Mai ho intrattenuto conversazione tanto deliziosa. Quasi tutte le donne commettono l’errore di parlare troppo dei propri affari, ma questa ascoltò le mie storie proprio come le ascoltate voi adesso, continuando a chiederne altre e altre ancora. Le ore scivolarono rapidamente via, e fu con terrore che sentii l’orologio del villaggio che batteva le undici, e appresi così che per quattro ore avevo dimenticato gli affari dell’imperatore.

“Perdonatemi, mia cara gentildonna – esclamai scattando in piedi –, ma devo proseguire all’istante per Hof”.

Si alzò anch’ella, e mi guardò con un’espressione astiosa sul pallido volto. “E io?”, disse. “Che ne sarà di me?”.

“Si tratta degli interessi dell’imperatore. Mi sono già trattenuto troppo a lungo. Il dovere mi chiama, e devo andare”.

“Dovete andare? E io devo essere abbandonata da sola tra questi selvaggi? Oh, perché mai vi ho incontrato? Perché mai mi avete indotto a far affidamento sulla vostra forza?”. Le si velarono gli occhi, e l’istante dopo piangeva contro il mio petto.

Ecco un momento difficile per un guardiano! Ecco un momento in cui doveva tener d’occhio un giovane e insolente ufficiale. Ma mi comportai degnamente. Le lisciai i folti capelli castani e le sussurrai all’orecchio tutte le parole di consolazione che mi vennero a mente, cingendola con un braccio, è vero, ma solo per sorreggerla qualora fosse venuta meno. Lei alzò il volto rigato di lacrime verso il mio.

“Acqua”, sussurrò. “In nome di Dio, acqua!”.

Capii che tra un momento avrebbe perso i sensi. Poggiai il capo ciondolante sul divano e poi uscii di corsa dalla stanza, a caccia di una caraffa di camera in camera. Passò qualche minuto prima che ne trovassi una e potessi così tornare indietro. Potete immaginare i miei sentimenti quando trovai la stanza vuota e la gentildonna sparita.

Non era sparita solo lei, ma anche il copricapo e il frustino da cavallo ornato d’argento che aveva poggiato sul tavolo. Corsi fuori e chiesi a gran voce del locandiere. Egli era all’oscuro di tutto, non aveva mai visto prima quella donna e non gli sarebbe dispiaciuto non rivederla mai più. Gli abitanti del villaggio sulla porta della locanda avevano visto andar via una donna a cavallo? No, non avevano visto nessuno. La cercai in ogni dove, finché in ultimo mi trovai per caso davanti a uno specchio, dove rimasi con gli occhi sgranati e la bocca spalancata a tal punto da tendere la cinghia del colbacco.

Quattro bottoni del mantello erano aperti, e non ebbi bisogno di infilare la mano per sapere che i preziosi documenti non c’erano più. Oh, la profonda astuzia che alberga nel cuore di una donna! Mi aveva derubato, quell’essere, mi aveva derubato mentre se ne stava aggrappata al mio petto. Mentre le lisciavo i capelli e le mormoravo all’orecchio parole gentili, le sue mani trafficavano sotto il dolman. E me ne stavo lì, quasi alla fine del mio viaggio, senza la forza di portare avanti questa missione che era già costata la vita a un buon uomo, e avrebbe probabilmente privato un altro della sua reputazione. Che avrebbe detto l’imperatore quando avesse saputo che avevo perso i suoi dispacci? L’esercito ci avrebbe creduto che Etienne Gerard aveva commesso un tale errore? E quando avessero saputo che era stata una mano di donna a sottrarmeli, le risate che sarebbero risuonate alle tavole della mensa e ai fuochi da campo! Avrei potuto rotolarmi a terra per la disperazione.

Ma una cosa era certa: tutta la vicenda della zuffa nel corridoio e la persecuzione della cosiddetta contessa era stata una messa in scena sin dal principio. Quel farabutto di locandiere doveva aver preso parte al complotto. Da lui potevo apprendere chi era la donna e dov’erano finiti i miei documenti. Afferrai la sciabola dal tavolo e corsi a cercarlo. Ma il farabutto aveva immaginato cosa avrei fatto, ed era pronto ad accogliermi. Lo trovai in un angolo del cortile, con un archibugio tra le mani e un mastino tenuto al guinzaglio dal figlio. Ai suoi fianchi c’erano i due mozzi di stalla, armati di forcone, e dietro di lui la moglie reggeva una grossa lanterna, come a voler guidare la sua mira.

“Andate via, signore, andate via!”, gridò lui con voce gracchiante.

“Il vostro cavallo è pronto, e nessuno vi intralcerà se ve ne andate per la vostra strada; ma se vi mettete contro di noi, sarete da solo contro tre uomini valorosi”.

C’era solo il cane di cui dovessi aver paura, giacché archibugio e forconi tremolavano come rami al vento. Eppure, riflettei che se anche fossi riuscito a strappare una risposta puntando la spada alla gola di quella grassa canaglia, non avrei comunque avuto modo di sapere se tale risposta fosse sincera. Sarebbe stata una lotta, dunque, con molto da perdere e nulla di certo da guadagnare. Li guardai di conseguenza dall’alto in basso, in una maniera che fece tremolare più forte che mai quelle loro stupide armi, e poi, balzato in sella alla mia giumenta, andai via al galoppo con l’acuta risata della locandiera che mi strideva nelle orecchie.

Avevo già preso una decisione. Sebbene avessi perso i documenti, potevo tentare di indovinare con buona approssimazione quale fosse il loro contenuto, e l’avrei riferito di persona al principe di Saxe-Felstein, come se l’imperatore mi avesse ordinato di agire proprio in questo modo. Era un tentativo audace e pericoloso, e se mi fossi spinto troppo oltre rischiavo che il mio stratagemma venisse poi scoperto. Ma quello o niente, e quando tutta la Germania era in ballo, non potevamo perdere la partita se il coraggio di un uomo poteva salvarla.

Era mezzanotte quando entrai a Hof, tutte le finestre erano illuminate, il che in quel paese sopito permetteva di comprendere il fermento delle emozioni degli abitanti. Quando attraversai le vie affollate, si levarono urli e risa di scherno, e a un certo punto una pietra mi passò fischiando accanto alla testa, ma io continuai per la mia strada, senza rallentare o accelerare, finché non giunsi al palazzo.

Era illuminato dalle fondamenta alle merlature, e le ombre scure che andavano e venivano in quel giallo bagliore rivelavano il tumulto che c’era all’interno. Da parte mia, arrivato ai cancelli, consegnai la giumenta a un mozzo di stalla e, entrato che fui con fiera andatura, domandai con la voce che avrebbe usato un ambasciatore di vedere il principe immediatamente, per affari che non era possibile rimandare.

Il corridoio era buio, ma entrando percepii il ronzio di voci innumerevoli che si ridussero al silenzio quando proclamai a gran voce la mia missione. Stavano tenendo un’importante assemblea – un’assemblea che, come mi diceva l’istinto, avrebbe deciso proprio sulla faccenda di guerra e pace. Forse ero ancora in tempo per far pendere la bilancia verso l’imperatore e la Francia. Quanto al maggiordomo, egli mi guardò cupamente, mi condusse in una piccola anticamera e andò via. Tornò dopo un minuto per dirmi che al momento il principe non poteva essere disturbato, ma che la principessa avrebbe ascoltato il mio messaggio.

La principessa! A che serviva parlare con lei? Non mi avevano forse avvertito che era tedesca nel cuore e nell’anima, e che era proprio lei a voler indirizzare il marito e lo stato contro di noi?

“È il principe che devo vedere”, dissi.

“No, è la principessa”, disse una voce dalla porta, e una donna entrò lesta nella sala. “Von Rosen, è meglio che restiate con noi. Ora, signore, cos’è che avete da dire al principe o alla principessa di Saxe-Felstein?”.

Al primo suono di quella voce ero balzato in piedi. Al primo sguardo tremai di rabbia. Non è possibile incontrare due volte nella vita una figura così nobile, una testa così regale, occhi azzurri come la Garonna e freddi come le sue acque d’inverno.

“Il tempo stringe, signore”, esclamò ella battendo spazientita il piede sul pavimento. “Cosa avete da dirmi?”.

“Cosa ho da dirvi?”, esclamai io. “Che posso dire, se non che mi avete insegnato a non fidarmi mai più di una donna? Mi avete rovinato e disonorato per sempre”.

Lei guardò il suo domestico.

“Sono i deliri di una febbre, o la causa è meno innocente?”, disse.

“Magari con un salasso…”.

“Ah, siete brava a recitare!”, esclamai. “Me l’avete già dimostrato”.

“Intendete dire che ci siamo incontrati prima d’ora?”.

“Intendo dire che mi avete derubato meno di due ore fa”.

“Questo non è tollerabile”, fece lei, fingendosi adirata con rimarchevole abilità. “Sostenete, mi par di capire, di essere un ambasciatore, ma ci sono dei limiti ai privilegi che tale carica porta con sé”.

“Avete un’ammirevole faccia tosta”, dissi. “Vostra altezza non mi ingannerà due volte nella stessa sera”. Scattai in avanti e, chinatomi verso il basso, presi il bordo del suo vestito. “Avreste dovuto cambiarvi d’abito dopo una cavalcata così lunga e veloce”, dissi.

Fu come guardare l’alba che sorge su un picco innevato quando le sue guance d’avorio avvamparono improvvisamente di cremisi.

“Insolente!”, esclamò. “Chiamate le guardie forestali e che sia gettato fuori dal palazzo!”.

“Prima devo vedere il principe”.

“Il principe non lo vedrete mai. Ah! Tenetelo, von Rosen, tenetelo!”.

Aveva dimenticato con quale uomo aveva a che fare – era verosimile che aspettassi di veder arrivare le loro canaglie? Aveva mostrato le sue carte troppo in fretta. Il suo gioco era di mettersi tra me e suo marito. Il mio di parlare faccia a faccia con lui a ogni costo. Uno scatto mi portò fuori dalla sala. Un altro e attraversai il corridoio. Un istante dopo già entravo nella grande stanza da dove veniva il mormorio dell’assemblea. Giù in fondo vidi una figura su un alto seggio sotto un palco. Più in basso c’era una linea di alti dignitari, e poi su ogni lato vidi le teste indistinte di una grande folla. Mi portai con fierezza al centro della stanza, la sciabola che sferragliava, lo sciaccò sotto un braccio.

“Sono il messaggero dell’imperatore”, urlai. “Reco il suo messaggio a sua altezza il principe di Saxe-Felstein”.

L’uomo sotto il palco sollevò il capo, e vidi che il volto era smunto ed esausto e la schiena ricurva come se sulle spalle gravasse un enorme fardello.

“Il vostro nome, signore?”, mi chiese.

“Colonnello Etienne Gerard, del terzo reggimento degli ussari”.

Le facce di tutte le persone lì raccolte si girarono verso di me, e sentii il fruscio di innumerevoli colletti e vidi un’infinità d’occhi senza incontrare un solo sguardo amico. La donna mi era sfrecciata accanto, e ora sussurrava in un orecchio del principe, scuotendo spesso il capo e agitando le mani. Da parte mia, spinsi il petto in fuori e mi arricciai i baffi, guardandomi intorno con la mia consueta disinvoltura. Erano uomini, tutti uomini, professori del collegio, una spolverata dei loro allievi, soldati, gentiluomini, artigiani, tutti molto seri e silenziosi. In un angolo sedeva un gruppo di uomini in nero, con le giubbe da cavallo drappeggiate sulle spalle. Erano chini uno verso l’altro e parlavano tra sussurri, e a ogni movimento udivo il rumore delle sciabole e il tintinnare degli speroni.

“La lettera privata inviatami dall’imperatore mi comunica che è il marchese Château Saint-Arnaud a dover consegnare questi dispacci, disse il principe.

“Il marchese è stato assassinato in modo vergognoso”, risposi, e mentre parlavo da quelle persone si levò un certo mormorio. Molte teste, notai, si erano girate verso gli uomini col mantello scuro.

“Dove sono i vostri documenti?”, domandò il principe.

“Non ne ho”.

Subito intorno a me si levò un acceso clamore. “È una spia! Sta fingendo!”, gridarono. “Impiccatelo!”, ruggì una voce profonda da un angolo, e altre dieci echeggiarono il suo urlo. Da parte mia, tirai fuori il fazzoletto e pulii la polvere dal mio mantello. Il principe levò una mano, e il tumulto lentamente si spense.

“Dove sono, dunque, le vostre credenziali, e qual è il messaggio?”.

“La mia uniforme è la credenziale, e il messaggio è inteso solo per le vostre orecchie”.

Egli si passò una mano sulla fronte, il gesto di un uomo esausto che non sa bene cosa fare. La principessa gli si fece accanto con una mano sul trono, e di nuovo gli bisbigliò a un orecchio.

“Stiamo tenendo consiglio qui, io e alcuni dei miei sudditi fidati”, disse il principe. “Non ho segreti per loro, e quale che sia il messaggio che l’imperare possa avermi inviato in un momento del genere, interessa a loro non meno che a me”.

Ci fu un sommesso applauso, e tutti gli occhi si volsero di nuovo su di me. Parola d’onore, era una scomoda posizione quella in cui mi trovavo, giacché una cosa è rivolgersi a ottocento ussari e un’altra parlare a un pubblico come quello di un tale argomento. Ma fissai lo sguardo sul principe, e provai a dirgli ciò che gli avrei detto se fossimo stati soli, urlando, anche, come se davanti a me avessi il mio reggimento pronto per la rassegna.

“Avete spesso manifestato amicizia per l’imperatore”, esclamai.

“E ora al fine questa vostra amicizia viene messa alla prova. Se vi mostrerete saldo e fermo, egli vi ricompenserà come solo lui può ricompensare. Può facilmente mutare un principe in re, e una provincia in una potenza. I suoi occhi sono fissi su di voi, e sebbene possiate fare ben poco per nuocergli, egli vi può distruggere. In questo momento sta attraversando il Reno con duecentomila uomini. Ogni fortezza del paese è nelle sue mani. Sarà qui entro la settimana, e se l’avrete tradito Dio aiuti voi e la vostra gente. Credete che sia più debole perché alcuni di noi hanno avuto qualche gelone lo scorso inverno. Guardate là!”, esclamai, indicando una grande stella che splendeva fuori dalla finestra. “Quello è l’astro dell’imperatore. Quando si spegnerà la stella, allora si spegnerà anche lui – ma non prima”.

Sareste stati fieri di me, miei amici, se aveste potuto vedermi e udirmi, giacché feci risuonare la sciabola mentre parlavo, e agitai il dolman come se il mio reggimento fosse di picchetto nel cortile. Mi ascoltarono in silenzio, ma il principe piegò la schiena sempre più, come se il fardello che vi gravava fosse troppo pesante per le sue forze. Si guardò intorno con occhi tirati.

“Abbiamo udito un francese parlare per la Francia”, disse.

“Che un tedesco parli per la Germania”.

I presenti si guardarono l’un l’altro, sussurrando tra loro. Il mio discorso, credo, aveva ottenuto il suo effetto, e nessuno desiderava essere il primo a esporsi allo sguardo dell’imperatore. La principessa si guardò intorno con occhi di brace, e la sua voce cristallina infranse il silenzio.

“Deve essere una donna a dare una risposta a questo francese?”, esclamò. “È possibile, dunque, che tra i cavalieri della notte di Lutzow non ci sia qualcuno in grado di usare la lingua come la sciabola?”.

Ecco ribaltarsi un tavolo con uno schianto, e un giovane balzò su una delle sedie. Aveva il volto dell’ispirato – pallido, animoso, con occhi sgranati da aquila e capelli aggrovigliati. La spada pendeva dritta al suo fianco e gli stivali da cavallo erano marroni per il fango.

“È Korner!”, gridò la gente. “È il giovane Korner, il poeta! Ah, ora canterà, canterà”.

E cantò! Fu delicato, dapprincipio, quando narrò della vecchia Germania, madre di nazioni, delle pianure calde e fertili, le grigie città e la fama degli eroi defunti. Ma poi, verso dopo verso, la voce risuonò come una chiamata alle armi. Parlava della Germania di adesso, la Germania colta alla sprovvista e soggiogata che però sarebbe risorta, spezzando le catene che tenevano le sue membra enormi. Perché avere cara la propria vita? Perché temere una morte gloriosa? La madre, la grande madre, li stava chiamando. Il suo sospiro era nel vento della notte. Chiedeva a gran voce che i suoi figli l’aiutassero. E loro, sarebbero accorsi? Sarebbero accorsi? Sarebbero accorsi?

Ah, quale formidabile canzone, il volto spiritato e la voce sonante! Dov’eravamo finiti io, la Francia e l’imperatore? Non gridarono, quelle persone, ulularono. Salirono su sedie e tavoli. Deliravano, piangevano, le lacrime rigavano i loro volti. Korner era balzato giù dalla sedia, e i suoi compagni gli stavano intorno con le sciabole levate in aria. Il pallido viso del principe era avvampato, ed egli si alzò dal trono.

“Colonnello Gerard – disse – avete udito la risposta che dovrete recare all’imperatore. Il dado è tratto, figli miei. Voi e il vostro principe dovrete resistere o perire insieme”.

Si inchinò per mostrare che tutto era stabilito, e con un grido i presenti si avviarono alla porta per diffondere le nuove in città. Da parte mia, avevo fatto tutto quello che un uomo valoroso potesse fare, così fu senza rammarico che mi lasciai trasportare da quel torrente. Perché trattenermi a palazzo? Avevo ottenuto la mia risposta e dovevo andare a riferirla tale quale era. Non desideravo rivedere Hof né le sue genti finché non vi fossi tornato a capo di un’avanguardia. Mi separai dalla folla, quindi, e mi avviai triste e silenzioso nella direzione in cui avevano condotto la mia giumenta.

Era buio giù alle stalle, e stavo scrutando all’intorno quando a un tratto due braccia mi bloccarono da dietro. Sentii le loro mani sui polsi e sul collo, e la fredda canna di una pistola sotto l’orecchio.

“Tieni la bocca chiusa, cane di un francese”, mi sussurrò con ferocia una voce. “L’abbiamo preso, capitano”.

“Avete la briglia?”.

“Eccola”.

“Fategliela passare sulla testa”.

Sentii la fredda voluta di cuoio stringermisi intorno al collo. Un mozzo di stalla con la sua lanterna era uscito allo scoperto e illuminava la scena. Vidi volti severi sbucare ovunque nella penombra, con i cappucci neri e i mantelli scuri dei cavalieri della notte.

“Cosa volete che ne facciamo di lui, capitano?”, esclamò una voce.

“Impiccatelo alle porte del palazzo”.

“Un ambasciatore?”.

“Un ambasciatore senza documenti”.

“E il principe?”.

“Orsù, non vedete che il principe sarà così costretto ad appoggiarci? Non avrà più speranza di ottenere perdono. Ora come ora, l’indomani potrebbe voltare gabbana come ha fatto in passato. Potrebbe rimangiarsi la parola, ma un ussaro morto è più di quanto possa spiegare”.

“No, no, von Strelitz, non possiamo farlo”, disse un’altra voce.

“Non possiamo? Vi farò vedere!”, ed ecco uno strattone alla briglia che quasi mi gettò a terra. Nello stesso istante, una spada baluginò nel buio e tagliò il cuoio a due pollici dal mio collo.

“In nome del cielo, Korner, questa è insubordinazione”, esclamò il capitano. “Tanto vale che vi impicchiate da solo”.

“Ho impugnato la spada come soldato, non come brigante”, disse il giovane poeta. “Il sangue può macchiarne la lama, ma mai il disonore. Compagni, ve ne starete immobili a guardar maltrattare questo gentiluomo francese?”.

Una decina di sciabole guizzarono fuori dai foderi, ed era evidente che i miei amici e i miei nemici erano in numero pari. Ma le voci rabbiose e lo scintillare dell’acciaio avevano attirato genti in corsa da ogni dove.

“La principessa!”, esclamarono. “Arriva la principessa!”.

E mentre quelli ancora parlavamo la vidi davanti a noi, il dolce viso incorniciato dall’oscurità. Avevo ogni motivo di odiarla, giacché mi aveva ingannato e imbrogliato, eppure rabbrividii allora e rabbrividisco ora al pensiero di averla tenuta tra le braccia, e di aver sentito nelle narici l’odore dei suoi capelli. Non so se ora giaccia sotto il suolo di Germania o se ancora vive, una donna dai capelli grigi nel suo castello di Hof, ma resterà per sempre, giovane e incantevole, nel cuore e la memoria di Etienne Gerard.

“Vergogna!”, esclamò, venendo di corsa da me per strapparmi il cappio dal collo con le sue stesse mani. “State combattendo per la causa di Dio, e vorreste cominciare con un atto così malvagio. Quest’uomo mi appartiene, e chi gli toccherà un capello ne risponderà a me”.

Furono tutti piuttosto lieti di strisciare nel buio per nascondersi da quegli occhi sprezzanti. Poi ella tornò a rivolgersi a me.

“Potete seguirmi, colonnello Gerard”, disse. “Vorrei scambiare due parole con voi”.

La seguii fino alla camera cui ero stato condotto all’inizio. La principessa chiuse la porta, e poi mi guardò con la più maliziosa delle luci negli occhi.

“Non è forse segno di fiducia da parte mia che mi confidi con voi?”, chiese. “Ricordate che davanti a voi avete la principessa di Saxe-Felstein, e non la povera contessa Palotta di Polonia”.

“Quale che sia il nome – risposi – ho aiutato una gentildonna che credevo in difficoltà, e poi come ricompensa mi sono visto derubato dei miei documenti e quasi anche del mio onore”.

“Colonnello Gerard – disse lei – abbiamo giocato una partita, voi e io, e la posta era assai alta. Consegnando un messaggio che non fu neppure affidato a voi, avete mostrato che non vi fermerete davanti a nulla pur di sostenere la causa del vostro paese. Il mio cuore è tedesco come il vostro è francese, e anch’io sono pronta a tutto, anche al furto e l’inganno, se in questo momento di crisi posso aiutare la mia sofferente madrepatria. Vedete quanto sono sincera”.

“Non mi di state dicendo nulla che già non avessi capito”.

“Ma ora che la partita è stata giocata e vinta, perché serbare rancore? Vi dirò una cosa, che se mai dovessi essere in condizioni gravi quali quelle che ho inscenato alla locanda di Lobenstein, non potrei desiderare di incontrare protettore più valoroso o gentiluomo più leale del colonnello Etienne Gerard. Non avrei mai immaginato di poter provare per un francese quel che ho provato per voi quando vi ho soffiato quei documenti dal petto”.

“Ma li avete ciò nondimeno presi”.

“Erano necessari per me e la Germania. Sapevo degli argomenti che contenevano e l’effetto che avrebbero avuto sul principe. Se gli fossero arrivati, allora sarebbe andato tutto perduto”.

“Perché vostra altezza ha dovuto abbassarsi a tali espedienti quando per compiere l’opera bastava una banda di questi briganti che volevano impiccarmi alle porte del vostro castello?”.

“Non sono briganti, ma il sangue più nobile di Germania”, esclamò lei con fervore. “Se vi hanno trattato rudemente, vogliate allora ricordare le offese che ogni tedesco, dalla regina di Prussia in giù, ha dovuto subire. Quanto al motivo per cui non vi ho fatto assalire lungo la strada, posso dire che avevo inviato squadre in ogni dove, e attendevo a Lobenstein la notizia del loro successo. Quando invece siete arrivato voi mi sono sentita disperata, giacché solo una debole donna vi separava da mio marito. Potete vedere le difficoltà in cui mi trovavo prima di risolvermi a usare l’arma del mio sesso”.

“Confesso che mi avete conquistato, vostra altezza, e non mi resta che lasciarvi in possesso del campo di battaglia”.

“Ma riporterete con voi i documenti”. Me li porse nel pronunciare quella frase. “Il principe ha ormai attraversato il Rubicone, e nulla potrà riportarlo indietro. Potete restituire queste carte all’imperatore e dirgli che abbiamo rifiutato di riceverle. Nessuno potrà accusarvi di aver smarrito i vostri dispacci. Addio, colonnello Gerard, e il meglio che posso augurarvi è che quando arriverete in Francia ci rimaniate. Tempo un anno non ci sarà più posto per i francesi da questa parte del Reno”.

E fu così che giocai contro la principessa di Saxe-Felstein con tutta la Germania come posta in palio, e persi la partita. Avevo molto a cui pensare quando condussi al passo la mia povera, stanca Violette lungo la via maestra che da Hof corre verso ovest. Ma tra tutti quei pensieri tornava sempre a me il volto bello e fiero della donna tedesca, e la voce del poeta soldato che aveva cantato in piedi su quella sedia. E compresi dunque che c’era qualcosa di formidabile in questa forte e paziente Germania – questa madre di nazioni – e capii che una terra come questa, così antica e così amata, mai sarebbe stata conquistata. E mentre cavalcavo vidi che stava spuntando l’alba, e la grande stella che avevo indicato dalla finestra del palazzo era fioca e sbiadita nel cielo a occidente.


(1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio da “Gli exploit e le avventure del brigadiere Gerard”, di Arthur Conan Doyle (Donzelli Editore, 2009). Riproduzione riservata

 


 

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