LETTURE
GLI EXPLOIT E LE AVVENTURE DEL BRIGADIERE GERARD
Un baldanzoso ufficiale di
cavalleria agli ordini di Napoleone è il vanesio
protagonista di una serie di storie comparse a puntate tra
il 1894 e il 1903. Mai tradotte finora in italiano ci
narrano dell’eroe più amato dalle donne che mai abbia
servito nelle file dell’esercito di Francia (1)
Arthur Conan Doyle
Sono
convinto che le storie di Sherlock Holmes
abbiano nuociuto
alla parte migliore della mia opera.
Ma giustizia
verrà!
A.C.D.
Come il brigadiere giocò per
un regno
Mi è talvolta venuto in mente che
alcuni di voi, dopo avermi sentito raccontare di queste mie
piccole avventure, potrebbero essersene andati con
l’impressione che fossi un vanesio. Non potrebbe esserci
errore più grave, giacché ho sempre notato che i soldati
migliori sono scevri da questa pecca. È vero che ho dovuto
dipingermi talvolta come uomo valoroso, talaltra come pieno
di risorse, sempre interessante; ma, d’altronde, era la
verità, e ho dovuto raccontarvi le cose per come si sono
svolte. Sarebbe un’indegna affettazione se fingessi che la
mia carriera è stata meno che brillante.
L’incidente di cui vi narrerò
stasera, tuttavia, è di quelli che come capirete solo un
uomo modesto potrebbe descrivere. Dopotutto, chi ha
conseguito una posizione pari alla mia, può permettersi di
parlare di ciò che un uomo qualsiasi sarebbe tentato di
celare. Dovete sapere, dunque, che dopo la campagna russa i
resti del nostro povero esercito erano acquartierati lungo
la sponda occidentale dell’Elba, dove potevano far
scongelare il sangue e tentare, con l’ausilio della buona
birra tedesca, di mettere un po’ di carne tra pelle e ossa.
C’erano cose che non potevamo
sperare di riprendere, giacché oserei dire che tre grossi
furgoni del commissariato non sarebbero stati sufficienti a
trasportare le dita di mani e piedi che l’esercito aveva
perso durante la ritirata. Eppure, scarni e storpi, avevamo
ciò nondimeno molto di cui essere grati quando pensavamo ai
nostri poveri commilitoni che ci eravamo lasciati indietro,
e ai campi innevati – gli orribili, orribili campi innevati.
Ancora oggi, miei amici, non sopporto di vedere il bianco e
il rosso insieme. Persino il mio stesso cappello rosso
gettato sul copriletto bianco mi ha fatto rivedere in sogno
quelle mostruose pianure, l’esercito vacillante e torturato,
e le chiazze cremisi che rilucevano sulla neve nella scia
dei soldati. Non riuscirete mai a farmi parlare di quelle
vicende, giacché il solo pensiero è sufficiente a mutare per
me il vino in aceto e il tabacco in paglia.
Del mezzo milione che aveva
attraversato l’Elba nell’autunno dell’anno ’12, erano
rimasti circa quarantamila fanti nella primavera del ’13. Ma
erano uomini formidabili, questi quarantamila: uomini di
ferro, che avevano mangiato cavalli e dormito nella neve; ed
erano anche pieni di rabbia e livore contro i russi.
Avrebbero tenuto l’Elba finché la grande armata di coscritti
che l’imperatore stava reclutando in Francia non fosse stata
pronta ad aiutarli per riattraversarlo.
Ma la cavalleria era in
condizioni deplorevoli. I miei ussari erano a Borna, e
quando li disposi per passarli in rassegna scoppiai in
lacrime per lo spettacolo. I miei uomini valorosi e i miei
bei cavalli – mi si spezzò il cuore a vedere in che stato
erano ridotti. “Ma coraggio – pensai – hanno perso molto, ma
hanno ancora il loro colonnello”.
Mi misi quindi all’opera per
rimediare alle loro disgrazie, e avevo già costruito due
buoni squadroni quando giunse l’ordine che tutti i
colonnelli di cavalleria dovevano riparare immediatamente ai
depositi dei reggimenti in Francia e organizzare reclute e
nuovi cavalli per la campagna imminente.
Senza dubbio penserete che fui
sopraffatto dalla gioia per questa occasione di fare
nuovamente visita a casa. Non negherò che fu per me un
piacere sapere che avrei rivisto mia madre, e c’erano due o
tre ragazze che si sarebbero rallegrate per la notizia; ma
altri nell’esercito avevano maggiormente diritto a una tale
opportunità.
Avrei voluto cedere il mio posto
a chi aveva moglie e figli che rischiava di non rivedere mai
più. Tuttavia, non ha senso discutere quando arriva il
documento azzurro con il piccolo sigillo rosso, così nel
volgere di un’ora mi avviai per il lungo viaggio dall’Elba
ai Vosgi. Alla fine, avrei vissuto un momento di quiete. La
guerra era dietro la coda della mia giumenta, la pace
davanti alle sue narici. Così pensai, mentre il suono delle
trombe si spegneva in lontananza e la lunga strada bianca si
stendeva sinuosa di fronte a me passando per pianure,
foreste e montagne, con la Francia da qualche parte di
là dall’azzurra foschia sospesa all’orizzonte.
È interessante, ma anche
faticoso, cavalcare nelle retrovie di un esercito. Nel tempo
del raccolto i nostri soldati potevano fare a meno di
provviste, giacché erano stati addestrati a prendere il
grano dai campi nei quali si trovavano a passare, e a
macinarlo da soli nei loro bivacchi. Era di conseguenza in
quel periodo dell’anno che eseguivamo le marce veloci che
furono meraviglia e disperazione dell’Europa. Ma ora gli
uomini affamati dovevano tornare uomini robusti, e io ero
continuamente costretto a trascinarmi nei fossati accanto
alla strada quando le pecore Coburg e i buoi bavaresi
sciamavano insieme ai carri carichi di birra di Berlino e
buon cognac francese. Talvolta, udivo anche il secco rullo
dei tamburi e l’acuto trillo dei pifferi, e le lunghe
colonne dei nostri cari, piccoli fanti mi correvano accanto
con spessi strati di polvere bianca sulle tuniche azzurre.
Erano vecchi soldati presi dalle guarnigioni delle nostre
fortezze tedesche, giacché solo a maggio i nuovi coscritti
avrebbero cominciato ad arrivare dalla Francia.
Orbene, ero piuttosto stufo di
questo eterno fermarmi e scartare, quindi non mi dispiacque,
giunto a Altenburg, di scoprire che la strada si divideva e
io potevo prendere la diramazione meridionale, più
tranquilla. C’erano pochi viandanti da lì a Greiz, e la
strada serpeggiava tra boschetti di querce e faggi che
protendevano i rami sul sentiero. Vi parrà strano che un
colonnello degli ussari potesse fermare più e più volte il
cavallo per ammirare la bellezza dei rami leggeri e delle
piccole foglie verdi appena germogliate, ma se aveste
trascorso sei mesi tra gli abeti della Russia allora
potreste capirmi. C’era qualcosa, tuttavia, che mi
affascinava assai meno della bella foresta, ed erano le
parole e gli sguardi delle persone che vivevano nei villaggi
boschivi. Eravamo stati sempre ottimi amici dei tedeschi, e
negli ultimi sei anni non era mai parso che questi ci
serbassero qualche rancore per esserci presi qualche libertà
con la loro terra. Avevamo mostrato gentilezza agli uomini e
ne avevamo ricevuta dalle donne, tanto che la buona,
accogliente Germania era una seconda patria per noi tutti.
Ma ora nel comportamento di quelle genti c’era qualcosa che
non riuscivo a comprendere. I viaggiatori non rispondevano
ai miei saluti; le guardie forestali voltavano il capo per
evitare di incontrare il mio sguardo; e nei villaggi le
persone formavano dei capannelli lungo la strada e mi
osservavano con fosco cipiglio mentre passavo. Persino le
donne, ed era per me una novità a quei giorni vedere negli
occhi di una donna qualcosa di diverso da un sorriso quando
si volgevano su di me.
Fu nel borgo di Schmolin, ad
appena dieci miglia da Altenburg, che la cosa si fece ancor
più marcata. Mi ero fermato alla piccola locanda solo per
bagnarmi i baffi e sciacquare la polvere dalla gola della
povera Violette. Ero solito elargire qualche lieve
complimento, o magari un bacio, alle cameriere che mi
servivano; ma questa non volle né gli uni né l’altro, e mi
scoccò invece un’occhiataccia che fu come l’affondo di una
baionetta. Poi quando levai il bicchiere verso le persone
che bevevano la loro birra accanto alla porta, queste mi
diedero le spalle, tranne un uomo, che esclamò: “Eccolo un
brindisi per voi, ragazzi! Alla lettera T!”. Al che tutti
svuotarono il boccale e risero; ma non era una risata
gioviale.
Stavo riflettendo sulla questione
e mi chiedevo quale significato potesse avere questa loro
condotta da villani, quando vidi, andando via dal villaggio,
una grande T incisa su un albero. Ne avevo già vista più
d’una nella cavalcata di quel mattino, ma non me n’ero dato
pensiero finché le parole del bevitore di birra non vi
avevano attribuito importanza. Caso volle che un individuo
d’aspetto rispettabile mi stesse passando accanto in quel
momento, così mi volsi a lui in cerca di informazioni.
“Potete spiegarmi, signore –
dissi – cos’è questa lettera T?”.
Egli guardò l’incisione
nell’albero e poi di nuovo me nella più singolare delle
maniere. “Caro giovane – disse – non è la lettera N”. Poi,
prima che potessi chiedere ancora, batté con gli speroni sui
fianchi del cavallo e andò via, ventre a terra, per la sua
strada.
Sulle prime le sue parole non
evocarono nessun significato particolare alla mia mente, ma
mentre avanzavamo al trotto Violette voltò per caso la testa
altezzosa, e il bagliore della N d’ottone alla fine della
briglia catturò il mio sguardo. Era il marchio
dell’imperatore. E queste T significavano qualcosa a esso
opposto. Era accaduto qualcosa in Germania, quindi, durante
la nostra assenza, e il gigante addormentato aveva
cominciato a destarsi. Pensai alle espressioni ribelli che
avevo visto su quei volti, e sentii che se solo avessi
potuto guardare nel cuore di quelle persone, avrei avuto
strane notizie da riportare in Francia con me. E ciò mi rese
ancor più ansioso di ottenere i miei nuovi cavalli e di
vedere dieci forti squadroni di nuovo dietro ai miei
tamburi.
Mentre per la testa mi passavano
tali pensieri, avanzavo alternando il passo al trotto, come
si conviene a chi abbia un lungo viaggio davanti a sé e un
cavallo obbediente sotto. In quella zona i boschi erano
molto radi, e accanto alla strada c’era una grossa catasta
di fascine. Quando vi passai accanto ne udii provenire un
suono brusco e, guardandomi intorno, vidi un volto che mi
fissava – un volto accaldato, rosso, come di un uomo che è
fuori di sé per l’agitazione e il nervosismo. Una seconda
occhiata mi rivelò che era proprio la persona con la quale
avevo parlato al villaggio un’ora addietro.
“Venite più vicino!”, sibilò.
“Ancor più vicino! Ora, smontate di sella e fingete di
riparare il cuoio della staffa. Forse ci sono delle spie che
ci osservano, e se vedono che vi presto aiuto per me sarà la
fine”.
“La fine!”, sussurrai. “Per mano
di chi?”.
“Della Tugenbund. Dei cavalieri
della notte di Lutzow. Voi francesi siete sopra una
polveriera, e il fiammifero che la farà saltare è già stato
acceso”.
“Ma tutto questo mi suona
strano”, dissi, ancora armeggiando con i finimenti del mio
cavallo. “Cos’è questa Tugenbund?”.
“È la società segreta che ha
architettato la grande rivolta che dovrà cacciarvi via dalla
Germania, proprio come siete stati cacciati via dalla
Russia”.
“Ed è questo dunque il
significato delle T?”.
“Sono il loro simbolo. Avrei
dovuto spiegarvi tutto al villaggio, ma non osavo farmi
vedere mentre parlavo con voi. Ho galoppato attraverso il
bosco per precedervi, e mi sono nascosto insieme al mio
cavallo”.
“Ho un grande debito con voi –
dissi – ancor più poiché siete l’unico tedesco incontrato
oggi che mi abbia trattato con un minimo di civiltà”.
“Tutto ciò che possiedo l’ho
guadagnato facendo affari con le armate francesi”, mi
rispose. “Il vostro imperatore è stato per me un buon amico.
Ma vi supplico di andar via adesso, giacché abbiamo parlato
abbastanza a lungo. State attento ai cavalieri della notte
di Lutzow!”:
“Banditti?”, chiesi.
“I migliori di tutta la Germania”, disse lui. “Ma,
in nome di Dio, andate via, giacché ho rischiato la vita e
messo a repentaglio il mio buon nome pur di recarvi questo
avviso”
Orbene, se prima ero gravato dai
pensieri, potete immaginare come mi sentissi dopo questa
strana conversazione con l’uomo delle fascine. A colpirmi
ancor più delle sue parole era stata la voce rotta e
tremante, il volto contorto, gli occhi che guizzavano lesti
a dritta e a manca e si sgranavano pieni di orrore a ogni
scricchiolio di un ramoscello su un albero. Era evidente che
provava il più estremo dei terrori, ed è possibile che
quello che udii dopo averlo lasciato fosse uno sparo lontano
e un grido da qualche parte alle mie spalle. Forse era un
qualche cacciatore che chiamava i suoi cani, ma non sentii
né vidi mai più l’uomo che mi aveva avvertito.
Tenni gli occhi ben aperti dopo
quell’incontro, cavalcando di buona lena dove la via era
sgombra e più lentamente nei punti in cui potevano tendermi
un’imboscata. La situazione era grave, visto che davanti a
me si stendevano almeno cinquecento miglia di suolo tedesco;
ma in qualche modo non la presi troppo a cuore, giacché i
tedeschi mi erano sempre parsi un popolo gentile e
amichevole, le cui mani erano più pronte a chiudersi sul
cannello di una pipa che intorno all’elsa di una spada – non
per mancanza di valore, sia ben inteso, ma poiché sono anime
aperte e gioviali, che preferiscono andare d’accordo con il
prossimo. Non sapevo all’epoca che sotto quell’amabile
superficie si nasconde una malvagità feroce quanto quella di
castigliani e italiani, ma assai più persistente. E non ci
volle molto prima che avessi modo di capire che la faccenda
era ben più seria delle occhiatacce e le parole ostili. Ero
giunto dove la strada risale attraverso un tratto di incolta
brughiera e sparisce in un querceto. Ero all’incirca a metà
di quel declivio quando, guardando avanti, vidi qualcosa che
riluceva all’ombra degli alberi, e da lì venne fuori un uomo
che aveva addosso tanto di quell’oro da splendere come fuoco
alla luce del sole. Sembrava completamente ubriaco, giacché
oscillava e barcollava quando venne verso di me. Con una
mano levata verso l’orecchio stringeva un grosso fazzoletto
rosso che portava annodato al collo. Io avevo tirato le
redini della giumenta e lo osservavo con un certo disgusto,
giacché mi pareva bizzarro che un uomo con una uniforme
tanto splendida dovesse mostrarsi in un tale stato alla luce
del giorno. Da parte sua, egli guardò a lungo nella mia
direzione e venne lentamente avanti, fermandosi di tanto in
tanto a vacillare mentre mi lanciava una nuova occhiata. A
un tratto, quando io ripresi ad avanzare, egli urlò i propri
ringraziamenti a Cristo e, balzato in avanti, si abbatté con
uno schianto sulla strada polverosa. Nella caduta portò le
mani in avanti, e vidi che quello che avevo scambiato per un
panno rosso era una ferita mostruosa che gli aveva lasciato
un grande squarcio nel collo, dal quale penzolava sulla
spalla un grumo di sangue scuro a mo’ di spallina.
“Mio Dio!”, esclamai, e mi
lanciai in suo aiuto. “E io che vi credevo ubriaco!”.
“Non ubriaco, ma moribondo”, mi
disse. “Ma grazie al Cielo ho visto un ufficiale francese
mentre ancora ho la forza di parlare”.
Lo feci stendere tra l’erica e
gli versai un po’ di brandy in bocca. Tutto intorno a noi
c’era l’aperta campagna, verde e pacifica, senza esseri
viventi in vista tranne l’uomo mutilato che avevo accanto.
“Chi vi ha fatto questo? – chiesi
– e chi siete? Siete francese, eppure la vostra uniforme mi
è ignota”.
“È quella della nuova guardia
d’onore dell’imperatore. Sono il marchese di Château
Saint-Arnaud, il nono della mia stirpe che muore al servizio
della Francia. Sono stato inseguito e ferito dai cavalieri
della notte di Lutzow, ma mi sono nascosto tra quei cespugli
laggiù e ho aspettato nella speranza che passasse un
francese. Sulle prime non ero sicuro che foste amico o
nemico, ma ho sentito la morte sempre più vicina e ho dovuto
correre il rischio”.
“Fatevi forza, compagno – dissi –
ho visto uomini con ferite peggiori vivere abbastanza da
potersene vantare”.
“No, no”, sussurrò lui. “Me ne
sto andando”. Poggiò una mano sulla mia mentre parlava, e
vidi che le dita erano già bluastre.
“Ma ho dei documenti nella tunica
che dovete portare subito al principe di Saxe-Felstein, nel
suo castello di Hof. Egli ci è ancora fedele, ma la
principessa è nostra nemica mortale. Sta facendo di tutto
per spingerlo a dichiararsi contro di noi. Se ciò accade,
tutti quelli che ancora tentennano lo seguiranno, giacché il
re di Prussia gli è zio e il re di Baviera cugino. Queste
carte lo terranno legato a noi se solo potranno giungergli
prima che muova l’ultimo passo. Mettetele nelle sue mani
entro stanotte, e forse avrete salvato tutta
la Germania
per l’imperatore. Se non avessero sparato al mio cavallo,
nonostante le ferite avrei…”, tossì, e la sua fredda mano si
strinse sulla mia rendendola parimenti esangue. Poi, con un
gemito, gettò la testa all’indietro, e fu questa la sua
fine.
Ecco un bell’inizio per il mio
viaggio di ritorno a casa. Ero rimasto con una commissione
da svolgere della quale capivo ben poco e che mi avrebbe
portato a rimandare la cura dei pressanti bisogni dei miei
ussari, e che al contempo era di una tale importanza da
rendere impossibile un mio rifiuto. Aprii la tunica del
marchese, la cui eleganza era stata pensata dall’imperatore
come metodo per attrarre quei giovani aristocratici coi
quali sperava di formare i nuovi reggimenti della sua
guardia. Quello che ne estrassi era un piccolo involto di
documenti, legato con la seta e indirizzato al principe di
Saxe-Felstein. In un angolo, con una grafia larga e
disordinata nella quale riconobbi quella dell’imperatore,
c’era scritto: “Urgente e di massima importanza”. Quelle
cinque parole furono per me un ordine – un ordine chiaro
come se fosse uscito dritto da quelle labbra ferme mentre i
freddi occhi grigi guardavano dritto nei miei. I miei
soldati avrebbero dovuto aspettare per i cavalli, il
marchese morto poteva giacere lì dove l’avevo steso tra i
brughi, ma finché alla giumenta e al suo cavaliere fosse
rimasto fiato per respirare, i documenti sarebbero arrivati
al principe entro quella sera.
Non avrei avuto timore a seguire
la strada che passava nel bosco, giacché ho appreso in
Spagna che il momento più sicuro per attraversare un paese
in guerriglia è dopo un fatto di sangue, e che il momento di
maggior pericolo è quello in cui ovunque regna la pace.
Quando finii per guardare la mia mappa, tuttavia, vidi che
Hof era a sud e che l’avrei raggiunto prima restando nella
brughiera. Partii, dunque, e non avevo percorso neppure
cinquanta iarde che due carabine spararono dai cespugli e
una pallottola mi ronzò accanto come un’ape. Era evidente
che i cavalieri della notte erano più audaci dei briganti
spagnoli, e che la mia missione sarebbe finita prima di
cominciare se avessi scelto di seguire la strada. Fu una
folle cavalcata – una cavalcata a briglia sciolta, con
l’erica e il ginestrone alti fino al sottopancia della mia
giumenta, e tuffi tra i cespugli, corse in discesa lungo i
fianchi delle colline, e la mia vita alla mercé della cara,
piccola Violette. Ma ella… mai scivolò, mai tentennò, rapida
e sicura come se sapesse che il suo cavaliere recava sotto i
bottoni del mantello i destini di tutta la Germania.
E io… mi ero da tempo guadagnato
la nomea di miglior cavaliere di tutte e sei le brigate di
cavalleggeri, ma mai ho cavalcato come cavalcai allora. Il
mio amico baronetto mi parlò di come danno la caccia alla
volpe in Inghilterra, ma quel giorno avrei catturato anche
la più veloce delle volpi. I piccioni che volavano su in
cielo non seguivano un percorso più dritto di quello
tracciato da me e Violette sotto di loro. In quanto
ufficiale, sono sempre stato pronto a sacrificarmi per i
miei uomini, anche se l’imperatore non mi avrebbe certo
ringraziato in tal caso, giacché egli aveva tanti uomini ma
solo un… orbene, i condottieri di cavalleria di classe
suprema sono cosa rara.
Ma ecco che avevo con me un
oggetto invero degno di un sacrificio, e non mi importava
della mia vita più che delle zolle di terreno che volavano
dagli zoccoli della mia bella.
Tornammo sulla strada quando la
luce cominciò a calare, ed entrammo al galoppo nel piccolo
villaggio di Lobenstein. Ma eravamo appena arrivati
all’acciottolato che ecco volar via uno zoccolo della
giumenta, e dovetti così portarla dal maniscalco del posto.
Il fuoco nella fucina era basso,
il lavoro della giornata già terminato, così sarebbe passata
almeno un’ora prima che potessi sperare di rimettermi in
viaggio per Hof. Imprecando contro il ritardo, andai alla
taverna del villaggio e ordinai per la mia cena pollo freddo
e un po’ di vino. Non mancava che qualche miglio a Hof, e
nutrivo ogni fiducia di consegnare le carte al principe per
quella stessa notte ed essere in viaggio per
la Francia
al mattino con in seno dei dispacci per l’imperatore. Ora vi
dirò cosa mi accadde nella taverna di Lobenstein.
Il pollo era stato servito e il
vino versato, e io mi ero gettato su entrambi come può un
uomo che abbia cavalcato come io cavalcai, quando mi accorsi
di un mormorio e un rumore di baruffa fuori dalla mia porta.
Sulle prime pensai fosse una rissa d’ubriachi tra gli
abitanti del posto, e li lasciai a sistemare da soli i
propri affari. Ma a un tratto ecco prorompere dal basso e
cupo ringhiare delle voci uno di quei suoni che farebbe
balzare Etienne Gerard anche dal letto di morte. Era il
pianto di dolore di una donna. Forchetta e coltello
tintinnarono contro il tavolo, e in un istante fui tra la
folla che si era raccolta fuori dalla mia porta.
Il locandiere col suo volto
pesante era lì, e con lui la moglie dai capelli chiarissimi
e due uomini delle stalle, una cameriera e altri due o tre
del posto. Tutti, uomini e donne, erano paonazzi e furenti,
mentre lì in mezzo a loro, pallida in viso e con le lacrime
agli occhi, c’era la donna più incantevole su cui mai
soldato desiderò di posare lo sguardo. Con il capo regale
ben dritto, e una nota di sfida mista alla sua paura,
pareva, mentre si guardava intorno, una creatura di una
razza diversa da quella della marmaglia vile e dai rozzi
lineamenti che la circondava. Non avevo mosso due passi
dalla porta che già lei mi balzò incontro, poggiandomi una
mano su un braccio mentre gli occhi azzurri rilucevano di
gioia e tripudio.
“Un soldato e gentiluomo
francese!”, esclamò. “Ora infine sono salva”.
“Sì, madame, siete salva”, dissi,
e non potei resistere dal prenderle la mano così da poterla
rassicurare. “Non avete che da darmi i vostri ordini”,
aggiunsi, baciandole lamano perché capisse che facevo sul
serio.
“Sono polacca”, esclamò lei.
“Sono la contessa Palotta. Mi maltrattano perché adoro i
francesi. Non so cosa mi avrebbero fatto se il Cielo non vi
avesse mandato in mio soccorso”.
Le baciai ancora la mano affinché
non dubitasse delle mie intenzioni. Poi mi volsi alla folla
con una certa espressione che sono in grado di assumere. In
un istante, il corridoio fu deserto.
“Contessa – dissi – ora siete
sotto la mia protezione. Siete debole, e vi necessita un
bicchiere di vino per riprendervi”. Le porsi il braccio e la
accompagnai nella mia stanza, dove ella sedette al tavolo
accanto a me e prese il ristoro che le offrii. Come sbocciò
al mio cospetto, questa donna: un fiore alla luce del sole!
Illuminò la stanza con la sua bellezza. Dovette scorgere nel
mio sguardo l’ammirazione che le portavo, e mi parve di
poter notare qualcosa di simile nel suo. Ah!, miei amici, il
mio aspetto non era di certo ordinario quando avevo
trent’anni. In tutta la cavalleria leggera sarebbe stato
difficile trovare un paio di baffi più belli. Forse quelli
di Murat erano appena un po’ più lunghi, ma i migliori
giudici erano d’accordo nel dire che quelli di Murat erano
appena un po’ troppo lunghi. E poi avevo le mie maniere.
Alcune donne bisogna accostarle in un modo, e altre in un
altro modo, proprio come un assedio è faccenda di gabbioni e
fascine per le fortificazioni col maltempo e di trincee col
clima più mite. Ma l’uomo capace di mescolare audacia e
timidezza, capace di essere oltraggioso con un’aria d’umiltà
e presuntuoso con toni di deferenza, questo è l’uomo che le
madri devono temere. Quanto a me, sentivo di essere il
guardiano di questa solitaria gentildonna, e sapendo con
quale uomo pericoloso avessi a che fare tenni un’attenta
guardia su me stesso. Eppure, persino un guardiano ha i suoi
privilegi, e io non trascurai di coglierli.
Ma la sua favella era
affascinante quanto il viso. In poche parole mi spiegò che
era in viaggio per la Polonia, e che il fratello
che le faceva da scorta si era ammalato lungo la via. In più
di una occasione si era scontrata con i maltrattamenti della
gente di campagna poiché non era capace di nascondere la
propria predilezione per i francesi. Poi, distogliendosi dai
propri affari, mi chiese dell’esercito, e da lì passò a
chiedermi di me e delle mie imprese. Le erano note, come
disse, giacché conosceva diversi ufficiali di Poniatowski, e
questi le avevano narrato le mie gesta. Eppure sarebbe stata
lieta di sentirle dalle mie labbra. Mai ho intrattenuto
conversazione tanto deliziosa. Quasi tutte le donne
commettono l’errore di parlare troppo dei propri affari, ma
questa ascoltò le mie storie proprio come le ascoltate voi
adesso, continuando a chiederne altre e altre ancora. Le ore
scivolarono rapidamente via, e fu con terrore che sentii
l’orologio del villaggio che batteva le undici, e appresi
così che per quattro ore avevo dimenticato gli affari
dell’imperatore.
“Perdonatemi, mia cara
gentildonna – esclamai scattando in piedi –, ma devo
proseguire all’istante per Hof”.
Si alzò anch’ella, e mi guardò
con un’espressione astiosa sul pallido volto. “E io?”,
disse. “Che ne sarà di me?”.
“Si tratta degli interessi
dell’imperatore. Mi sono già trattenuto troppo a lungo. Il
dovere mi chiama, e devo andare”.
“Dovete andare? E io devo essere
abbandonata da sola tra questi selvaggi? Oh, perché mai vi
ho incontrato? Perché mai mi avete indotto a far affidamento
sulla vostra forza?”. Le si velarono gli occhi, e l’istante
dopo piangeva contro il mio petto.
Ecco un momento difficile per un
guardiano! Ecco un momento in cui doveva tener d’occhio un
giovane e insolente ufficiale. Ma mi comportai degnamente.
Le lisciai i folti capelli castani e le sussurrai
all’orecchio tutte le parole di consolazione che mi vennero
a mente, cingendola con un braccio, è vero, ma solo per
sorreggerla qualora fosse venuta meno. Lei alzò il volto
rigato di lacrime verso il mio.
“Acqua”, sussurrò. “In nome di
Dio, acqua!”.
Capii che tra un momento avrebbe
perso i sensi. Poggiai il capo ciondolante sul divano e poi
uscii di corsa dalla stanza, a caccia di una caraffa di
camera in camera. Passò qualche minuto prima che ne trovassi
una e potessi così tornare indietro. Potete immaginare i
miei sentimenti quando trovai la stanza vuota e la
gentildonna sparita.
Non era sparita solo lei, ma
anche il copricapo e il frustino da cavallo ornato d’argento
che aveva poggiato sul tavolo. Corsi fuori e chiesi a gran
voce del locandiere. Egli era all’oscuro di tutto, non aveva
mai visto prima quella donna e non gli sarebbe dispiaciuto
non rivederla mai più. Gli abitanti del villaggio sulla
porta della locanda avevano visto andar via una donna a
cavallo? No, non avevano visto nessuno. La cercai in ogni
dove, finché in ultimo mi trovai per caso davanti a uno
specchio, dove rimasi con gli occhi sgranati e la bocca
spalancata a tal punto da tendere la cinghia del colbacco.
Quattro bottoni del mantello
erano aperti, e non ebbi bisogno di infilare la mano per
sapere che i preziosi documenti non c’erano più. Oh, la
profonda astuzia che alberga nel cuore di una donna! Mi
aveva derubato, quell’essere, mi aveva derubato mentre se ne
stava aggrappata al mio petto. Mentre le lisciavo i capelli
e le mormoravo all’orecchio parole gentili, le sue mani
trafficavano sotto il dolman. E me ne stavo lì, quasi alla
fine del mio viaggio, senza la forza di portare avanti
questa missione che era già costata la vita a un buon uomo,
e avrebbe probabilmente privato un altro della sua
reputazione. Che avrebbe detto l’imperatore quando avesse
saputo che avevo perso i suoi dispacci? L’esercito ci
avrebbe creduto che Etienne Gerard aveva commesso un tale
errore? E quando avessero saputo che era stata una mano di
donna a sottrarmeli, le risate che sarebbero risuonate alle
tavole della mensa e ai fuochi da campo! Avrei potuto
rotolarmi a terra per la disperazione.
Ma una cosa era certa: tutta la
vicenda della zuffa nel corridoio e la persecuzione della
cosiddetta contessa era stata una messa in scena sin dal
principio. Quel farabutto di locandiere doveva aver preso
parte al complotto. Da lui potevo apprendere chi era la
donna e dov’erano finiti i miei documenti. Afferrai la
sciabola dal tavolo e corsi a cercarlo. Ma il farabutto
aveva immaginato cosa avrei fatto, ed era pronto ad
accogliermi. Lo trovai in un angolo del cortile, con un
archibugio tra le mani e un mastino tenuto al guinzaglio dal
figlio. Ai suoi fianchi c’erano i due mozzi di stalla,
armati di forcone, e dietro di lui la moglie reggeva una
grossa lanterna, come a voler guidare la sua mira.
“Andate via, signore, andate
via!”, gridò lui con voce gracchiante.
“Il vostro cavallo è pronto, e
nessuno vi intralcerà se ve ne andate per la vostra strada;
ma se vi mettete contro di noi, sarete da solo contro tre
uomini valorosi”.
C’era solo il cane di cui dovessi
aver paura, giacché archibugio e forconi tremolavano come
rami al vento. Eppure, riflettei che se anche fossi riuscito
a strappare una risposta puntando la spada alla gola di
quella grassa canaglia, non avrei comunque avuto modo di
sapere se tale risposta fosse sincera. Sarebbe stata una
lotta, dunque, con molto da perdere e nulla di certo da
guadagnare. Li guardai di conseguenza dall’alto in basso, in
una maniera che fece tremolare più forte che mai quelle loro
stupide armi, e poi, balzato in sella alla mia giumenta,
andai via al galoppo con l’acuta risata della locandiera che
mi strideva nelle orecchie.
Avevo già preso una decisione.
Sebbene avessi perso i documenti, potevo tentare di
indovinare con buona approssimazione quale fosse il loro
contenuto, e l’avrei riferito di persona al principe di
Saxe-Felstein, come se l’imperatore mi avesse ordinato di
agire proprio in questo modo. Era un tentativo audace e
pericoloso, e se mi fossi spinto troppo oltre rischiavo che
il mio stratagemma venisse poi scoperto. Ma quello o niente,
e quando tutta la Germania era in ballo, non
potevamo perdere la partita se il coraggio di un uomo poteva
salvarla.
Era mezzanotte quando entrai a
Hof, tutte le finestre erano illuminate, il che in quel
paese sopito permetteva di comprendere il fermento delle
emozioni degli abitanti. Quando attraversai le vie
affollate, si levarono urli e risa di scherno, e a un certo
punto una pietra mi passò fischiando accanto alla testa, ma
io continuai per la mia strada, senza rallentare o
accelerare, finché non giunsi al palazzo.
Era illuminato dalle fondamenta
alle merlature, e le ombre scure che andavano e venivano in
quel giallo bagliore rivelavano il tumulto che c’era
all’interno. Da parte mia, arrivato ai cancelli, consegnai
la giumenta a un mozzo di stalla e, entrato che fui con
fiera andatura, domandai con la voce che avrebbe usato un
ambasciatore di vedere il principe immediatamente, per
affari che non era possibile rimandare.
Il corridoio era buio, ma
entrando percepii il ronzio di voci innumerevoli che si
ridussero al silenzio quando proclamai a gran voce la mia
missione. Stavano tenendo un’importante assemblea –
un’assemblea che, come mi diceva l’istinto, avrebbe deciso
proprio sulla faccenda di guerra e pace. Forse ero ancora in
tempo per far pendere la bilancia verso l’imperatore e
la Francia. Quanto
al maggiordomo, egli mi guardò cupamente, mi condusse in una
piccola anticamera e andò via. Tornò dopo un minuto per
dirmi che al momento il principe non poteva essere
disturbato, ma che la principessa avrebbe ascoltato il mio
messaggio.
La principessa! A che serviva
parlare con lei? Non mi avevano forse avvertito che era
tedesca nel cuore e nell’anima, e che era proprio lei a
voler indirizzare il marito e lo stato contro di noi?
“È il principe che devo vedere”,
dissi.
“No, è la principessa”, disse una
voce dalla porta, e una donna entrò lesta nella sala. “Von
Rosen, è meglio che restiate con noi. Ora, signore, cos’è
che avete da dire al principe o alla principessa di
Saxe-Felstein?”.
Al primo suono di quella voce ero
balzato in piedi. Al primo sguardo tremai di rabbia. Non è
possibile incontrare due volte nella vita una figura così
nobile, una testa così regale, occhi azzurri come la Garonna e freddi come le
sue acque d’inverno.
“Il tempo stringe, signore”,
esclamò ella battendo spazientita il piede sul pavimento.
“Cosa avete da dirmi?”.
“Cosa ho da dirvi?”, esclamai io.
“Che posso dire, se non che mi avete insegnato a non fidarmi
mai più di una donna? Mi avete rovinato e disonorato per
sempre”.
Lei guardò il suo domestico.
“Sono i deliri di una febbre, o
la causa è meno innocente?”, disse.
“Magari con un salasso…”.
“Ah, siete brava a recitare!”,
esclamai. “Me l’avete già dimostrato”.
“Intendete dire che ci siamo
incontrati prima d’ora?”.
“Intendo dire che mi avete
derubato meno di due ore fa”.
“Questo non è tollerabile”, fece
lei, fingendosi adirata con rimarchevole abilità.
“Sostenete, mi par di capire, di essere un ambasciatore, ma
ci sono dei limiti ai privilegi che tale carica porta con
sé”.
“Avete un’ammirevole faccia
tosta”, dissi. “Vostra altezza non mi ingannerà due volte
nella stessa sera”. Scattai in avanti e, chinatomi verso il
basso, presi il bordo del suo vestito. “Avreste dovuto
cambiarvi d’abito dopo una cavalcata così lunga e veloce”,
dissi.
Fu come guardare l’alba che sorge
su un picco innevato quando le sue guance d’avorio
avvamparono improvvisamente di cremisi.
“Insolente!”, esclamò. “Chiamate
le guardie forestali e che sia gettato fuori dal palazzo!”.
“Prima devo vedere il principe”.
“Il principe non lo vedrete mai.
Ah! Tenetelo, von Rosen, tenetelo!”.
Aveva dimenticato con quale uomo
aveva a che fare – era verosimile che aspettassi di veder
arrivare le loro canaglie? Aveva mostrato le sue carte
troppo in fretta. Il suo gioco era di mettersi tra me e suo
marito. Il mio di parlare faccia a faccia con lui a ogni
costo. Uno scatto mi portò fuori dalla sala. Un altro e
attraversai il corridoio. Un istante dopo già entravo nella
grande stanza da dove veniva il mormorio dell’assemblea. Giù
in fondo vidi una figura su un alto seggio sotto un palco.
Più in basso c’era una linea di alti dignitari, e poi su
ogni lato vidi le teste indistinte di una grande folla. Mi
portai con fierezza al centro della stanza, la sciabola che
sferragliava, lo sciaccò sotto un braccio.
“Sono il messaggero
dell’imperatore”, urlai. “Reco il suo messaggio a sua
altezza il principe di Saxe-Felstein”.
L’uomo sotto il palco sollevò il
capo, e vidi che il volto era smunto ed esausto e la schiena
ricurva come se sulle spalle gravasse un enorme fardello.
“Il vostro nome, signore?”, mi
chiese.
“Colonnello Etienne Gerard, del
terzo reggimento degli ussari”.
Le facce di tutte le persone lì
raccolte si girarono verso di me, e sentii il fruscio di
innumerevoli colletti e vidi un’infinità d’occhi senza
incontrare un solo sguardo amico. La donna mi era sfrecciata
accanto, e ora sussurrava in un orecchio del principe,
scuotendo spesso il capo e agitando le mani. Da parte mia,
spinsi il petto in fuori e mi arricciai i baffi, guardandomi
intorno con la mia consueta disinvoltura. Erano uomini,
tutti uomini, professori del collegio, una spolverata dei
loro allievi, soldati, gentiluomini, artigiani, tutti molto
seri e silenziosi. In un angolo sedeva un gruppo di uomini
in nero, con le giubbe da cavallo drappeggiate sulle spalle.
Erano chini uno verso l’altro e parlavano tra sussurri, e a
ogni movimento udivo il rumore delle sciabole e il
tintinnare degli speroni.
“La lettera privata inviatami
dall’imperatore mi comunica che è il marchese Château
Saint-Arnaud a dover consegnare questi dispacci, disse il
principe.
“Il marchese è stato assassinato
in modo vergognoso”, risposi, e mentre parlavo da quelle
persone si levò un certo mormorio. Molte teste, notai, si
erano girate verso gli uomini col mantello scuro.
“Dove sono i vostri documenti?”,
domandò il principe.
“Non ne ho”.
Subito intorno a me si levò un
acceso clamore. “È una spia! Sta fingendo!”, gridarono.
“Impiccatelo!”, ruggì una voce profonda da un angolo, e
altre dieci echeggiarono il suo urlo. Da parte mia, tirai
fuori il fazzoletto e pulii la polvere dal mio mantello. Il
principe levò una mano, e il tumulto lentamente si spense.
“Dove sono, dunque, le vostre
credenziali, e qual è il messaggio?”.
“La mia uniforme è la
credenziale, e il messaggio è inteso solo per le vostre
orecchie”.
Egli si passò una mano sulla
fronte, il gesto di un uomo esausto che non sa bene cosa
fare. La principessa gli si fece accanto con una mano sul
trono, e di nuovo gli bisbigliò a un orecchio.
“Stiamo tenendo consiglio qui, io
e alcuni dei miei sudditi fidati”, disse il principe. “Non
ho segreti per loro, e quale che sia il messaggio che
l’imperare possa avermi inviato in un momento del genere,
interessa a loro non meno che a me”.
Ci fu un sommesso applauso, e
tutti gli occhi si volsero di nuovo su di me. Parola
d’onore, era una scomoda posizione quella in cui mi trovavo,
giacché una cosa è rivolgersi a ottocento ussari e un’altra
parlare a un pubblico come quello di un tale argomento. Ma
fissai lo sguardo sul principe, e provai a dirgli ciò che
gli avrei detto se fossimo stati soli, urlando, anche, come
se davanti a me avessi il mio reggimento pronto per la
rassegna.
“Avete spesso manifestato
amicizia per l’imperatore”, esclamai.
“E ora al fine questa vostra
amicizia viene messa alla prova. Se vi mostrerete saldo e
fermo, egli vi ricompenserà come solo lui può ricompensare.
Può facilmente mutare un principe in re, e una provincia in
una potenza. I suoi occhi sono fissi su di voi, e sebbene
possiate fare ben poco per nuocergli, egli vi può
distruggere. In questo momento sta attraversando il Reno con
duecentomila uomini. Ogni fortezza del paese è nelle sue
mani. Sarà qui entro la settimana, e se l’avrete tradito Dio
aiuti voi e la vostra gente. Credete che sia più debole
perché alcuni di noi hanno avuto qualche gelone lo scorso
inverno. Guardate là!”, esclamai, indicando una grande
stella che splendeva fuori dalla finestra. “Quello è l’astro
dell’imperatore. Quando si spegnerà la stella, allora si
spegnerà anche lui – ma non prima”.
Sareste stati fieri di me, miei
amici, se aveste potuto vedermi e udirmi, giacché feci
risuonare la sciabola mentre parlavo, e agitai il dolman
come se il mio reggimento fosse di picchetto nel cortile. Mi
ascoltarono in silenzio, ma il principe piegò la schiena
sempre più, come se il fardello che vi gravava fosse troppo
pesante per le sue forze. Si guardò intorno con occhi
tirati.
“Abbiamo udito un francese
parlare per la Francia”, disse.
“Che un tedesco parli per la Germania”.
I presenti si guardarono l’un
l’altro, sussurrando tra loro. Il mio discorso, credo, aveva
ottenuto il suo effetto, e nessuno desiderava essere il
primo a esporsi allo sguardo dell’imperatore. La principessa
si guardò intorno con occhi di brace, e la sua voce
cristallina infranse il silenzio.
“Deve essere una donna a dare una
risposta a questo francese?”, esclamò. “È possibile, dunque,
che tra i cavalieri della notte di Lutzow non ci sia
qualcuno in grado di usare la lingua come la sciabola?”.
Ecco ribaltarsi un tavolo con uno
schianto, e un giovane balzò su una delle sedie. Aveva il
volto dell’ispirato – pallido, animoso, con occhi sgranati
da aquila e capelli aggrovigliati. La spada pendeva dritta
al suo fianco e gli stivali da cavallo erano marroni per il
fango.
“È Korner!”, gridò la gente. “È
il giovane Korner, il poeta! Ah, ora canterà, canterà”.
E cantò! Fu delicato,
dapprincipio, quando narrò della vecchia Germania, madre di
nazioni, delle pianure calde e fertili, le grigie città e la
fama degli eroi defunti. Ma poi, verso dopo verso, la voce
risuonò come una chiamata alle armi. Parlava della Germania
di adesso, la Germania colta alla
sprovvista e soggiogata che però sarebbe risorta, spezzando
le catene che tenevano le sue membra enormi. Perché avere
cara la propria vita? Perché temere una morte gloriosa? La
madre, la grande madre, li stava chiamando. Il suo sospiro
era nel vento della notte. Chiedeva a gran voce che i suoi
figli l’aiutassero. E loro, sarebbero accorsi? Sarebbero
accorsi? Sarebbero accorsi?
Ah, quale formidabile canzone, il
volto spiritato e la voce sonante! Dov’eravamo finiti io, la Francia e l’imperatore? Non gridarono, quelle
persone, ulularono. Salirono su sedie e tavoli. Deliravano,
piangevano, le lacrime rigavano i loro volti. Korner era
balzato giù dalla sedia, e i suoi compagni gli stavano
intorno con le sciabole levate in aria. Il pallido viso del
principe era avvampato, ed egli si alzò dal trono.
“Colonnello Gerard – disse –
avete udito la risposta che dovrete recare all’imperatore.
Il dado è tratto, figli miei. Voi e il vostro principe
dovrete resistere o perire insieme”.
Si inchinò per mostrare che tutto
era stabilito, e con un grido i presenti si avviarono alla
porta per diffondere le nuove in città. Da parte mia, avevo
fatto tutto quello che un uomo valoroso potesse fare, così
fu senza rammarico che mi lasciai trasportare da quel
torrente. Perché trattenermi a palazzo? Avevo ottenuto la
mia risposta e dovevo andare a riferirla tale quale era. Non
desideravo rivedere Hof né le sue genti finché non vi fossi
tornato a capo di un’avanguardia. Mi separai dalla folla,
quindi, e mi avviai triste e silenzioso nella direzione in
cui avevano condotto la mia giumenta.
Era buio giù alle stalle, e stavo
scrutando all’intorno quando a un tratto due braccia mi
bloccarono da dietro. Sentii le loro mani sui polsi e sul
collo, e la fredda canna di una pistola sotto l’orecchio.
“Tieni la bocca chiusa, cane di
un francese”, mi sussurrò con ferocia una voce. “L’abbiamo
preso, capitano”.
“Avete la briglia?”.
“Eccola”.
“Fategliela passare sulla testa”.
Sentii la fredda voluta di cuoio
stringermisi intorno al collo. Un mozzo di stalla con la sua
lanterna era uscito allo scoperto e illuminava la scena.
Vidi volti severi sbucare ovunque nella penombra, con i
cappucci neri e i mantelli scuri dei cavalieri della notte.
“Cosa volete che ne facciamo di
lui, capitano?”, esclamò una voce.
“Impiccatelo alle porte del
palazzo”.
“Un ambasciatore?”.
“Un ambasciatore senza
documenti”.
“E il principe?”.
“Orsù, non vedete che il principe
sarà così costretto ad appoggiarci? Non avrà più speranza di
ottenere perdono. Ora come ora, l’indomani potrebbe voltare
gabbana come ha fatto in passato. Potrebbe rimangiarsi la
parola, ma un ussaro morto è più di quanto possa spiegare”.
“No, no, von Strelitz, non
possiamo farlo”, disse un’altra voce.
“Non possiamo? Vi farò vedere!”,
ed ecco uno strattone alla briglia che quasi mi gettò a
terra. Nello stesso istante, una spada baluginò nel buio e
tagliò il cuoio a due pollici dal mio collo.
“In nome del cielo, Korner,
questa è insubordinazione”, esclamò il capitano. “Tanto vale
che vi impicchiate da solo”.
“Ho impugnato la spada come
soldato, non come brigante”, disse il giovane poeta. “Il
sangue può macchiarne la lama, ma mai il disonore. Compagni,
ve ne starete immobili a guardar maltrattare questo
gentiluomo francese?”.
Una decina di sciabole guizzarono
fuori dai foderi, ed era evidente che i miei amici e i miei
nemici erano in numero pari. Ma le voci rabbiose e lo
scintillare dell’acciaio avevano attirato genti in corsa da
ogni dove.
“La principessa!”, esclamarono.
“Arriva la principessa!”.
E mentre quelli ancora parlavamo
la vidi davanti a noi, il dolce viso incorniciato
dall’oscurità. Avevo ogni motivo di odiarla, giacché mi
aveva ingannato e imbrogliato, eppure rabbrividii allora e
rabbrividisco ora al pensiero di averla tenuta tra le
braccia, e di aver sentito nelle narici l’odore dei suoi
capelli. Non so se ora giaccia sotto il suolo di Germania o
se ancora vive, una donna dai capelli grigi nel suo castello
di Hof, ma resterà per sempre, giovane e incantevole, nel
cuore e la memoria di Etienne Gerard.
“Vergogna!”, esclamò, venendo di
corsa da me per strapparmi il cappio dal collo con le sue
stesse mani. “State combattendo per la causa di Dio, e
vorreste cominciare con un atto così malvagio. Quest’uomo mi
appartiene, e chi gli toccherà un capello ne risponderà a
me”.
Furono tutti piuttosto lieti di
strisciare nel buio per nascondersi da quegli occhi
sprezzanti. Poi ella tornò a rivolgersi a me.
“Potete seguirmi, colonnello
Gerard”, disse. “Vorrei scambiare due parole con voi”.
La seguii fino alla camera cui
ero stato condotto all’inizio. La principessa chiuse la
porta, e poi mi guardò con la più maliziosa delle luci negli
occhi.
“Non è forse segno di fiducia da
parte mia che mi confidi con voi?”, chiese. “Ricordate che
davanti a voi avete la principessa di Saxe-Felstein, e non
la povera contessa Palotta di Polonia”.
“Quale che sia il nome – risposi
– ho aiutato una gentildonna che credevo in difficoltà, e
poi come ricompensa mi sono visto derubato dei miei
documenti e quasi anche del mio onore”.
“Colonnello Gerard – disse lei –
abbiamo giocato una partita, voi e io, e la posta era assai
alta. Consegnando un messaggio che non fu neppure affidato a
voi, avete mostrato che non vi fermerete davanti a nulla pur
di sostenere la causa del vostro paese. Il mio cuore è
tedesco come il vostro è francese, e anch’io sono pronta a
tutto, anche al furto e l’inganno, se in questo momento di
crisi posso aiutare la mia sofferente madrepatria. Vedete
quanto sono sincera”.
“Non mi di state dicendo nulla
che già non avessi capito”.
“Ma ora che la partita è stata
giocata e vinta, perché serbare rancore? Vi dirò una cosa,
che se mai dovessi essere in condizioni gravi quali quelle
che ho inscenato alla locanda di Lobenstein, non potrei
desiderare di incontrare protettore più valoroso o
gentiluomo più leale del colonnello Etienne Gerard. Non
avrei mai immaginato di poter provare per un francese quel
che ho provato per voi quando vi ho soffiato quei documenti
dal petto”.
“Ma li avete ciò nondimeno
presi”.
“Erano necessari per me e la Germania. Sapevo
degli argomenti che contenevano e l’effetto che avrebbero
avuto sul principe. Se gli fossero arrivati, allora sarebbe
andato tutto perduto”.
“Perché vostra altezza ha dovuto
abbassarsi a tali espedienti quando per compiere l’opera
bastava una banda di questi briganti che volevano impiccarmi
alle porte del vostro castello?”.
“Non sono briganti, ma il sangue
più nobile di Germania”, esclamò lei con fervore. “Se vi
hanno trattato rudemente, vogliate allora ricordare le
offese che ogni tedesco, dalla regina di Prussia in giù, ha
dovuto subire. Quanto al motivo per cui non vi ho fatto
assalire lungo la strada, posso dire che avevo inviato
squadre in ogni dove, e attendevo a Lobenstein la notizia
del loro successo. Quando invece siete arrivato voi mi sono
sentita disperata, giacché solo una debole donna vi separava
da mio marito. Potete vedere le difficoltà in cui mi trovavo
prima di risolvermi a usare l’arma del mio sesso”.
“Confesso che mi avete
conquistato, vostra altezza, e non mi resta che lasciarvi in
possesso del campo di battaglia”.
“Ma riporterete con voi i
documenti”. Me li porse nel pronunciare quella frase. “Il
principe ha ormai attraversato il Rubicone, e nulla potrà
riportarlo indietro. Potete restituire queste carte
all’imperatore e dirgli che abbiamo rifiutato di riceverle.
Nessuno potrà accusarvi di aver smarrito i vostri dispacci.
Addio, colonnello Gerard, e il meglio che posso augurarvi è
che quando arriverete in Francia ci rimaniate. Tempo un anno
non ci sarà più posto per i francesi da questa parte del
Reno”.
E fu così che giocai contro la
principessa di Saxe-Felstein con tutta
la Germania come posta in palio, e persi la
partita. Avevo molto a cui pensare quando condussi al passo
la mia povera, stanca Violette lungo la via maestra che da
Hof corre verso ovest. Ma tra tutti quei pensieri tornava
sempre a me il volto bello e fiero della donna tedesca, e la
voce del poeta soldato che aveva cantato in piedi su quella
sedia. E compresi dunque che c’era qualcosa di formidabile
in questa forte e paziente Germania – questa madre di
nazioni – e capii che una terra come questa, così antica e
così amata, mai sarebbe stata conquistata. E mentre
cavalcavo vidi che stava spuntando l’alba, e la grande
stella che avevo indicato dalla finestra del palazzo era
fioca e sbiadita nel cielo a occidente.
(1) Pubblichiamo per gentile
concessione dell’editore uno stralcio da “Gli exploit e le
avventure del brigadiere Gerard”, di Arthur Conan Doyle
(Donzelli Editore, 2009). Riproduzione riservata
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