AMARCORD

PERTINI E CRAXI, I MIEI PRESIDENTI


Il primo ha reso la Presidenza della Repubblica un baluardo super partes, al quale ancora oggi gli italiani guardano con fiducia. Il secondo ha restituito al socialismo il ruolo di partito riformista e libertario


 

Antonio Ghirelli*

 

Era il giugno del 1978, mi trovavo a Fiuggi per “fare le acque”. Pertini era stato appena eletto Presidente della Repubblica e mi trovai ad ascoltare in televisione il suo discorso di insediamento. Un discorso straordinario, commovente. Fu grande: ebbe parole di elogio per il Presidente dimissionario Leone, che Berlinguer aveva invece distrutto. Ad un certo punto qualcuno mi comunica che c’è una telefonata per me da Roma. All’altro capo del telefono c’è Antonio Maccanico che mi dice: “Domani mattina potresti venire al Quirinale?”. Gli rispondo: “No, vengo stasera”.

Molto differente il rapporto ed il mio approccio con Bettino Craxi. Era il 1981, ero dal dentista e qualcuno mi chiamò per chiedermi se potevo dare una mano a Palazzo Chigi. Ciò che più mi impressionò di questo giovane socialdemocratico fu l’assoluta coerenza che applicava a tutto il suo operato. Colpito dalle parole di Martelli che parlò, per primo, di “effetto Craxi”, nel momento in cui decisi di scrivere un libro su Craxi non trovai espressione migliore per descriverlo.

E quando gli chiesi di rispondere alle 50 domande che gli avrei mandato, mi rispose: “Non risponderò mai alle tue 50 domande, ma ti scriverò una ventina di cartelle”. Aveva un meraviglioso, pessimo carattere (1).

Sandro Pertini

 

Cominciamo dalla fine. 31 maggio 1980, ore 10.27. L’Ansa dirama la seguente notizia: “La Segreteria generale della presidenza della Repubblica ha reso noto che Antonio Ghirelli, capo ufficio stampa del Quirinale, è stato “sollevato dall’incarico”. Le ultime tre parole, chissà perché, sono messe tra virgolette dall’agenzia.

Il comunicato è stato compilato dal Segretario generale della Presidenza, Antonio Maccanico, mio fraterno amico, e letto ai giornalisti nei giardini del Palazzetto Albéniz dal funzionario Bruno Agrò, il mio più stretto collaboratore. Pochi istanti dopo, i giornalisti al seguito del Presidente gli consegnano una lettera che hanno preparato la sera prima, quando si è profilato l’epilogo imprevedibile della mia avventura con Pertini:

“Caro Presidente” dice la lettera “ci permetta, a nome anche degli altri colleghi che abitualmente La seguono nei suoi viaggi all’estero, di rivolgerle una sincera preghiera: riconsideri la decisione di sollevare dall’incarico il nostro collega Antonio Ghirelli. Lei è stato per tanti anni giornalista e conosce i rischi che questo mestiere comporta. Noi siamo convinti della buona fede di Antonio Ghirelli, che le è stato in questi anni tanto vicino e ci ha aiutato a conoscere la sua personalità che tanto ci è cara. Ci creda, signor Presidente, siamo profondamente addolorati per ciò che è accaduto”.

Seguono le firme di Pio Mastrobuoni (Ansa), Antonio Savignano (Roma), Claudio Angelini (Rai-Tv), Mario Stanganelli (AdnKronos), Mario Novelli (Agenzia Italia), Aldo Rizzo (Stampa), Costanzo Costantini (Messaggero), Renzo Rosati (Occhio), Pietro Jozzelli (Secolo XIX), Piero Accolti (Il Tempo), Paolo Bugialli (Corriere della Sera), Mario Cervi (Il Giornale Nuovo). Manca la firma di Marcello Gilmozzi, direttore responsabile de “Il Popolo”, che secondo le mie informazioni in quel momento era già all’aeroporto.

Il viaggio in Spagna, che pure ha segnato un altro successo di Pertini dopo quelli riportati nella Repubblica federale di Germania, in Jugoslavia ed in Algeria, per non parlare dei trionfi accumulati in ogni regione italiana, era stato turbato sin dal principio da una serie di contrattempi. La presentazione dell’avvenimento era andata benissimo, anche perché il Presidente aveva concesso due interviste alla Radio-televisione di Madrid e all’Efe, l’agenzia di Stato, con notazioni molto simpatiche ed estremamente lusinghiere per gli spagnoli e soprattutto per le spagnole, alla cui bellezza Pertini aveva prodigato i più cavallereschi complimenti.

Ai politici locali era piaciuta la vigorosa schiettezza con cui l’ospite aveva impostato il problema dell’ingresso della Spagna nella Cee come una condizione naturale e necessaria per l’unità europea e per i rapporti con i paesi arabi e l’America latina. Al pubblico spagnolo era riuscito particolarmente toccante lo spettacolo del vecchio Presidente che bacia la bandiera rosso-gialla appena sbarcato all’aeroporto dalla capitale e si avvia all’uscita sotto braccio al giovane Re. Pure apprezzata la corsa di Pertini, addirittura prima di andare a colazione dai Sovrani alla Zarzuela, nella chiesa sconsacrata di S. Antonio l’Eremita per visitare la tomba e gli affreschi di Goya. “Andrò a rivedere” dirà Pertini nel brindisi del pranzo di gala “la splendida tela di Francisco Goya, tela che ricorda con mirabile forza la resistenza eroica degli spagnoli alla dominazione bonapartista. Un gruppo di figli del popolo, condannati a morte dall’invasore, affronta con rabbiosa fierezza il plotone di esecuzione. E, contemplando la magnifica opera del Goya, si ha l’impressione che a tremare siano i soldati di Bonaparte di fronte ai fieri patrioti morituri”.

Con il Re, che alla scaletta dell’aereo l’aveva salutato affettuosamente in italiano (“la trovo in splendida forma”) e con Maria Sofia aveva fatto colazione subito dopo alla Zarzuela, la loro residenza privata, scambiando doni preziosi. La sera, nel palazzo reale illuminato a giorno, splendido e desolato come un castello di fantasmi, il pranzo di gala si era concluso trionfalmente per il nostro Capo. Il finale del brindisi aveva commosso fino alle lagrime la principessa Margarita, sorella del Re, una signora cieca alla nascita. Traboccante di elogi per la lealtà del giovane Re, per la bellezza incantevole delle città di Spagna, per la fierezza e la cavalleria del suo popolo, il discorso di Pertini aveva toccato toni crepuscolari nell’accenno a Siviglia, “ove sta una solitaria, piccola piazza ornata da un pozzo antico da cui l’edera sale inerpicandosi sulle arcate di ferro battuto: plaza Santa Cruz. Quante volte, preso dalla mia innata malinconia, il pensiero corre a quella piccola piazza: solo vorrei esserci, solo con i miei sogni. Sì, con i miei sogni, Maestà, perché l’uomo – non importa la sua età – che non sa più abbandonarsi sull’ala del sogno è finito per sempre, il suo animo è irrimediabilmente inaridito”. Senza aspettare la traduzione, la principessa cieca si era alzata dal suo posto “perché voleva andare ad abbracciare questo grande signore”.

Juan Carlos, invece, doveva essere rimasto colpito soprattutto dall’accenno, già emergente dalle interviste della vigilia, al ruolo decisivo che egli ha giocato nella transizione dalla dittatura alla monarchia: “Per me democratico Ella ha avuto il grande merito dinanzi al suo popolo di far sì che il trapasso dalla lunga dittatura alla democrazia avvenisse senza spargimento di sangue”.

 

Malauguratamente, i trionfi della prima giornata non avevano trovato eco in Italia perché quel giorno, lunedì 26 maggio, il silenzio era calato sui giornali, la radio e sulla televisione. La federazione della Stampa aveva proclamato uno sciopero per protestare contro la dura sentenza con cui Fabio Isman, reo di aver pubblicato sul “Messaggero” i verbali dell’interrogatorio di Patrizio Peci, era stato condannato ad un anno e mezzo di reclusione, senza ottenere neppure la libertà provvisoria. Era il primo contrattempo.

All’indomani, per fortuna, il meccanismo tornò a scorrere e le mie ansie si placarono. La visita procedeva a gonfie vele. Pertini si era svegliato tardi: “Ho preso sonno” m’aveva detto “ho sognato l’odalisca”, che era poi l’interprete assai casalinga di un flamenco a cui avevamo assistito la sera precedente al Café des Chinetas. Scambio di discorsi al Municipio, un salto al Prado, l’inaugurazione del parco Roma: una mattinata scialba. Ma nel pomeriggio, all’ambasciata italiana, aveva conversato a quattr’occhi con González e Carrillo, dopo aver fatto colazione, alla Moncloa, con il presidente Suárez, affascinante come un torero. Ciascuno per il suo verso, i tre personaggi erano piaciuti: Suárez per la forte personalità, González per la sfrontata sicurezza in tutto degna della sua generazione (trentasei anni), Carrillo per il pacato e scaltro raziocinio. Il dirigente socialista, la cui mozione di censura al governo doveva essere discussa il giorno seguente in parlamento, aveva confidato a Pertini che si trattava solo di un avvertimento: il peggio, per Suárez, sarebbe venuto da lì a qualche mese. Sia lui che il segretario del Pc avevano avuto parole di simpatia per Juan Carlos, riconoscendo che senza di lui sarebbe venuta meno la lealtà delle forze armate e con essa la pace civile, ma si erano pure dichiarati perplessi sulla tenuta democratica del Re: “Per ora, è poco borbonico. Ma i Borboni hanno cominciato sempre bene per finire, di regola, sempre male. Restiamo vigili”. Uscendo dallo studio dell’ambasciatore Marras, messo a disposizione di Pertini, González aveva detto ai microfoni: “Un gran Presidente y un gran socialista”.

Anche il mercoledì si era aperto brillantemente: un’orazione dinanzi a 200 deputati e senatori raccolti in un’aula delle Cortes, con tre applausi a scena aperta ed un’ovazione finale. Il Presidente l’aveva accolta con un inchino del capo, portandosi la sinistra sul cuore alla maniera americana e quindi togliendosi gli occhiali per detergersi una lagrima. Prima di partire per Toledo, avevamo visitato una mostra di quadri italiani al Museo d’arte contemporanea, dove ancora una volta mi aveva colpito la puntualità dei giudizi di Pertini, incantato come noi dinanzi alla Attesa dei marinai di Campigli, un dipinto memorabile. A questo punto, la visita ufficiale era conclusa. Splendeva il sole e marciavamo verso una spensierata vacanza nel Sud.

 

Non ero neppure arrivato a Toledo, incastrato nella lunghissima carovana delle macchine nere, che l’incantesimo si spezzò. Qualcuno, un funzionario del comune, riuscì a pescarmi mentre stavo per seguire il Presidente nella cattedrale e mi fece strada verso l’ajuntamiento informandomi che c’era una telefonata urgentissima per me da Madrid. Non fu possibile avere la comunicazione, ma seppi egualmente di che si trattava. Poco prima, a Milano, un commando di terroristi aveva ucciso Walter Tobagi, un compagno socialista che in pochi anni era emerso come inviato del “Corriere della sera” e presidente della Lombardia, un ragazzo di trentatré anni, molto amico di Craxi e di Martelli. Non basta. A Roma, tre agenti di polizia erano stati falciati da un altro commando, pare di fascisti, uno di essi era già morto, un altro in fin di vita.

Il problema era di avvertire cautamente il Presidente, per attenuare il trauma. Lo facemmo con Maccanico, che è un uomo pieno di tatto, ma quando raggiunsi la carovana all’hotel Parador, dove eravamo invitati a colazione dai sovrani di Spagna, trovai Pertini, Juan Carlos e Maria Sofia mestamente seduti sul parapetto della terrazza, che affaccia su un panorama miracoloso, la valle del Tago, poche centinaia di metri dalla rocca su cui si arrampica Toledo. A tavola, benché fossi sistemato altrove, sentii che il nostro Capo tuonava contro la viltà dei democratici, prima ragione del trionfo delle dittature, e invitava i suoi ospiti a visitarli al più presto al Quirinale. Le mense non erano ancora levate che arrivò in tassì da Madrid l’inviato del “Corriere della sera”, Paolo Bugialli.

Abitualmente scherzoso e beffardo come tutti i toscani, quel giorno mi apparve stravolto. L’assassinio di Tobagi lo aveva annichilito: le lagrime agli occhi, un tremito incessante nella voce e nelle mani, non riusciva a connettere. Mi pregò di portarlo dal Presidente, al quale doveva chiedere una dichiarazione per il giornale. Di fronte a Pertini, scoppio in singhiozzi. “Non faccia così” disse il Presidente e lo abbracciò, ma nell’abbracciarlo neppure lui seppe trattenersi. “Sono angosciato”, dettò poi “ho sempre letto Tobagi e ne ho riportato sempre un’impressione di grande serenità”. Erano le parole giuste. “Non poteva suscitare odio, semmai simpatia. Tutta la mia solidarietà alla famiglia del Corriere”.

Bugialli scappò via distrutto. Pertini si congedò dal Re e dalla Regina, con un repentino cambiamento di umore. Fece gli auguri a Juan Carlos per il dibattito sulla mozione di censura al governo, ma il giovanotto replicò tranquillo: “Riguarda Suárez, non me” e il nostro Capo rise divertito. Due ore dopo, tornarono a salutarsi, questa volta ufficialmente, all’aeroporto di Madrid: “Si ricordi” concluse il Borbone “che lei qui ha due amici”. Un breve volo ci portò a Granada, in una deliziosa residenza tra gli alberi, ma non avevamo nemmeno disfatto le valige che il Presidente scomparve con Maccanico. Mi dissero che erano andati a fare una passeggiata in centro, ma suppongo che si fossero appartati per discutere una “grana” che era appena scoppiata e che era molto più grossa, almeno in termini politici, dei due attentati messi a segno nella mattinata dai terroristi a Roma e a Milano.

In serata, infatti, seppi dall’Ansa che il magistrato torinese che indagava su “Prima Linea”, Caselli, aveva trasmesso gli atti dell’inchiesta sulle responsabilità di Marco Donat Cattin alla commissione inquirente perché aveva rilevato indizi di un possibile reato di favoreggiamento del presidente del Consiglio Cossiga (e, in un primo tempo, pareva anche di Rognoni). Roberto Sandalo, un giovane terrorista di “Prima Linea”, si era aperto con il giudice e tra l’altro aveva confermato che Marco, come era già stato dichiarato da Patrizio Peci, figurava addirittura tra i dirigenti dell’organizzazione ed aveva partecipato ad attentati molto gravi, perfino all’assassinio del giudice Alessandrini. Secondo Sandalo, informato della confessione di Peci, il presidente del Consiglio ne avrebbe messo al corrente il padre di Marco ed avrebbe consigliato all’on. Donat Cattin di far espatriare il ragazzo.

Naturalmente, quella sera a Granada ero lontanissimo dal sospettare l’intreccio che si sarebbe palesato tra questo ennesimo affaire della Repubblica e le mie personali fortune. L’indomani, alle otto, il Presidente sparì un’altra volta dalla residenza ma senza Maccanico e certamente non per ragioni di Stato. Se ne era andato tutto solo in una piazza della città a bersi un caffè ed aspettare che si aprissero, tardi secondo le consuetudini spagnole, i negozi. Una fioraia, che fu tra le prime, venne ad offrirgli un garofano e i suoi auguri. Quando lo raggiungemmo, era felice come un ragazzo che abbia marinato la scuola, col suo berrettino bianco, la sua pipa, il suo sorriso intrepido. Facemmo un po’ di shopping con lui, quindi ce ne andammo a far colazione al Rincón de Curro, dove ci raggiunsero altre notizie sullo scandalo Donat Cattin. L’Inquirente aveva convocato come testimoni lo stesso vice-segretario della Dc, Sandalo e Cossiga. Allora Maccanico si decise a confidarmi che il Presidente e lui erano stati informati già dal giorno 20 e che Pertini temeva un impeachment del presidente del Consiglio proprio nel periodo in cui era atteso, tra Roma e Venezia, da due importanti vertici con i partner della Comunità europea e con Carter.

In nottata, il Segretario generale si era messo in contatto con Jannelli, il senatore socialista che presiede l’Inquirente e, a nome di Pertini, lo aveva sollecitato a stringere al massimo i tempi. Jannelli, che era d’accordo, aveva assicurato che Rognoni non c’entrava e che l’audizione di Cossiga come teste non era nemmeno sicura. Il pericolo poteva venire dai comunisti, perché un verdetto della Commissione, preso con una maggioranza inferiore ai cinque sesti, lascia aperta la possibilità di raccogliere un certo numero di firme per convocare il Parlamento a Camere riunite e discutere in quella sede l’eventuale deferimento del ministro incriminato alla Corte costituzionale o un approfondimento delle indagini. Per questa seconda richiesta avrebbe optato Berlinguer, furibondo per le accuse di Donat Cattin sui finanziamenti occulti del Pci e soprattutto per quelle di Sciascia a proposito dei collegamenti tra partito armato e diplomazia cecoslovacca.

Il pomeriggio a Siviglia passò, comunque, senza danni. Nel discorsetto in municipio, Pertini lanciò un altro slogan dopo quello che aveva divertito il Re (“chi non conosce Siviglia, non conosce meraviglia”), concludendo l’orazion piccola con il bizzarro distico: “Chi non conosce Spagna, non conosce gioia magna”. Dopo una passeggiata in carrozzella attraverso l’oceano verde del parco regina Maria Luisa, ci fu offerta una cena nelle sale dei Reales Alcazáres, un posto favoloso segnato profondamente dalla magia dell’arte araba. L’indomito Presidente volle anche visitare, dopo cena, il barrio di Santa Cruz, ma verso l’una di notte era così stanco che si lasciò sfuggire: “Se non mi riportate in albergo, il Presidente della Repubblica e il Segretario generale procombono qui”.

 

Venerdì 30 maggio. Siamo in partenza per Barcellona e sempre più preoccupati per la piega che sta prendendo a Roma lo scandalo Donat Cattin. Il vice-segretario della Dc avrebbe confessato all’Inquirente di aver parlato con Sandalo, amico del figlio, e di aver appreso da Cossiga che Marco era ricercato come terrorista o almeno di averne ricevuto la conferma. Il terrorista “pentito” è stato torchiato stanotte per sei ore dalla Commissione, che avrebbe richiesto al giudice Caselli gli atti istruttori. L’interrogatorio di Cossiga avverrà a mezzogiorno di oggi. Il ragazzo avrebbe confermato di aver saputo da Donat Cattin o dalla moglie, non è chiaro, che Cossiga aveva anche suggerito all’amico di far espatriare il figlio: “altro è se lo arrestano in Italia, altro è se scappa all’estero”. Vado a riferire queste allarmanti novità al Presidente, che si sta infilando la camicia. Naturalmente è ancora più preoccupato di me e mi dice qualcosa che non posso riferire. Guardandomi attentamente, con i suoi occhi molto miopi ma penetranti. “Lei ed io siamo sulla stessa lunghezza d’onda” aggiunge affettuosamente. Anche Scalfari, lo avverto, stamattina chiede le dimissioni di Cossiga.

Nell’aereo per Barcellona, un dirigente del servizio di sicurezza mi avverte che ieri sera alle 23 qualcuno ha telefonato al centralino dell’albergo a Siviglia per annunciare un attentato contro il Presidente. Per fortuna, doveva essere solo un mitomane. Ma io sono in ansia – maledetta deformazione professionale – soprattutto perché so che in Catalogna ci aspetta un nugolo di colleghi che chiederanno al Presidente o a me un parere sui fatti dell’Inquirente. Ho già respinto a fatica le obiezioni dei pochi giornalisti che ci hanno seguito nel Sud e che si mostravano stupiti per la calma con cui avevamo continuato i nostri giri turistici, nonostante l’iradiddio che si stava scatenando in Italia. Ho un briefing in programma per le 16.30 del pomeriggio all’albergo Palace di Barcellona e dovrò pure raccontare qualcosa. Il Presidente, che siede accanto a Marina Maccanico ed è assai disteso, esclude di volersi pronunciare: “Mi lasci completamente fuori” ordina. Allora preparo tre domande, che sottopongo al Segretario generale. La prima dice pressappoco: “Il Presidente della Repubblica segue la questione che è al vaglio della Commissione inquirente?”. La seconda: “Che giudizio ne dà?”. La terza: “E quale può essere il destino di Cossiga?”.

Prim’ancora di suggerirmi la risposta, Maccanico precisa: “Naturalmente, rispondi soltanto se ti fanno le domande. E chiarisci che non si tratta assolutamente del pensiero del Presidente. La terza risposta, se te la puoi risparmiare, è meglio”.

In ogni caso, ecco le risposte:

“Il Presidente Pertini si è mantenuto in stretto contatto con palazzo Chigi e con la Commissione dei procedimenti di accusa. Lo ha fatto tramite il Segretario generale della Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico”.

Ovviamente il Presidente non può che rimettersi al giudizio della Commissione, sia per rispetto alle prerogative del Parlamento, sia perché non conosce gli atti”.

“È chiaro che, se la Commissione inquirente non si pronuncerà per la manifesta infondatezza delle accuse rivolte al Presidente del Consiglio, Cossiga si dimette e si sottopone al giudizio della Corte costituzionale”.

Maccanico non accenna minimamente al passaggio intermedio previsto dalla procedura, e cioè al giudizio delle Camere riunite sul deferimento alla Corte costituzionale, né io me ne ricordo. Chiamo Agrò e gli chiedo se il briefing è sempre fissato per le 16.30, ma il mio collaboratore mi informa che i colleghi hanno chiesto l’anticipo almeno di un’ora perché hanno altri impegni. Disgraziatamente anche io ne ho uno, devo restare a colazione con il Presidente. Decido allora di affidare il briefing ad Agrò, dettandogli domande e risposte, spiegandogli bene che non si tratta di uno statement ufficiale ma solo di informazioni che diamo alla stampa per dimostrare che Pertini continua a fare politica anche durante la parte privata del viaggio. Commetto, in questo modo, tre o quattro errori. Primo, un eccesso di zelo sempre riprovevole e un tantino ridicolo, nonché un’eccessiva comprensione per le esigenze dei colleghi. Secondo, un eccesso di fiducia in Agrò, che non è un giornalista ma un funzionario e non è tenuto a saper “filtrare” le informazioni. Terzo, una sottovalutazione dell’eco che può avere, senza il mio “filtro”, la terza risposta. Quarto, un’inopportuna condiscendenza nei confronti del Presidente, al quale dovrei far capire che sono più necessario al Palace che non a colazione con lui.

Sbarcati a Barcellona, voliamo verso la collina dove ci attende il Palazzo Albéniz, una residenza da favola che per la prima volta i reali mettono a disposizione di un ospite straniero. Mio moglie ed io ci sistemiamo nella stanza che ci è stata riservata, una sorta di mansarda linda e accogliente, senza sospettare che non dormiremo qui. È tardi e corro nell’atrio per vedere se il Presidente ha bisogno di me. Infatti, è così. Pertini, con una delle sue tipiche decisioni improvvise, ha declinato l’invito a colazione nello stesso Palazzetto – dove pare che sia stato preparato un menù succulento. Noi invece puntiamo su una trattoria del lungomare, molto affollata e popolare che entusiasma il Presidente. Facciamo una scorpacciata di pesce fritto e di un eccellente vino bianco, muy seco, salvo naturalmente il Capo che beve solo birra. È l’ultimo momento felice del mio lavoro per il Quirinale.

Qualcuno mi informa per telefono, forse lo stesso Agrò, che è scoppiato un casino tra i giornalisti per la dichiarazione letta dal mio collaboratore. Mi sto spogliando per riposare con mia moglie, quando ricevo un’altra comunicazione: c’è una chiamata da Roma. Mi rivesto e saluto la mia vecchia amica: “Mi licenzieranno”, le dico scherzando, anche se con un’ombra di presentimento. Al telefono è il presidente del Consiglio. Mi chiede, a denti stretti, che diavolo significhi la dichiarazione del capo dello Stato. Cado dalle nuvole, balbetto, spiego che non si tratta affatto di una dichiarazione del Presidente ma di un’informazione del servizio stampa. L’altro riattacca. Arriva Maccanico, preoccupato ed incredulo. Chiamiamo l’Ansa, il capo redattore Caselli ci legge il dispaccio spedito dal suo inviato, Mastrobuoni. Prepariamo un comunicato inequivocabile: “Si smentisce la dichiarazione che è stata attribuita al Presidente della Repubblica. Nessun giudizio è stato espresso dal Capo dello Stato rispetto alla questione che è in esame alla Commissione inquirente per i giudizi di accusa”.

È un cattivo sogno, un incubo. Mi sento come se mi fosse capitato un grave incidente automobilistico e fossi rimasto sotto le lamiere, incolume ma stranito. Ad un certo punto, Maccanico ed io andiamo a riferire al Presidente. Sta in una saletta dell’atrio, pronto per uscire di nuovo secondo il programma della visita a Barcellona: Sagrada Familia, museo Picasso, Barrio gótico, Municipio, Generalità, pranzo serale. È fuori dai gangheri. Mentre Maccanico segue tacendo la scena, si rivolge a me: “Chi ha fatto quella dichiarazione ai giornalisti?”. Rispondo sotto choc: “Agrò”. La replica arriva secca come una frustata ma ad altissima voce: “Sollevi Agrò dal servizio”. Non rifletto, sul momento, che Agrò è un funzionario, che al contrario di me è protetto dai sindacati, che tutt’al più rischia il trasferimento in un settore meno importante. Mi dico solo che non posso far licenziare un uomo che ha quattro figli e che non ha altre risorse oltre al suo impiego alla Presidenza della Repubblica. In una frazione di millesimo di secondo mi dico anche che non è giusto far pagare a lui una responsabilità che, comunque, spetta al direttore del Servizio. E dico: “Signor Presidente, di quello che fanno i miei collaboratori, il responsabile sono io”. E anche questa volta Pertini non tarda a rimbeccarmi, solo che alza ancor più il volume della voce, mentre spalanca la porta e conclude la frase dinanzi a tutti i componenti al seguito: “E allora sollevo lei dall’incarico!”.

Il Presidente è uscito, io rimango tramortito con Maccanico. Non ho preso appunti, cito a memoria e può darsi che sbagli qualche tempo, ma non la sostanza degli avvenimenti. Ricordo benissimo che il Segretario generale mi pone, immediatamente, due problemi: cercare di persuadere direttamente per telefono, io che sono ormai liquidato, i direttori dei maggiori quotidiani italiani dell’assoluta estraneità di Pertini alla dichiarazione; scegliere se voglio essere dimissionato o licenziato. Stupisco per la sua perfetta padronanza delle emozioni e, quanto alla sostanza, mi affretto a chiamare i direttori di giornale, lasciando il Segretario generale e il Presidente liberi di farmi fuori come credono. Tra una telefonata e l’altra, ho appena il tempo di informare mia moglie, che rimane di sale, ma, con l’abituale fermezza, mi assicura la sua totale solidarietà. Faremo immediatamente le valige, cercheremo un albergo al centro e domattina partiremo con un volo di linea dell’Iberia: non è opportuno restare un minuto più del necessario in questo stupendo inferno. Purtroppo ho ancora del lavoro da sbrigare, anche se mia moglie non è d’accordo. I miei collaboratori mi avvertono che gli inviati al seguito del Presidente sono talmente confusi dopo la smentita del Quirinale che chiedono di vedermi: taluni dei loro direttori mi hanno pregato di mettermi in contatto con gli inviati perché, come è buona regola sindacale e democratica, si rimettono interamente al loro giudizio.

Così salto sulla macchina di servizio e volo al Palace. Qui, dove trovo quasi tutti i giornalisti del nostro seguito, mi rendo conto del fatale errore di Agrò. Il mio povero amico, oppresso dalla responsabilità e probabilmente pungolato anche da qualche inviato, ha riunito tutti i colleghi e, senza aspettare le loro domande e senza filtrare le risposte che gli avevo preparato, ha snocciolato tutto il resto di seguito, dandogli in tal modo l’inequivocabile significato di una dichiarazione ufficiale. Non importa se la terza risposta, interpretata come un’ingerenza, era smentita implicitamente dalla seconda: non importa se la stessa dichiarazione finale, letta con attenzione e fuori da ogni tensione emotiva qual è quella di tipo elettorale che regna a Roma, si rivela semplicemente ovvia, o, come ha sottolineato lo stesso Agrò con tipico linguaggio burocratico, “tautologica”.

Per il solo fatto che le tre risposte (penso agli enigmi di Turandot) sono state presentate come una dichiarazione a nome del Quirinale, Piccoli e Cossiga hanno potuto interpretarle come un’interferenza “gravissima” del Presidente. All’albergo Palace sono in grado di ricostruire quanto è accaduto tra la prima telefonata a me di Cossiga e la scenata con cui Pertini mi ha licenziato. Il presidente del Consiglio e dopo di lui Piccoli, più tardi Spadolini (che era a Palermo) hanno parlato con Maccanico. In parte ero presente, ma naturalmente non potevo sentire quel che dicevano gli interlocutori da Roma. Il segretario della Dc, vengo a sapere anche questo all’albergo dei giornalisti, era stato informato dello sciagurato statement di Agrò direttamente dal direttore responsabile del “Popolo”, Gilmozzi, inviato al nostro seguito. L’indomani “Il Popolo” riferirà molto correttamente sui fatti e il martedì 3 giugno Piccoli smentirà tassativamente, in una conferenza stampa, di essere intervenuto presso la segreteria della Repubblica per chiedere la mia testa anche perché come “giornalista” non lo avrebbe mai fatto, ma aggiungerà: “L’azione di Ghirelli è gravissima visto che Pertini l’ha licenziato”, che è un modo curioso di ragionare.

Ad ogni modo, sebbene alcuni colleghi mi vedano “molto teso” e qualcuno addirittura con le “lacrime agli occhi”, tengo egualmente la conferenza stampa. Chi ne dà conto con maggiore obiettività mi pare sia il collega Roberto Giardina, del “Giorno” di Milano, che scriverà testualmente:

“Alle 19.15, Ghirelli molto teso ma sempre controllato è giunto infine alla sala stampa organizzata dall’Hotel Ritz di Barcellona. “C’è stato veramente un grosso equivoco” ha detto “un grosso equivoco che mi costerà caro, probabilmente il posto. Ma è ovvio che mi assumo ogni responsabilità”. E infine il chiarimento: “Il Presidente della Repubblica non ha rilasciato alcuna dichiarazione sul caso Cossiga”. Come portavoce del Presidente, ha spiegato Ghirelli, le mie funzioni sono duplici, da una parte informare la stampa, dall’altra informare il Presidente.

“È vero” ha detto “che Pertini si è tenuto in contatto con Cossiga e con il presidente della Commissione, ma è anche vero che siamo tutti all’oscuro di molti particolari e che quindi, come già affermava la prima comunicazione, egli non poteva emettere alcun giudizio sul caso. La seconda parte della dichiarazione è ovvia. Se Pertini non può emettere giudizio, tanto meno può invitare Cossiga a dimettersi. L’equivoco nasce dall’interpretazione data alle parole del mio collaboratore. È evidente che se il presidente del Consiglio come qualsiasi ministro viene ritenuto colpevole si dimette e si presenta al Parlamento riunito per il giudizio. Una spiegazione costituzionale dunque e non un giudizio”.

 

Una prima telefonata di Maccanico, che è accorso presso il Presidente, mi suggerisce di tornare al Palazzetto Albéniz; lo avrei fatto comunque per rilevare mia moglie e il bagaglio. La seconda telefonata è minacciosa: il Presidente è ancora furibondo, vuole che si faccia subito il comunicato con il mio licenziamento, devo far sapere dove vado. La terza arriva la sera, all’albergo Avenida Palace, dove abbiamo trovato rifugio e stiamo malinconicamente cenando con Agrò e un altro funzionario del nostro servizio, Picchi. Dice il Segretario generale: “Sono riuscito a far rinviare a domani il comunicato. Secondo me, la formula migliore è questa. Parliamo di un errore di un tuo collaboratore del quale ti assumi piena responsabilità e di conseguenza presenti le tue dimissioni.

Così, abbiamo anche qualche giorno per accettarle o per respingerle. Meglio ancora se il comunicato lo rinviamo al ritorno in sede”. È una formula che mi piace, sono parole che aprono il cuore alla speranza di un recupero in extremis. Invece, l’indomani mattina alle otto, Agrò mi avverte che la formula voluta dal Presidente è quella originaria: “sollevato dall’incarico”. Mi viene fatto subito di pensare che in Italia non si solleva qualcuno dall’incarico almeno dal 25 luglio 1943. Ho il cuore colmo di amarezza, ma sono tranquillo. Lasciamo l’albergo per imbarcarci su un DC-9 della Iberia in partenza alle 11.05 per Roma. Poche ore dopo, dal telefono di casa, chiamo il direttore di turno dell’Ansa e gli detto una dichiarazione:

“Non intendo minimamente pronunciarmi sulla sostanza del provvedimento che mi riguarda. Desidero soltanto riaffermare la mia devozione e il mio affetto per il Presidente della Repubblica”.

 

La notizia ha un’eco fragorosa. “La Notte” di Milano la pubblica addirittura su nove colonne in apertura di prima pagina: “Voto decisivo su Cossiga/e Pertini licenzia “in tronco”/il suo addetto stampa Ghirelli”. L’inviato dell’Ansa ed altri colleghi raccontano che “un gruppo di giornalisti italiani tra quelli che hanno seguito Pertini nel suo viaggio in Spagna ha consegnato al Presidente della Repubblica una lettera nella quale chiedono comprensione per il caso Ghirelli e confermano la loro stima al collega”. Pertini l’ha letta ma, al momento di lasciare la residenza diretto all’aeroporto, sorridendo agli inviati ha fatto pollice verso.

Non tutti solidarizzano con il collega. Indro Montanelli mi dedica una parte, assai sprezzante, dell’editoriale sul “Giornale nuovo”. Dice che non ha mai capito perché io occupassi quel posto: “Ghirelli è un giornalista sportivo molto bravo, specie quando non si picca di mescolare la sociologia ai muscoli degli atleti. Ma cosa avesse a che fare col Quirinale, ci sfuggiva. Ora dobbiamo riconoscere che ha dato addio alla sua carica con più grazia e discrezione di quando l’esercitava. A meno che tra un paio di mesi non ce lo ritroviamo presidente di qualche ente come premio di una sceneggiata ben recitata”.

Nella sua “Stanza” e su “Oggi”, arriverà a scrivere che “Ghirelli fu designato a quella carica, così poco adatta a lui, perché così volle il partito socialista al quale appartiene ed al quale appartiene anche Pertini”. Chi conosce l’indipendenza quasi nevrotica del Presidente da ogni pressione esterna, ed in particolare da quella del Psi, sorriderà allo sproposito di Montanelli. Sul “Tempo”, Enrico Mattei esclude che il Capo dello Stato sia uomo capace di “aver ordinato ad un suo collaboratore di diffondere un suo giudizio e poi, pentito o impaurito, cacciarlo via, facendo passare da sprovveduto chi non ha fatto altro che eseguire una sua disposizione”. Ma, aggiunge, “chi conosce Antonio Ghirelli non può neppure immaginare che gli sia saltato il ghiribizzo di far dire al Capo dello Stato la prima battuta che gli passi per il cervello”. Si tratta, dunque, per Mattei di un “rebus politico”.

Questo rebus intriga, naturalmente, soprattutto gli oppositori del governo Cossiga. Il “Secolo d’Italia” afferma: “Ben altri personaggi dovrebbero essere sollevati, ma stavolta a pagare è stato solo il giornalista Antonio Ghirelli. Torto, gravissimo, il suo: essersi assunto delle responsabilità non sue o, quanto meno, non solo sue”. All’altro estremo anche “Lotta continua” avanza serie critiche. Aprendo addirittura la prima pagina con un paradossale titolo: “Ghirelli for president”, il giornale di Enrico Deaglio aggiunge nel sommario: “Si è voluto punire, in maniera che non ha precedenti, una persona onesta, coscienziosa e seria. C’è solo da augurarsi che la decisione rientri al più presto”. Nell’editoriale interno, si sostiene che in questa “brutta storia”, Ghirelli appare come “la vittima sacrificale, l’unico che paga in questo scandalo”, e si aggiunge: “C’è un presidente del Consiglio chiamato in causa perché forse ha favoreggiato Marco Donat Cattin. Francamente è il minimo dire: – Se Cossiga è riconosciuto colpevole, allora si dimetta. Invece no: il dimesso è Ghirelli che quel comunicato ha diramato”.

Deaglio tornerà alla carica qualche giorno dopo chiedendo che il Presidente si riconcili con il suo addetto stampa: invano. “L’Unità” considera l’incidente “per lo meno singolare”, sostiene: “È certo che la dirigenza democristiana ha voluto un gesto del genere, nel tentativo di tamponare un’altra falla con il sacrificio di un funzionario al seguito del Capo dello Stato”. Mario Galletti, inviato di “Paese Sera” allarga il ragionamento: “A Roma, arrivata in blocco e senza nessuna articolazione, la comunicazione di Barcellona ha l’effetto di una bomba. La conseguenza si spiega: una cosa naturale e legittima diventa eccezionale se turba il meticoloso disordine in cui a Bisanzio le parole e i fatti vengono predisposti. Poi va a capitare chi ha montato il tutto, secondo una logica che poteva non esserci. E in più (in più e di che portata!) c’è la telefonata di un giornalista che da Barcellona avverte Piccoli; e Piccoli dice, ritelefonando a Barcellona a Pertini, che l’ingerenza presidenziale è inammissibile”.

Successivamente, i settimanali tornano sull’episodio. Secondo l’ “Espresso”, tra il ritorno del Presidente dalla colazione al Cità Costa di Barceloneta e la scena del mio congedo, si sarebbero inserite due telefonate da Roma: “Qualcuno lo svegli all’improvviso: – Presidente, c’è Cossiga al telefono. Il presidente del Consiglio non si perde in preamboli: – Mi dimetto questa sera stessa. Pertini è sbalordito. Ha appena posato la cornetta che arriva una seconda telefonata: è Flaminio Piccoli. – È un’interferenza grave, inammissibile in un sistema costituzionale come il nostro, protesta il segretario della Dc”. Come ho già detto, Piccoli smentirà. “Panorama” spiega la chiamata di Piccoli allo stesso modo dell’ “Unità” e di “Paese sera”: “Tra i giornalisti al seguito che hanno ascoltato stupefatti la lettura del comunicato inventato da Agrò, il primo a riprendersi dallo sbalordimento è Marcello Gilmozzi, l’inviato del “Popolo”, il quotidiano della Dc. Si precipita ad un telefono, si fa passare Flaminio Piccoli. Non è passata mezz’ora dall’infelice conferenza stampa che il segretario della Dc accusa Pertini di “inammissibili ingerenze presidenziali nella vita politica italiana”. Più incalzante, l’ “Europeo” arriva a sostenere che “il segretario della Dc non usa mezzi termini con il Presidente della Repubblica, addirittura lo minaccia di impeachment per attentato alla Costituzione, se non smentisce all’istante il comunicato trasmesso alla stampa”.

Il giorno 3, mentre “Repubblica” su ispirazione del Quirinale, annuncia che il capo dello Stato non sostituirà (almeno per il momento) Antonio Ghirelli, “Il Manifesto” dedica un durissimo corsivo alla meschina vicenda, rifacendosi al gesto del pollice verso con cui il Presidente ha respinto la richiesta di indulto degli inviati speciali a Barcellona: “Dal Quirinale, l’ufficio stampa ritornato da Pertini non ha diramato nessuna smentita. Così, tocca a noi, redattori antistituzionali di un giornale antistituzionale, ricordare al Presidente che la repubblica non è Roma imperiale, il Quirinale non è il Colosseo e Ghirelli non è un gladiatore, da condannare al forcone del retiario con l’imperioso gesto del pollice verso”. È lo stesso giorno in cui Deaglio, su “Lotta Continua”, reitera l’invito al Presidente a “ripensare alle proprie decisioni” come “è proprio delle persone sensibili, umane e intelligenti quale Pertini è”; ad agire, insomma “non in base alla forma, ma in base alla sostanza. E la sostanza è che il Quirinale è un luogo difficile e che nei luoghi difficili è meglio sempre avere un amico vicino. E Antonio Ghirelli, come Pertini sa, è sicuramente un amico, disinteressato”.

È il tema che ha sviluppato sulla “Stampa” Lietta Tornabuoni: “La gente s’era abituata a riconoscere in televisione, sempre a fianco di Pertini, la figura spesso sorridente di Ghirelli; nelle consultazioni per la formazione del governo, nelle tante tristi cerimonie funebri, nei viaggi ufficiali o allo stadio, in momenti tesi come quello della vertenza dei controllori di volo, nei giorni di polemiche come quelle originate dalle dichiarazioni di Pertini in Jugoslavia o dal suo telegramma di congratulazioni ai magistrati di Padova. La presidenza Pertini è stata in questi due anni una delle più travagliate: nell’Italia dei drammi continui, della crisi profonda, degli improvvisi vuoti di potere e di autorità, il Quirinale ha assunto un’importanza inconsueta che imponeva al capo dell’ufficio stampa doti particolari di diplomazia ed equilibrio. La dinamicità instancabile e il temperamento scomodo del Presidente esigevano accortezza, dedizione e tutto il tempo disponibile. Compiti non semplici, cui Ghirelli ha assolto con impegno e passione: sino a ieri, sino all’incidente di Barcellona, che ha causato la brusca caduta”.

 

All’incirca quattro mesi dopo l’episodio di Barcellona, anche il funzionario che avevo cercato di salvare, sarà folgorato dalla collera del Presidente. Accadrà durante il suo viaggio in Cina, a metà settembre 1980. Il povero Agrò, già avvertito dal Segretario generale del suo imminente trasferimento ad altro servizio, rimane in sede con il compito di informare la carovana sui commenti dedicati dai mass media alla missione. Una fatale sera, colto da un secondo attacco di zelo, crede di ravvisare in un’allusione all’imminente viaggio di Giscard d’Estaing nella stessa Repubblica popolare una mancanza di riguardo per il nostro Capo dello Stato. E naturalmente si precipita, via telex, a riferirglielo. Il Presidente chiede pubblicamente ragione dell’offesa, sulla Grande muraglia, all’autore del commento, Ilario Fiore, corrispondente da Pechino per Rai-Tv, ma Fiore – registratore alla mano – ha buon gioco a dimostrare che Agrò ha equivocato. Deinde ira. Pertini, nel chiedere lealmente scusa al giornalista, lo informa – a tutto risarcimento – che il funzionario responsabile verrà rimosso (per la seconda volta!) dal servizio stampa. La vicenda comincia ad assumere il sapore di un romanzo di Agatha Christie.

 

Bettino Craxi

 

Il 16 luglio 1976 il comitato centrale del Psi, riunito all’albergo Midas Palace di Roma sulla via Aurelia, elegge segretario del partito Bettino Craxi. È il risultato di una sollevazione dei quarantenni, i dirigenti più giovani, contro Francesco De Martino e gli altri annosi notabili accusati di aver portato il partito sull’orlo dello sfacelo. Craxi, che ha compiuto da cinque mesi i 42 anni, risulta praticamente sconosciuto alla maggior parte degli italiani, non esclusi quelli che continuano eroicamente a votare Psi. Soltanto pochi intimi sanno di lui che ricopre da parecchi anni l’incarico di vicesegretario per conto della corrente autonomista, che è il braccio destro di Nenni e che da giovanissimo ha lavorato nell’Unione goliardica italiana.

Cinque anni dopo è diventato il personaggio più stimolante, più popolare e più detestato della nostra costellazione politica. Nell’estate del 1978 ha imposto agli altri partiti l’elezione di un socialista alla presidenza della Repubblica, evento senza precedenti nella storia unitaria del Paese. Pochi mesi più tardi, si è visto affidare dallo stesso capo dello Stato, Sandro Pertini, l’incarico di formare il governo e, se non è riuscito a condurlo in porto per ragioni estranee alla sua capacità, ha tuttavia mostrato nella circostanza il piglio e lo stile del leader di razza. Da quel momento, si è mosso con la stessa autorità, grinta e risolutezza nelle trattative con altre forze politiche, nei rapporti con il sindacato e nella guida del partito, districandosi energicamente fra i marosi di una difficile navigazione. Giunto alla segreteria del Psi come esponente di una frazione che contava su poco più del 10 per cento dei delegati di base, è arrivato a convincere il Congresso di Palermo nell’aprile del 1981 con il 70 per cento dei voti, che sono saliti a 72 nell’elezione diretta da parte dell’assemblea per la sua conferma in carica. Due mesi dopo, nelle elezioni amministrative che mobilitano il 21 giugno nove milioni di elettori, le liste socialiste, che De Martino aveva insabbiato nelle secche del 9 per cento, toccano il tetto del 14 per cento dei suffragi globali.

“Ha vinto l’effetto Craxi” afferma all’indomani l’on. Claudio Martelli, uno dei suoi collaboratori più brillanti, mentre di un fenomeno Craxi aveva parlato poco tempo prima, in un editoriale pubblicato sul “Corriere della sera” Alberto Ronchey. Può darsi che queste valutazioni siano esagerate ma è un fatto che, dopo la tragica morte di Aldo Moro e la scomparsa di Ugo La Malfa, nessuna personalità italiana esercita un’influenza pari alla sua sull’opinione pubblica, sui mezzi di comunicazione di massa, sul dibattito politico.

Evidentemente un’affermazione così rapida e perentoria non è fatta per suscitare solo consensi, specialmente in un paese come l’Italia, lacerato da contrasti sempre più violenti e dominato dalla cultura del sospetto. Critiche e accuse feroci grandinano quotidianamente sul capo di Craxi almeno con la stessa intensità con cui gli piovono addosso gli elogi. “I più ostili o timorosi – scriveva Ronchey nell’articolo citato – mormorano che per certi tratti fisionomici o caratteriali somiglia a Mussolini (cose che succedono di tanto in tanto tra i socialisti), anche se Mussolini era massimalista e non riformista”. Ma Noske e Mollet, che erano riformisti, hanno fatto quasi peggio di Mussolini: non vuol dire.

Una sommaria antologia dei giudizi più aspri pronunciati sul conto del Segretario socialista può rendere una pallida idea delle ostilità che egli è capace di suscitare. Se Ronchey accennava al paragone con il duce del fascismo, Giampaolo Pansa è tornato più indietro nel tempo, arrivando addirittura a ridosso del Risorgimento: “Ai pessimisti, questo socialista che piace anche agli industriali duri alla Mandelli, ricorda ogni giorno di più Crispi, partito mazziniano-garibaldino e finito nemico del Parlamento”. Invano l’interessato preciserà allo stesso Pansa: “Credo che il Partito socialista sia e debba rimanere un partito di sinistra e credo che anche all’interno del Psi io sia uno degli uomini più di sinistra”. Gli ambienti marxisti continuano a diffidare delle sue intenzioni riposte: “Va per una strada non priva di ombre. Talvolta le sue parole hanno un timbro presidenziale che inquieta. Dice: Chi fa dei giochi sporchi finisce a piazzale Loreto, ma troppo spesso rivela una concezione autoritaria della politica”. È vero che “pensa in grande e non dimentica mai la rotta”, ma sa bene “che se l’avvenire è luminoso, la marcia può essere zigzag. Di qui una tattica molto mobile. Un puntare su molti tavoli. Una gran dose di pragmatismo. La tecnica dello stop-and-go, muovere, fermarsi, ancora muoversi. Il gusto di forzare le situazioni con i colpi di scena”. Serie riserve circondano anche il suo carattere: “Un uomo molto orgoglioso della propria bandiera politica. Consapevole delle sue doti. Con poca pazienza degli altri. Brusco di modi. Individualista solitario. Guardingo. Di memoria lunga. Corazzato di diffidenza. Afflitto dal complesso della congiura”. In breve: un padre padrone del partito.

Senza dubbio, molte di queste censure coinvolgono tradizionalmente il Psi tutto intero: “Chi è normalmente sotto esame, sotto inchiesta e anzi, diciamolo pure, sul banco degli accusati è il Partito socialista” si sfogherà Bettino quando gli rivolgeranno un ennesimo attacco perché continua a circondare di molte riserve il processo di maturazione democratica del Pci. “Da sempre ci dobbiamo difendere dall’accusa di non essere socialisti, di non essere di sinistra, di tradire la classe operaia e via dicendo”. Ma molte delle critiche coinvolgono proprio lui personalmente. Dicono che è un egocentrico, un accentratore. Che è lui a decidere la linea del partito, a supervisionare le liste dei candidati, a risolvere le situazioni delicate. Che è lui a scrivere e a far scrivere sull’ “Avanti!” ciò che gli fa comodo, lui a decidere se e come rispondere agli altri partiti. Che è lui a scegliere le date dei congressi, a prepararli, a manipolarli. Che è lui a mantenere i contatti internazionali, a dettare i termini della politica culturale socialista, a imporre persino i simboli e le parole d’ordine con cui si presentano le iniziative del Psi.

Anche quando si riconoscono i suoi meriti, quando si ammette che ha preso in mano un partito “triste e cadente”, privo di una linea politica, di un disegno progettuale, privo di tattica e strategia, e gli ha restituito prestigio e dignità, anche quando si constata che ha posto il Psi al cento dell’attenzione generale, si avverte il bisogno di aggiungere che, per raggiungere questi obiettivi, ha proceduto troppo spesso in modo estemporaneo, provocando lacerazioni profonde tra le forze democratiche e aprendo varchi paurosi alla destabilizzazione.

Né Craxi incontra maggiori simpatie tra i suoi interlocutori politici. I socialdemocratici, che fingono di amarlo, temono che egli possa finire per tagliare loro l’erba sotto i piedi. I repubblicani non lo amano neppure per finta, perché in passato ha polemizzato poco rispettosamente con La Malfa, perché come tutti i socialisti (ma meno di molti di loro) favorisce sprechi nella spesa pubblica, perché non è abbastanza intransigente contro i terroristi. I democristiani di destra, che ne avevano fatto il loro alleato privilegiato nel Congresso del preambolo, si sono accorti che si tratta di un compagno di viaggio scomodo e, per di più, di un insidioso concorrente elettorale. I democristiani di sinistra non lo sopportano per molte ragioni, la principale delle quali è che con il Psi pretende di sostituire nella guida della società italiana la Dc, emarginandola a destra a dispetto della sua forte base popolare.

Come ha osservato uno di loro, Guido Bodrato, la spregiudicatezza, vizio o virtù politica che sia, permette a Craxi di rendere conciliabili scelte che non lo sarebbero affatto: polemizza col Pci e al tempo stesso parla di alternativa; cerca collegamenti con gli imprenditori e forza tutti gli elementi conflittuali sul piano sindacale; afferma di battersi per la governabilità e determina situazioni di instabilità e insofferenza. Bodrato esclude che la sua strategia si proponga traguardi autoritari, da nuovo fascismo, ma denuncia la contraddizione tra le sue accuse alla corruzione democristiana e la notevole esperienza che i socialisti hanno in materia di sottogoverno e di scandali.

Ovviamente, i comunisti sono i più severi nelle critiche al loro indocile compagno, anche se con l’abituale prudenza preferiscono contestargli caso per caso presunte o reali inadempienze, anziché abbandonarsi a un generico giudizio negativo. Finché possono sperare di scavargli la fossa, lo attaccano senza pietà: il giorno in cui egli avesse realizzato i suoi obiettivi massimi riequilibrando i rapporti di forza con Pci, scenderebbero a patti con lui, esattamente come ha fatto Marchais con Mitterrand. È normale, fa parte delle regole del gioco. I sovietici, però, possono permettersi di essere meno diplomatici: dal 1978 in avanti, la stampa moscovita ha preso a bersagliare il segretario del Psi come predicatore di ostilità verso l’Urss, uomo ormai accodato al carro dei nemici del movimento comunista, amico spudorato dei cinesi e degli americani, leader sulla cui coscienza pesa la decisione di trasformare l’Italia in una piazza d’armi missilistico nucleare, dirigente che sta mostrando il massimo di irresponsabilità verso il proprio popolo. Un mostro.

Gli oppositori all’interno del Psi rincarano la dose, descrivendolo come umorale, impulsivo, vanitoso, vendicativo. “Quando individua nel partito un avversario pericoloso, cerca di metterlo in minoranza e, per riuscirci, offre tutto a chi può aiutarlo nell’impresa, mentre evidentemente gli uomini politici offrono l’altra guancia. De Martino lo ha accusato di portare il Psi sempre più a destra. Nevol Querci sostiene che ha trasformato in nazionalismo un sano patriottismo di partito e ha fatto degenerare l’autonomismo in equidistanza nel conflitto sociale. Achilli contesta semplicemente ogni punto della sua strategia, impuntandogli la rottura a sinistra e, in politica estera, un ottuso appiattimento sulle posizioni dell’imperialismo yankee. Con maggiore finezza ha analizzato le caratteristiche del segretario il suo rivale per definizione, Claudio Signorile, esponente di punta della corrente lombardiana, un pugliese ancor più giovane di Bettino, che probabilmente avrebbe avuto una carriera assicurata come docente universitario o come un giornalista se non fosse dominato dalla passione politica.

Alleato di Craxi nella congiura del Midas, suo socio in condominio nella gestione del partito per circa tre anni, poi coinvolto nello scandalo dell’Eni e travolto dalla spietata abilità del suo compagno di cordata, Signorile si è riconciliato con lui dopo il congresso di Palermo e ha accettato, come aveva già fatto Enrico Manca qualche mese prima, di entrare nella delegazione governativa socialista, quale ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno del gabinetto Spadolini. Nel suo antagonismo con Craxi, le divergenze teoriche contano meno delle sfumature di temperamento, di formazione ambientale, di orientamenti culturali. Al laburismo manageriale cui si ispira il dirigente milanese corrisponde il socialismo umanistico e marxiano del parlamentare barese; alla coerenza politica, talora un po’ tetra, di Bettino, l’allegro trasformismo, così tipico del socialismo meridionale, di Claudio, ragazzo intelligente e spensierato, un po’ vitellone, prestato solo part-time all’impegno di partito.

In un lungo colloquio con un redattore dell’ “Europeo” egli ha tracciato un ritratto del rivale che merita qualche attenzione. Secondo lui, uno degli errori in cui Craxi incorre spesso è quello di vedere in ogni accidente della storia la macchinazione di un nemico. I suoi interventi non scavano mai in profondità: “Molti proclami, poca politica. È un uomo ricco di intuizioni ma non sempre lavora con tenacia per tradurle in realtà. Non conosce né la diplomazia, né la pazienza”. Dà altresì troppo spesso l’impressione di puntare a destra, come accadde nell’estate del 1978, quando pubblicò il famoso saggio su Proudhon, scritto (pare) a quattro mani con il politologo Luciano Pellicani: “Anzitutto, non aveva senso spostare il confronto con i comunisti sul terreno ideologico; era come imbastire una polemica tra tertulliani e nestoriani nella Chiesa, all’indomani del Concilio vaticano II. Poi, obiettivamente, il saggio – con il suo rifiuto del marxismo e la rivalutazione provocatoria del socialismo premarxista – sembrava voler ridurre il Pci in un ghetto”. Signorile respinge questa interpretazione ma solo perché è convinto che “Craxi ha un rapporto prevalentemente strumentale con le idee” ed è interessato soltanto agli “spunti che possano creare sussulti politici in tempi brevi”.

Nemmeno la sua pronunciata diffidenza verso il comunismo avrebbe radici ideologiche. Secondo l’esponente lombardiano non si può dire che il segretario del Psi sia anticomunista, si può soltanto rilevare che la sua polemica contro Berlinguer non è “né realista né lungimirante”, il che spiega perché sia diventato il dirigente socialista più impopolare del secolo “presso gli strati operai influenzati dal Pci”. Ma l’aspetto più inquietante della sua personalità sta nella tendenza a suscitare “un allargamento dei consensi e delle alleanze, senza prestare la minima attenzione alla natura sociale dei consensi raccolti”, il suo opportunismo insomma, la sua disponibilità a muoversi “senza tenere minimamente conto delle radici popolari del Psi”. Signorile è piuttosto scettico sul successo finale dell’operazione avviata nel 1980 col ritorno al governo, perché teme che la Dc finisca per ritrovare la propria unità proprio sulla linea di opposizione alla “centralità” socialista che Bettino vorrebbe imporre. Il pericolo, in ogni caso, è che l’operazione si chiuda a destra, sradicando il Psi dal suo terreno originario e tradizionale.

Pesanti insinuazioni sono state avanzate a più riprese sui presunti traffici finanziari a cui Craxi e i suoi più stretti collaboratori (Formica e Gangi) si abbandonerebbero. Nelle carte di Gelli, il torbido capo della Loggia P2, sono stati trovati o fatti trovare appunti riguardanti lo scandalo Eni, dai quali si desumeva che non solo Signorile ma anche il segretario del Psi e Rino Formica vi sarebbero stati coinvolti e che, per giunta, una cospicua somma in dollari sarebbe stata accreditata a nome di Martelli presso una banca svizzera.

Perfino la stampa comunista si è fatta portavoce di accuse poco gradevoli sui rapporti che il vertice del Psi avrebbe sviluppato con il banchiere Calvi, presidente del Banco ambrosiano, arrestato e condannato in prima istanza a una pena piuttosto severa in conseguenza di un’operazione di borsa poco chiara. Secondo “Panorama”, Calvi avrebbe aperto – su pressione dell’avvocato Ortolani, altro esponente della loggia massonica incriminata – un conto all’estero in favore del Psi per un ammontare di 21 milioni di dollari, all’epoca oltre 20 miliardi.

Come se non bastasse, sempre secondo il settimanale di Mondadori, quando scoppiò il macroscopico caso della Loggia P2 un magistrato milanese avrebbe confidato al sindaco di Milano, Tognoli (altro amico intimo di Craxi) che la faccenda era enorme e che per il Psi il solo modo per uscirne decentemente sarebbe stato di mettere da parte il segretario di partito. Tutte queste insinuazioni sono state sdegnosamente smentite. Martelli ha ottenuto dalla banca svizzera una dichiarazione nettamente liberatoria. Formica ha affermato che la gestione del Psi, da quando egli ne ha assunto la responsabilità, per cederla al momento di entrare come ministro delle Finanze nel governo Spadolini, è stata “corretta, cristallina, inattaccabile”. Lo stesso Craxi ha ammesso che il partito ha contratto debiti con varie banche, compreso l’Ambrosiano e con le sue cospicue proprietà immobiliari.

Sull’argomento, ho interpellato lo stesso Signorile che è apparso molto circospetto. Per il caso Eni ha escluso tassativamente non solo la propria implicazione (sono rimasto coinvolto nell’affare, pur essendone assolutamente all’oscuro, soltanto perché sono notoriamente amico di Mazzanti), ma anche quella dei suoi compagni-avversari, dichiarando di non essere neppure sicuro che sia stato proprio Bettino a fare il suo nome. Quanto al resto, ha asserito di saperne poco o nulla, pur essendo convinto che la corrente autonomista disponga di mezzi notevoli che tuttavia sarebbero investiti esclusivamente nella “lotta politica”. Sul piano delle valutazioni personali, è apparso critico ma non del tutto ostile: “Al di là delle apparenze” mi ha detto “Bettino è un uomo perpetuamente insicuro. Si potrebbe ripetere per lui la definizione che Renzo De Felice ha dato di Mussolini: l’homme qui cherche, una presenza esistenziale insomma piuttosto che un preciso disegno politico”. Il che non significa che per Signorile esiste davvero un rischio di mussolinismo del personaggio: “Per due ragioni. La prima è che il fascismo si affermò in circostanze storiche del tutto diverse da quelle attuali e con il contributo determinante di una straordinaria labilità dei partiti di massa. La seconda è che Craxi ha una personalità nient’affatto somigliante a quella del duce e, in positivo, un ancoraggio democratico e libertario sul quale non ho dubbi di sorta”. Semmai, sostiene Signorile, si potrebbe dire di lui, anche in considerazione della passione quasi maniacale per Garibaldi, che è un populista piuttosto che un autentico socialista.

Sono risposte ambivalenti e non esenti da ambiguità, che riflettono fedelmente l’andamento oscillante dal quale sono caratterizzate le relazioni tra i due dirigenti: “Ci siamo sempre capiti” confessa Claudio “senza bisogno di troppe parole”. Il nostro è un rapporto curioso, caratteristico: ci troviamo a naso”. Neppure il suo principale rivale, dunque, concepisce una schietta antipatia nei confronti di Craxi. Ed è interessante notare come tutti i suoi amici, tutti coloro che gli sono più vicini nel lavoro quotidiano, insistano sulle doti di comunicabilità, di semplicità e persino di dolcezza di un personaggio che la pubblicistica corrente tende a presentare, viceversa, come un despota scorbutico e arrogante.

Anche suo cognato Paolo Pilletteri, un ex socialdemocratico che è diventato dirigente della Federazione socialista lombarda, respinge il ritratto convenzionale del segretario: “Lo conosco da quasi 25 anni e mi sembrano tutte storie. Può darsi che con una certa consapevolezza della propria superiorità intellettuale e una concezione molto severa dell’impegno politico diano la sensazione dell’arroganza. Ma dietro c’è un fondo di timidezza e anche di pudore. Chi lo conosce bene come me, non può che sorridere di fronte alle accuse di mussolinismo, perché non c’è uomo più tollerante e leale di lui”. Nei primi anni sessanta, insieme con altri giovani socialisti, Pillitteri diventò suo amico: “Ci attrassero la sua intelligenza, la capacità di afferrare al volo la psicologia dell’interlocutore, l’attaccamento al partito. Anche da amministratore comunale, agli inizi, faceva benissimo. È uno sgobbone impressionante”.

Un’altra passione che pochi gli conoscono è quella di scrivere: “è un grafomane” assicura il cognato. “Ha cominciato a collaborare ai giornali universitari, poi è passato all’ “Avanti!” molti anni prima di diventarne direttore, a “Mondo operaio”, alla “Critica sociale” di cui proprio lui ha voluto la resurrezione. Non c’è discorso o relazione che non stenda tutto di suo pugno, anche se è impegnato fino al collo nei giri elettorali”.

Scrive molto e non parla male. “Nei primi mesi della nostra amicizia” racconta Tognoli, il sindaco di Milano “mi colpì soprattutto la sua capacità oratoria. Era diversa da quella di Nenni, più ragionata, meno passionale e anche meno fitta di slogan, ma egualmente efficace”. È anche il parere di un noto linguista, il prof. Mario Medici, che all’argomento ha dedicato uno studio di cui diede notizia su “Panorama” nell’estate del 1981. “Da come parla” afferma Medici “viene fuori chiaramente l’immagine di un uomo molto pratico e con un certo piglio psicologico. Un realizzatore che bada al sodo, non un ideologo. Usa periodi brevi e puliti, si affida più ai sostantivi che agli aggettivi, sembra attento (ancora una volta come Nenni) alla politica delle cose e poi ha fantasia: non si ripete quasi mai. Se non usa uno slogan come il leader romagnolo, è uno specialista in proverbi che adatta bene alla situazione politica, probabilmente per una tradizione di famiglia”. Medici respinge il confronto con il duce anche sul piano stilistico: “Il linguaggio di Mussolini era molto più arrogante, molto più fanatizzato. In Craxi non c’è il misticismo della parola o dell’ideologia; c’è molto buon senso e un alto grado di sincerità”.

Un punto sul quale le testimonianze dei suoi amici sono unanimi, è la inalterabile coerenza dei suoi convincimenti dall’adolescenza ad oggi. Per l’avvocato Natali, che attualmente dirige a Milano un’azienda municipalizzata, alla base della diffidenza verso il Pci sta un’esperienza diretta, quella della trombatura di suo padre Vittorio, che nelle elezioni del 18 aprile 1948 era candidato socialista nelle liste del Fronte popolare. Il gioco delle preferenze, sagacemente manovrato dai comunisti, e l’insuccesso globale dell’alleanza provocarono un’ecatombe tra i candidati del Psi e Bettino non se n’è mai dimenticato. “Per la verità” aggiunge Natali “non è mai stato filocomunista. Anche da giovane citava sempre Turati e considerava l’avvento del fascismo come la conseguenza dei gravi errori commessi dai massimalisti nel ’21. Ed è sempre rimasto un ammiratore del laburismo inglese, nemico giurato del burocratismo sovietico, un laico irriducibile”. I suoi autori preferiti, a vent’anni, sono stati Marx giovane e gli empirio-criticisti inglesi, una scelta decisamente controcorrente nel clima culturale del dopoguerra milanese, dominato dal Politecnico e dalla Casa della cultura di influenza comunista.

Per Massimo Pini, non si tratta solo delle avventure giovanili o del risentimento provocato dalla disavventura elettorale di suo padre: “La sua avversione per i regimi comunisti nasce dalle esperienze del primo decennio seguito alla Liberazione. Ha tenuto sempre in gran sospetto la doppiezza del Pci di cui parlava anche Togliatti; ma fu la tragica fine incontrata dai socialisti in Cecoslovacchia, all’epoca del primo colpo di stato, a impressionarlo in maniera indelebile. Quando il Pc cecoslovacco liquidò Masaryk e Bones, contava soltanto sul 14 per cento dei voti. Poi, naturalmente, sono venuti lo scontro con Tito, i fatti di Polonia, della Germania est, dell’Ungheria, il rapporto Krusciov, la primavera di Praga”. Parlando dell’Urss cita sempre Marx: “Il dispotismo asiatico, il comunismo da caserma” questo è l’incubo che vuole scongiurare nel nostro Paese. Come disse egli stesso in un’intervista concessa nel maggio del 1981, è “assolutamente contrario a qualsiasi ipotesi di instaurare in Italia un qualsiasi tipo di comunismo” per il quale “non ci sono né le premesse, né le esigenze”.

Che simili opinioni debbano coincidere necessariamente con un atteggiamento reazionario, è una tesi che i suoi compagni di lotta respingono con sdegno. “Bettino il socialismo lo ha succhiato col latte, visto che suo padre lavorava per il Psi in periodo clandestino ed è stato socialista tutta la vita”. La frase è di Pillitteri che aggiunge: “È profondamente radicato nella classe operaia. Ricordo i suoi comizi nel deposito dell’Atm, alla Brown Boveri, alla Breda, alla Marelli, quando lavorava in periferia per la federazione milanese”. Osserva Tognoli: “Nessun dubbio sulla sua fede politica. Gli deriva non solo dall’ambiente familiare ma dall’antica tradizione riformista della nostra città”. Il sindaco di Milano racconta che nel dicembre 1980, quando si trovò a fronteggiare difficoltà e amarezze in direzione, pregò l’amico di preparargli un incontro con i compagni delle fabbriche di Sesto San Giovanni, perché sentiva il bisogno di rituffarsi nella base. “Ebbe un successo clamoroso e ne uscì rasserenato”.

L’avvocato Natali giura sulla sua vocazione democratica: “Ha un senso molto pronunciato della libertà, che gli deriva dalla lezione dei suoi maestri, Mazzali e Nenni. E non è nemmeno vero che cerchi di distruggere i suoi avversari: semmai li batte sul terreno politico e poi tende loro la mano, tanto che molti degli oppositori più accaniti sono diventati i suoi collaboratori più intimi e privilegiati. È un politico puro, in ciò somigliantissimo a Nenni”. Proprio per questo, non è nemmeno il caso di parlare di corruzione: “Per lui, i soldi non esistono, esiste solo il partito. A Milano, abita in una casa in affitto: a Roma o quando va in vacanza in Tunisia, scende in albergo”.

Tognoli sostiene che “senza dubbio, ha la caratteristica essenziale di qualsiasi capo che si rispetti, cioè la capacità di decidere, ma non rifiuta affatto di discutere, anzi, tutto sommato, è piuttosto influenzabile. E ha per metodo costante di chiederti consiglio senza esporre preventivamente la sua idea per non suggestionarti. Semmai, questo si, ha un carattere impulsivo, qualche volta brusco e, poiché è molto scrupoloso ed esigente con se stesso, lo è anche con i compagni”. Non diversamente Massimo Pini, pur ammettendo che Bettino era “più socievole” quando non dirigeva ancora il partito, assicura che la sua riservatezza è solo uno schermo: “Gli piace di stare con gli amici, di mangiare, chiacchierare, passeggiare. Grosso com’è, ha anche bisogno di prendere aria, benché adesso sia diventato molto pericoloso andare in giro per Milano e per Roma. Ma Bettino è coraggioso fino alla spavalderia e ha torto perché l’incolumità fisica di un leader non riguarda solo lui”.

Nell’agosto del 1981 in una lunga conversazione con Stella Pende, una redattrice di “Panorama” che dovette trovarlo particolarmente di buon umore, Craxi confermò indirettamente la testimonianza di Massimo Pini sugli aspetti meno noti della sua personalità. Disegna volentieri, anzi “scarabocchia” in ogni occasione, mentre ascolta un discorso alla Camera soprattutto quando parlano i radicali, mentre segue una riunione di partito, mentre guarda la tv. Ha tentato anche qualche disegno più impegnato, ma la sua produzione artistica si limita a una cartella di litografie.

Ama molto il teatro dialettale milanese e non disdegna il cinema, specialmente quando si proietta un film d’autore, come quelli di Rosi, di Petri, di Antonioni, di Bellocchio, della Wertmuller. Se ha tempo, passa volentieri le serate a casa con la moglie Anna, “la donna della sua vita” con la quale “ha un’intesa totale su tutti i piani”, e con i figli Stefania e Bobo, il quale ultimo suona discretamente la chitarra. Non è raro che a casa Craxi siano invitati Caterina Caselli, Ornella Vanoni, Lucio Dalla, che Bettino considera “il maestro di questa generazione”, e allora sono cori a perdifiato che durano fino a notte alta, anche perché il segretario socialista ha una voce intonata e conosce un “apprezzabile repertorio di canzoni: preferibilmente quelle cosiddette da cantautore, vecchie e nuove, pezzi dialettali e stranieri”. In famiglia è piuttosto autoritario o meglio ha abituato i figli “a una comunicazione sintetica essenziale”, che è poi la sua maniera di essere con tutti, ma li ama molto e gli piace molto stare con loro.

Legge parecchio, attualmente soprattutto saggi di “storia nazionale sui movimenti popolari, sulle grandi imprese e le grandi rivolte”, che non sono certo gusti da reazionario, e in gioventù ha divorato di tutto, da Salgari a Hemingway, da Maupassant a Dostoevskij, anche se sempre “con una preferenza per la storia e, nel suo ambito, per gli eretici del comunismo, con Trotzkij in prima fila”. Il suo antidoto per i momenti difficili non sono i gialli ma i fumetti: possiede tutta la collezione di Asterix, qualche avventura di Corto Maltese, un po’ di Crepax e parecchi vecchi album di Topolino. Lo sport, oltre ad averlo praticato, lo segue anche da tifoso ma non è milanista o interista, tiene per il Torino sin dal giorno in cui, aprendo la radio, seppe che tutta la squadra granata era bruciata nel rogo di Superga.

La conversazione con Stella Pende toccò anche l’astrologia e la parapsicologia, e qui saltò fuori il “laico irriducibile” di cui parlava l’avvocato Natali. “Ho un grande rispetto per coloro che studiano gli astri ma purtroppo ho il brutto vizio di credere solo a quello che vedo”. Spiegò anche, però, di non aver bisogno di oroscopi non tanto per un eccesso di razionalità, quanto per un’altra curiosa ragione: “Sono un sensitivo, fiuto le cose come un veggente professionista.

Certe volte, questo mio modo di essere mi fa paura. Mi accade, per esempio, di pensare a una persona e subito dopo me la trovo davanti”. In realtà, una certa attrazione per la magia deve serpeggiare nelle vene di questi milanesi mezzo siciliani e mezzo tedeschi, se è vero che – a parte la crisi mistica dell’adolescenza di Craxi – suo fratello Antonio decise anni fa di abbandonare affari, divertimenti, belle donne e andare a vivere, con la moglie francese, in India, come discepolo del santone Sai Baba. “Certi fenomeni li capisco poco” confessò il leader socialista alla redattrice del settimanale. “La religione è un bisogno dell’uomo che lo rende prigionieri, sottraendolo al campo della razionalità”. E aggiunse: “Da ciò potrà capire che mio fratello non ha avuto da me grandi incoraggiamenti e che, anzi, quando capisco che sta per farmi la predica, preferisco andarmene, per evitare arrabbiature”.

 

 

1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore, uno stralcio da “Caro Presidente”, di Antonio Ghirelli (Rizzoli, 1981) e da “L’effetto Craxi”, di Antonio Ghirelli (Rizzoli, 1982). Riproduzione riservata.



*Dice di sé.
Antonio Ghirelli. È un tipo che a dieci anni ha deciso che avrebbe fatto il direttore di giornale ed è riuscito a dirigerne cinque. E aggiunge: “Non avrei saputo fare nient’altro”.








ILVO DIAMANTI

 

Giunti al capo d'anno, ci scopriamo sopraffatti dalla routine.

E questo giorno ci appare assolutamente uguale agli altri. Il che

“non” è vero. Perché le ricorrenze servono: a commemorare

oppure a rinnovare. Occasioni di memoria e di speranza, per

tornare indietro con gli occhi e la mente. Oppure, al contrario,

per proiettarci in avanti.

(Da “Next, la Repubblica”, 28 dicembre 2007)








FRANCESCO GUCCINI


O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è

questa vita mia. Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, la

mano di tarocchi che non sai mai giocare, che con sai mai

giocare che non sai mai giocare, che non sai mai giocare che

non sai mai giocare, che non sai mai giocare...

(Da “Canzone dei dodici mesi”, 1972)






 

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