AMARCORD
PERTINI E CRAXI, I MIEI PRESIDENTI
Il primo ha reso la
Presidenza della Repubblica un baluardo super partes, al
quale ancora oggi gli italiani guardano con fiducia. Il
secondo ha restituito al socialismo il ruolo di partito
riformista e libertario
Antonio Ghirelli*
Era
il giugno del 1978, mi trovavo a Fiuggi per “fare le acque”.
Pertini era stato appena eletto Presidente della Repubblica
e mi trovai ad ascoltare in televisione il suo discorso di
insediamento. Un discorso straordinario, commovente. Fu
grande: ebbe parole di elogio per il Presidente
dimissionario Leone, che Berlinguer aveva invece distrutto.
Ad un certo punto qualcuno mi comunica che c’è una
telefonata per me da Roma. All’altro capo del telefono c’è
Antonio Maccanico che mi dice: “Domani mattina potresti
venire al Quirinale?”. Gli rispondo: “No, vengo stasera”.
Molto differente il rapporto ed il
mio approccio con Bettino Craxi. Era il 1981, ero dal
dentista e qualcuno mi chiamò per chiedermi se potevo dare
una mano a Palazzo Chigi. Ciò che più mi impressionò di
questo giovane socialdemocratico fu l’assoluta coerenza che
applicava a tutto il suo operato. Colpito dalle parole di
Martelli che parlò, per primo, di “effetto Craxi”, nel
momento in cui decisi di scrivere un libro su Craxi non
trovai espressione migliore per descriverlo.
E quando
gli chiesi di rispondere alle 50 domande che gli avrei
mandato, mi rispose: “Non risponderò mai alle tue 50
domande, ma ti scriverò una ventina di cartelle”. Aveva un
meraviglioso, pessimo carattere (1).
Sandro Pertini
Cominciamo
dalla fine. 31 maggio 1980, ore 10.27. L’Ansa dirama la
seguente notizia: “La Segreteria generale della presidenza
della Repubblica ha reso noto che Antonio Ghirelli, capo
ufficio stampa del Quirinale, è stato “sollevato
dall’incarico”. Le ultime tre parole, chissà perché, sono
messe tra virgolette dall’agenzia.
Il
comunicato è stato compilato dal Segretario generale della
Presidenza, Antonio Maccanico, mio fraterno amico, e letto
ai giornalisti nei giardini del Palazzetto Albéniz dal
funzionario Bruno Agrò, il mio più stretto collaboratore.
Pochi istanti dopo, i giornalisti al seguito del Presidente
gli consegnano una lettera che hanno preparato la sera
prima, quando si è profilato l’epilogo imprevedibile della
mia avventura con Pertini:
“Caro
Presidente” dice la lettera “ci permetta, a nome anche degli
altri colleghi che abitualmente La seguono nei suoi viaggi
all’estero, di rivolgerle una sincera preghiera: riconsideri
la decisione di sollevare dall’incarico il nostro collega
Antonio Ghirelli. Lei è stato per tanti anni giornalista e
conosce i rischi che questo mestiere comporta. Noi siamo
convinti della buona fede di Antonio Ghirelli, che le è
stato in questi anni tanto vicino e ci ha aiutato a
conoscere la sua personalità che tanto ci è cara. Ci creda,
signor Presidente, siamo profondamente addolorati per ciò
che è accaduto”.
Seguono le
firme di Pio Mastrobuoni (Ansa), Antonio Savignano (Roma),
Claudio Angelini (Rai-Tv), Mario Stanganelli (AdnKronos),
Mario Novelli (Agenzia Italia), Aldo Rizzo (Stampa),
Costanzo Costantini (Messaggero), Renzo Rosati (Occhio),
Pietro Jozzelli (Secolo XIX), Piero Accolti (Il Tempo),
Paolo Bugialli (Corriere della Sera), Mario Cervi (Il
Giornale Nuovo). Manca la firma di Marcello Gilmozzi,
direttore responsabile de “Il Popolo”, che secondo le mie
informazioni in quel momento era già all’aeroporto.
Il viaggio
in Spagna, che pure ha segnato un altro successo di Pertini
dopo quelli riportati nella Repubblica federale di Germania,
in Jugoslavia ed in Algeria, per non parlare dei trionfi
accumulati in ogni regione italiana, era stato turbato sin
dal principio da una serie di contrattempi. La presentazione
dell’avvenimento era andata benissimo, anche perché il
Presidente aveva concesso due interviste alla
Radio-televisione di Madrid e all’Efe, l’agenzia di Stato,
con notazioni molto simpatiche ed estremamente lusinghiere
per gli spagnoli e soprattutto per le spagnole, alla cui
bellezza Pertini aveva prodigato i più cavallereschi
complimenti.
Ai politici
locali era piaciuta la vigorosa schiettezza con cui l’ospite
aveva impostato il problema dell’ingresso della Spagna nella
Cee come una condizione naturale e necessaria per l’unità
europea e per i rapporti con i paesi arabi e l’America
latina. Al pubblico spagnolo era riuscito particolarmente
toccante lo spettacolo del vecchio Presidente che bacia la
bandiera rosso-gialla appena sbarcato all’aeroporto dalla
capitale e si avvia all’uscita sotto braccio al giovane Re.
Pure apprezzata la corsa di Pertini, addirittura prima di
andare a colazione dai Sovrani alla Zarzuela, nella
chiesa sconsacrata di S. Antonio l’Eremita per visitare la
tomba e gli affreschi di Goya. “Andrò a rivedere” dirà
Pertini nel brindisi del pranzo di gala “la splendida tela
di Francisco Goya, tela che ricorda con mirabile forza la
resistenza eroica degli spagnoli alla dominazione
bonapartista. Un gruppo di figli del popolo, condannati a
morte dall’invasore, affronta con rabbiosa fierezza il
plotone di esecuzione. E, contemplando la magnifica opera
del Goya, si ha l’impressione che a tremare siano i soldati
di Bonaparte di fronte ai fieri patrioti morituri”.
Con il Re,
che alla scaletta dell’aereo l’aveva salutato
affettuosamente in italiano (“la trovo in splendida forma”)
e con Maria Sofia aveva fatto colazione subito dopo alla
Zarzuela, la loro residenza privata, scambiando doni
preziosi. La sera, nel palazzo reale illuminato a giorno,
splendido e desolato come un castello di fantasmi, il pranzo
di gala si era concluso trionfalmente per il nostro Capo. Il
finale del brindisi aveva commosso fino alle lagrime la
principessa Margarita, sorella del Re, una signora cieca
alla nascita. Traboccante di elogi per la lealtà del giovane
Re, per la bellezza incantevole delle città di Spagna, per
la fierezza e la cavalleria del suo popolo, il discorso di
Pertini aveva toccato toni crepuscolari nell’accenno a
Siviglia, “ove sta una solitaria, piccola piazza ornata da
un pozzo antico da cui l’edera sale inerpicandosi sulle
arcate di ferro battuto: plaza Santa Cruz. Quante
volte, preso dalla mia innata malinconia, il pensiero corre
a quella piccola piazza: solo vorrei esserci, solo con i
miei sogni. Sì, con i miei sogni, Maestà, perché l’uomo –
non importa la sua età – che non sa più abbandonarsi
sull’ala del sogno è finito per sempre, il suo animo è
irrimediabilmente inaridito”. Senza aspettare la traduzione,
la principessa cieca si era alzata dal suo posto “perché
voleva andare ad abbracciare questo grande signore”.
Juan
Carlos, invece, doveva essere rimasto colpito soprattutto
dall’accenno, già emergente dalle interviste della vigilia,
al ruolo decisivo che egli ha giocato nella transizione
dalla dittatura alla monarchia: “Per me democratico Ella ha
avuto il grande merito dinanzi al suo popolo di far sì che
il trapasso dalla lunga dittatura alla democrazia avvenisse
senza spargimento di sangue”.
Malauguratamente, i trionfi della prima giornata non avevano
trovato eco in Italia perché quel giorno, lunedì 26 maggio,
il silenzio era calato sui giornali, la radio e sulla
televisione. La federazione della Stampa aveva proclamato
uno sciopero per protestare contro la dura sentenza con cui
Fabio Isman, reo di aver pubblicato sul “Messaggero” i
verbali dell’interrogatorio di Patrizio Peci, era stato
condannato ad un anno e mezzo di reclusione, senza ottenere
neppure la libertà provvisoria. Era il primo contrattempo.
All’indomani, per fortuna, il meccanismo tornò a scorrere e
le mie ansie si placarono. La visita procedeva a gonfie
vele. Pertini si era svegliato tardi: “Ho preso sonno”
m’aveva detto “ho sognato l’odalisca”, che era poi
l’interprete assai casalinga di un flamenco a cui avevamo
assistito la sera precedente al Café des Chinetas.
Scambio di discorsi al Municipio, un salto al Prado,
l’inaugurazione del parco Roma: una mattinata scialba. Ma
nel pomeriggio, all’ambasciata italiana, aveva conversato a
quattr’occhi con González e Carrillo, dopo aver fatto
colazione, alla Moncloa, con il presidente Suárez,
affascinante come un torero. Ciascuno per il suo verso, i
tre personaggi erano piaciuti: Suárez per la forte
personalità, González per la sfrontata sicurezza in tutto
degna della sua generazione (trentasei anni), Carrillo per
il pacato e scaltro raziocinio. Il dirigente socialista, la
cui mozione di censura al governo doveva essere discussa il
giorno seguente in parlamento, aveva confidato a Pertini che
si trattava solo di un avvertimento: il peggio, per Suárez,
sarebbe venuto da lì a qualche mese. Sia lui che il
segretario del Pc avevano avuto parole di simpatia per Juan
Carlos, riconoscendo che senza di lui sarebbe venuta meno la
lealtà delle forze armate e con essa la pace civile, ma si
erano pure dichiarati perplessi sulla tenuta democratica del
Re: “Per ora, è poco borbonico. Ma i Borboni hanno
cominciato sempre bene per finire, di regola, sempre male.
Restiamo vigili”. Uscendo dallo studio dell’ambasciatore
Marras, messo a disposizione di Pertini, González aveva
detto ai microfoni: “Un gran Presidente y un gran
socialista”.
Anche il
mercoledì si era aperto brillantemente: un’orazione dinanzi
a 200 deputati e senatori raccolti in un’aula delle
Cortes, con tre applausi a scena aperta ed un’ovazione
finale. Il Presidente l’aveva accolta con un inchino del
capo, portandosi la sinistra sul cuore alla maniera
americana e quindi togliendosi gli occhiali per detergersi
una lagrima. Prima di partire per Toledo, avevamo visitato
una mostra di quadri italiani al Museo d’arte contemporanea,
dove ancora una volta mi aveva colpito la puntualità dei
giudizi di Pertini, incantato come noi dinanzi alla
Attesa dei marinai di Campigli, un dipinto memorabile. A
questo punto, la visita ufficiale era conclusa. Splendeva il
sole e marciavamo verso una spensierata vacanza nel Sud.
Non ero
neppure arrivato a Toledo, incastrato nella lunghissima
carovana delle macchine nere, che l’incantesimo si spezzò.
Qualcuno, un funzionario del comune, riuscì a pescarmi
mentre stavo per seguire il Presidente nella cattedrale e mi
fece strada verso l’ajuntamiento informandomi che
c’era una telefonata urgentissima per me da Madrid. Non fu
possibile avere la comunicazione, ma seppi egualmente di che
si trattava. Poco prima, a Milano, un commando di terroristi
aveva ucciso Walter Tobagi, un compagno socialista che in
pochi anni era emerso come inviato del “Corriere della sera”
e presidente della Lombardia, un ragazzo di trentatré anni,
molto amico di Craxi e di Martelli. Non basta. A Roma, tre
agenti di polizia erano stati falciati da un altro commando,
pare di fascisti, uno di essi era già morto, un altro in fin
di vita.
Il problema
era di avvertire cautamente il Presidente, per attenuare il
trauma. Lo facemmo con Maccanico, che è un uomo pieno di
tatto, ma quando raggiunsi la carovana all’hotel Parador,
dove eravamo invitati a colazione dai sovrani di Spagna,
trovai Pertini, Juan Carlos e Maria Sofia mestamente seduti
sul parapetto della terrazza, che affaccia su un panorama
miracoloso, la valle del Tago, poche centinaia di metri
dalla rocca su cui si arrampica Toledo. A tavola, benché
fossi sistemato altrove, sentii che il nostro Capo tuonava
contro la viltà dei democratici, prima ragione del trionfo
delle dittature, e invitava i suoi ospiti a visitarli al più
presto al Quirinale. Le mense non erano ancora levate che
arrivò in tassì da Madrid l’inviato del “Corriere della
sera”, Paolo Bugialli.
Abitualmente scherzoso e beffardo come tutti i toscani, quel
giorno mi apparve stravolto. L’assassinio di Tobagi lo aveva
annichilito: le lagrime agli occhi, un tremito incessante
nella voce e nelle mani, non riusciva a connettere. Mi pregò
di portarlo dal Presidente, al quale doveva chiedere una
dichiarazione per il giornale. Di fronte a Pertini, scoppio
in singhiozzi. “Non faccia così” disse il Presidente e lo
abbracciò, ma nell’abbracciarlo neppure lui seppe
trattenersi. “Sono angosciato”, dettò poi “ho sempre letto
Tobagi e ne ho riportato sempre un’impressione di grande
serenità”. Erano le parole giuste. “Non poteva suscitare
odio, semmai simpatia. Tutta la mia solidarietà alla
famiglia del Corriere”.
Bugialli
scappò via distrutto. Pertini si congedò dal Re e dalla
Regina, con un repentino cambiamento di umore. Fece gli
auguri a Juan Carlos per il dibattito sulla mozione di
censura al governo, ma il giovanotto replicò tranquillo:
“Riguarda Suárez, non me” e il nostro Capo rise divertito.
Due ore dopo, tornarono a salutarsi, questa volta
ufficialmente, all’aeroporto di Madrid: “Si ricordi”
concluse il Borbone “che lei qui ha due amici”. Un breve
volo ci portò a Granada, in una deliziosa residenza tra gli
alberi, ma non avevamo nemmeno disfatto le valige che il
Presidente scomparve con Maccanico. Mi dissero che erano
andati a fare una passeggiata in centro, ma suppongo che si
fossero appartati per discutere una “grana” che era appena
scoppiata e che era molto più grossa, almeno in termini
politici, dei due attentati messi a segno nella mattinata
dai terroristi a Roma e a Milano.
In serata,
infatti, seppi dall’Ansa che il magistrato torinese che
indagava su “Prima Linea”, Caselli, aveva trasmesso gli atti
dell’inchiesta sulle responsabilità di Marco Donat Cattin
alla commissione inquirente perché aveva rilevato indizi di
un possibile reato di favoreggiamento del presidente del
Consiglio Cossiga (e, in un primo tempo, pareva anche di
Rognoni). Roberto Sandalo, un giovane terrorista di “Prima
Linea”, si era aperto con il giudice e tra l’altro aveva
confermato che Marco, come era già stato dichiarato da
Patrizio Peci, figurava addirittura tra i dirigenti
dell’organizzazione ed aveva partecipato ad attentati molto
gravi, perfino all’assassinio del giudice Alessandrini.
Secondo Sandalo, informato della confessione di Peci, il
presidente del Consiglio ne avrebbe messo al corrente il
padre di Marco ed avrebbe consigliato all’on. Donat Cattin
di far espatriare il ragazzo.
Naturalmente, quella sera a Granada ero lontanissimo dal
sospettare l’intreccio che si sarebbe palesato tra questo
ennesimo affaire della Repubblica e le mie personali
fortune. L’indomani, alle otto, il Presidente sparì un’altra
volta dalla residenza ma senza Maccanico e certamente non
per ragioni di Stato. Se ne era andato tutto solo in una
piazza della città a bersi un caffè ed aspettare che si
aprissero, tardi secondo le consuetudini spagnole, i negozi.
Una fioraia, che fu tra le prime, venne ad offrirgli un
garofano e i suoi auguri. Quando lo raggiungemmo, era felice
come un ragazzo che abbia marinato la scuola, col suo
berrettino bianco, la sua pipa, il suo sorriso intrepido.
Facemmo un po’ di shopping con lui, quindi ce ne andammo a
far colazione al Rincón de Curro, dove ci raggiunsero
altre notizie sullo scandalo Donat Cattin. L’Inquirente
aveva convocato come testimoni lo stesso vice-segretario
della Dc, Sandalo e Cossiga. Allora Maccanico si decise a
confidarmi che il Presidente e lui erano stati informati già
dal giorno 20 e che Pertini temeva un impeachment del
presidente del Consiglio proprio nel periodo in cui era
atteso, tra Roma e Venezia, da due importanti vertici con i
partner della Comunità europea e con Carter.
In nottata,
il Segretario generale si era messo in contatto con Jannelli,
il senatore socialista che presiede l’Inquirente e, a nome
di Pertini, lo aveva sollecitato a stringere al massimo i
tempi. Jannelli, che era d’accordo, aveva assicurato che
Rognoni non c’entrava e che l’audizione di Cossiga come
teste non era nemmeno sicura. Il pericolo poteva venire dai
comunisti, perché un verdetto della Commissione, preso con
una maggioranza inferiore ai cinque sesti, lascia aperta la
possibilità di raccogliere un certo numero di firme per
convocare il Parlamento a Camere riunite e discutere in
quella sede l’eventuale deferimento del ministro incriminato
alla Corte costituzionale o un approfondimento delle
indagini. Per questa seconda richiesta avrebbe optato
Berlinguer, furibondo per le accuse di Donat Cattin sui
finanziamenti occulti del Pci e soprattutto per quelle di
Sciascia a proposito dei collegamenti tra partito armato e
diplomazia cecoslovacca.
Il
pomeriggio a Siviglia passò, comunque, senza danni. Nel
discorsetto in municipio, Pertini lanciò un altro slogan
dopo quello che aveva divertito il Re (“chi non conosce
Siviglia, non conosce meraviglia”), concludendo l’orazion
piccola con il bizzarro distico: “Chi non conosce Spagna,
non conosce gioia magna”. Dopo una passeggiata in
carrozzella attraverso l’oceano verde del parco regina Maria
Luisa, ci fu offerta una cena nelle sale dei Reales
Alcazáres, un posto favoloso segnato profondamente dalla
magia dell’arte araba. L’indomito Presidente volle anche
visitare, dopo cena, il barrio di Santa Cruz, ma
verso l’una di notte era così stanco che si lasciò sfuggire:
“Se non mi riportate in albergo, il Presidente della
Repubblica e il Segretario generale procombono qui”.
Venerdì 30
maggio. Siamo in partenza per Barcellona e sempre più
preoccupati per la piega che sta prendendo a Roma lo
scandalo Donat Cattin. Il vice-segretario della Dc avrebbe
confessato all’Inquirente di aver parlato con Sandalo, amico
del figlio, e di aver appreso da Cossiga che Marco era
ricercato come terrorista o almeno di averne ricevuto la
conferma. Il terrorista “pentito” è stato torchiato stanotte
per sei ore dalla Commissione, che avrebbe richiesto al
giudice Caselli gli atti istruttori. L’interrogatorio di
Cossiga avverrà a mezzogiorno di oggi. Il ragazzo avrebbe
confermato di aver saputo da Donat Cattin o dalla moglie,
non è chiaro, che Cossiga aveva anche suggerito all’amico di
far espatriare il figlio: “altro è se lo arrestano in
Italia, altro è se scappa all’estero”. Vado a riferire
queste allarmanti novità al Presidente, che si sta infilando
la camicia. Naturalmente è ancora più preoccupato di me e mi
dice qualcosa che non posso riferire. Guardandomi
attentamente, con i suoi occhi molto miopi ma penetranti.
“Lei ed io siamo sulla stessa lunghezza d’onda” aggiunge
affettuosamente. Anche Scalfari, lo avverto, stamattina
chiede le dimissioni di Cossiga.
Nell’aereo
per Barcellona, un dirigente del servizio di sicurezza mi
avverte che ieri sera alle 23 qualcuno ha telefonato al
centralino dell’albergo a Siviglia per annunciare un
attentato contro il Presidente. Per fortuna, doveva essere
solo un mitomane. Ma io sono in ansia – maledetta
deformazione professionale – soprattutto perché so che in
Catalogna ci aspetta un nugolo di colleghi che chiederanno
al Presidente o a me un parere sui fatti dell’Inquirente. Ho
già respinto a fatica le obiezioni dei pochi giornalisti che
ci hanno seguito nel Sud e che si mostravano stupiti per la
calma con cui avevamo continuato i nostri giri turistici,
nonostante l’iradiddio che si stava scatenando in Italia. Ho
un briefing in programma per le 16.30 del pomeriggio
all’albergo Palace di Barcellona e dovrò pure
raccontare qualcosa. Il Presidente, che siede accanto a
Marina Maccanico ed è assai disteso, esclude di volersi
pronunciare: “Mi lasci completamente fuori” ordina. Allora
preparo tre domande, che sottopongo al Segretario generale.
La prima dice pressappoco: “Il Presidente della Repubblica
segue la questione che è al vaglio della Commissione
inquirente?”. La seconda: “Che giudizio ne dà?”. La terza:
“E quale può essere il destino di Cossiga?”.
Prim’ancora
di suggerirmi la risposta, Maccanico precisa: “Naturalmente,
rispondi soltanto se ti fanno le domande. E chiarisci che
non si tratta assolutamente del pensiero del Presidente. La
terza risposta, se te la puoi risparmiare, è meglio”.
In ogni
caso, ecco le risposte:
“Il
Presidente Pertini si è mantenuto in stretto contatto con
palazzo Chigi e con la Commissione dei procedimenti di
accusa. Lo ha fatto tramite il Segretario generale della
Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico”.
Ovviamente
il Presidente non può che rimettersi al giudizio della
Commissione, sia per rispetto alle prerogative del
Parlamento, sia perché non conosce gli atti”.
“È chiaro
che, se la Commissione inquirente non si pronuncerà per la
manifesta infondatezza delle accuse rivolte al Presidente
del Consiglio, Cossiga si dimette e si sottopone al giudizio
della Corte costituzionale”.
Maccanico
non accenna minimamente al passaggio intermedio previsto
dalla procedura, e cioè al giudizio delle Camere riunite sul
deferimento alla Corte costituzionale, né io me ne ricordo.
Chiamo Agrò e gli chiedo se il briefing è sempre
fissato per le 16.30, ma il mio collaboratore mi informa che
i colleghi hanno chiesto l’anticipo almeno di un’ora perché
hanno altri impegni. Disgraziatamente anche io ne ho uno,
devo restare a colazione con il Presidente. Decido allora di
affidare il briefing ad Agrò, dettandogli domande e
risposte, spiegandogli bene che non si tratta di uno
statement ufficiale ma solo di informazioni che diamo
alla stampa per dimostrare che Pertini continua a fare
politica anche durante la parte privata del viaggio.
Commetto, in questo modo, tre o quattro errori. Primo, un
eccesso di zelo sempre riprovevole e un tantino ridicolo,
nonché un’eccessiva comprensione per le esigenze dei
colleghi. Secondo, un eccesso di fiducia in Agrò, che non è
un giornalista ma un funzionario e non è tenuto a saper
“filtrare” le informazioni. Terzo, una sottovalutazione
dell’eco che può avere, senza il mio “filtro”, la terza
risposta. Quarto, un’inopportuna condiscendenza nei
confronti del Presidente, al quale dovrei far capire che
sono più necessario al Palace che non a colazione con lui.
Sbarcati a
Barcellona, voliamo verso la collina dove ci attende il
Palazzo Albéniz, una residenza da favola che per la prima
volta i reali mettono a disposizione di un ospite straniero.
Mio moglie ed io ci sistemiamo nella stanza che ci è stata
riservata, una sorta di mansarda linda e accogliente, senza
sospettare che non dormiremo qui. È tardi e corro nell’atrio
per vedere se il Presidente ha bisogno di me. Infatti, è
così. Pertini, con una delle sue tipiche decisioni
improvvise, ha declinato l’invito a colazione nello stesso
Palazzetto – dove pare che sia stato preparato un menù
succulento. Noi invece puntiamo su una trattoria del
lungomare, molto affollata e popolare che entusiasma il
Presidente. Facciamo una scorpacciata di pesce fritto e di
un eccellente vino bianco, muy seco, salvo
naturalmente il Capo che beve solo birra. È l’ultimo momento
felice del mio lavoro per il Quirinale.
Qualcuno mi
informa per telefono, forse lo stesso Agrò, che è scoppiato
un casino tra i giornalisti per la dichiarazione
letta dal mio collaboratore. Mi sto spogliando per
riposare con mia moglie, quando ricevo un’altra
comunicazione: c’è una chiamata da Roma. Mi rivesto e saluto
la mia vecchia amica: “Mi licenzieranno”, le dico
scherzando, anche se con un’ombra di presentimento. Al
telefono è il presidente del Consiglio. Mi chiede, a denti
stretti, che diavolo significhi la dichiarazione del capo
dello Stato. Cado dalle nuvole, balbetto, spiego che non si
tratta affatto di una dichiarazione del Presidente ma di
un’informazione del servizio stampa. L’altro riattacca.
Arriva Maccanico, preoccupato ed incredulo. Chiamiamo
l’Ansa, il capo redattore Caselli ci legge il dispaccio
spedito dal suo inviato, Mastrobuoni. Prepariamo un
comunicato inequivocabile: “Si smentisce la dichiarazione
che è stata attribuita al Presidente della Repubblica.
Nessun giudizio è stato espresso dal Capo dello Stato
rispetto alla questione che è in esame alla Commissione
inquirente per i giudizi di accusa”.
È un
cattivo sogno, un incubo. Mi sento come se mi fosse capitato
un grave incidente automobilistico e fossi rimasto sotto le
lamiere, incolume ma stranito. Ad un certo punto, Maccanico
ed io andiamo a riferire al Presidente. Sta in una saletta
dell’atrio, pronto per uscire di nuovo secondo il programma
della visita a Barcellona: Sagrada Familia, museo
Picasso, Barrio gótico, Municipio, Generalità, pranzo
serale. È fuori dai gangheri. Mentre Maccanico segue tacendo
la scena, si rivolge a me: “Chi ha fatto quella
dichiarazione ai giornalisti?”. Rispondo sotto choc: “Agrò”.
La replica arriva secca come una frustata ma ad altissima
voce: “Sollevi Agrò dal servizio”. Non rifletto, sul
momento, che Agrò è un funzionario, che al contrario di me è
protetto dai sindacati, che tutt’al più rischia il
trasferimento in un settore meno importante. Mi dico solo
che non posso far licenziare un uomo che ha quattro figli e
che non ha altre risorse oltre al suo impiego alla
Presidenza della Repubblica. In una frazione di millesimo di
secondo mi dico anche che non è giusto far pagare a lui una
responsabilità che, comunque, spetta al direttore del
Servizio. E dico: “Signor Presidente, di quello che fanno i
miei collaboratori, il responsabile sono io”. E anche questa
volta Pertini non tarda a rimbeccarmi, solo che alza ancor
più il volume della voce, mentre spalanca la porta e
conclude la frase dinanzi a tutti i componenti al seguito:
“E allora sollevo lei dall’incarico!”.
Il
Presidente è uscito, io rimango tramortito con Maccanico.
Non ho preso appunti, cito a memoria e può darsi che sbagli
qualche tempo, ma non la sostanza degli avvenimenti. Ricordo
benissimo che il Segretario generale mi pone,
immediatamente, due problemi: cercare di persuadere
direttamente per telefono, io che sono ormai liquidato, i
direttori dei maggiori quotidiani italiani dell’assoluta
estraneità di Pertini alla dichiarazione; scegliere se
voglio essere dimissionato o licenziato. Stupisco per la sua
perfetta padronanza delle emozioni e, quanto alla sostanza,
mi affretto a chiamare i direttori di giornale, lasciando il
Segretario generale e il Presidente liberi di farmi fuori
come credono. Tra una telefonata e l’altra, ho appena il
tempo di informare mia moglie, che rimane di sale, ma, con
l’abituale fermezza, mi assicura la sua totale solidarietà.
Faremo immediatamente le valige, cercheremo un albergo al
centro e domattina partiremo con un volo di linea
dell’Iberia: non è opportuno restare un minuto più del
necessario in questo stupendo inferno. Purtroppo ho ancora
del lavoro da sbrigare, anche se mia moglie non è d’accordo.
I miei collaboratori mi avvertono che gli inviati al seguito
del Presidente sono talmente confusi dopo la smentita del
Quirinale che chiedono di vedermi: taluni dei loro direttori
mi hanno pregato di mettermi in contatto con gli inviati
perché, come è buona regola sindacale e democratica, si
rimettono interamente al loro giudizio.
Così salto
sulla macchina di servizio e volo al Palace. Qui,
dove trovo quasi tutti i giornalisti del nostro seguito, mi
rendo conto del fatale errore di Agrò. Il mio povero amico,
oppresso dalla responsabilità e probabilmente pungolato
anche da qualche inviato, ha riunito tutti i colleghi e,
senza aspettare le loro domande e senza filtrare le risposte
che gli avevo preparato, ha snocciolato tutto il resto di
seguito, dandogli in tal modo l’inequivocabile significato
di una dichiarazione ufficiale. Non importa se la terza
risposta, interpretata come un’ingerenza, era smentita
implicitamente dalla seconda: non importa se la stessa
dichiarazione finale, letta con attenzione e fuori da ogni
tensione emotiva qual è quella di tipo elettorale che regna
a Roma, si rivela semplicemente ovvia, o, come ha
sottolineato lo stesso Agrò con tipico linguaggio
burocratico, “tautologica”.
Per il solo
fatto che le tre risposte (penso agli enigmi di Turandot)
sono state presentate come una dichiarazione a nome del
Quirinale, Piccoli e Cossiga hanno potuto interpretarle come
un’interferenza “gravissima” del Presidente. All’albergo
Palace sono in grado di ricostruire quanto è accaduto
tra la prima telefonata a me di Cossiga e la scenata con cui
Pertini mi ha licenziato. Il presidente del Consiglio e dopo
di lui Piccoli, più tardi Spadolini (che era a Palermo)
hanno parlato con Maccanico. In parte ero presente, ma
naturalmente non potevo sentire quel che dicevano gli
interlocutori da Roma. Il segretario della Dc, vengo a
sapere anche questo all’albergo dei giornalisti, era stato
informato dello sciagurato statement di Agrò
direttamente dal direttore responsabile del “Popolo”,
Gilmozzi, inviato al nostro seguito. L’indomani “Il Popolo”
riferirà molto correttamente sui fatti e il martedì 3 giugno
Piccoli smentirà tassativamente, in una conferenza stampa,
di essere intervenuto presso la segreteria della Repubblica
per chiedere la mia testa anche perché come “giornalista”
non lo avrebbe mai fatto, ma aggiungerà: “L’azione di
Ghirelli è gravissima visto che Pertini l’ha licenziato”,
che è un modo curioso di ragionare.
Ad ogni
modo, sebbene alcuni colleghi mi vedano “molto teso” e
qualcuno addirittura con le “lacrime agli occhi”, tengo
egualmente la conferenza stampa. Chi ne dà conto con
maggiore obiettività mi pare sia il collega Roberto
Giardina, del “Giorno” di Milano, che scriverà testualmente:
“Alle
19.15, Ghirelli molto teso ma sempre controllato è giunto
infine alla sala stampa organizzata dall’Hotel Ritz di
Barcellona. “C’è stato veramente un grosso equivoco” ha
detto “un grosso equivoco che mi costerà caro, probabilmente
il posto. Ma è ovvio che mi assumo ogni responsabilità”. E
infine il chiarimento: “Il Presidente della Repubblica non
ha rilasciato alcuna dichiarazione sul caso Cossiga”. Come
portavoce del Presidente, ha spiegato Ghirelli, le mie
funzioni sono duplici, da una parte informare la stampa,
dall’altra informare il Presidente.
“È vero” ha
detto “che Pertini si è tenuto in contatto con Cossiga e con
il presidente della Commissione, ma è anche vero che siamo
tutti all’oscuro di molti particolari e che quindi, come già
affermava la prima comunicazione, egli non poteva emettere
alcun giudizio sul caso. La seconda parte della
dichiarazione è ovvia. Se Pertini non può emettere giudizio,
tanto meno può invitare Cossiga a dimettersi. L’equivoco
nasce dall’interpretazione data alle parole del mio
collaboratore. È evidente che se il presidente del Consiglio
come qualsiasi ministro viene ritenuto colpevole si dimette
e si presenta al Parlamento riunito per il giudizio. Una
spiegazione costituzionale dunque e non un giudizio”.
Una prima
telefonata di Maccanico, che è accorso presso il Presidente,
mi suggerisce di tornare al Palazzetto Albéniz; lo avrei
fatto comunque per rilevare mia moglie e il bagaglio. La
seconda telefonata è minacciosa: il Presidente è ancora
furibondo, vuole che si faccia subito il comunicato con il
mio licenziamento, devo far sapere dove vado. La terza
arriva la sera, all’albergo Avenida Palace, dove
abbiamo trovato rifugio e stiamo malinconicamente cenando
con Agrò e un altro funzionario del nostro servizio, Picchi.
Dice il Segretario generale: “Sono riuscito a far rinviare a
domani il comunicato. Secondo me, la formula migliore è
questa. Parliamo di un errore di un tuo collaboratore del
quale ti assumi piena responsabilità e di conseguenza
presenti le tue dimissioni.
Così,
abbiamo anche qualche giorno per accettarle o per
respingerle. Meglio ancora se il comunicato lo rinviamo al
ritorno in sede”. È una formula che mi piace, sono parole
che aprono il cuore alla speranza di un recupero in
extremis. Invece, l’indomani mattina alle otto, Agrò mi
avverte che la formula voluta dal Presidente è quella
originaria: “sollevato dall’incarico”. Mi viene fatto subito
di pensare che in Italia non si solleva qualcuno
dall’incarico almeno dal 25 luglio 1943. Ho il cuore colmo
di amarezza, ma sono tranquillo. Lasciamo l’albergo per
imbarcarci su un DC-9 della Iberia in partenza alle 11.05
per Roma. Poche ore dopo, dal telefono di casa, chiamo il
direttore di turno dell’Ansa e gli detto una dichiarazione:
“Non
intendo minimamente pronunciarmi sulla sostanza del
provvedimento che mi riguarda. Desidero soltanto riaffermare
la mia devozione e il mio affetto per il Presidente della
Repubblica”.
La notizia
ha un’eco fragorosa. “La Notte” di Milano la pubblica
addirittura su nove colonne in apertura di prima pagina:
“Voto decisivo su Cossiga/e Pertini licenzia “in tronco”/il
suo addetto stampa Ghirelli”. L’inviato dell’Ansa ed altri
colleghi raccontano che “un gruppo di giornalisti italiani
tra quelli che hanno seguito Pertini nel suo viaggio in
Spagna ha consegnato al Presidente della Repubblica una
lettera nella quale chiedono comprensione per il caso
Ghirelli e confermano la loro stima al collega”. Pertini
l’ha letta ma, al momento di lasciare la residenza diretto
all’aeroporto, sorridendo agli inviati ha fatto pollice
verso.
Non tutti
solidarizzano con il collega. Indro Montanelli mi dedica una
parte, assai sprezzante, dell’editoriale sul “Giornale
nuovo”. Dice che non ha mai capito perché io occupassi quel
posto: “Ghirelli è un giornalista sportivo molto bravo,
specie quando non si picca di mescolare la sociologia ai
muscoli degli atleti. Ma cosa avesse a che fare col
Quirinale, ci sfuggiva. Ora dobbiamo riconoscere che ha dato
addio alla sua carica con più grazia e discrezione di quando
l’esercitava. A meno che tra un paio di mesi non ce lo
ritroviamo presidente di qualche ente come premio di una
sceneggiata ben recitata”.
Nella sua
“Stanza” e su “Oggi”, arriverà a scrivere che “Ghirelli fu
designato a quella carica, così poco adatta a lui, perché
così volle il partito socialista al quale appartiene ed al
quale appartiene anche Pertini”. Chi conosce l’indipendenza
quasi nevrotica del Presidente da ogni pressione esterna, ed
in particolare da quella del Psi, sorriderà allo sproposito
di Montanelli. Sul “Tempo”, Enrico Mattei esclude che il
Capo dello Stato sia uomo capace di “aver ordinato ad un suo
collaboratore di diffondere un suo giudizio e poi, pentito o
impaurito, cacciarlo via, facendo passare da sprovveduto chi
non ha fatto altro che eseguire una sua disposizione”. Ma,
aggiunge, “chi conosce Antonio Ghirelli non può neppure
immaginare che gli sia saltato il ghiribizzo di far dire al
Capo dello Stato la prima battuta che gli passi per il
cervello”. Si tratta, dunque, per Mattei di un “rebus
politico”.
Questo
rebus intriga, naturalmente, soprattutto gli oppositori del
governo Cossiga. Il “Secolo d’Italia” afferma: “Ben altri
personaggi dovrebbero essere sollevati, ma stavolta a
pagare è stato solo il giornalista Antonio Ghirelli. Torto,
gravissimo, il suo: essersi assunto delle responsabilità non
sue o, quanto meno, non solo sue”. All’altro estremo anche
“Lotta continua” avanza serie critiche. Aprendo addirittura
la prima pagina con un paradossale titolo: “Ghirelli for
president”, il giornale di Enrico Deaglio aggiunge nel
sommario: “Si è voluto punire, in maniera che non ha
precedenti, una persona onesta, coscienziosa e seria. C’è
solo da augurarsi che la decisione rientri al più presto”.
Nell’editoriale interno, si sostiene che in questa “brutta
storia”, Ghirelli appare come “la vittima sacrificale,
l’unico che paga in questo scandalo”, e si aggiunge:
“C’è un presidente del Consiglio chiamato in causa perché
forse ha favoreggiato Marco Donat Cattin. Francamente è il
minimo dire: – Se Cossiga è riconosciuto colpevole, allora
si dimetta. Invece no: il dimesso è Ghirelli che quel
comunicato ha diramato”.
Deaglio
tornerà alla carica qualche giorno dopo chiedendo che il
Presidente si riconcili con il suo addetto stampa: invano.
“L’Unità” considera l’incidente “per lo meno singolare”,
sostiene: “È certo che la dirigenza democristiana ha voluto
un gesto del genere, nel tentativo di tamponare un’altra
falla con il sacrificio di un funzionario al seguito del
Capo dello Stato”. Mario Galletti, inviato di “Paese Sera”
allarga il ragionamento: “A Roma, arrivata in blocco e senza
nessuna articolazione, la comunicazione di Barcellona ha
l’effetto di una bomba. La conseguenza si spiega: una cosa
naturale e legittima diventa eccezionale se turba il
meticoloso disordine in cui a Bisanzio le parole e i fatti
vengono predisposti. Poi va a capitare chi ha montato il
tutto, secondo una logica che poteva non esserci. E in più
(in più e di che portata!) c’è la telefonata di un
giornalista che da Barcellona avverte Piccoli; e Piccoli
dice, ritelefonando a Barcellona a Pertini, che l’ingerenza
presidenziale è inammissibile”.
Successivamente, i settimanali tornano sull’episodio.
Secondo l’ “Espresso”, tra il ritorno del Presidente dalla
colazione al Cità Costa di Barceloneta e la scena del
mio congedo, si sarebbero inserite due telefonate da Roma:
“Qualcuno lo svegli all’improvviso: – Presidente, c’è
Cossiga al telefono. Il presidente del Consiglio non si
perde in preamboli: – Mi dimetto questa sera stessa. Pertini
è sbalordito. Ha appena posato la cornetta che arriva una
seconda telefonata: è Flaminio Piccoli. – È un’interferenza
grave, inammissibile in un sistema costituzionale come il
nostro, protesta il segretario della Dc”. Come ho già detto,
Piccoli smentirà. “Panorama” spiega la chiamata di Piccoli
allo stesso modo dell’ “Unità” e di “Paese sera”: “Tra i
giornalisti al seguito che hanno ascoltato stupefatti la
lettura del comunicato inventato da Agrò, il primo a
riprendersi dallo sbalordimento è Marcello Gilmozzi,
l’inviato del “Popolo”, il quotidiano della Dc. Si precipita
ad un telefono, si fa passare Flaminio Piccoli. Non è
passata mezz’ora dall’infelice conferenza stampa che il
segretario della Dc accusa Pertini di “inammissibili
ingerenze presidenziali nella vita politica italiana”. Più
incalzante, l’ “Europeo” arriva a sostenere che “il
segretario della Dc non usa mezzi termini con il Presidente
della Repubblica, addirittura lo minaccia di impeachment
per attentato alla Costituzione, se non smentisce
all’istante il comunicato trasmesso alla stampa”.
Il giorno
3, mentre “Repubblica” su ispirazione del Quirinale,
annuncia che il capo dello Stato non sostituirà (almeno per
il momento) Antonio Ghirelli, “Il Manifesto” dedica un
durissimo corsivo alla meschina vicenda, rifacendosi
al gesto del pollice verso con cui il Presidente ha respinto
la richiesta di indulto degli inviati speciali a Barcellona:
“Dal Quirinale, l’ufficio stampa ritornato da Pertini non ha
diramato nessuna smentita. Così, tocca a noi, redattori
antistituzionali di un giornale antistituzionale, ricordare
al Presidente che la repubblica non è Roma imperiale, il
Quirinale non è il Colosseo e Ghirelli non è un gladiatore,
da condannare al forcone del retiario con l’imperioso
gesto del pollice verso”. È lo stesso giorno in cui Deaglio,
su “Lotta Continua”, reitera l’invito al Presidente a
“ripensare alle proprie decisioni” come “è proprio delle
persone sensibili, umane e intelligenti quale Pertini è”; ad
agire, insomma “non in base alla forma, ma in base alla
sostanza. E la sostanza è che il Quirinale è un luogo
difficile e che nei luoghi difficili è meglio sempre avere
un amico vicino. E Antonio Ghirelli, come Pertini sa, è
sicuramente un amico, disinteressato”.
È il tema
che ha sviluppato sulla “Stampa” Lietta Tornabuoni: “La
gente s’era abituata a riconoscere in televisione, sempre a
fianco di Pertini, la figura spesso sorridente di Ghirelli;
nelle consultazioni per la formazione del governo, nelle
tante tristi cerimonie funebri, nei viaggi ufficiali o allo
stadio, in momenti tesi come quello della vertenza dei
controllori di volo, nei giorni di polemiche come quelle
originate dalle dichiarazioni di Pertini in Jugoslavia o dal
suo telegramma di congratulazioni ai magistrati di Padova.
La presidenza Pertini è stata in questi due anni una delle
più travagliate: nell’Italia dei drammi continui, della
crisi profonda, degli improvvisi vuoti di potere e di
autorità, il Quirinale ha assunto un’importanza inconsueta
che imponeva al capo dell’ufficio stampa doti particolari di
diplomazia ed equilibrio. La dinamicità instancabile e il
temperamento scomodo del Presidente esigevano accortezza,
dedizione e tutto il tempo disponibile. Compiti non
semplici, cui Ghirelli ha assolto con impegno e passione:
sino a ieri, sino all’incidente di Barcellona, che ha
causato la brusca caduta”.
All’incirca
quattro mesi dopo l’episodio di Barcellona, anche il
funzionario che avevo cercato di salvare, sarà folgorato
dalla collera del Presidente. Accadrà durante il suo viaggio
in Cina, a metà settembre 1980. Il povero Agrò, già
avvertito dal Segretario generale del suo imminente
trasferimento ad altro servizio, rimane in sede con il
compito di informare la carovana sui commenti dedicati dai
mass media alla missione. Una fatale sera, colto da un
secondo attacco di zelo, crede di ravvisare in un’allusione
all’imminente viaggio di Giscard d’Estaing nella stessa
Repubblica popolare una mancanza di riguardo per il nostro
Capo dello Stato. E naturalmente si precipita, via telex, a
riferirglielo. Il Presidente chiede pubblicamente ragione
dell’offesa, sulla Grande muraglia, all’autore del commento,
Ilario Fiore, corrispondente da Pechino per Rai-Tv, ma Fiore
– registratore alla mano – ha buon gioco a dimostrare che
Agrò ha equivocato. Deinde ira. Pertini, nel chiedere
lealmente scusa al giornalista, lo informa – a tutto
risarcimento – che il funzionario responsabile verrà rimosso
(per la seconda volta!) dal servizio stampa. La vicenda
comincia ad assumere il sapore di un romanzo di Agatha
Christie.
Bettino Craxi
Il 16
luglio 1976 il comitato centrale del Psi, riunito
all’albergo Midas Palace di Roma sulla via Aurelia, elegge
segretario del partito Bettino Craxi. È il risultato di una
sollevazione dei quarantenni, i dirigenti più giovani,
contro Francesco De Martino e gli altri annosi notabili
accusati di aver portato il partito sull’orlo dello sfacelo.
Craxi, che ha compiuto da cinque mesi i 42 anni, risulta
praticamente sconosciuto alla maggior parte degli italiani,
non esclusi quelli che continuano eroicamente a votare Psi.
Soltanto pochi intimi sanno di lui che ricopre da parecchi
anni l’incarico di vicesegretario per conto della corrente
autonomista, che è il braccio destro di Nenni e che da
giovanissimo ha lavorato nell’Unione goliardica italiana.
Cinque anni
dopo è diventato il personaggio più stimolante, più popolare
e più detestato della nostra costellazione politica.
Nell’estate del 1978 ha imposto agli altri partiti
l’elezione di un socialista alla presidenza della
Repubblica, evento senza precedenti nella storia unitaria
del Paese. Pochi mesi più tardi, si è visto affidare dallo
stesso capo dello Stato, Sandro Pertini, l’incarico di
formare il governo e, se non è riuscito a condurlo in porto
per ragioni estranee alla sua capacità, ha tuttavia mostrato
nella circostanza il piglio e lo stile del leader di razza.
Da quel momento, si è mosso con la stessa autorità, grinta e
risolutezza nelle trattative con altre forze politiche, nei
rapporti con il sindacato e nella guida del partito,
districandosi energicamente fra i marosi di una difficile
navigazione. Giunto alla segreteria del Psi come esponente
di una frazione che contava su poco più del 10 per cento dei
delegati di base, è arrivato a convincere il Congresso di
Palermo nell’aprile del 1981 con il 70 per cento dei voti,
che sono saliti a 72 nell’elezione diretta da parte
dell’assemblea per la sua conferma in carica. Due mesi dopo,
nelle elezioni amministrative che mobilitano il 21 giugno
nove milioni di elettori, le liste socialiste, che De
Martino aveva insabbiato nelle secche del 9 per cento,
toccano il tetto del 14 per cento dei suffragi globali.
“Ha vinto
l’effetto Craxi” afferma all’indomani l’on. Claudio
Martelli, uno dei suoi collaboratori più brillanti, mentre
di un fenomeno Craxi aveva parlato poco tempo prima, in un
editoriale pubblicato sul “Corriere della sera” Alberto
Ronchey. Può darsi che queste valutazioni siano esagerate ma
è un fatto che, dopo la tragica morte di Aldo Moro e la
scomparsa di Ugo La Malfa, nessuna personalità italiana
esercita un’influenza pari alla sua sull’opinione pubblica,
sui mezzi di comunicazione di massa, sul dibattito politico.
Evidentemente un’affermazione così rapida e perentoria non è
fatta per suscitare solo consensi, specialmente in un paese
come l’Italia, lacerato da contrasti sempre più violenti e
dominato dalla cultura del sospetto. Critiche e accuse
feroci grandinano quotidianamente sul capo di Craxi almeno
con la stessa intensità con cui gli piovono addosso gli
elogi. “I più ostili o timorosi – scriveva Ronchey
nell’articolo citato – mormorano che per certi tratti
fisionomici o caratteriali somiglia a Mussolini (cose che
succedono di tanto in tanto tra i socialisti), anche se
Mussolini era massimalista e non riformista”. Ma Noske e
Mollet, che erano riformisti, hanno fatto quasi peggio di
Mussolini: non vuol dire.
Una
sommaria antologia dei giudizi più aspri pronunciati sul
conto del Segretario socialista può rendere una pallida idea
delle ostilità che egli è capace di suscitare. Se Ronchey
accennava al paragone con il duce del fascismo, Giampaolo
Pansa è tornato più indietro nel tempo, arrivando
addirittura a ridosso del Risorgimento: “Ai pessimisti,
questo socialista che piace anche agli industriali duri alla
Mandelli, ricorda ogni giorno di più Crispi, partito
mazziniano-garibaldino e finito nemico del Parlamento”.
Invano l’interessato preciserà allo stesso Pansa: “Credo che
il Partito socialista sia e debba rimanere un partito di
sinistra e credo che anche all’interno del Psi io sia uno
degli uomini più di sinistra”. Gli ambienti marxisti
continuano a diffidare delle sue intenzioni riposte: “Va per
una strada non priva di ombre. Talvolta le sue parole hanno
un timbro presidenziale che inquieta. Dice: Chi fa dei
giochi sporchi finisce a piazzale Loreto, ma troppo
spesso rivela una concezione autoritaria della politica”. È
vero che “pensa in grande e non dimentica mai la rotta”, ma
sa bene “che se l’avvenire è luminoso, la marcia può essere
zigzag. Di qui una tattica molto mobile. Un puntare su molti
tavoli. Una gran dose di pragmatismo. La tecnica dello
stop-and-go, muovere, fermarsi, ancora muoversi. Il
gusto di forzare le situazioni con i colpi di scena”. Serie
riserve circondano anche il suo carattere: “Un uomo molto
orgoglioso della propria bandiera politica. Consapevole
delle sue doti. Con poca pazienza degli altri. Brusco di
modi. Individualista solitario. Guardingo. Di memoria lunga.
Corazzato di diffidenza. Afflitto dal complesso della
congiura”. In breve: un padre padrone del partito.
Senza
dubbio, molte di queste censure coinvolgono tradizionalmente
il Psi tutto intero: “Chi è normalmente sotto esame, sotto
inchiesta e anzi, diciamolo pure, sul banco degli accusati è
il Partito socialista” si sfogherà Bettino quando gli
rivolgeranno un ennesimo attacco perché continua a
circondare di molte riserve il processo di maturazione
democratica del Pci. “Da sempre ci dobbiamo difendere
dall’accusa di non essere socialisti, di non essere di
sinistra, di tradire la classe operaia e via dicendo”. Ma
molte delle critiche coinvolgono proprio lui personalmente.
Dicono che è un egocentrico, un accentratore. Che è lui a
decidere la linea del partito, a supervisionare le liste dei
candidati, a risolvere le situazioni delicate. Che è lui a
scrivere e a far scrivere sull’ “Avanti!” ciò che gli fa
comodo, lui a decidere se e come rispondere agli altri
partiti. Che è lui a scegliere le date dei congressi, a
prepararli, a manipolarli. Che è lui a mantenere i contatti
internazionali, a dettare i termini della politica culturale
socialista, a imporre persino i simboli e le parole d’ordine
con cui si presentano le iniziative del Psi.
Anche
quando si riconoscono i suoi meriti, quando si ammette che
ha preso in mano un partito “triste e cadente”, privo di una
linea politica, di un disegno progettuale, privo di tattica
e strategia, e gli ha restituito prestigio e dignità, anche
quando si constata che ha posto il Psi al cento
dell’attenzione generale, si avverte il bisogno di
aggiungere che, per raggiungere questi obiettivi, ha
proceduto troppo spesso in modo estemporaneo, provocando
lacerazioni profonde tra le forze democratiche e aprendo
varchi paurosi alla destabilizzazione.
Né Craxi
incontra maggiori simpatie tra i suoi interlocutori
politici. I socialdemocratici, che fingono di amarlo, temono
che egli possa finire per tagliare loro l’erba sotto i
piedi. I repubblicani non lo amano neppure per finta, perché
in passato ha polemizzato poco rispettosamente con La Malfa,
perché come tutti i socialisti (ma meno di molti di loro)
favorisce sprechi nella spesa pubblica, perché non è
abbastanza intransigente contro i terroristi. I
democristiani di destra, che ne avevano fatto il loro
alleato privilegiato nel Congresso del preambolo, si sono
accorti che si tratta di un compagno di viaggio scomodo e,
per di più, di un insidioso concorrente elettorale. I
democristiani di sinistra non lo sopportano per molte
ragioni, la principale delle quali è che con il Psi pretende
di sostituire nella guida della società italiana la Dc,
emarginandola a destra a dispetto della sua forte base
popolare.
Come ha
osservato uno di loro, Guido Bodrato, la spregiudicatezza,
vizio o virtù politica che sia, permette a Craxi di rendere
conciliabili scelte che non lo sarebbero affatto: polemizza
col Pci e al tempo stesso parla di alternativa; cerca
collegamenti con gli imprenditori e forza tutti gli elementi
conflittuali sul piano sindacale; afferma di battersi per la
governabilità e determina situazioni di instabilità e
insofferenza. Bodrato esclude che la sua strategia si
proponga traguardi autoritari, da nuovo fascismo, ma
denuncia la contraddizione tra le sue accuse alla corruzione
democristiana e la notevole esperienza che i socialisti
hanno in materia di sottogoverno e di scandali.
Ovviamente,
i comunisti sono i più severi nelle critiche al loro
indocile compagno, anche se con l’abituale prudenza
preferiscono contestargli caso per caso presunte o reali
inadempienze, anziché abbandonarsi a un generico giudizio
negativo. Finché possono sperare di scavargli la fossa, lo
attaccano senza pietà: il giorno in cui egli avesse
realizzato i suoi obiettivi massimi riequilibrando i
rapporti di forza con Pci, scenderebbero a patti con lui,
esattamente come ha fatto Marchais con Mitterrand. È
normale, fa parte delle regole del gioco. I sovietici, però,
possono permettersi di essere meno diplomatici: dal 1978 in
avanti, la stampa moscovita ha preso a bersagliare il
segretario del Psi come predicatore di ostilità verso
l’Urss, uomo ormai accodato al carro dei nemici del
movimento comunista, amico spudorato dei cinesi e degli
americani, leader sulla cui coscienza pesa la
decisione di trasformare l’Italia in una piazza d’armi
missilistico nucleare, dirigente che sta mostrando il
massimo di irresponsabilità verso il proprio popolo. Un
mostro.
Gli
oppositori all’interno del Psi rincarano la dose,
descrivendolo come umorale, impulsivo, vanitoso,
vendicativo. “Quando individua nel partito un avversario
pericoloso, cerca di metterlo in minoranza e, per riuscirci,
offre tutto a chi può aiutarlo nell’impresa, mentre
evidentemente gli uomini politici offrono l’altra guancia.
De Martino lo ha accusato di portare il Psi sempre più a
destra. Nevol Querci sostiene che ha trasformato in
nazionalismo un sano patriottismo di partito e ha fatto
degenerare l’autonomismo in equidistanza nel conflitto
sociale. Achilli contesta semplicemente ogni punto della sua
strategia, impuntandogli la rottura a sinistra e, in
politica estera, un ottuso appiattimento sulle posizioni
dell’imperialismo yankee. Con maggiore finezza ha
analizzato le caratteristiche del segretario il suo rivale
per definizione, Claudio Signorile, esponente di punta della
corrente lombardiana, un pugliese ancor più giovane di
Bettino, che probabilmente avrebbe avuto una carriera
assicurata come docente universitario o come un giornalista
se non fosse dominato dalla passione politica.
Alleato di
Craxi nella congiura del Midas, suo socio in condominio
nella gestione del partito per circa tre anni, poi coinvolto
nello scandalo dell’Eni e travolto dalla spietata abilità
del suo compagno di cordata, Signorile si è riconciliato con
lui dopo il congresso di Palermo e ha accettato, come aveva
già fatto Enrico Manca qualche mese prima, di entrare nella
delegazione governativa socialista, quale ministro per gli
interventi straordinari nel Mezzogiorno del gabinetto
Spadolini. Nel suo antagonismo con Craxi, le divergenze
teoriche contano meno delle sfumature di temperamento, di
formazione ambientale, di orientamenti culturali. Al
laburismo manageriale cui si ispira il dirigente milanese
corrisponde il socialismo umanistico e marxiano del
parlamentare barese; alla coerenza politica, talora un po’
tetra, di Bettino, l’allegro trasformismo, così tipico del
socialismo meridionale, di Claudio, ragazzo intelligente e
spensierato, un po’ vitellone, prestato solo part-time
all’impegno di partito.
In un lungo
colloquio con un redattore dell’ “Europeo” egli ha tracciato
un ritratto del rivale che merita qualche attenzione.
Secondo lui, uno degli errori in cui Craxi incorre spesso è
quello di vedere in ogni accidente della storia la
macchinazione di un nemico. I suoi interventi non scavano
mai in profondità: “Molti proclami, poca politica. È un uomo
ricco di intuizioni ma non sempre lavora con tenacia per
tradurle in realtà. Non conosce né la diplomazia, né la
pazienza”. Dà altresì troppo spesso l’impressione di puntare
a destra, come accadde nell’estate del 1978, quando pubblicò
il famoso saggio su Proudhon, scritto (pare) a quattro mani
con il politologo Luciano Pellicani: “Anzitutto, non aveva
senso spostare il confronto con i comunisti sul terreno
ideologico; era come imbastire una polemica tra tertulliani
e nestoriani nella Chiesa, all’indomani del Concilio
vaticano II. Poi, obiettivamente, il saggio – con il suo
rifiuto del marxismo e la rivalutazione provocatoria del
socialismo premarxista – sembrava voler ridurre il Pci in un
ghetto”. Signorile respinge questa interpretazione ma solo
perché è convinto che “Craxi ha un rapporto prevalentemente
strumentale con le idee” ed è interessato soltanto agli
“spunti che possano creare sussulti politici in tempi
brevi”.
Nemmeno la
sua pronunciata diffidenza verso il comunismo avrebbe radici
ideologiche. Secondo l’esponente lombardiano non si può dire
che il segretario del Psi sia anticomunista, si può soltanto
rilevare che la sua polemica contro Berlinguer non è “né
realista né lungimirante”, il che spiega perché sia
diventato il dirigente socialista più impopolare del secolo
“presso gli strati operai influenzati dal Pci”. Ma l’aspetto
più inquietante della sua personalità sta nella tendenza a
suscitare “un allargamento dei consensi e delle alleanze,
senza prestare la minima attenzione alla natura sociale dei
consensi raccolti”, il suo opportunismo insomma, la sua
disponibilità a muoversi “senza tenere minimamente conto
delle radici popolari del Psi”. Signorile è piuttosto
scettico sul successo finale dell’operazione avviata nel
1980 col ritorno al governo, perché teme che la Dc finisca
per ritrovare la propria unità proprio sulla linea di
opposizione alla “centralità” socialista che Bettino
vorrebbe imporre. Il pericolo, in ogni caso, è che
l’operazione si chiuda a destra, sradicando il Psi dal suo
terreno originario e tradizionale.
Pesanti
insinuazioni sono state avanzate a più riprese sui presunti
traffici finanziari a cui Craxi e i suoi più stretti
collaboratori (Formica e Gangi) si abbandonerebbero. Nelle
carte di Gelli, il torbido capo della Loggia P2, sono stati
trovati o fatti trovare appunti riguardanti lo scandalo Eni,
dai quali si desumeva che non solo Signorile ma anche il
segretario del Psi e Rino Formica vi sarebbero stati
coinvolti e che, per giunta, una cospicua somma in dollari
sarebbe stata accreditata a nome di Martelli presso una
banca svizzera.
Perfino la
stampa comunista si è fatta portavoce di accuse poco
gradevoli sui rapporti che il vertice del Psi avrebbe
sviluppato con il banchiere Calvi, presidente del Banco
ambrosiano, arrestato e condannato in prima istanza a una
pena piuttosto severa in conseguenza di un’operazione di
borsa poco chiara. Secondo “Panorama”, Calvi avrebbe aperto
– su pressione dell’avvocato Ortolani, altro esponente della
loggia massonica incriminata – un conto all’estero in favore
del Psi per un ammontare di 21 milioni di dollari, all’epoca
oltre 20 miliardi.
Come se non
bastasse, sempre secondo il settimanale di Mondadori, quando
scoppiò il macroscopico caso della Loggia P2 un magistrato
milanese avrebbe confidato al sindaco di Milano, Tognoli
(altro amico intimo di Craxi) che la faccenda era enorme e
che per il Psi il solo modo per uscirne decentemente sarebbe
stato di mettere da parte il segretario di partito. Tutte
queste insinuazioni sono state sdegnosamente smentite.
Martelli ha ottenuto dalla banca svizzera una dichiarazione
nettamente liberatoria. Formica ha affermato che la gestione
del Psi, da quando egli ne ha assunto la responsabilità, per
cederla al momento di entrare come ministro delle Finanze
nel governo Spadolini, è stata “corretta, cristallina,
inattaccabile”. Lo stesso Craxi ha ammesso che il partito ha
contratto debiti con varie banche, compreso l’Ambrosiano e
con le sue cospicue proprietà immobiliari.
Sull’argomento, ho interpellato lo stesso Signorile che è
apparso molto circospetto. Per il caso Eni ha escluso
tassativamente non solo la propria implicazione (sono
rimasto coinvolto nell’affare, pur essendone assolutamente
all’oscuro, soltanto perché sono notoriamente amico di
Mazzanti), ma anche quella dei suoi compagni-avversari,
dichiarando di non essere neppure sicuro che sia stato
proprio Bettino a fare il suo nome. Quanto al resto, ha
asserito di saperne poco o nulla, pur essendo convinto che
la corrente autonomista disponga di mezzi notevoli che
tuttavia sarebbero investiti esclusivamente nella “lotta
politica”. Sul piano delle valutazioni personali, è apparso
critico ma non del tutto ostile: “Al di là delle apparenze”
mi ha detto “Bettino è un uomo perpetuamente insicuro. Si
potrebbe ripetere per lui la definizione che Renzo De Felice
ha dato di Mussolini: l’homme qui cherche, una
presenza esistenziale insomma piuttosto che un preciso
disegno politico”. Il che non significa che per Signorile
esiste davvero un rischio di mussolinismo del
personaggio: “Per due ragioni. La prima è che il fascismo si
affermò in circostanze storiche del tutto diverse da quelle
attuali e con il contributo determinante di una
straordinaria labilità dei partiti di massa. La seconda è
che Craxi ha una personalità nient’affatto somigliante a
quella del duce e, in positivo, un ancoraggio democratico e
libertario sul quale non ho dubbi di sorta”. Semmai,
sostiene Signorile, si potrebbe dire di lui, anche in
considerazione della passione quasi maniacale per Garibaldi,
che è un populista piuttosto che un autentico socialista.
Sono
risposte ambivalenti e non esenti da ambiguità, che
riflettono fedelmente l’andamento oscillante dal quale sono
caratterizzate le relazioni tra i due dirigenti: “Ci siamo
sempre capiti” confessa Claudio “senza bisogno di troppe
parole”. Il nostro è un rapporto curioso, caratteristico: ci
troviamo a naso”. Neppure il suo principale rivale, dunque,
concepisce una schietta antipatia nei confronti di Craxi. Ed
è interessante notare come tutti i suoi amici, tutti coloro
che gli sono più vicini nel lavoro quotidiano, insistano
sulle doti di comunicabilità, di semplicità e persino di
dolcezza di un personaggio che la pubblicistica corrente
tende a presentare, viceversa, come un despota scorbutico e
arrogante.
Anche suo
cognato Paolo Pilletteri, un ex socialdemocratico che è
diventato dirigente della Federazione socialista lombarda,
respinge il ritratto convenzionale del segretario: “Lo
conosco da quasi 25 anni e mi sembrano tutte storie. Può
darsi che con una certa consapevolezza della propria
superiorità intellettuale e una concezione molto severa
dell’impegno politico diano la sensazione dell’arroganza. Ma
dietro c’è un fondo di timidezza e anche di pudore. Chi lo
conosce bene come me, non può che sorridere di fronte alle
accuse di mussolinismo, perché non c’è uomo più
tollerante e leale di lui”. Nei primi anni sessanta, insieme
con altri giovani socialisti, Pillitteri diventò suo amico:
“Ci attrassero la sua intelligenza, la capacità di afferrare
al volo la psicologia dell’interlocutore, l’attaccamento al
partito. Anche da amministratore comunale, agli inizi,
faceva benissimo. È uno sgobbone impressionante”.
Un’altra
passione che pochi gli conoscono è quella di scrivere: “è un
grafomane” assicura il cognato. “Ha cominciato a collaborare
ai giornali universitari, poi è passato all’ “Avanti!” molti
anni prima di diventarne direttore, a “Mondo operaio”, alla
“Critica sociale” di cui proprio lui ha voluto la
resurrezione. Non c’è discorso o relazione che non stenda
tutto di suo pugno, anche se è impegnato fino al collo nei
giri elettorali”.
Scrive
molto e non parla male. “Nei primi mesi della nostra
amicizia” racconta Tognoli, il sindaco di Milano “mi colpì
soprattutto la sua capacità oratoria. Era diversa da quella
di Nenni, più ragionata, meno passionale e anche meno fitta
di slogan, ma egualmente efficace”. È anche il parere
di un noto linguista, il prof. Mario Medici, che
all’argomento ha dedicato uno studio di cui diede notizia su
“Panorama” nell’estate del 1981. “Da come parla” afferma
Medici “viene fuori chiaramente l’immagine di un uomo molto
pratico e con un certo piglio psicologico. Un realizzatore
che bada al sodo, non un ideologo. Usa periodi brevi e
puliti, si affida più ai sostantivi che agli aggettivi,
sembra attento (ancora una volta come Nenni) alla politica
delle cose e poi ha fantasia: non si ripete quasi mai. Se
non usa uno slogan come il leader romagnolo, è
uno specialista in proverbi che adatta bene alla situazione
politica, probabilmente per una tradizione di famiglia”.
Medici respinge il confronto con il duce anche sul piano
stilistico: “Il linguaggio di Mussolini era molto più
arrogante, molto più fanatizzato. In Craxi non c’è il
misticismo della parola o dell’ideologia; c’è molto buon
senso e un alto grado di sincerità”.
Un punto
sul quale le testimonianze dei suoi amici sono unanimi, è la
inalterabile coerenza dei suoi convincimenti
dall’adolescenza ad oggi. Per l’avvocato Natali, che
attualmente dirige a Milano un’azienda municipalizzata, alla
base della diffidenza verso il Pci sta un’esperienza
diretta, quella della trombatura di suo padre Vittorio, che
nelle elezioni del 18 aprile 1948 era candidato socialista
nelle liste del Fronte popolare. Il gioco delle preferenze,
sagacemente manovrato dai comunisti, e l’insuccesso globale
dell’alleanza provocarono un’ecatombe tra i candidati del
Psi e Bettino non se n’è mai dimenticato. “Per la verità”
aggiunge Natali “non è mai stato filocomunista. Anche da
giovane citava sempre Turati e considerava l’avvento del
fascismo come la conseguenza dei gravi errori commessi dai
massimalisti nel ’21. Ed è sempre rimasto un ammiratore del
laburismo inglese, nemico giurato del burocratismo
sovietico, un laico irriducibile”. I suoi autori preferiti,
a vent’anni, sono stati Marx giovane e gli
empirio-criticisti inglesi, una scelta decisamente
controcorrente nel clima culturale del dopoguerra milanese,
dominato dal Politecnico e dalla Casa della cultura di
influenza comunista.
Per Massimo
Pini, non si tratta solo delle avventure giovanili o del
risentimento provocato dalla disavventura elettorale di suo
padre: “La sua avversione per i regimi comunisti nasce dalle
esperienze del primo decennio seguito alla Liberazione. Ha
tenuto sempre in gran sospetto la doppiezza del Pci di cui
parlava anche Togliatti; ma fu la tragica fine incontrata
dai socialisti in Cecoslovacchia, all’epoca del primo colpo
di stato, a impressionarlo in maniera indelebile. Quando il
Pc cecoslovacco liquidò Masaryk e Bones, contava soltanto
sul 14 per cento dei voti. Poi, naturalmente, sono venuti lo
scontro con Tito, i fatti di Polonia, della Germania est,
dell’Ungheria, il rapporto Krusciov, la primavera di Praga”.
Parlando dell’Urss cita sempre Marx: “Il dispotismo
asiatico, il comunismo da caserma” questo è l’incubo che
vuole scongiurare nel nostro Paese. Come disse egli stesso
in un’intervista concessa nel maggio del 1981, è
“assolutamente contrario a qualsiasi ipotesi di instaurare
in Italia un qualsiasi tipo di comunismo” per il quale “non
ci sono né le premesse, né le esigenze”.
Che simili
opinioni debbano coincidere necessariamente con un
atteggiamento reazionario, è una tesi che i suoi compagni di
lotta respingono con sdegno. “Bettino il socialismo lo ha
succhiato col latte, visto che suo padre lavorava per il Psi
in periodo clandestino ed è stato socialista tutta la vita”.
La frase è di Pillitteri che aggiunge: “È profondamente
radicato nella classe operaia. Ricordo i suoi comizi nel
deposito dell’Atm, alla Brown Boveri, alla Breda, alla
Marelli, quando lavorava in periferia per la federazione
milanese”. Osserva Tognoli: “Nessun dubbio sulla sua fede
politica. Gli deriva non solo dall’ambiente familiare ma
dall’antica tradizione riformista della nostra città”. Il
sindaco di Milano racconta che nel dicembre 1980, quando si
trovò a fronteggiare difficoltà e amarezze in direzione,
pregò l’amico di preparargli un incontro con i compagni
delle fabbriche di Sesto San Giovanni, perché sentiva il
bisogno di rituffarsi nella base. “Ebbe un successo
clamoroso e ne uscì rasserenato”.
L’avvocato
Natali giura sulla sua vocazione democratica: “Ha un senso
molto pronunciato della libertà, che gli deriva dalla
lezione dei suoi maestri, Mazzali e Nenni. E non è nemmeno
vero che cerchi di distruggere i suoi avversari: semmai li
batte sul terreno politico e poi tende loro la mano, tanto
che molti degli oppositori più accaniti sono diventati i
suoi collaboratori più intimi e privilegiati. È un politico
puro, in ciò somigliantissimo a Nenni”. Proprio per questo,
non è nemmeno il caso di parlare di corruzione: “Per lui, i
soldi non esistono, esiste solo il partito. A Milano, abita
in una casa in affitto: a Roma o quando va in vacanza in
Tunisia, scende in albergo”.
Tognoli
sostiene che “senza dubbio, ha la caratteristica essenziale
di qualsiasi capo che si rispetti, cioè la capacità di
decidere, ma non rifiuta affatto di discutere, anzi, tutto
sommato, è piuttosto influenzabile. E ha per metodo costante
di chiederti consiglio senza esporre preventivamente la sua
idea per non suggestionarti. Semmai, questo si, ha un
carattere impulsivo, qualche volta brusco e, poiché è molto
scrupoloso ed esigente con se stesso, lo è anche con i
compagni”. Non diversamente Massimo Pini, pur ammettendo che
Bettino era “più socievole” quando non dirigeva ancora il
partito, assicura che la sua riservatezza è solo uno
schermo: “Gli piace di stare con gli amici, di mangiare,
chiacchierare, passeggiare. Grosso com’è, ha anche bisogno
di prendere aria, benché adesso sia diventato molto
pericoloso andare in giro per Milano e per Roma. Ma Bettino
è coraggioso fino alla spavalderia e ha torto perché
l’incolumità fisica di un leader non riguarda solo lui”.
Nell’agosto
del 1981 in una lunga conversazione con Stella Pende, una
redattrice di “Panorama” che dovette trovarlo
particolarmente di buon umore, Craxi confermò indirettamente
la testimonianza di Massimo Pini sugli aspetti meno noti
della sua personalità. Disegna volentieri, anzi
“scarabocchia” in ogni occasione, mentre ascolta un discorso
alla Camera soprattutto quando parlano i radicali, mentre
segue una riunione di partito, mentre guarda la tv. Ha
tentato anche qualche disegno più impegnato, ma la sua
produzione artistica si limita a una cartella di litografie.
Ama molto
il teatro dialettale milanese e non disdegna il cinema,
specialmente quando si proietta un film d’autore, come
quelli di Rosi, di Petri, di Antonioni, di Bellocchio, della
Wertmuller. Se ha tempo, passa volentieri le serate a casa
con la moglie Anna, “la donna della sua vita” con la quale
“ha un’intesa totale su tutti i piani”, e con i figli
Stefania e Bobo, il quale ultimo suona discretamente la
chitarra. Non è raro che a casa Craxi siano invitati
Caterina Caselli, Ornella Vanoni, Lucio Dalla, che Bettino
considera “il maestro di questa generazione”, e allora sono
cori a perdifiato che durano fino a notte alta, anche perché
il segretario socialista ha una voce intonata e conosce un
“apprezzabile repertorio di canzoni: preferibilmente quelle
cosiddette da cantautore, vecchie e nuove, pezzi dialettali
e stranieri”. In famiglia è piuttosto autoritario o meglio
ha abituato i figli “a una comunicazione sintetica
essenziale”, che è poi la sua maniera di essere con tutti,
ma li ama molto e gli piace molto stare con loro.
Legge
parecchio, attualmente soprattutto saggi di “storia
nazionale sui movimenti popolari, sulle grandi imprese e le
grandi rivolte”, che non sono certo gusti da reazionario, e
in gioventù ha divorato di tutto, da Salgari a Hemingway, da
Maupassant a Dostoevskij, anche se sempre “con una
preferenza per la storia e, nel suo ambito, per gli eretici
del comunismo, con Trotzkij in prima fila”. Il suo antidoto
per i momenti difficili non sono i gialli ma i fumetti:
possiede tutta la collezione di Asterix, qualche avventura
di Corto Maltese, un po’ di Crepax e parecchi vecchi album
di Topolino. Lo sport, oltre ad averlo praticato, lo segue
anche da tifoso ma non è milanista o interista, tiene per il
Torino sin dal giorno in cui, aprendo la radio, seppe che
tutta la squadra granata era bruciata nel rogo di Superga.
La
conversazione con Stella Pende toccò anche l’astrologia e la
parapsicologia, e qui saltò fuori il “laico irriducibile” di
cui parlava l’avvocato Natali. “Ho un grande rispetto per
coloro che studiano gli astri ma purtroppo ho il brutto
vizio di credere solo a quello che vedo”. Spiegò anche,
però, di non aver bisogno di oroscopi non tanto per un
eccesso di razionalità, quanto per un’altra curiosa ragione:
“Sono un sensitivo, fiuto le cose come un veggente
professionista.
Certe
volte, questo mio modo di essere mi fa paura. Mi accade, per
esempio, di pensare a una persona e subito dopo me la trovo
davanti”. In realtà, una certa attrazione per la magia deve
serpeggiare nelle vene di questi milanesi mezzo siciliani e
mezzo tedeschi, se è vero che – a parte la crisi mistica
dell’adolescenza di Craxi – suo fratello Antonio decise anni
fa di abbandonare affari, divertimenti, belle donne e andare
a vivere, con la moglie francese, in India, come discepolo
del santone Sai Baba. “Certi fenomeni li capisco poco”
confessò il leader socialista alla redattrice del
settimanale. “La religione è un bisogno dell’uomo che lo
rende prigionieri, sottraendolo al campo della razionalità”.
E aggiunse: “Da ciò potrà capire che mio fratello non ha
avuto da me grandi incoraggiamenti e che, anzi, quando
capisco che sta per farmi la predica, preferisco andarmene,
per evitare arrabbiature”.
1) Pubblichiamo per gentile concessione
dell’editore, uno stralcio da “Caro Presidente”, di Antonio
Ghirelli (Rizzoli, 1981) e da “L’effetto Craxi”, di Antonio
Ghirelli (Rizzoli, 1982). Riproduzione riservata.
*Dice di sé.
Antonio Ghirelli. È un tipo che a dieci anni ha deciso che
avrebbe fatto il direttore di giornale ed è riuscito a
dirigerne cinque. E aggiunge: “Non avrei saputo fare
nient’altro”.
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ILVO DIAMANTI
Giunti al capo d'anno, ci scopriamo
sopraffatti dalla routine.
E questo giorno ci appare
assolutamente uguale agli altri. Il che
“non” è vero. Perché le
ricorrenze servono: a commemorare
oppure a rinnovare.
Occasioni di memoria e di speranza, per
tornare indietro con gli
occhi e la mente. Oppure, al contrario,
per proiettarci in
avanti.
(Da “ Next,
la Repubblica”, 28 dicembre 2007)
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FRANCESCO
GUCCINI
O giorni, o mesi
che andate sempre via, sempre simile a voi è
questa vita mia. Diverso tutti gli anni,
ma tutti gli anni uguale, la
mano di tarocchi che non sai mai giocare,
che con sai mai
giocare che non sai mai giocare, che non
sai mai giocare che
non sai mai giocare, che non sai mai
giocare...
(Da “ Canzone
dei dodici mesi”, 1972)
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