INTERVISTE

LA TELEVISIONE D’ORO DI
GIANFRANCO SCISCIONE


Gold tv è oggi un gruppo televisivo tra i più importanti del Lazio e del centro Italia. Ma all’inizio,
trentun anni fa, tutto si svolgeva in un appartamento di 70 mq a Terracina, con un telecinema super 8


 

Antonella Parmentola*

 

Gianfranco Sciscione, classe 1950, è oggi a capo di uno dei gruppi editoriali più importanti non solo del Lazio, ma dell’intero centro-sud Italia, costituito da Gold Tv e dal circuito nazionale Italia 9 Network. Eppure la sua carriera, inizialmente, è ben diversa: ricopre, infatti, per diversi anni la carica di capo contabile in una società di import-export.

Nel 1978, come folgorato sulla via di Damasco e seguendo la sua passione per il cinema, decide di lanciarsi insieme ad alcuni amici nell’avventura della televisione: entra così nella società Tfe (Tele foto elettronica), con lo scopo di portare il grande cinema nelle case di tutti. Un sogno del quale farà partecipe la sua famiglia e insieme alla quale riuscirà a realizzarlo costruendo, in occasione del 30simo anno di attività, la sede televisiva più grande di tutto il centro Italia.

 Affronta senza difficoltà l’avvento del digitale terrestre che per Sciscione ed il suo gruppo costituisce una grande opportunità, sia da un punto di vista prettamente tecnico, di contenuto e di programmi, sia per le nuove possibilità occupazionali che si verranno a creare.

Ma questa storia non sarebbe stata possibile senza un intervento, per così dire, dall’alto. E per capirla fino in fondo, bisogna ritornare indietro nel tempo, al 1960, ad un giorno certamente drammatico, fatto di ricordi dolorosi, la cui felice conclusione pare sia opera dell’azione miracolosa del santo di Padova.

Mi perdoni la curiosità, entrando nel suo ufficio, l’ultima cosa che mi sarei aspettata di trovare è una statua di Sant’Antonio da Padova. È legata ad un evento particolare?

“La mia vita è legata al Santo di Padova, sant’Antonio. È una lunga storia, il cui solo ricordo mi fa venire i brividi. Era il 27 giugno del 1960, erano le nove e trenta del mattino. Avevo dieci anni e con la mia biciclettina ero andato a fare una commissione per mia madre. Finita la commissione, invece di rientrare a casa mi fermai in un ristorante, perché all’epoca c’era un gioco fra noi bambini, di collezionare i tappi delle bottiglie: importanti erano quelli del chinotto neri, quelli dell’aranciata, della coca cola. Avevo un appuntamento con un amichetto, che doveva darmi alcuni tappi.

Al ritorno dal ristorante, che si trovava sull’Appia, alle porte di Terracina, in direzione Napoli, un camion mi venne addosso. A quel punto la mia vita è cambiata. I flashback legati a quell’evento sono estenuanti. Di quando ero sotto il camion ricordo che battevo i pugni sull’asfalto e gli urlavo di fermarsi. Un’altra immagine che ritorna, confusa, perché sono stato parecchi giorni in coma, è quella di un uomo, penso il facchino, che mi prende in braccio, – la gamba sinistra era ridotta a brandelli, tendini compresi – e dal momento che si era lacerata la safena, lui era completamente insanguinato.

Devo dire che dal luogo dell’incidente alla clinica villa Zurla – dove sono stato ricoverato – ci sono appena cinquecento metri, e questo è stato il primo elemento positivo, in una tragedia del genere. Arrivo in clinica, era un lunedì, lo ricordo perfettamente. Ogni lunedì, il responsabile della clinica, il professor Decio Salvini, veniva in macchina a villa Zurla facendo la spola con un’altra clinica su Roma; quel lunedì disse alle suore, che svolgevano il servizio di infermiere, che si sarebbe, eccezionalmente, trattenuto a villa Zurla per il pranzo. Altro punto a mio favore.

Quando arrivai in clinica mi rimaneva al massimo un’ora di vita, perché avevo perso molto sangue. Il professore colse subito la gravità dell’incidente, anche se in un primo momento ebbe difficoltà a decidere il da farsi: bisogna considerare che all’epoca, diversamente da oggi, non si avevano sacche di sangue immediatamente a disposizione.

Pensò così ad una trasfusione. C’era un pescatore in attesa di essere visitato, e nonostante le preoccupazioni del dottorino che era di guardia (non c’era nemmeno il tempo per verificare che il suo gruppo sanguigno fosse compatibile con il mio) si procedette per una trasfusione diretta (tutto questo che racconto l’ho saputo dopo, perché di quel momento ricordo solo il dottore che urlava e chiedeva il mio nome e che io non volevo dirlo perché temevo di essere rimproverato da mia madre per aver fatto qualcosa che non dovevo).

Insieme con la trasfusione iniziarono a farmi anche un massaggio cardiaco, perché il cuore si era fermato. Mi portarono in sala operatoria e riuscirono ad avvisare i miei genitori. All’epoca non c’erano i telefoni in casa, quindi feci appena in tempo a dire che mio padre lavorava da un notaio. Lo rintracciarono e questi si recò a casa mia, comunicando a mio padre dell’incidente. Quando mio padre arrivò in clinica, gli dissero che l’unica possibilità di vita per me era trovare altro sangue. E qui un’altra felice coincidenza: mio padre riesce a recuperare altro sangue. A me, comunque, rimaneva poco da vivere. Avevo perso i sensi, il cuore si era fermato. La trasfusione continuava ed anche il massaggio cardiaco. Ad un certo punto l’elettrocardiogramma riprese a pulsare, il cuore a battere di nuovo. Decisero di portarmi in sala operatoria e di cucire.

Dicono a mia madre di andare a prendermi dei vestiti, perché quelli che avevo non esistevano più, con tutto quello che questo significava. Mia madre era angosciata e rimase in sala d’attesa a fissare la porta che dava sulla camera mortuaria, perché le avevano detto di perdere ogni speranza. A quel punto, disperata, si rivolse alla statua di sant’Antonio e pregò. Dal momento dell’incidente alle 9.30, solo verso le 14.30, una volta terminata l’operazione, i miei genitori mi rivedono. I medici comunicano l’esito dell’operazione sottolineando che è stato fatto il possibile, ma che non sapendo per quanto tempo il cuore è rimasto fermo non possono pronunciarsi sulla mia ripresa.

Sono rimasto incosciente per circa dieci-dodici giorni. Un giorno apro gli occhi e vedo intorno a me tanta gente, e sento che bisbigliano “si è svegliato”. Tra tante persone, notai un mio zio, generale dell’esercito, e a quel punto mi chiesi dove fossi finito. Vidi mia madre tranquilla e sorridente, si avvicinò e mi chiese: “Chi sono io?”. Come chi sono io? Tra me e me, penso che è diventata matta. Allora le rispondo: “Come chi sei tu? Sei mia madre”. E allora tutti urlarono. Perché le avevano detto che se non l’avessi riconosciuta ci sarebbero stati problemi.

Ebbi una lunga degenza, con numerose difficoltà. La gamba venne ricucita, – non dimentichiamo che era il 1960 – ma una parte andò in cancrena. Il professore, ogni volta che mi medicava, doveva tagliare la parte morta e verificare fin dove arrivasse la viva. Quindi mi legavano… le lascio immaginare il mio dolore, le urla e il supplizio del professore, perché ogni giorno era un’operazione, uno strazio. Comunque riesce a salvarmi la gamba, a farmi una plastica, a riportarmi, un po’ alla volta, in vita.

Durante questo periodo, mia madre era tornata alla statua di sant’Antonio e aveva fatto una promessa, un voto: “Se mio figlio tornerà a camminare lo faccio vestire da frate”. Quando seppi di questa promessa, mi ribellai: me ne vergognavo e le dissi che avrei fatto tutto, ma non questo. Mia madre arrivò a rivolgersi al vescovo, spiegandogli che aveva fatto un voto che io non le consentivo di attuare. Il vescovo la confortò dicendole che il voto l’aveva fatto lei e non io e che dunque non poteva in alcun modo costringermi. Allora lei promise che il giorno di sant’Antonio avrebbe distribuito il pane, e così ha fatto finché ha vissuto”.

 

Lei parla di miracolo. Quanto questo evento ha influito nella sua vita?

“E sì, parlo di miracolo. E se non fosse un miracolo, devo riconoscere che tutti gli eventi di quel giorno si sono incastrati in modo così fortunato da consentirmi di vivere: il professore che non doveva esserci e c’era, il pescatore con il mio stesso gruppo sanguigno, mio padre che trova subito altro sangue. Un episodio che ha segnato notevolmente la mia vita, perché fino a quando non ho fatto la plastica, a 18 anni, non volevo più andare al mare, avevo difficoltà di relazione perché sulla gamba c’erano degli squarci impressionanti e mi vergognavo. Un evento che, per certi versi, mi ha reso pessimista e poi, con l’andare del tempo, non più pessimista, ma certamente prudente”.

 

Tanto prudente non direi, visto che nel 1978 si lancia in una vera e propria avventura, dando il via al suo gruppo televisivo. 

“Per l’esattezza era il 16 marzo 1978, uno dei giorni più neri della storia italiana, il giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta. Polizia ovunque. Ricordo che impiegai sei ore per arrivare da Roma a Terracina. Dovevo firmare dal notaio Raffaello Pisapia, l’ingresso nella società Tfe (Tele foto elettronica). Con altri sette amici stavamo per intraprendere una grande avventura che mai avrei pensato mi avrebbe portato qui”.

Perché aveva scelto la televisione e non un altro settore? 

“Per la mia grande passione per il cinema che, all’epoca, non tutti potevano permettersi. Mi piaceva l’idea di far entrare nelle case di tutti film, giochi, divertimento, il mondo intero. Ricordo che all’inizio in un appartamento di 70 mq in via delle Arene, a Terracina, mi divertivo con un telecinema super 8, a montare e smontare pellicole di vecchi film e a mandarle in onda”.

 

Lei ha iniziato con sette soci, ma non tutti hanno creduto nel progetto. 

“Sì, infatti, il primo ad andarsene fu Gabriele Bersani, al suo posto entrò Angelo, mio fratello, poi fu la volta di Franco Mattacchione che fu sostituito dall’altro mio fratello, Romano. Nel 1984 se ne andò anche Umberto Patrignani, che liquidammo con l’allora radio Monte Giove poi Nuova radio Monte Giove”.

 

Oltre ai suoi fratelli oggi anche i suoi figli ricoprono cariche di rilievo nel gruppo Gold tv. Come riuscite a tutelare e distinguere il rapporto familiare da quello lavorativo?  

“Come sono i nostri rapporti? Diciamo che le urla che a volte si sentono nei nostri corridoi sono frutto di liti costruttive, perché alla base ci sono, sempre, grande professionalità, conoscenza e stima reciproca. Abbiamo creato un bel gruppo, Romano si occupa principalmente della bassa frequenza, Angelo della pubblicità; i nostri figli ricoprono incarichi diversi: il mio primogenito è un avvocato, ci tutela dal punto di vista legale, ma ha un suo studio, un figlio di mio fratello sta studiando per diventare avvocato e collabora nell’ambito del giornalismo sportivo; gli altri due miei figli, con la figlia di Angelo, sono con me dalla mattina alla sera e con tutti loro si decidono tutte le sorti del gruppo”.

 

Quale è stato il vostro trampolino di lancio? 

“Sicuramente lo sport. Siamo stati la prima emittente a seguire lo sport locale e a trasmettere in tempo reale tutti i risultati della domenica. Con commozione mi viene in mente il grande Elio Stocchi, che fu fra i primi a collaborare gratuitamente con noi, credendo nel nostro progetto. Elio per noi non è stato solo uno dei più grandi giornalisti sportivi, ma un amico, un compagno di vita, un pezzo di storia della nostra famiglia. Lui, come Andrea Palombo e tanti altri”.

 

Il successo della sua azienda, e soprattutto le sue frequenze, hanno mai fatto gola ai grandi gruppi televisivi privati, penso a Mediaset e Sky? Come sono i vostri rapporti? E con la Rai?  

“Gola non direi. Abbiamo avuto un incontro nel 2004, quando già si parlava di digitale, con il gruppo Mediaset che era interessato alla Gold – tengo a ricordare che noi abbiamo Lazio Tv e Latina Tv, ma loro volevano la Gold. Ci hanno offerto un importo superiore al valore intrinseco dell’azienda, ma sono stati due i motivi essenziali per cui non ho voluto cederla: il primo è che ai miei figli piace questa attività e vogliono continuare (per quanto ci hanno proposto io e i miei fratelli avremmo potuto tirare i remi in barca per il resto della vita, ma non è questo il nostro modo di vivere); il secondo motivo, non meno importante del primo, è che il 60-70% delle risorse umane dovevano andarsene a casa. Dunque io e i miei fratelli ci sistemavamo a vita, mentre altre persone, ragazzi, famiglie che avevano creduto in noi rimanevano senza lavoro. Una grande responsabilità morale, che ha avuto la meglio. E oggi a distanza di cinque anni, non dico che ho fatto bene, ho fatto benissimo e sono felice di aver detto di no”.

 

Quando si parla di concorrenza, lei chi considera, attualmente, i suoi principali competitor?  

“Non voglio fare il presuntuoso. Siamo nell’era del digitale e dai primi giorni di questa nuova era, noi siamo l’unica realtà che ha individuato al meglio questo progetto, perché con sacrificio abbiamo cominciato a studiarlo e realizzarlo da tempo. Già quattro anni fa trasmettevamo alcune ore in digitale, e quindi ci siamo preparati per l’evento, oltre che per l’alta, anche per la bassa frequenza. Infatti, il 16 di novembre, il primo giorno del digitale, noi già trasmettevamo in digitale con la bellezza di 13 canali: 7 sul Gold tv e 6 su Lazio tv. E da considerare che ogni canale ha la sua programmazione, non ripetiamo, come altri, lo stesso palinsesto con orari differenziati.

La Gold è rimasta un’emittente generalista, con particolare attenzione all’informazione e all’intrattenimento; poi abbiamo creato la Gold Sport: solo ed esclusivamente trasmissioni di avvenimenti sportivi; ed ancora la Gold Movie che continuamente trasmette film; poi la Gold cartoon con bellissimi cartoni per i più piccoli. Queste quattro emittenti sono il nostro fiore all’occhiello.

Ovviamente, abbiamo bisogno di soldi per mantenere tutto questo e a Roma è ancora difficile trovare pubblicità tabellare, mentre in altre zone non è così. Forse perché in questi anni abbiamo fatto (e mi riferisco a tutte le emittenti di Roma, comprese le mie) pessimi programmi e, di conseguenza, gli investitori pubblicitari non ci hanno guardato. Fatta eccezione per qualche emittente, che potendo contare su altre risorse ha fatto buoni programmi. Però anche queste erano e sono attanagliate dalle televendite. Per questo abbiamo creato Gold show room e Gold shop: stanno arrivando diversi clienti e siamo molto soddisfatti. La concorrenza è importante perché significa che possiamo migliorare il prodotto. Se non ci fosse sarebbe un dramma”.

 

La televisione è ancora considerata da molti una longa mano della politica. Lei come riesce a gestire i rapporti con uomini politici ed istituzioni? Ha mai pensato di dedicarsi alla politica in maniera attiva?  

“È chiaro che la politica ha per la televisione un grande interesse. Per noi, però, sono tutti amici, dalla destra alla sinistra, non ci siamo mai schierati. Abbiamo dato una mano a volte da una parte a volte dall’altra, proprio per dimostrare la nostra estraneità al mondo politico come partecipazione diretta.

In passato ho ricevuto diverse proposte, da entrambi gli schieramenti, sin dal ’94, all’epoca della creazione del partito di Berlusconi. Nel tempo alcuni miei amici sono entrati in politica: non so e non dico se hanno fatto bene o male. Io sono un imprenditore televisivo e sono felice. Questo per dire anche che non è solo una questione di soldi, ma anche quanto uno si senta bene con se stesso e con il lavoro che fa”.

 

Da un paio di mesi ormai il Lazio ha compiuto lo switch-off definitivo, passando dalla trasmissione analogica a quella digitale di tutti i canali televisivi. Il digitale terrestre costituirà davvero una nuova opportunità o è un modo elegante per camuffare una minestra riscaldata?  

Non è assolutamente una minestra riscaldata. Ci sta dando e ci darà grandi possibilità. Poi, come dice un mio amico, “quando esce il sole esce per tutti”, qualcuno lo prende in volto, qualcuno di schiena, ma arriva a tutti. Qui entra in campo, oltre alla professionalità, anche la voglia di lavorare e di fare le cose. Perché se aspettiamo che gli altri facciano quello che dovremmo fare noi, l’attesa sarà lunga…

Io sono un combattente: la mattina alle sei già comincio a controllare i miei canali. Poi vado nella prima sede che è a Terracina, dove vivo, per verificare certe pratiche amministrative, le banche, la programmazione. Mi trattengo, all’incirca, fino alle undici. Dopo questa prima fase mi reco nelle altre sedi. Sono sempre mosso da una gran voglia di voler fare e mai mi sento costretto a farlo”.

 

Quando pensa al futuro del suo gruppo Gold tv, cosa immagina e cosa si augura? 

“Mi auguro di poter continuare a fare quello che ho fatto nel passato. Ciò che abbiamo realizzato non è frutto di storie particolari o di interventi di qualsiasi genere, ma di un lavoro corretto e costante. Per il futuro l’augurio è di migliorare il servizio televisivo a livello regionale, sperando che il Gruppo cresca con l’avvento del digitale.

Questo significa anche nuovi posti di lavoro, ed è per me un punto importante: quando firmo una lettera di assunzione è un momento di vera gioia. In 31 anni di lavoro, ho conosciuto qualche migliaio di dipendenti: qualcuno è rimasto, qualcuno è andato via, alcuni sono arrivati anche in Rai. C’è gente che con me oggi sta prendendo la pensione e ne sono più che felice, perché sono persone che da trent’anni lavorano con me. E, ribadisco, l’augurio è di poter continuare a crescere per poter creare ulteriori posti di lavoro”.



*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza.




 

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