ATTUALITÀ
RABBIA, UN’EMOZIONE CHE NON SAPPIAMO CONTROLLARE
Sempre più spesso l’altro è
percepito come un nemico assoluto, da marcare il più stretto
possibile. Tutto diventa una potenziale minaccia e un motivo
apparentemente privo di senso può essere alla base di una
tragedia (1)
Rosario Sorrentino, Cinzia Tani*
Gli
stimoli della rabbia
Vediamo
quali sono le maggiori cause scatenanti della rabbia nella
società occidentale contemporanea.
“Stiamo
naturalmente parlando di una rabbia che non è sintomo di una
psicopatologia vera e propria, una malattia mentale, dato
che a volte il manifestarsi di questa emozione può
rappresentare il campanello d’allarme che segnala
l’esistenza di un disturbo sottostante, non ancora
riconosciuto, diagnosticato.
Il più
delle volte, invece, dietro la rabbia c’è la sensazione di
non essere sufficientemente apprezzati o rispettati, di
vedere sminuite o non riconosciute le proprie capacità, e di
venire offesi, denigrati nella propria dignità. Lo notiamo
soprattutto in quelle persone che provano un forte disagio
sociale, un’esagerata timidezza che poi li condanna a vivere
nella penombra, covando in silenzio la propria rabbia.
Rabbia soprattutto nei confronti di se stessi, perché non
riescono a superare l’impaccio, gli impedimenti del proprio
disagio, della propria fragilità, della propria
vulnerabilità.
Ma esiste
anche la rabbia verso chi te lo fa pensare, perché in
continuazione ostenta, esibisce ciò che possiede facendoti
credere che il suo stile di vita sia solo per pochi. E poi
c’è la rabbia di chi si sente escluso dal “mondo che conta”,
perché incapace di realizzare quegli stereotipi che vengono
ritenuti fondamentali, essenziali per raggiungere uno
straordinario successo. Infine, esiste la rabbia verso chi
ti fa una promessa e non la mantiene, prendendoti in giro”.
È la
rabbia di chi non si sente rispettato…
“Sì, è la
rabbia di chi si sente calpestato quotidianamente, anche sul
posto di lavoro, perché umiliato da una società, una
cultura, non certo meritocratica, che non sa valorizzare il
talento, l’impegno, l’esperienza e l’onestà, apprezzando
invece altri valori.
Ma è anche
la rabbia del padre di famiglia che non si vede riconosciuto
lo straordinario risultato di riuscire a mantenere, tra
mille difficoltà economiche, una famiglia in modo dignitoso.
E so accorge che la “vita vera” si svolge altrove”.
L’alcol
e le droghe aumentano l’aggressività?
“L’alcol e
le droghe costituiscono a volte un tentativo maldestro e
nocivo di raggiungere gli obiettivi mascherando le proprie
fragilità. Entrambe le sostanze possono favorire la comparsa
di comportamenti aggressivi impulsivi, con effetti dannosi
sulla condotta e l’equilibrio di chi ne fa uso. Alcol e
droghe vengono assunti anche con la speranza di coprire,
nascondere le proprie debolezze e vulnerabilità nei vari
contesti sociali. Sia il primo sia le seconde danno poi
l’illusione di una sorta di sicurezza acquisita, di
onnipotenza, che spinge con il passare del tempo a rincarare
la dose spalancando così le porte a una vera e propria
dipendenza. Con gli stupefacenti e l’alcol si costruisce una
sorta di modello vincente. Ma si tratta di una costruzione
fragile, effimera, pronta a sgretolarsi alla prima
difficoltà”.
Le
condizioni meteorologiche possono influire su un
temperamento già predisposto all’aggressività, alla rabbia?
“Sembra ci
sia una correlazione tra temperature ambientali
particolarmente elevate e una maggiore comparsa di
comportamenti come la rabbia e l’aggressività. Questa
influenza si spiegherebbe con un incremento nel nostro
organismo di alcune sostanze, tra cui gli ormoni come il
testosterone che, come noto, è implicato nelle azioni
impulsive e violente. Va anche detto che tutte le condizioni
atmosferiche estreme possono contribuire a esasperare il
nostro disagio fino al punto da accentuare il livello di
stress, che si traduce in una maggiore insofferenza, con
ripercussioni negative sul nostro comportamento”.
Ma
perché la soglia di sopportazione di tutto ciò che è
imprevisto e imprevedibile è così bassa da portarci a
reagire con rabbia?
“Perché
ormai il nostro cervello rifiuta qualsiasi tipo di ostacolo,
di impedimento, di frustrazione, essendo immerso in un
narcisismo perenne, globale che ci vuole tutti proiettati,
in affanno, a trovare la formula magica per agguantare una
volta per tutte il successo. A tale proposito si afferma e
dilaga sempre più la generazione, il popolo degli “ignoranti
liberal”, quelli del “tutto possibile”, sdoganati dai
format e dai reality show tanto di moda al giorno
di oggi. Uomini e donne determinati, decisi a conquistare la
scena a ogni costo, pronti con i loro luoghi comuni a
disquisire su tutto, pur di guadagnarsi la targa di esperto,
di opinionista di rango”.
Ci sono
alcune emozioni che producono una forma di dipendenza.
L’astinenza forzata da questo tipo di emozioni, e da ciò che
le causa, provoca eccessi di rabbia?
“Questo
accade quando il cervello viene preso in ostaggio, è sotto
sequestro, perché ormai schiavo di sostanze o abitudini che
in qualche modo ne hanno violato l’equilibrio biologico ed
emotivo. E allora la rabbia e l’aggressività esprimono non
solo la mancanza, ma anche il desiderio bramoso di
procacciarsi quella sostanza o di rivivere quelle emozioni a
cui il cervello non può più rinunciare”.
In che
modo l’inquinamento acustico ha effetti sullo stress e
sull’aggressività?
“Il
cervello non è molto propenso a sopportare, accettare a
lungo un rumore eccessivo, perché ciò fa lievitare lo stress
ed aumentare il nostro livello di ostilità nei confronti
degli altri. Oggi gli stimoli acustici irrompono come suoni
bizzarri, impazziti che scuotono la nostra mente e il nostro
equilibrio rendendoci ancora più instabili e aggressivi. Le
sorgenti sonore tendono orma a violare impunite la
tranquillità e l’armonia della nostra esistenza, sempre più
inquieta e insofferente”.
Anche
questo fattore può essere quindi una delle tante cause
scatenanti del conflitto sociale?
“Sì, perché
molto spesso il motivo è banale, è solo il pretesto che fa
esplodere le mille contraddizioni e tensioni sociali. Ma una
emerge su tutte: la scarsa tolleranza e l’ostilità nei
confronti dell’altro, che viene percepito come un nemico
assoluto, da marcare il più stretto possibile, che non va
perso di vista nemmeno un istante. Tutto diventa allora una
potenziale minaccia che può danneggiarci, colpirci in
qualunque momento, sfruttando il fattore sorpresa. Ecco
perché molto, troppo spesso un motivo apparentemente privo
di senso può essere alla base di una tragedia. Al culmine
della rabbia, questi individui fragili si sentono
perfettamente legittimati a vendicarsi in prima persona del
torto subìto, credendo di possedere ogni diritto di
sopprimere la causa del loro disagio, anche con i mezzi più
violenti”.
Chi ha
subìto un trauma può successivamente sviluppare una forma di
aggressività nei confronti di un apparente nemico, o della
società in generale?
“Chi
subisce un trauma può rimanere sconvolto, segnato per tutta
la vita. Ciò che ha vissuto può tornare più volte alla mente
lasciando un’impronta, una ferita che non si rimargina più.
La vittima di un trauma può inoltre sviluppare nel tempo una
particolare sensibilità e suscettibilità verso gli stimoli e
le situazioni più disparate, che può trasformarsi in
comportamenti di ostilità e aggressività ei confronti del
prossimo e della comunità. Infatti, ciò che ha subìto quella
persona inciderà a lungo nella sua vita, arrivando a
condizionare i suoi rapporti interpersonali e la sua sfera
affettiva per un lungo periodo.
Il ricordo
di un trauma può riemergere all’improvviso in seguito a uno
dei tanti stimoli sensoriali, come una voce, un suono o un
profumo particolare, riaprendo così una ferita mai del tutto
rimarginata, guarita. Sono eventi che hanno prodotto una
dose massiccia di sofferenza e di stress, e che possono
portare a conseguenze diverse nel lungo periodo. C’è chi
riesce, facendo appello alla propria presenza di spirito, a
rielaborare in modo equilibrato l’esperienza vissuta e a on
esserne sopraffatto, travolto. E c’è invece chi non riesce
in nessun modo a superare ciò che ha provato, e comincia a
soffrire di tutta una serie di disturbi come l’ansia, gli
attacchi di panico, ma anche a rivivere le sensazioni
angoscianti del trauma mentre è impegnata nelle situazioni
più disparate e ad avere la convinzione che l’evento stia
costantemente per ripetersi. Possono insorgere, inoltre,
insonnia ostinata, disturbi della concentrazione, apatia,
crisi di pianto improvvise ed esplosioni di rabbia o
depressione.
C’è una
forma di odio, di rabbia nei confronti di un evento
traumatico? La persona subisce passivamente il ricordo
oppure prova rabbia verso ciò che le è accaduto?
“Inizialmente chi subisce un trauma vuole soltanto
dimenticare, perché l’esperienza è talmente angosciante da
indurre a prendere emotivamente le distanze dall’accaduto.
Lo constatiamo in coloro che hanno subito un abuso, come uno
stupro o un’altra violenza fisica.
Successivamente può riaffiorare invece il desiderio di avere
giustizia, di vedere punito chi ha infierito, approfittato
di loro. Ci sono persone che inseguono per tutta la vita
l’obiettivo di veder condannato il responsabile del trauma
subìto, e questo per non sentirsi vittime ancora una volta.
Chi avverte dentro di sé quest’ansia, questo desiderio
profondo di avere giustizia può passare tutta la vita a
cercare di attuarla, provando al contempo una rabbia di tale
intensità da renderli di fatto doppiamente vittime.
Ma c’è
anche chi rifiuta di provare questa rabbia intensa verso la
persona o la situazione che ha provocato il trauma.
“Sono
coloro che mettono in atto un meccanismo di evitamento verso
tutto ciò che direttamente o indirettamente gli ricorda il
trauma subito. Queste persone sono consapevoli che ciò che
hanno provato è ancora vivo e presente nella loro mente, e
che trovarsi a tu per tu con esso potrebbe di nuovo
sconvolgerli. Si tratta di un condizionamento automatico, di
una strategia difensiva che subentra quando ci si trova in
situazioni connesse al trauma. L’evitamento serve a ridurre
l’ansia, e anche l’aggressività, ma allo stesso tempo
rafforza il ricordo del trauma. È un’arma a doppio taglio.
Alcune
donne subiscono abusi e violenze dai propri congiunti,
spesso dal marito, a volte dal padre o dal figlio, eppure
non reagiscono. Perché non lasciano esplodere la loro
rabbia? Perché non si allontanano dal loro carnefice?
“In questi
casi la rabbia viene nascosta, depositata in un angolo del
proprio cervello. La donna preferisce non abbandonarsi alla
rabbia, perché ciò porterebbe a conseguenze profonde, come
per esempio lasciare per sempre l’uomo che abusa di lei. In
questi casi si crea una sorta di complicità, di equilibrio
malato fra vittima e carnefice, fra moglie e marito, fra
padre e figlia. Si tratta di una forma di silenziosa
sottomissione da parte della vittima, mentre a sua volta il
carnefice cercherà in ogni modo di creare le condizioni per
non permetterle di reagire, per esempio con l’isolamento o
le minacce di morte, che spesso terrorizzano la vittima più
della violenza stessa.
Inoltre,
gli uomini artefici delle violenze cercano in tutti i modi
di rafforzare, per mezzo di critiche, insulti e umiliazioni,
l’idea di inferiorità che la donna ha di se stessa e che la
induce a ritenere di non avere la forza per uscire da
quell’inferno. Non c’è dunque una scissione; semplicemente
la donna nasconde la rabbia anche a se stessa, e sprofonda
in uno stato di passività, di rinuncia di rassegnazione,
accettando fino in fondo il ruolo di vittima.
L’insonnia, o comunque il sonno disturbato, può portare una
persona a cominciare la giornata in uno stato di rabbia?
“Un sonno
insoddisfacente, perché non ristoratore, non appagante, può
avere conseguenze negative a livello comportamentale. Chi
soffre di insonnia ha più difficoltà a gestire, sopportare
situazioni di stress ed è più soggetto a sensazioni e
sentimenti negativi, come ansia, tristezza, nervosismo e
irritabilità, nonché agli improvvisi sbalzi di umore”.
Nell’ambiente in cui vive l’uomo contemporaneo si sta
verificando un aumento degli stimoli della rabbia?
“Sì, stiamo
vivendo una sorta di stato di “rabbia globale”. Il rapporto
tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda è diventato negli
anni sempre più critico, estremo, e a volte ciò porta a
conseguenze drammatiche. Le modalità con cui ciò si verifica
sono stupefacenti: durante un’esplosione di rabbia, il
nostro cervello agisce come una ghiandola impazzita, senza
controllo, che secerne e sprigiona sostanze che inducono a
comportamenti irragionevoli e sconcertanti, degenerando in
una furia che in pochi momenti travolge ogni cosa. Ritengo,
infatti, che gli innumerevoli e variegati segnali
provenienti dall’ambiente in cui viviamo, e che
quotidianamente raggiungono il nostro cervello, interagendo
con esso, siano dotati, o meglio veicolino, oggi più che
mai, una forte “carica biologica” capace di modificare,
plasmare la sofisticata e delicata rete delle sinapsi
neurali”.
Abbiamo
visto che l’invidia è un sentimento che porta molto spesso
alla rabbia. Il narcisismo, atteggiamento così diffuso nella
contemporaneità, può anch’esso condurre a comportamenti
aggressivi? Lo psichiatra Otto Kernberg affermava: “I
narcisisti presentano varie combinazioni di intensa
ambizione, fantasie grandiose, sentimenti di inferiorità ed
eccessiva dipendenza dall’ammirazione e dall’approvazione
altrui” e “in loro è tipica l’incertezza cronica e
l’insoddisfazione di se stessi; la crudeltà e lo
sfruttamento, conscio o no, nei confronti degli altri”.
“Il
narcisista investe molte energie su di sé, sulla propria
immagine, sul proprio egocentrismo, confidando nel proprio
irresistibile potere di seduzione. Si tratta in realtà di un
tipo di persona superficiale, incapace di instaurare
rapporti autentici e profondi. Il narcisista vuole sentirsi
ammirato e amato, e desidera esercitare il più totale potere
e controllo sugli altri, non avendo però, in ultima analisi,
alcun interesse reale per i propri simili.
Quando poi,
per un qualsiasi motivo, le aspettative di successo, potere
e agiatezza economica vengono a mancare, vacillano per un
qualsiasi motivo, il narcisista può cadere in depressione o
lasciarsi trasportare dalla rabbia contro se stesso e il
mondo intero.
Il disturbo
narcisistico può avere vari gradi di intensità, e al livello
più estremo può produrre un tipo di personalità psicopatica
riconoscibile molto spesso nei profili degli assassini
seriali o di massa. La caratteristica principale di queste
personalità criminali è proprio il cosiddetto acting out,
cioè l’agire in forma impulsiva, antisociale senza provare
il minimo pentimento per le conseguenze che scaturiranno
dalle loro azioni e decisioni. Sono dunque, di solito,
assassini a sangue freddo, che compiono l’atto omicida per
avere una gratificazione immediata, e sono invece incapaci
di tollerare il rifiuto e la sofferenza”.
Le
metropoli moderne trasudano rabbia…
“È una
rabbia che si respira, si palpa un po’ ovunque, pronta ad
esplodere e a colpirci, lasciandoci spesso stupefatti per la
sua carica di negatività e di violenza. Può essere
premeditata, ma anche impulsiva, tradotta istantaneamente in
un gesto o in una parola.
Ed è
proprio in città, con tutte le sue pretese di modernità e
civiltà, e non certo la savana o la jungla, a diventare
teatro di una spietata lotta per la sopravvivenza e la
sopraffazione tra esseri umani. Basta un futile motivo, come
una parola di troppo o un parcheggio rubato, per far
sprigionare una rabbia feroce, nelle sue brutali e
devastanti modalità.
La vita
contemporanea è estremamente stressante. Che cos’ha che fare
lo stress con la rabbia? Nello stress c’è una componente di
rabbia?
“Lo stress
è uno stato di forte tensione, di sforzo breve o protratto
del nostro organismo, messo in atto nel tentativo di
“simpatizzare” con una sollecitazione, uno stimolo che
attende una nostra risposta. Per fare ciò il nostro cervello
costruisce una vera e propria reazione da stress, con
la quale cerca di dare tutto il supporto possibile per
neutralizzare rapidamente un pericolo, un’insidia, un
nemico. In questo scenario la paura, la rabbia, insieme a un
aumentato stato di allerta e agitazione, sono solo alcune
delle risposte con cui ci apprestiamo ad affrontare una
situazione che può avere effetti dannosi per noi. È quello
che accadeva, per esempio, anche ai nostri antenati quando
si preparavano a combattere un nemico o durante le battute
di caccia.
Al giorno
d’oggi non è produttivo, e nemmeno sano, affrontare una
piccola difficoltà, o una persona con cui siamo in
disaccordo, come se fosse una belva feroce in procinto di
attaccarci. Il nostro organismo, tuttavia, condizionato
com’è da migliaia di anni di lotta per la sopravvivenza,
continua istintivamente a prendere tutto troppo sul serio
quando si trova di fronte a un potenziale pericolo o
insidia. Questo porta a un consistente impiego di energie
che può avere due modalità alternative di rilascio: una
reazione esagerata allo stimolo negativo, o l’accumulo in un
surplus che si trasforma in rabbia”.
Questo
significa che se, erroneamente, percepiamo in modo esagerato
l’entità dell’offesa e decidiamo di non reagire in modo
altrettanto esagerato, la rabbia rimane dentro di noi?
“Sì, e la
rabbia accumulata agisce costantemente lasciando una sorta
di “impronta mentale” che, dall’interno, continua a
ricordarci la ferita inflitta al nostro amor proprio e il
torto che abbiamo subìto.
Inoltre, la
memoria di queste emozioni negative, distruttive, acuisce il
nostro disagio, perché le esperienze negative tendono a
sovrastare e ad annullare quelle positive. Diventiamo come
ciechi, perché potremmo tranquillamente gioire di tante
altre circostanze liete e importanti, ma quella sensazione
sgradevole dovuta alla rabbia persiste e danneggia tutto il
resto, rendendoci gravemente infelici”.
E lo
stress accumulato a cosa può portare?
“Tutti gli
stress negativi, di tipo cronico, possono determinare una
costante situazione di disagio interiore che mina, tra le
altre cose, il nostro sistema immunitario, arrivando a
fiaccare, deprimere le sue risposte, lasciando in balia di
germi potenzialmente dannosi il nostro organismo e la nostra
salute. Rimanere in uno stato costante di rabbia, come per
esempio provare un incessante odio nei confronti di
qualcuno, può nel lungo periodo aumentare la nostra
fragilità e la nostra suscettibilità, vulnerabilità a ogni
sorta di malattia. Ci candidiamo, in altri termini, a
diventare malati per sempre”.
Quali
sono gli effetti sul nostro corpo?
“Si
comincia gradualmente a soffrire di insonnia, stanchezza,
mal di testa, ipertensione e tachicardia, oltre che di uno
stato di forte irritabilità e di malessere di fondo”.
Dunque,
la rabbia alimenta se stessa. Ma bisognerebbe cercare di
capire la propria rabbia, di esserne consapevoli? Come può
accadere che questa emozione negativa, agendo dentro di noi,
si trasformi in pericoloso stress senza che quasi ce ne
rendiamo conto?
“Quando ci
accorgiamo che la rabbia si sta sedimentando e rischia di
diventare un pericolo per il nostro equilibrio, e per la
nostra serenità, è bene non tenerla dentro e parlarne,
condividerla con chi ci sta vicino. L’importante è impedire
alla rabbia di lievitare e di permetterle di creare
ulteriori danni e ostilità verso noi stessi e gli altri”.
Invece,
alcuni non riescono ad esprimere la propria rabbia, e ciò li
fa cadere in uno stato d frustrazione. L’individuo si
colpevolizza perché si sente incapace di affrontare i propri
conflitti. Questa colpevolizzazione potrebbe condurre alla
depressione?
“La rabbia
ci avvelena l’esistenza, la vita. Quando noi, soprattutto in
alcune circostanze, siamo affetti da certe emozioni
negative, tra cui la rabbia, è come se fossimo bloccati da
una barriera che ci impedisce di entrare in sintonia con gli
altri, di comunicare in modo positivo con loro, di provare
empatia. La diffidenza generata dalla rabbia conduce ad un
distacco emotivo nei confronti del prossimo, che turba il
naturale svolgimento del nostro vivere sociale, facendoci
provare un profondo senso di colpa. Da questo sentimento
alla sensazione di essere estromessi dal contesto sociale,
alla solitudine più totale, il passo è breve, fino a
diventare un fattore di scatenamento di una depressione già
pronta a esplodere”.
La
depressione è una delle principali patologie dell’uomo
moderno. Chi è depresso è anche arrabbiato? E se lo è, lo è
con il mondo o con se stesso?
“Chi è
depresso prova rabbia verso se stesso perché è consapevole
di non essere in grado di esprimere adeguatamente le proprie
emozioni, e aggiunge all’elenco dei propri insuccessi anche
l’incapacità di relazionarsi con gli altri.
Egli si
sente responsabile della mancata realizzazione dei propri
obiettivi e delle proprie scarse qualità. Ciò è
ulteriormente aggravato dall’influenza del contesto
culturale in cui viviamo, con le sue ulteriori verso
un’attività incessante e fruttuosa, il conseguimento del
successo e il possesso dei beni materiali.
Oggi
possedere è un imperativo: ci circondiamo di cose e oggetti
spesso inutili ed effimeri, in una sorta di materialismo
spinto alle sue estreme conseguenze dove il modello di
riferimento è quello del consumatore acritico, e non quello
del cittadino consapevole.
Allora è
inevitabile che, nel momento in cui si verificano
simultaneamente determinate circostanze, come il fallimento
nel raggiungimento di certi obiettivi, un calo generale
dell’umore o altre difficoltà, e in presenza di una
predisposizione genetica, insorga una depressione, che si
manifesta in forme spesso distruttive per chi ne è affetto e
per chi lo circonda”.
Chi è
depresso è in grado di manifestare la propria rabbia, oppure
è in preda di un tale stato di passività e abbandono da non
riuscire neppure ad arrabbiarsi?
“Di solito
il depresso si candida a essere il responsabile di ogni
cosa, e sviluppa verso se stesso una rabbia perenne, che lo
porta lentamente a danneggiare, infierire sulla propria vita
ed esistenza. Raramente la rabbia del depresso si rivolge
contro gli altri, e ciò può accadere quando si sente
umiliato, incompreso, perché non riconosciuto nella sua
sofferenza e dolore. Egli, anzi, si sente in colpa verso gli
altri, perché è consapevole della propria inadeguatezza nei
loro confronti. Ciò lo porta a caricarsi di colpe
inesistenti, a sentirsi fallito e a rimproverarsi
l’incapacità di prendere anche le decisioni più banali.
Un’incapacità che bene esprime il senso di profonda paralisi
e inadeguatezza che si impadronisce della sua mente”.
E qual è
il rapporto tra disturbo bipolare e rabbia? Chi ne è
affetto, passando continuamente dall’eccitazione alla
depressione, è soggetto a particolari momenti di rabbia?
“Nel
disturbo bipolare la rabbia si manifesta soprattutto durante
la sua fase euforica, cioè nel polo iperattivo, disinibito
di questo disturbo, in particolare quando queste persone
vengono ostacolate, frenate nella loro affannosa ricerca di
raggiungere un obiettivo ritenuto essenziale. L’intensa
frustrazione, la sensazione di impedimento che ne consegue,
può facilmente sfociare in feroci esplosioni di rabbia”.
Ma che
cosa accade in queste persone? Che cosa le porta
dall’iperattività alla depressione?
“Chi è
affetto dal disturbo bipolare perde completamente
l’equilibrio emotivo, oscillando come un pendolo tra due
poli: una fase depressiva, che può durare diversi mesi, e un
periodo di euforia e iperattività, che rapidamente
sostituisce la prima.
Ciò
ovviamente, oltre a destabilizzare profondamente la vita di
chi la subisce, ha conseguenze negative anche nel contesto
sociale in cui vive, perché chi lo circonda si ritrova ad
avere a che fare con una persona improvvisamente instabile e
poco affidabile, capace dei più bizzarri e radicali
cambiamenti di comportamento e del modo di pensare e di
agire”.
Dunque,
il passaggio da una fase all’altra non è legato a stimoli
esterni?
“Si tratta
di patologie dotate di una loro cronologia, una sorta di
rotta prestabilita, con una propria sequenza e ritmo,
svincolata dall’ambiente esterno. Non c’è dubbio che certe
sollecitazioni, e soprattutto lo stress, possono influire
sull’insorgere di alcuni sintomi e sulla loro gravità, ma in
genere si tratta di malattie slegate dal contesto sociale”.
Come si
curano?
“Soprattutto con gli stabilizzatori dell’umore, perché il
disturbo bipolare è una di quelle malattie che possono
portare a sviluppare comportamenti imprevedibili e
irresponsabili, nonché condurre al suicidio. La terapia deve
essere tempestiva e prettamente farmacologica, e va
mantenuta nel tempo con l’obiettivo di eliminare o attenuare
sia l’insieme dei sintomi sia l’alternanza tra fase euforica
e fase depressiva.
I farmaci
stabilizzanti dell’umore devono essere assunti per lunghi
periodi anche dopo la scomparsa dei sintomi, perché queste
patologie possono ricomparire, riaccendersi nel momento più
inaspettato”.
Ci sono
comunque persone che, senza giungere a livelli patologici,
sperimentano questo ondeggiamento dell’umore…
“Si tratta
di oscillazioni fisiologiche, cambiamenti di umore di cui a
volte non riusciamo a comprendere le cause, che ci fanno
provare un senso di infelicità o di euforia improvvisi, ma
che sostanzialmente fanno parte della normale fisiologia,
dinamica emotiva, e che non interferiscono sostanzialmente
con la qualità di vita, il rendimento lavorativo, i rapporti
interpersonali e la vita di relazione”.
Parliamo
anche di chi subisce una manifestazione di rabbia. Passiamo
in rassegna le varie reazioni. Per esempio, c’è chi si
paralizza… Non si tratta di un atteggiamento presente anche
nel mondo animale?
“È
l’atteggiamento di chi non si sente pronto a reagire quando
viene investito da un’esplosione improvvisa di rabbia e
aggressività. E allora rimangono fermi, perfettamente
immobili, quasi a supplicare di non infierire su di loro, o
per non irritare ulteriormente il loro aggressore.
Le vittime
provano un profondo disagio, e sono incapaci di reagire e
difendersi; non per mancanza di energia o capacità, ma solo
perché la loro natura non è portata allo scontro violento.
Subiscono l’esplosione di rabbia passivamente e si
allontanano in silenzio, probabilmente arrabbiati con se
stessi perché non hanno saputo reagire”.
C’è
anche chi reagisce in modo compiacente, quasi condiscendente
nei confronti dell’aggressore. Tu sei arrabbiato con me in
modo violento, e io, intimorito dalla tua rabbia, accetto
tutto. Tu mi insulti e io dico: “Sì, è vero. Sono una
nullità. Hai ragione”.
“Questa mi
sembra un’espressione di masochismo, ma entra in gioco anche
una sorte di sindrome di Stoccolma, però allargata a livello
sociale. Una specie di mutuo compiacimento, una complicità
tra vittima e carnefice, che da una parte comporta
l’intimidazione di chi subisce e dall’altra rafforza
l’opinione che l’aggressività sia efficace, proprio perché
incute una paura paralizzante.
Chi ti
aggredisce ti può mettere in difficoltà, in imbarazza
davanti agli altri, facendoti sentire profondamente sorpreso
e inadeguato. Quindi si tende spesso ad accondiscendere, a
non accettare di scendere su un piano che comporterebbe
inevitabilmente lo scontro diretto”.
Davanti
a un’espressione di rabbia c’è chi si blocca paralizzandosi,
chi si allontana, chi assume un atteggiamento
condiscendente. Ma quale dovrebbe essere invece la reazione
più salutare per il nostro equilibrio e per il nostro
benessere? In altre parole, quali impulsi dovrebbe inviare
il cervello, il centro di potere di cui abbiamo tanto
parlato?
“Penso che
non esista una reazione, una risposta universalmente
adeguata. Il nostro mondo ormai è universalmente sotto il
dominio della violenza, che appare sempre più esasperata da
un profondo senso di incertezza e insicurezza. In realtà, a
perdere siamo un po’ tutti, perché dimostriamo di non
possedere gli antidoti contro quella rabbia estemporanea,
che si sprigiona ovunque, all’improvviso lasciandoci senza
parole. Una delle soluzioni potrebbe essere il recupero
graduale della dimensione sociale, la ricostruzione di
un’agorà, del luogo dove le persone possano tornare a
parlarsi, a confrontarsi, dove il dissenso venga espresso in
termini formalizzati, e dove sia diffuso e accettato il
pluralismo di idee e di opinioni.
E tuttavia
ci stiamo sempre più allontanando da questo obiettivo, in
primo luogo perché abbiamo ormai abbandonato la dimensione
fisica della comunicazione: non vediamo più realmente la
persona, il nostro interlocutore, e siamo quasi disabituati
a notare le espressioni del suo volto. E nel momento in cui
citroviamo davanti a qualcuno che si rivolge a noi in
maniera aggressiva, ci scopriamo disarmati, impreparati a
reagire. Dobbiamo riprendere in mano le redini della
comunicazione, non rinunciando neppure a qualche occasione
di sana, accalorata discussione. Sono confronti che, quando
avvengono nel momento e per motivi opportuni, possono
aiutarci a crescere, a rivedere e ad affinare le nostre
posizioni, e che comunque ci allenano a non subire
passivamente la rabbia e le prevaricazioni di chi ci vuole
imporre a tutti i costi il proprio punto di vista.
Accettarlo acriticamente è una forma di aggressione nei
confronti di noi stessi”.
Quello
tra vittima e carnefice è sempre stato un rapporto molto
strano, sul quale si è detto e scritto tanto. Abbiamo appena
citato la sindrome di Stoccolma, cioè la tendenza della
vittima a giustificare le azioni del proprio carnefice, al
punto da sviluppare una sorta di attaccamento nei suoi
confronti.
“Si tratta
di un legame soltanto apparente, che in realtà non è altro
che una strategia messa in atto dal cervello per superare le
emozioni che generano la paura e il pericolo. In una
situazione di intenso stress emotivo e di forte trauma il
legame tra paura e piacere è molto più stretto di quello che
possiamo immaginare.
Nel caso
delle conflittualità familiari, come negli abusi in
famiglia, il meccanismo è diverso. Ci stupisce che la
vittima esiti a troncare i rapporti con il proprio
carnefice, o che comunque non cerchi di impedire attivamente
le violenze subite. In realtà, diversi fattori intervengono
per mantenere stabile, in un equilibrio perverso,
quell’insano rapporto. A volte, per esempio, nella famiglia
dove avvengono abusi si instaura una sorta di gioco delle
parti in cui i protagonisti sono consci di interpretare un
ruolo e vogliono, consapevolmente o meno, mantenerlo. È il
caso delle famiglie che, in nome di un vuoto perbenismo,
mettono tutto a tacere per paura dello scandalo, dello
stigma sociale che si abbatterebbe su di loro”.
Il
vittimismo potrebbe essere una conseguenza della rabbia
trattenuta? Ci sono persone che si sentono perseguitate e si
lamentano di nemici immaginari, di ipotetici torti subiti.
Questo atteggiamento non potrebbe essere causato dalla loro
rabbia, che non riesce a sfogarsi e si trasforma quindi in
spirito di persecuzione?
“Il
vittimismo è usato come alibi, giustificazione da molte
persone, le quali, non essendo in grado di tollerare
l’insuccesso o il mancato raggiungimento di un obiettivo,
tendono a deformare la realtà e ad attribuire la colpa dei
loro fallimenti ad un nemico immaginario, inventato, a
un’ipotetica congiura, complotto ai loro danni, piuttosto
che affrontare una lucida, e a volte umiliante, analisi
della situazione reale. Chi attribuisce ad altri la
responsabilità dei propri fallimenti sceglie una scorciatoia
apparentemente comoda ma in realtà controproducente, perché
in questo modo non gli sarà possibile progredire imparando
dai propri errori”.
Che tipo
di piacere procura al cervello l’atto di umiliare la propria
vittima?
“L’umiliazione consente a chi la mette in atto di convertire
la propria frustrazione in rabbia rivolta ad un bersaglio
facile, non problematico. Procura in chi compie atti di
prevaricazione un particolare piacere, perché offre
l’opportunità di esercitare una forma di dominio su chi è
completamente indifeso e non riesce a reagire. È il piacere
del vigliacco che, incapace di imporsi con i forti o con chi
lo sovrasta, lo fa infierendo sui più deboli”.
Chi
manifesta la propria rabbia, apparentemente immotivata, in
modo violento potrebbe essere stato a sua volta vittima di
violenze?
“Sì, la
vittima si trasforma spesso in carnefice. Per esempio, negli
episodi di bullismo i ragazzi artefici dei soprusi sono
spesso stati a loro volta vittime di maltrattamenti, fisici
o psicologici, da parte di coetanei o di membri del gruppo
familiare. Sono giovani che cercano di mascherare le proprie
paure e frustrazioni, e il senso di impotenza che provano,
dietro una facciata di aggressività, che dà loro l’illusione
di essere forti e invulnerabili”.
Parlando
di nuovo degli stimoli della rabbia, che relazione ci può
essere tra le diete troppo sbilanciate o improvvisate e
l’aggressività?
“La
serotonina, che viene prodotta nel cervello a partire da un
aminoacido essenziale per la sua sintesi, il triptofano,
ricopre importanti funzioni per il nostro comportamento. Chi
si sottopone a diete drastiche e improvvisate può andare
incontro ad una considerevole riduzione di disponibilità di
triptofano introdotto con gli alimenti, con conseguente calo
di produzione di serotonina nel nostro cervello. Ciò può
determinare squilibri biologici, che possono favorire la
comparsa sia della rabbia sia dell’aggressività. E questo
per il ruolo svolto dalla serotonina nel nostro cervello,
che è quello di sostanza che si “oppone” ad altre sostanze
come il testosterone, la noradrenalina, ecc. che invece
favoriscono i comportamenti impulsivi. Quindi,
un’alimentazione equilibrata può contribuire a favorire un
comportamento altrettanto equilibrato ed organico”.
Che
rapporto c’è tra il livello di carboidrati e i nostri
comportamenti ansiosi e rabbiosi?
“Il livello
di serotonina nel nostro cervello è in qualche modo regolato
anche dalla quota, quantità di carboidrati ingeriti con gli
alimenti. E questo perché i carboidrati costituiscono uno
stimolo metabolico costante per incrementare la serotonina
di cui il nostro cervello ha dispone.
È ormai
accertato che questa sostanza è in grado di svolgere
un’azione sia antipanico sia antiansia, ma anche di essere
molto efficace nel contrastare, contenere i comportamenti
più rabbiosi e impulsivi. Una drastica e protratta riduzione
dei carboidrati, come può verificarsi in una dieta,
alimentazione non corretta, non bilanciata, può determinare
una parallela riduzione dell’apporto biologico, necessario a
costruire la serotonina nel nostro cervello. Una carenza del
genere può far aumentare i livelli di ansia e di
inquietudine, perchè in un certo senso viene compromesso
l’equilibrio chimico di tale organo”.
Dunque
il legame fra cibo e umore è molto stretto. Uno studio
pubblicato dalla rivista “Science” sottolineava il rapporto
tra gli atteggiamenti aggressivi e il digiuno.
“Torna di
nuovo in ballo il ruolo della serotonina, il
neurotrasmettitore del buon umore, ma anche la sostanza che
ostacola le azioni e le decisioni prese in modo troppo
sbrigativo, impulsivo. Questa sostanza, come abbiamo già
detto, ha bisogno di precursori, materie prime provenienti
soprattutto da alcuni alimenti, per essere sintetizzata,
prodotta nel nostro cervello. Pertanto, se non mangiamo in
modo adeguato e corretto, a risentire è anche la produzione
di serotonina, e ciò può provocare un aumento dei
comportamenti aggressivi”.
1) Pubblichiamo per gentile
concessione dell’editore uno stralcio dal saggio “Rabbia.
Un’emozione che non sappiamo controllare”, di Rosario
Sorrentino e Cinzia Tani (Mondadori, 2009). Riproduzione
riservata.
*Dice di sé.
Rosario Sorrentino. Neurologo, fondatore e direttore dell’Ircap,
l’istituto per la ricerca e la cura degli attacchi di panico
presso la casa di cura Pio XI di Roma.
www.rosariosorrentino.it Cinzia Tani.
Giornalista e scrittrice, è autrice e conduttrice di
programmi radiotelevisivi.
www.cinziatani.com
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REESE WITHERSPOON
Penso che i bambini si sentano bene
quando ricevono solo un
paio di cose che veramente desiderano.
Cerco di rimanere
fuori dalle masse di regali, a loro non
piacciono molto .
Un paio
di cose bastano e gli
piacciono di più.
(Da
“Girlpower.it”,
2007)
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