MUSICA

LA SUBLIME GRANDEZZA DELLA MUSICA
È RACCONTARE STORIE


Nel libro “We will rock you” ne sono raccontate 709, e per ogni canzone almeno una
curiosità, un particolare inedito, un aneddoto sconosciuto, un retroscena da gustare (1)


 

Massimo Cotto*

 

Non capisco, ma mi affascina e spero non finisca mai di parlare. È il 1978, ho 16 anni. Sono in macchina con amici. Una voce esce dalla radio e mi porta lontano. Racconta di vestiti che svolazzano, di porte che sbattono, di visioni che danzano nel porticato mentre la radio trasmette Roy Orbison; davanti c’è una strada a due corsie che porta lontano, basta seguire la linea di mezzeria. Solo quando parte la musica, capisco che la voce sta giocando con i testi della canzone, sta costruendo una short story che parte dalle liriche ma va da un’altra parte.

Convergenze parallele, come si diceva una volta. Ed è lì, sull’armonica che benedice “Thunder road” di Bruce Springsteen, che io capisco due cose: che voglio fare questo da grande – essere una voce che racconta – e che la sublime grandezza della musica è raccontare storie. Belle, commoventi, vere, verosimili, folli, assurde, incredibili. Storie descritte nel testo o che riguardano la genesi del brano. Storie che ti restano dentro per sempre, che ti accompagnano per strada e che tieni in tasca come il più antico dei talismani. Se hai fortuna, se gli dei si ricordano di benedirti ogni tanto, ti capiterà persino non solo di ascoltarle, ma di essere il protagonista di una di quelle storie, o, almeno, e non è detto che sia una diminutio, lo spettatore. Com’è accaduto a me.

In “We will rock you”, uscito a novembre per Rizzoli, ne racconto 709. Storie di canzoni di ogni genere e stile, e per ogni canzone almeno una curiosità, un particolare inedito, un aneddoto sconosciuto, un retroscena da gustare, uno spunto su cui tornare domattina a mente fredda, magari con la voglia di investigare e scovare nuovi particolari. Raccontatomi dalla voce dei protagonisti o ricostruito da fonti attendibili. Non aspettatevi che io vi racconti tutto di una canzone, non è questo il libro: qui a tenere la scena e meritare gli applausi sono le quinte, il nascosto, i camerini, il trucco che si scioglie e mostra la realtà dietro il sogno, come quando Elizabeth McGowern si toglie il cerone nelle ultime battute di “C’era una volta in America”. È un mondo capovolto, dove è quel che sta dietro che illumina la sala. Lo scopo è raccontare e anche cancellare le leggende metropolitane che per anni si sono moltiplicate, magari alimentate dagli stessi artisti. Talvolta, infatti, essendo la realtà più anonima della fantasia, hanno fatto stampare la leggenda, inventando il mai accaduto. Ho provato a rimettere ordine. Il consiglio è di lasciarvi prendere la mano dalla suggestione. Rimboccatevi le coperte con queste storie. Il sogno è assicurato. E il risveglio è indolore.

 

 

Chelsea Hotel # 2, Leonard Cohen

 

Una delle tante meraviglie del poeta canadese. Cohen cominciò a scriverla nel bar di un ristorante polinesiano di Miami, nel 1971, e la finì ad Asmara, in Etiopia. Durante un viaggio aereo da New York a Shannon, in Irlanda, Cohen si fece aiutare per gli ultimi ritocchi da Ron Cornelius, chitarrista fidato e suo band leader in quattro album. Qui le versioni sul suo apporto differiscono: Ron dice che il brano è stato interamente scritto durante quel volo e che il # 2 del titolo è un piccolo inganno di Cohen, che gli fece credere di aver realizzato per il disco una seconda versione, molto diversa da quella concepita in aereo; Leonard sostiene invece di aver preso dall’amico solo un cambio di accordi e che il brano s’intitola “Chelsea Hotel #2” perché racconta un incontro tra lui e Janis Joplin avvenuto realmente al Chelsea Hotel, e che si tratta dunque di un brano che vuole far rivivere un evento per una seconda volta.

Il Chelsea Hotel è un albergo decadente e bellissimo sulla 23esima strada di New York, nel quartiere di Chelsea. Lì hanno soggiornato per periodi lunghi delle loro vite Bob Dylan (che scrisse in quelle stanze “Sad eyed lady of the lowlands” per la moglie Sarah, come avrebbe lui stesso ricordato in un’altra canzone composta per lei, “Sarah”, contenuta nell’album “Destre”), Sid Vicious dei Sex Pistols (che nella famigerata stanza numero 100 uccise la fidanzata Nancy Spungen), Arthur Miller, Marilyn Monroe, Madonna, Norman Mailer, Nina Hagen, Grace Jones e infiniti altri artisti. È un luogo un po’ folle, strambo e naif: una volta uno scrittore disse che se ti veniva voglia di farti un po’ di cocaina, non dovevi nemmeno preoccuparti di uscire per procurartela; ti bastava sniffare la moquette, perché tutti i precedenti clienti ne avevano certamente lasciata cadere un po’.

L’incontro andò così: Janis Joplin è ferma davanti al montacarichi che i proprietari del Chelsea chiamano ascensore. Cohen si avvicina. Chiede: “Signorina, sta aspettando qualcuno?”.

Janis ride. In quegli anni nessuno la chiama signorina ed è certa che Leonard l’abbia riconosciuta. “Sì, sto aspettando Kris Kristofferson” risponde. Kris, attore (“Pat Garret and Billy The Kid”, “Alice non abita più qui”, “È nata una stella”, “Convoy”, “I cancelli del cielo”) e cantante, autore di quel “Me and Bobby McGee” che sarà l’unico Numero Uno, purtroppo postumo, di Janis.

Cohen sorride: “Lei è fortunata, signorina. Io sono Kris Kristofferson”.

Ridono insieme e insieme prendono il montacarichi e salgono in camera. In quegli anni andava così.

Nella canzone Cohen racconta l’incontro fisico con particolari stranamente crudi, insoliti per lui. Lei gli fa un pompino sul letto sfatto, mentre le limousine aspettano in strada (giving me head on the unmade bed, while the limousines wait in the street).

Poi, la strofa più bella, quella entrata nella leggenda: Janis stringe i pugni pensando a quelli come lei e Leonard ossessionati dalle forme della bellezza (and clenching your fist for the ones like us who are oppressed by the figures of beauty), quindi si avvicina allo specchio e si sistema un poco, ma capisce che più di tanto non può fare. Perciò dice: “Non importa, siamo brutti, ma abbiamo la musica” (you fixed yourself, you said, “Well never mind, we are ugly but we have the music”). Una strofa entrata nella leggenda.

 

Come together, The Beatles

 

E adesso che fare della canzone? John Lennon l’aveva scritta di getto, come spesso accadeva in quegli anni fecondi. Timothy Leary e sua moglie Rosemary erano andati a trovare lui e Yoko al Queen Elizabeth Hotel di Montreal, nella stanza al diciannovesimo piano dove tenevano un bed-in a favore della pace. Erano stati carini e John li aveva anche prontamente reclutati per il coro di “Give peace a chance”. In quell’occasione Leary aveva chiesto a John se avesse una canzone adatta a diventare lo slogan della sua campagna elettorale per diventare governatore della California. John aveva sorriso. Sapeva bene che Leary era pazzo e che la sua candidatura contro Ronald Reagan era nient’altro che una provocazione, al pari di quando aveva proposto di mettere grandi quantità di LSD nell’acquedotto di San Francisco, però si era comunque lasciato coinvolgere. Aveva preso lo slogan di Leary – come together, join the party – e ne aveva fatto una canzone. Gli piaceva il doppio senso, perché “party” significava tanto festa che partito politico e l’invito a unirsi al party aveva dunque una doppia valenza, sociale e ludica.

Dopo pochi giorni, però, e dopo che Leary l’aveva già fatta trasmettere dalle radio alternative di San Francisco, Lennon si era posto qualche domanda di troppo. Leary era simpatico, ma inaffidabile (e presto sarebbe finito in carcere e condannato a vent’anni per possesso illegale di marijuana, perché in America mica scherzavano in fatto di droghe, anche se leggere) e quella canzone poteva funzionare, a patto di cambiarne il testo. Non era dunque meglio darla ai Beatles? Lennon si rispose di sì ed entrò nelle session di “Abbey Road” con la canzone sottobraccio, dopo aver cambiato il testo, aggiunto qualche nonsense tipico dei suoi e anche qualche obliquo riferimento ai compagni di band: il santo tritasassi del testo è Harrison, mentre il tricheco con gli stivali di gomma è Paul.

E Leary? Si arrabbiò non poco, ma John rispose garbatamente: lui era un sarto e Leary un cliente. Ora che non aveva più bisogno del suo vestito, perché non sarebbe mai diventato governatore della California, poteva venderlo a qualcun altro, senza alcun senso di colpa.

 

Comfortably numb, Pink Floyd

 

Il pubblico di Filadelfia attende da ore. Ordinato, felice, eccitato. L’unico a stare male è Roger Waters. Ha dei dolori lancinanti allo stomaco. Ha contratto una forma non grave di epatite, ma ancora non lo sa. Non lo sanno nemmeno i medici, che gli fanno un paio di iniezioni allo stomaco per consentirgli di salire sul palco. Annullare il concerto sarebbe una follia, ancora più assurdo sarebbe tenerlo senza di lui, che ne è la mente – a volte lucida altre volte folle – dopo l’allontanamento di Barrett.

Waters è convinto di non farcela. Non riesce neanche ad alzare un braccio, si sente vuoto, distrutto. Ha paura di non riuscire nemmeno a suonare. Ha la vista annebbiata. Sale sul palco e spera che tutto vada per il verso giusto. Saranno le due ore più lunghe della sua vita. Vede poco, ma sente che la gente si diverte comunque. Nessuno sembra accorgersi che sta male. Eppure si sente imbambolato, intontito. Se non altro è felice perché il pubblico è felice. Si sente, insomma, comfortably numb, serenamente stordito. Quando, a distanza di due anni da quel concerto, nel 1979, David Gilmour gli fa ascoltare una musica che aveva composto per il suo album da solista, ma che all’ultimo momento aveva deciso di tenere fuori, Waters si ricorda di quella sensazione e scrive di getto il testo.

Anche se, da un punto di vista emotivo o del coinvolgimento, altre canzoni dei Pink Floyd possono essere più amate di questa, nel 1989 “Comfortably numb” è stata votata la più grande canzone dei Floyd di sempre dai lettori della fanzine dedicata alla band, “The Amazing Pudding”. Nel 2006, invece, l’assolo di David Gilmour è stato giudicato il più grande assolo di tutti i tempi dagli ascoltatori di Planet Rock. Non male per essere l’ultimo brano scritto a quattro mani da Roger Waters e David Gilmour.

 

Sexual healing, Marvin Gaye

 

Ostenda è una placida città portuale delle Fiandre occidentali, affacciata sul mare del Nord, dove a parte un bel lungomare e le opere dell’illustre cittadino René Magritte, non c’è molto da fare né da vedere. È un buen retiro, il luogo ideale dove rifugiarsi per dimenticare o ripartire. O disintossicarsi. Nel 1981 Marvin Gaye era lì per questo motivo, per capire se fosse possibile staccarsi dalla droga. Si era anche appena staccato dalla Motown – che era stata per lui una famiglia più che un’etichetta, una casa più che una casa discografica – e il momento era difficile. Le ultime incisioni avevano avuto un discreto successo ma non erano certo entrate nella storia. Sentiva che era finita un’epoca e che stava per aprirsene un’altra. Per questo aveva deciso di buttare giù i suoi ricordi, di fare il punto e pubblicare un’autobiografia. Per scriverla, aveva chiamato ad aiutarlo David Ritz, uno scrittore attento e sagace.

La prima cosa che Ritz notò, una volta arrivato nell’appartamento che Gaye aveva preso in affitto, fu l’incredibile collezione di fumetti porno dell’artista soul.

“Hey” disse tra il serio e il faceto, “mi sa che hai bisogno di una cura sessuale che ti faccia guarire.”

“Cosa?” replicò Gaye. “Di cosa stai parlando?”

“Sto parlando di sexual healing” ripetè Ritz.

Sexual healing? Questo è il titolo giusto per una canzone, pensò Gaye e invitò l’amico scrittore a buttare giù un testo, cosa che Ritz fece a tempo di record. Gaye, eccitato dal testo più ancora che dai suoi fumetti porno, registrò “Sexual healing” a Ostenda e si spostò a Waterloo per mixarlo, dimenticando però di accreditare Ritz come co-autore e provocando la fine della loro amicizia.

“Senza i miei fumetti non avresti combinato nulla” si difese Marvin.

“Senza il mio testo saresti ancora lì a leggere i tuoi porno” argomentò Ritz, che intentò una causa per ottenere i suoi diritti, vincendola dopo la morte di Gaye.

 

Smells like teen spirit, Nirvana

 

“Volevo scrivere la pop song definitiva, nello stile dei Pixies”. Così, nel gennaio del 1994, Kurt Cobain raccontava la genesi di “Smells like teen spirit”, singolo apripista del capolavoro “Nevermind”, anno di molta grazia 1991. L’idea del titolo fu suggerita a Cobain da Kathleen Hanna, la cantante dei Bikini Kill, che scrisse con lo spray Kurt smells like Teen spirit sul muro della sua stanza da letto, dopo una notte passata a bere e a disegnare graffiti per le strade di Seattle. All’epoca, Cobain era fidanzato con un’altra ragazza delle Bikini Kill, la batterista Tobi Vail, e dicendo che puzzava di Teen spirit, Kathleen voleva dire che gli abiti di Kurt e la sua pelle si erano impregnati del profumo della fidanzata.

A Kurt la scritta piacque molto, anche perché non la capì. Non essendo pratico di profumi femminili, non aveva la minima idea che Teen spirit fosse un profumo e avendo trascorso tutta la notte a parlare di ideali, anarchia e sogni, pensava che la frase di Kathleen fosse una bellissima metafora per dire che lo spirito, la ribellione e gli ideali della sua giovinezza si erano impossessati di lui. Si rese conto dell’errore solo mesi dopo l’uscita del singolo.

 

Absolute beginners, David Bowie

 

Quando controllarono la posta e trovarono l’invito, pensarono a uno scherzo. La vita del session man era bella e divertente – lavorare con grandi musicisti, aiutarli a trovare il suono giusto, a volte collaborare alla composizione – ma una cosa così non era mai capitata. Quando aprirono la busta, estrassero il cartoncino e cominciarono a leggere, venne loro da sorridere e da domandarsi se fosse una vera convocazione. “Siete gentilmente invitati a partecipare a una session con mister X agli Abbey Road Studios, il giorno tal dei tali, bla bla bla…”

“Mister X?” pensò Kevin Armstrong, ex-chitarrista dei Prefab Sprout.

“Mister X?” ripeté ad alta voce Matthew Seligman, già bassista con i Soft Boys e con i Thompson Twins. Eppure, la convocazione era firmata dal dirigente della Emi con cui stavano lavorando e che li aveva chiamati per l’ultimo disco di Thomas Dolby. I turnisti si parlarono tra di loro, per vedere se qualcuno ne sapesse qualcosa di più. Niente da fare. Alla fine decisero di andarci. Male che vada, si torna a casa.

Quando si materializzò David Bowie, tirarono un lungo sospiro di sollievo e ringraziarono Dio, perché se avessero mancato le registrazioni di “Absolute beginners” non se lo sarebbero mai perdonati. Non tanto per i risultati – la canzone fece sì da traino all’omonimo film di Julian Temple e ottenne un più che considerevole successo, ma fallì l’ingresso nella storia dei capolavori di Bowie – quanto per la modalità della registrazione. Bowie arrivò, infatti, con la canzone non finita, chiedendo esplicitamente ai turnisti di correggere e aggiungere, inventare o sottrarre. Bowie era eccitato all’idea di lavorare ad Abbey Road perché lo faceva tornare indietro ai tempi di “Heroes”, e anche i turnisti finirono per diventare “eroi per un giorno”. Nello spazio di un pomeriggio il brano fu completato e registrato, in una bella atmosfera di eccitazione collettiva, sotto la guida di mister X.

 

I don’t like Mondays, Boomtown Rats

 

Chi di noi non ha detto almeno una volta, sorridendo: “Non mi piacciono i lunedì”? Ma quando lo disse Brenda Ann Spencer, nessuno rise. Brenda Lee era una ragazza sedicenne di San Diego che aveva appena ucciso due adulti e ferito otto bambini e un poliziotto sparando dalla sua finestra di casa verso il cortile della scuola che aveva di fronte. Quando si sparse la voce che una pazza stava sparando da casa sua, un giornalista rintracciò il suo numero e le telefonò. Lei, incredibile a dirsi, smise di sparare e andò alla cornetta. Il giornalista le chiese perché stesse facendo tutto ciò e lei rispose semplicemente: I don’t like Mondays, non mi piacciono i lunedì. E poi tornò a sparare.

Bob Geldof stava rilasciando un’intervista in una college radio di Atlanta, in Georgia, nel 1979, quando le agenzie cominciarono a battere i lanci di quello che stava accadendo. Profondamente colpito, scrisse “I don’t like Mondays”, che rimane a tutt’oggi il più grande successo dei Boomtown Rats, anche se molte radio si rifiutarono di trasmetterlo per l’argomento trattato.

 

Daniel, Elton John

 

Se Elton John non avesse eliminato l’ultima strofa, ascoltando in parte le obiezioni della casa discografica, timorosa che il brano fosse troppo lungo e triste per diventare un singolo di successo, nessuno avrebbe mai avuto il minimo dubbio sull’argomento della canzone. Invece la storia dei due fratelli protagonisti di “Daniel” si è trasformata, a seconda dei casi, in mille storie diverse, le più drammatiche delle quali sostenevano che parlasse del fratello di Elton, morto in un incidente aereo.

Daniel, in realtà, è un veterano del Vietnam che torna a casa dopo aver perduto la vista in guerra (Your eyes have died but you see more than I, “i tuoi occhi sono morti, ma vedi più di me”). Torna nella sua cittadina nel Texas, accolto come un eroe, quando invece vorrebbe solo rimanere tranquillo nella sua fattoria, illudendosi di tornare alla vita di un tempo. Così decide di partire per la Spagna, per rifarsi una parvenza di vita e il fratello piange mentre lo vede andare via in aereo.

La canzone fu scritta e registrata lo stesso giorno. Bernie Taupin scrisse il testo e lo consegnò a Elton, lui chiamò i musicisti e via. Così andavano le cose, in quel 1973 e negli anni d’oro di Reginald Dwight, in arte Elton John.


 

1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio da “We will rock you. Segreti e bugie. 709 canzoni come non le avete mai sentite”, di Massimo Cotto. Edizioni Bur Rizzoli. Riproduzione riservata.

 



*Dice di sé.
Massimo Cotto. Toro di segno zodiacale e di fede calcistica, è nato ad Asti il 20 maggio 1962. Giornalista, vive di note e di notes, perchè ama la musica e prendere appunti su carta. Affascinato dagli opposti perchè creano sempre movimento, non rinuncerebbe mai alla buona cucina, perchè, come diceva John Ford in Com’era verde la mia valle, “raramente ho incontrato persone le  cui parole fossero migliori di un buon pranzo”. Tentato sempre da ciò che è difficilmente realizzabile (per puntare all’aquila bisogna mirare alla luna), a volte esprime pensieri intelligenti, ma non sono quasi mai suoi.









PIPPO BAUDO


Regali? Per andare sul sicuro scelgo cravatte, libri e cd. Meno

indicate le cornici per le fotografie, vanno a finire nel cassetto.

(Da “AdnKronos”, 2007)









 

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