TELEVISIONE
LA VIDEOCRAZIA, OLTRE L’IPOCRISIA DEI BENPENSANTI
La televisione moderna è
fatta per persone che abbiano l’intelligenza di capire che
quello che arriva sullo schermo è esclusivamente spettacolo
e che la vita vera è un’altra cosa
Ivan Villa*
Dalla regia arriva la comunicazione che mancano 30 secondi alla messa in
onda… l’assistente di studio fa sistemare il conduttore nella posizione
concordata durante le prove… gli autori agguantano la loro postazione e mentre
lo fanno già scrivono i primi spunti sulle loro ormai mitiche “lavagnette”… in
cuffia il regista comunica ai cameraman qualcosa di benaugurale che ha a che
fare con una balena… i proiettori fanno il loro lavoro e si posizionano nella
memoria di partenza dell’apertura… i produttori, partecipi e disinvolti,
controllano un’ultima volta la durata dei blocchi e si compiacciono del fatto
che la macchina sia quantomeno pronta a partire… infine l’aiuto regia prende in
mano le redini e coordina in cuffia la squadra: “attenzione siamo in onda in 5,
4, 3, 2, 1… gira sigla!”. Questo è, più o meno fedelmente, quello che succede
pochi istanti prima della diretta di uno show televisivo. In
realtà, precedentemente, molto altro è già successo se si è
arrivati “indenni” fino a quel momento e tante, tantissime
api operaie, hanno fatto in modo che ancora una volta, come
ogni sera, l’amichevole luce blu faccia capolino dalle
finestre delle case italiane. Dall’archetipo delle
casalinghe di Voghera – che pure hanno affinato negli anni
il loro senso critico – ai più smaliziati intellettualoidi
che gravitano nell’ambiente sub culturale italiano, la
televisione ha sempre unicamente lo stesso effetto: cattura!
Provate a far caso a quanta gente si ferma, almeno per
qualche secondo, con espressione più o meno partecipe e/o
con bocca semi aperta, a fissare lo schermo magico. Chi vi
negherà questa evidenza fa parte, con ogni probabilità,
della categoria di cui sopra – smaliziati intellettualoidi
in cerca di qualcosa su cui dissentire, per l’appunto. E…
tranquillizzatevi, non c’è assolutamente nulla da
recriminare in quanto “l’attrazione” è esattamente alla base
del linguaggio per immagini. Per le api operaie che
lavorano nell’alveare dietro le quinte, invece, l’approccio
è sostanzialmente diverso, perché per loro, a prescindere
dal fatto che ciò che contribuiscono a mandare in onda sia
lana grezza o seta pregiata, la televisione è un mestiere,
solo, puramente e semplicemente un mestiere. Questa
differente percezione della televisione è precisamente ciò
che divide i due mondi: “l’operaio” televisivo, di cui chi
vi scrive è un fiero rappresentante, e lo spettatore, ultimo
e inviolabile fruitore del mezzo stesso. Basti considerare
che noi “operai” mentre siamo in onda, sappiamo, grazie alla
scaletta minuziosamente compilata da uno degli autori, che
dopo 4 minuti saremo in pubblicità, che il blocco successivo
durerà 18 minuti e che prima o poi qualcuno degli ospiti in
studio dirà qualcosa che scatenerà la reazione smodata di
qualcun altro che il conduttore a sua volta dovrà cercare di
far ragionare. Nonostante questa possa sembrare la
caratteristica di una routine molto piatta, nessuno dei
tanti colleghi potrà mai negare che in fondo il nostro sia
un lavoro a tratti godibile, sicuramente privilegiato, e mai
scontato. Ed è proprio sulla mancanza di “scontatezza” che
si fonda il principio motore del nostro mestiere: un
esempio? La migliore caratteristica di chi si occupa, ad
esempio, della produzione è di essere un buon problem
solver, perché di intoppi e scaramucce anche impensabili è
disseminata l’intera giornata lavorativa in uno studio
televisivo (sebbene qualche caro amico pratichi la scherzosa
filosofia del “se avete qualche problema…ve lo
risolvete!!!”, ma come detto, lo fa solo per gioco, anzi…).
Chiarito il modus vivendi di chi lavora dietro le quinte di
uno spettacolo televisivo, resta da capire in che modo si
manifesti la responsabilità del messaggio che dalle nostre
regie, dai nostri tavoli di riunione, dalle nostre
telecamere, inviamo allo spettatore. Se criticamente
partite dal concetto lapalissiano che la televisione, in
quanto emblema dei media, sia in modo semplicistico un mezzo
culturale, potete anche saltare la lettura del resto
dell’articolo: qualche “intelligentone” ha sintetizzato “nei
nostri palinsesti – e parliamo di quella televisione finora
denominata generalista – il vuoto cosmico di input culturali
è quasi pneumatico”. Sebbene questa analisi fondi le sue
basi rispettando pedissequamente alcuni canoni intellettuali
stabiliti da convenzioni comunicative di massa, è il vero
concetto stesso di cultura a necessitare di un nuovo
significato, più moderno e spregiudicato. Nessuno potrà
dire mai, in tutta coscienza, che una decina di ragazzi
incattiviti e litigiosi, monitorati dall’occhio vigile di
decine di telecamere, possano essere da esempio o monito per
le generazioni future, semplicemente perché non sono stati
messi lì per quello scopo. La televisione moderna è fatta
per essere fruita da persone che abbiano l’intelligenza e la
capacità critica di capire che quello che arriva sullo
schermo è solo ed esclusivamente “spettacolo” e che la vita
vera è un’altra cosa. Se ci si accosta alla macchina
dell’intrattenimento con questo atteggiamento disincantato,
essa diventa godibile, forse a tratti ignobile, è vero, ma
di fondo giustificabile perché, in quei 50, 90, o 120 minuti
che siano, l’allontanamento dalle brutture del tessuto
sociale attuale è un toccasana per la mente, già di per sé,
sana. Il problema viene fuori quando con questa
“meravigliosa giostra dello spettacolo” ci si relaziona in
maniera poco cosciente, mischiando pericolosamente la vita
di una donna che non vede la figlia da 15 anni con quella di
un ragazzotto
impomatato-lampadato-palestrato-lucidato-lobotomizzato che
viene corteggiato da orde di seducenti e sedicenti aspiranti
veline e carte copiative! Quando nelle automobili della
vita quotidiana, al supermarket sotto casa, nei vagoni di
una metropolitana, la preoccupazione vera, sentita e
profonda, diventa quella di discutere del motivo per cui due
giovani donne più o meno note al pubblico, mentre patiscono
la fame su un’isola deserta, se le siano date di santa
ragione esibendosi nel famoso strappo spasmodico di ciuffi
di capelli, tipico delle “mazzate” in gonnella o quando,
peggio, intorno ad una tavola, durante un tipico
italianissimo pasto serale, l’unico suono che si sente è lo
starnazzamento che viene fuori dagli altoparlanti, ormai di
altissima fedeltà, di un televisore con digitale terrestre
incorporato e il mutismo regna imperante tra gli esseri
umani attorno a quella tavola, allora è ora di correre ai
ripari, allora è tempo di chiarire che quello a cui
assistono è solo spettacolo. La ragione fondante del
fenomeno del travisamento della realtà, della sublimazione
del reality show, ha un solo minimo comune denominatore: la
totale mancanza di una struttura critica nel telespettatore
medio; e tale mancanza ha a che vedere strettamente con un
problema culturale di fondo, che ha radici ben più profonde
del semplicismo dei detrattori dello show-biz. Lo spettatore
canonico, colui che garantisce la sopravvivenza stessa
all’industria televisiva, non ha mezzi sufficienti per porsi
di fronte a essa con un atteggiamento distaccato ma
superficialmente partecipe: non ha le basi culturali per
farlo. Unendo i puntini, il disegno che, gradualmente si sta
delineando è che, in un regime di videocrazia, il gap
“intellettuale” è da ricercare a monte dell’esistenza della
televisione commerciale stessa, la cui missione “culturale”
è vanificata dall’uso che ne fa lo spettatore stesso. È,
perciò, negli anni della formazione che un individuo
dovrebbe sviluppare l’attitudine alla criticità, costruire
fondamenta solide per la propria struttura culturale; ed è
compito essenziale, non già del professorone universitario
ma finanche del maestro elementare, quello di preparare le
nostre menti ad un comportamento sociale critico e sano.
Solo con queste premesse dunque, il faceto della televisione
moderna verrebbe giudicato ed evidentemente fruito così
com’è: pura digressione dalle devastazioni del mondo che
viviamo; di rimando, il serio, e con tale accezione intendo
il cosmo dei programmi tv generalmente considerati più
“alti”, verrà ascoltato con una maggiore serietà e con la
consapevolezza che, nella maggioranza dei casi, quando la
telecamera verrà spenta, anche la spietata giostra dei
dissentimenti, dove poco prima si esibivano i contendenti di
uno qualunque dei tanti ring televisivi pseudo-politici, si
fermerà. Perché in fondo, anche quello è spettacolo.
Infine, se tutto quanto detto finora assumesse i contorni
della dissertazione sterile, ci rimane sempre l’immutabile
arma del libero arbitrio: sul telecomando di ogni
televisore, c’è un piccolo tasto, generalmente di colore
rosso, che ha la meravigliosa funzione di spegnerlo quando è
acceso. E viceversa.
*Dice di sé.
Ivan Villa. Napoletano di nascita e figlio adottivo di
“Mamma Roma”, rutila da qualche anno nel mondo dello
spettacolo. Fin da età non sospetta ha sempre sognato di
“fare la televisione” e nei momenti di dormiveglia, da
qualche tempo, immagina di essere il produttore del “Saturday
night live”. Quando è del tutto sveglio, più normalmente, è
un direttore di produzione free-lance in programmi come “La
Talpa” o “Buona Domenica”. Se non avesse fatto questo
mestiere, avrebbe quantomeno provato a farlo. |